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De cognitionibus quas habent Daemones liber unus

Il De cognitionibus quas habent daemones liber unus fu data alle stampe dal cardinal Federico Borromeo nel 1624, lo stesso anno dell’altra sua opera a carattere demonologico: Paralella cosmographica. De sede et apparitionibus daemonum. Liber unus. Francesco di Ciaccia, già autore di una pregievole edizione del Paralella cosmographica (2008), ci propone un’altra opera del cardinal Borromeo, ovvero lo stampato latino del De cognitionibus basato su di una delle due copie conservate presso la Biblioteca Ambrosiana (ma “contenente interventi di modifica e correzione più numerosi e più precisi” [p. 29]), e la sua traduzione, realizzata con l’ausilio dei “quaderni di studio” federiciani, ovvero quaderni di appunti preparatori al testo stampato.

A causa della presenza di “costruzioni sintattiche errate o strane” o “sviste nelle operazioni di modifica ... con conseguenti confusioni grammaticali e sintattiche ...” (p. 26), il curatore ha considerato essenziale l’utilizzo dei quaderni preparatori nel processo di traduzione dell’opera. Essa risulta, pertanto, estremamente accurata sia da un punto di vista grammaticale che contenutistico, ed è precisamente grazie ai quaderni federiciani che il curatore ha potuto colmare le lacune interpretative presenti nel testo e, dunque, documentare i raccordi tra i libri stampati e gli appunti manoscritti” (p. 26).

La genesi del De cognitionibus risale al tempo della stesura di uno scritto a chiaro fine pastorale, il De ecstaticis mulieribus et illusis, apparso nel 1616, con il quale il cardinale offriva direttive riguardo ai cosidetti fenomeni “estatici”, ovvero connessi con visioni che avrebbero potuto provenire da Dio. Inoltre, la tematica che si cela dietro un titolo che il cardinale dovette oculatamente selezionare onde non dar luogo a confusione, rende il De cognitionibus assai differente dal Paralella cosmographica. Infatti, la problematica che il Borromeo si trovava ad affrontare era “annosa e notoria” (p. 13), ma la sua analisi non voleva essere incentrata sulla conoscenza che gli uomini hanno o possono avere dei demoni, tema che caratterizza parzialmente il Paralella cosmographica, bensì sulle “conoscenze che i demoni [corsivo nostro] possiedono dall’inizio della loro creazione o a cui sono in grado di accedere nel tempo” (p. 13). La questione di quali mezzi abbia il demonio a disposizione per corrompere, pervertire ed eventualmente conquistare un’anima era ovviamente cruciale sia da un punto di vista dottrinale che di direzione spirituale, e vanta un’antichissima tradizione, dalla filosofia antica alla patristica, “dalla teologia alla psicologia, dalla dogmatica alla fenomenologia dell’arte magica” (p. 18). Opinione comune era che il demonio fosse in grado di conoscere l’intimo dell’uomo, i suoi pensieri più reconditi, le sue fantasie così come gli atti esterni. Tuttavia, era altresì considerato assodato che in quanto “decaduto” il demonio non potesse vantare le stesse conoscenze degli angeli, e ciò risultava comprovato dalla pratica pastorale (ed inquisitoriale), laddove uomini di Chiesa illuminati avevano dimostrato di poter facilmente smascherare il demonio nei suoi tentativi di illudere o ingannare soggetti particolarmente deboli.

Questo particolare trattato del cardinal Borromeo rientra in un genere diverso da tutti gli altri che sono essenzialmente di carattere pedagogico, didattico o pastorale: il De cognitionibus è, infatti, “un prodotto dottrinale in senso stretto” (p. 22), cioè un’opera di carattere teorico o speculativo, come provato dalla sua struttura interna che segue lo schema argomentativo proprio della trattatistica scolastica tradizionale. Oltre a ciò, la naturale complessità connessa alla trattazione saggistica delle conoscenze demoniache dell’animo umano, ha prodotto un testo che in certo senso manca di unitarietà e che mette in evidenza “alcune lacune formali e qualche disorganicità, meno marcati in altri libri demonologia del medesimo Autore” (p. 22). L’intenzione del cardinal Borromeo di trattare della conoscenza dei demoni è al tempo stesso spirituale e razionale, ed il solo fatto che egli si sia cimentato in un compito tanto arduo gli rende onore. Tuttavia, mentre Paralella cosmographica è un’opera che affronta il tema delle apparizioni demoniache dal punto di vista fenomenologico e medico, muovendo dall’esperienza della ragione umana, il De cognitionibus prende in considerazione “la sfera operativa dell’attività demoniaca” (p. 24) argomento che manca, per definizione, di una vasta ed “oggettiva” letteratura. Il tema dell’esistenza del demonio è ricorrente nelle Sacre Scritture, ma esso non viene mai trattato in maniera organica, tanto che la Chiesa deriva le sue conoscenze ed i suoi insegnamenti essenzialmente dalla Genesi e l’Apocalisse di S. Giovanni, alla luce di una interpretazione patristica e teologica compendiata nei decreti del Concilio Lateranense IV (1215). Lo stesso cardinale non si cimenta nell’ermeneutica di tutti i passi biblici in cui viene menzionato il demonio, poiché egli stesso è consapevole delle incertezze teologiche della disciplina demonologica (p. 197). Piuttosto, si trova costretto a fare appello alle testimonianze degli uomini su questo tema, anche quando si tratta di filosofi, uomini illuminati o Padri della Chiesa, oppure ad alcune conoscenze che si davano al tempo per scontate, come il fatto che gli astri avessero un’influenza sulla esistenza umana (pp. 206-207).

Il libro unico del De cognitionibus è articolato in 34 capitoli, la maggior parte dei quali dedicati all’esame della autorevole letteratura teologica in materia demonologica, la quale - pertanto - non necessita di alcun chiarimento o spiegazione, ma anche di quegli aspetti che “sono più incerti ed ambigui circa le conoscenze dei demoni” (p. 161). In seguito, vengono esaminati i modi del conoscere dei demoni e l’oggetto della loro conoscenza: essendo stati essi stessi un tempo angeli buoni, viene anche affrontata la conoscenza degli angeli e la natura della loro conoscenza degli uomini, dei loro pensieri ed azioni.

Poiché gli angeli “vedono e conoscono la natura e l’essenza divina ... Parimenti conoscono tutte le cose naturali, ed al di là dei confini naturali, sia in forza di rappresentazioni impresse, sia grazie al lume della rivelazione” (p. 164). La conoscenza dei demoni invece, è notevolmente limitata per volontà del Creatore il quale decide egli stesso di manifestare loro alcune cose ed occultarne altre, o impedisce che essi possano compiere alcune cose che vorrebbero o potrebbero fare (pp. 198, 243-244). Pertanto, le cose “puramente soprannaturali” (p. 164) sono ignote ai demoni, ma non il “modo” in cui taluni eventi di siffatta natura si sono verificati, come per esempio certi sacri misteri, “i miracoli di Cristo, la Verginità della madre di Dio, la Resurrezione del Salvatore” (p. 164). Molti filosofi antichi attribuirono ai demoni ingegno acuto e facoltà divinatorie, ma secondo i Dottori della Chiesa essi non avrebbero alcuna facoltà di predire il futuro se questo non gli è permesso da Dio o se esso non gli è mostrato dagli angeli o da altri demoni, ma sempre che ciò avvenga per volontà del Creatore. Talvolta Dio può servirsi dei vaticini dei demoni per ammonire gli uomini circa qualche peccato loro, distoglierli da certi vizi o esortarli alla virtù, ma ciò non solo avviene per “permissione di Dio, ma anche per suo volere” (p. 169). Poiché Dio solo ha assoluta e completa conoscenza dell’animo umano, è chiaro che i demoni non conoscono i sentimenti ed i pensieri degli uomini. Dunque, il cardinale va ad esaminare fino a che punto si estendano le conoscenze dei demoni dell’animo umano. Secondo il Borromeo i demoni sono sensibili alle alterazioni fisiche - come il “movimento del corpo” o “1’agitazione delle membra” (p. 171) - o chimiche del nostro organismo (“1’alterazione degli umori”) e ciò può fornire loro una certa conoscenza delle nostre fantasie, inclinazioni o predisposizioni ad un certo momento, ma non certo - come affermato dallo stesso San Tommaso - i pensieri dell’animo umano. “La stessa pratica di vita” può rendere i demoni in grado di fare congetture su quali saranno le azioni degli uomini, ma ciò è cosa comune presso gli stessi esseri umani, che non mancano di dedurre ciò che accadrà da ciò che è accaduto. I demoni possono infiltrarsi nella nostra fantasia perché hanno conoscenza della nostra pura facoltà intelligente, o specie impresse, ma non della nostra capacità cognitiva, che è la specie espresse, e che è all’origine del moto della volontà il quale “induce l’animo in modo tale che si occupi di una cosa piuttosto che di un’altra” (p. 172). I demoni non sono dunque in grado di fare i sillogismi che sono propri dell’intelletto umano, poiché non possono accedere ad un elemento proprio dell’animo che è la volontà: la volontà, infatti, ordina all’intelletto e lo induce alla riflessione, il che fa parte del processo della conoscenza umana. Secondo San Tommaso, Tommaso Argentinense, Erveo Brito, Durando, Duns Scoto e Gabriel Biel, i demoni hanno una superficiale conoscenza dei “sentimenti” del cuore umano ma solo per ciò che non coinvolge la volontà o l’atto cognitivo. Talvolta, ai demoni può essere noto l’atto intellettivo, o i “contenuti immaginativi dell’intelletto” (p. 181) di un soggetto, ma ciò avviene esclusivamente per volontà di Dio e per i suoi personali fini. San Bonaventura conferma che i demoni non possono accedere ai pensieri umani poiché Dio ha deciso che l’uomo conservasse intatta la sua volontà che è all’origine del libero arbitrio. Se dunque Dio stesso lascia liberi i suoi figli di scegliere tra il bene ed il male, a maggior ragione ai demoni è interdetta la conoscenza del processo cognitivo umano o delle azioni che originano dalla volontà (p. 177). Ora, per quale motivo l’antichità è piena di credenze secondo cui il futuro fosse ad alcuni anticipato in sogno? La risposta del cardinale è semplice: “l’antichità fu oltremodo superstiziosa e intenta ad ogni minuzia” (p. 183) e la spiegazione di ciò è straordinariamente moderna, e cioè che queste predizioni sono solitamente reinterpretate ed adattate “dopo che i fatti erano successi ... Accade la stessa cosa nelle previsioni degli avvenimenti in base all’influsso celeste: avvenimenti che si ritiene allora siano stati previsti, quando cioè sono accaduti. Anche le più antiche testimonianze storiche - parlo di quelle profane - consta che sono state di fatto messe in dubbio anche dagli antichi profani, tanto che ai greci fu tolta la credibilità e fu ritenuta sospetta la credenza superstiziosa dei latini” (p. 184). Non fa meraviglia, poi, che il cardinale considerasse i demoni all’origine dell’eresia: secondo la testimonianza oculare di persona cui era appartenuta la casa dove risiedeva Zwingli, il riformatore svizzero sarebbe stato visto dal buco della serratura parlare con il demonio in persona (p. 189). Della dottrina degli anabattisti è pure responsabile il demonio: per il cardinale, infatti, i demoni si servono di vaticini “santi” che auspicano un rinnovamento della Chiesa e raggiungimento di uno stadio di maggior perfezione per piegarli ai loro fini funesti, ed inducono “le sette degli eretici a farsi come maestre della riforma della Chiesa, e a questo titolo specioso, hanno construito la loro credibilità e il loro insegnamento con menzogne e scelleratezze” (p. 189).

Il tema della conoscenza dei demoni riconduce ad un problema di natura teologica molto importante, cioè si interroga sulle ragioni che favorirono la caduta di quegli angeli (che poi divennero demoni), e che il cardinale fa risalire ad una combinazione di invidia (pp. 211, 214) ed ignoranza: Lucifero non capì “quanto ignobile e grave fosse la rovina di allontanarsi dalla volontà di Dio e di essere suo nemico” (p. 214). Nel tema dell’operatività dei demoni rientra la questione dei poteri magici tradizionalmente attribuiti alle creature sataniche. Ebbene non solo gli uomini che vantano di saper esercitare quest’arte in sommo grado attirano su di sé soltanto scherno, poiché “promettono ... cose che non possono dare”, ma gli stessi demoni sono impediti da Dio nell’esercizio della magia perché “se la divina provvidenza non lo facesse, sarebbe gravemente perturbato l’ordine universale e tutto precipiterebbe verso il peggio” (p. 265).

Ancora una volta il cardinale mostra di avere una sensibilità ed una razionalità da far invidia a molti dei nostri contemporanei, i quali come apprendiamo dalle statistiche, fanno ancora affidamento su di oroscopi e talismani. Il De cognitionibus è a nostro giudizio meno accattivante del Paralella cosmographica, parzialmente a causa del fatto, come per Francesco di Ciaccia, che il testo si presenta meno organico sia da un punto di vista strutturale che contenutistico. Eppure il pregio di quest’opera sta precisamente nel tentativo di offrire un quadro unitario di una disciplina che a tutt’oggi, benché la Chiesa Cattolica sia lungi dal dubitare dell’esistenza del demonio, organica non è, e mai lo sarà, per la stessa natura dell’oggetto in questione.

Con grande erudizien e e minuzia scientifica, Francesco di Ciaccia persevera nel merito di mostrare al pubblico dei contemporanei come un ecclesiastico del diciassettesimo secolo sappia trattare un tema che anche oggi esporrebbe grandi esperti al ridicolo, senza mai perdere di credibilità scientifica e teologica.

[Ginevra Crosignani, California Institute of Technology, Pasadena, recensione in «Archivum Historicum Societatis Jesu», Romae, Institutum Historicum Societatis Jesu, vol. 79, a. 2010, 158, pp. 586-590  di Federico Borromeo, De cognitionibus quas habent Daemones liber unus, a cura di Francesco di Ciaccia, Milano – Roma, Biblioteca Ambrosiana – Bulzoni (Fonti e studi 9), 2009]

Recensione
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