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Multa Paucis

La polvere e la speranza

La violenza e lo ius.

Antonietta Benagiano, già prof. liceale di Lettere, ed esponente dell’Istituto italiano di cultura di Napoli, autrice di saggi e romanzi, è alla sua settima raccolta di poesie. E questa volta il suo verso è spinoso, il suo libro è un rovo della sua gravina massafrese: l’abbondanza dei suoi anni l’ha portata alla parola essenziale, cioè nuda e cruda, limpida e precisa, eloquente e tagliente. E con le sue scarse e scarne parole dice molto, da cui il titolo del libro: Multa Paucis (molto con poco), prefato da Roberto Pasanisi, svela la sua filosofia esistenziale, il giudizio impietoso sul presente e, come rimedi, “insegna” il silenzio dinanzi all’infinito, cioè la contemplazione di ciò che è più grande di ciascuno e di tutti messi insieme, e l’aggrapparsi alla speranza, della quale sono intrise le parole della fratellanza di Francesco.

Il primo verso di questa silloge contiene le profondità di Qoelet e di Leibnitz: la vana vanità della polvere e la “domanda fondamentale”, la grundfrage, su cosa ci fosse prima dell’esistenza di ciò che c’è, forse “esistenza altra”? E tuttavia, dice ancora la poetessa, la vita continua, poiché Hiroshima brulica di bella giovinezza, chiuso lo sterminio l’ebreo è fiero di sé e da una nave negriera è sceso un presidente. Ed ecco la desolazione: anche se sugli imperi non sosta l’alloro la tua zampa, uomo o potente che tu sia, continua a schiacciare, a cingere di filo spinato gli stati, o la casa, e spargono sangue, vanno di follia in follia, tanti furono e ancora sono gli Hitler e ultima vittima di gas letale, perché a lungo venefico, è Taranto. Ma mentre schiacciamo l’insetto, il debole, il sole guarda la nostra fossa. Tali essendo, siamo inseguiti da un cappio fino al precipizio, da delirio e assuefazione dinanzi a urla, violenza, dolore, credendoci volpe diventiamo conigli, vili.

Il minimo indispensabile di parole la Benagiano dedica ai politici, non solo italiani, pennellate raccapriccianti: ius (il diritto) svendono (ingiusti), accattoni di parole (ignoranti), strilloni, corrotti.

Benagiano chiude il suo libro con la più efficace definizione di Papa Francesco: la sua sostanza è “spes”, la speranza, ma indica anche la sua spes laica: contempla in silenzio l’universo, dice, rimandando al maestro di tutti i filosofi, Platone, il quale diceva che dinanzi all’universo non ci si può non chiedere che cosa noi si possa fare per esso. E aggiunge che il nostro post sta nell’amare l’eternità e per essa la propria anima, e ciascuno sa che amare è donare, non già rubare.

La “lectio” di Benagiano, pur fra parole asperrime, ha una trasparenza tutta sua: polvere siamo, ma se vogliamo lasciare un segno occorre concretare la speranza.

Chi riesca a racchiudere un pensiero in poche parole, spesso in una sola, non appartiene a nessuna scuola e a nessuno stile letterari perché è diventato il proprio messaggio, messaggio che è la goccia a lungo depurata, senza più scorie, limpida, che disseta e sostiene e muove al giusto.

4/01/2014

Recensione
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