Servizi
Contatti

Eventi


L'assurdità della guerra e l'umano bisogno di affetti

Focolare non è solo il nido, ma la possibilità di starci, anzi la mancanza di costrizioni ad allontanarsene.

Antonietta Benagiano, massafrese, prof. in pensione, poetessa e scrittrice, madre, ha consegnato ad un agile volumetto le sue riflessioni su un tema innato eppure il più calpestato, qual è, in ciascuno, la voglia di vivere in pace fra i propri affetti. Sette racconti, in Focolari, ma è come se fossero due, cinque descrivono l'assurdità della guerra, due il rapporto madre-figli.

La guerra, quasi estrazione col forcipe dal nido dei più giovani, quanti hanno progetti, speranze, amori è vista in ogni epoca, da quella dei faraoni, alla penultima, quella slava. Il nido in sé, il rapporto tra madre e figli che mai si rompe, è raccontato in due scenografie: la madre che sta con i figli, tenendoli per mano, non maestra di saggezza, ma testimone di pensieri; il figlio che si porta appresso la madre e le trova i luoghi a lei più cari, da un pregiato ristorante a una sede di cultura dell'umanità, quale l'Hermitage.

La Benagiano ha un modo di raccontare fatto di improvvise accensioni, la sua poetica, il suo messaggio al lettore non viene da uno scavo dei personaggi, né da una logica stringente, ma da un balugino, quasi una magia.

I calli, la Benagiano, li descrive nel loro nido, o focolare: "Li ho visti anch'io, scrive, su mani spaccate, brune di terra, di sole": non protuberanze di pelle sulle mani, ma mani intrise di natura e d'universo. Un altro lampo più avanti: "Apparire, è questa da troppo tempo la legge dell'esistenza": non il suo manifestarsi, ma il suo essere la caducità umana. E ancora: l'amore non è altro che "un sostare nell'altro", un altro focolare, l'amore.

I racconti di guerra, lei che ha l'età d'aver sentito parlare di guerra da chi la guerra l'ha patita, hanno momenti di contagio del lettore e la abbagliante nudità della verità. I re? Signori della giustizia; ed invece pensano piani di grandezza, da realizzare con la guerra, violenza contro sconosciuti, da cui non hanno avuto alcun torto, per salvarsi la vita. Ed invece questi giovani soldati non pensano ad altro che a tornare a casa, dalle giovani mogli, i figlioletti, le madri, ai quali la grandezza dello Stato, se non torna il marito, o il padre o il figlio è solo “dolore senza fine”. E ancora la guerra è: “strada tracciata dietro di me”, “giovani che dopo la guerra non sono più giovani”, casa “dove non si mangia cibo, non si beve, non si ospita (…), senza marito, senza figli, persino senza me stessa”.

La Benagiano fa la sua parte di poetessa: dell’uomo racconta la capacità d’amore e la desolazione dinanzi alla morte. Tacciono, invece, coloro che hanno il compito di descrivere la “realtà effettuale”. Nessuno infatti vede nel genocidio dei ceceni un crimine contro l’umanità. Ancora tace l’Occidente, dinanzi alla sua seconda abiezione: la “first strike”, la guerra preventiva, contro un sanguinoso dittatore, versando in pochi mesi il sangue innocente con il quale il crudele despota non aveva ancora irrorato le strade e le case e i campi e il deserto pieno di petrolio. Ancora si nasconde ciò che accade fra le tribù africane, le cui guerre non si sa chi armi e fomenti, perché vengano meglio spogliate dei loro averi naturali, dalle banane ai diamanti. E ancora son troppo flebili le voci contro la diuturna guerra che si combatte in Italia, popolo di immigrati ed emigrati, che ha accolto ed è stato accolto, contro i più poveri della Terra ed ora anche contro i meridionali. L’Italia, culla del diritto e sede di chi ha scoperto il concetto di persona, il cristianesimo, non vede più la persona come soltanto fine e mai mezzo; anzi, vuol qualificarla per il luogo di provenienza, lontano o della porta accanto. E’ nelle strade italiane che s’ode l’eco delle più amare parole mai dette contro la guerra, quelle di Platone: che “la sua fine l’hanno vista solo i morti”, quelli che non possono più combatterla.

La Benagiano alterna prosa e poesia, descrizione e lirica, e spesso alcune descrizioni sono versi purissimi: “Un tramonto era in piedi”, “lunghi capelli setati che s’attorcigliava al collo nelle notti d’amore”, “s’abbandonò alle macerie”: il lettore vien fatto diventare protagonista del racconto.

Il libro della Benagiano, lieve e denso ad un tempo, di compagnia sapiente, è anche un atto d’accusa all’editoria contemporanea. Questa è alla forsennata ricerca di ineditezze con cui stupire, che però sono o sciarpe o riciclate, effimera moda; quando invece, già dai tempi dell’Ecclesiaste, nulla è inedito; e lascia pagine “belle” di stile e contenuti, in cui gli affetti, serenità quando possibili, aspirazione quando impediti, vengono visti per ciò che sono: pace interiore che genera pace, con l’altro e con il resto del mondo.

Recensione
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza