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Quale patria?

Dal nazionalismo alla fraternità universale

Quale patria? Il mondo. Passate le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, Antonietta Benagiano, prof. di Lettere emerita di Massafra e saggista, affronta il problema, per così dire, con occhio sgombro da lacrime e snebbiato dai fumi delle celebrazioni, alquanto retoriche. E in un densissimo saggio, Quale Patria? (nuova edizione), consegna al lettore notizie, personaggi, riflessioni di storici, letterati, sociologi, filosofi, su concetti che hanno da sempre accompagnato l’uomo. La dolce terra dei padri (Patria), La patria nazione, Patriottismo, Nazionalismo, imperialismo, militarismo, La patria universale.

La Benagiano sostiene il suo dire con il pensiero dei “patres” greci e latini e poi di Mazzini, Cavour e Foscolo, dei grandi storici del risorgimento, di Chabod e Omodeo, dei filosofi Fichte, Kant e Weber, di Levi-Strauss e Clausewitz, per dire solo dei maggiori.

Il lettore scopre così che, nella sua plurimillenaria storia, l’uomo ha considerato proprio, anzi sacro, quindi inviolabile, il suolo natio e per la sua salvaguardia non ha esitato a immolarsi, a spargere il proprio sangue. La Benagiano fa l’esempio delle Termopili; i romani guerrafondai quant’altri mai, coniarono un verso suggestivo, “quam dulce et decorum est pro patria mori” (quanto è dolce e onorevole morire per la patria). E tuttavia mentre Leonida con i suoi trecento spartani si sacrificavano alle Termopili per fermare i persiani, il filosofo Democrito, nel rispondere a chi gli chiedeva di dove fosse, creava la parola “cosmopolita”. E qualche secolo dopo un acuto osservatore della latinitas, Rutilio Namaziano descriveva il cosmopolitismo realizzato: “Urbem fecisti, quod prius orbis erat” (facesti città ciò che prima era mondo), dice nell’Inno a Roma, dando “a gente dispersa una patria e il tuo diritto”.

Più volte il mondo conosciuto è stato unificato, da Alessandro Magno, a Roma, a Carlo V , al Commonwealt, al cattolicesimo, la più solida struttura globalizzata; tutte le nazioni hanno i loro padri fondatori, eppure nessuno è in grado di dimenticare la propria Itaca e anelarvi. La nazione, la patria, lo Stato in cui si vive, dunque, altro non è che un intermezzo fra il mondo e il proprio luogo di nascita, con i propri parenti e gli amici d’infanzia e d’adolescenza che restano sempre tali.

E’ cittadino del mondo chi si sente un passante nel mondo, chi sa che tutti si è passanti e chi sa che per arrivare tranquillo alla sua meta non deve disturbare il cammino di nessuno, che può essere d’aiuto e aver bisogno d’aiuto. Gli Stati, invece, le comunità che vanno oltre l’orticello di ognuno, sono null’altro che separazioni, barriere, diversità, indifferenza, inimicizia. Ma così finiscono con l’essere anche nei propri confini. La Benagiano dedica righe alla Lega Nord, mostrandola come una malattia derivante da ignoranza della storia patria; ed invece la Lega bossiana è un foruncolo della grave malattia italiana: i patres degeneri, politici, industriali, maestri, clero, che derubano i loro figli.

Se il mondo ha lo stesso sole e la stessa pioggia e se tutti gli uomini piangono e ridono allo stesso modo, perché bisogna essere diversi e nemici? Tocca ai patres unificare le famiglie, ma essi le dividono per depredarle.

Ma se la dirigenza di una comunità è fraudolenta, essendo impossibile aspirare al cosmopolitismo, diviso com’è il mondo in Stati in cui dettano legge i predatori, per cui sono ancora d’attualità i “magna latrocinia”, visti da Sant’Agostino, non resta che desiderare di rinchiudersi nel proprio recinto tribale. E tuttavia la Benagiano chiude le sue pagine con le speranzose parole di un premio Nobel per la Pace, l’italiano Teodoro Moneta: “Forse non è lontano il tempo (…) della fraternità universale”. Ma uno sguardo sul mondo dice che la fraternità è fragile anche fra fratelli.

24 agosto 2012

Recensione
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