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Grendel e il poeta. Da Beowulf a Shakespeare

Per ogni appassionato di letteratura anglosassone è facile spendere parole di apprezzamento per il libro di Daniela Quieti Grendel e il poeta. Da Beowulf a Shakespeare, di recente pubblicazione. Daniela con modestia lo presenta quale “raccolta di articoli” apparsi sulla rivista Il Porticciolo, ma è ben più d’una “messa insieme” a fini editoriali di articoli. Si tratta infatti di una raccolta di brevi saggi, in cui non dev’esser stato facile – pur con le doti di sintesi e di comunicativa dell’Autrice, affinate da anni di attività professionale – coniugare ad uso dei lettori specialismo e divulgatività, in spazi ogni volta predefiniti da esigenze di impaginazione; e su soggetti quanto mai vari, giacché gli autori inglesi trattati attraversano centinaia d’anni, considerando Beowulf il termine di partenza.

Al riguardo – se certo è il termine di approdo con William Shakespeare e John Donne (siamo agli inizi del 1600 nel pieno della Elizabethan Age), passando per Chaucer e poi per Malory, per More e per Marlowe (sulla cui collaborazione col Bardo proprio in queste settimane è stato pubblicato il primo documento che la attesta definitivamente, confermando il lavoro a più mani che avveniva, sugli stessi copioni, tra drammaturghi nel mondo del teatro elisabettiano londinese) la datazione del primo poema, il misterioso Beowulf, è, come Daniela stessa ci ricorda in una sua molto articolata sezione, irricostruibile.

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Dovendo selezionare in questo breve spazio un argomento di cui parlare, intratteniamoci un po’ proprio su Beowulf – coi suoi re, coi suoi eroi e coi suoi mostri presenti già dall’occhiello del libro ferini avversari del eroi nel quest, o prova di valore/sopravvivenza, richiesta loro.

Cos’è Beowulf?

È un poema epico scritto in protoinglese, non redatto tuttavia in quell’englisk – come per convenzione viene definito dagli studiosi – in cui è giunto a noi ad esempio il Seafarer del Codice di Exeter, il fondamentale codice ricordato da Daniela, che un secolo fa tanto ispirò Ezra Pound e Thomas Stearns Eliot, del quale ultimo per il Prufrock sempre Daniela ha così ben scritto in un suo altro recente libro.

Beowulf, infatti, pur con le sue arcaicità e le sue vetuste traslitterazioni (un esempio: “answorode per answer’d – antica ipersillabazione) appartiene già all’english , non all’englisk.

Beowulf è un poema organico, unitario e guerresco, non una rabberciata sutura di rapsodie tramandate a voce e poi fissate su pagina ad opera di qualche ignoto homo litteratus, espressione che non altro significa se non chi – un monaco di regola – sapesse leggere e scrivere, in un mondo quasi totalmente analfabeta.

È un poema definibile solo con l’aggettivo “antico” – c’insegna Daniela.

Altro non è dato arguire della sua origine. Non è corretto neppure definirlo sassone… come se potessimo pronunciare questa parola riferendoci a chissà qual conosciuta letteratura sassone cui ascriverlo; possiamo semmai riferirci al popolo sassone, e per esso al periodo, successivo al ritiro dei romani dalla Britannia, in cui cominciano delle invasioni che peraltro, non sono soltanto ad opera di Sassoni, ma anche di Angli e di Iuti, ricordati dall’Autrice, con la costituzione, prima dell’anno 1000, di regni dalle coordinate o perse o mai possedute o comunque evanescenti, come i regni di Mercia, di Anglia e di Cumbria, dei quali solo quasi il nome ci è giunto.

Beowulf è un poema che va qualificato solo così, “antico” come Daniela con rigore storico-filologico invita e ammonisce a fare. Del quale solo può dirsi che molto probabilmente recupera una tradizione epica, legata ai cicli popolari delle imprese di dei, semidei ed eroi saldamente innestati su tradizioni pagane.

L’Inghilterra era infatti rimasta, sotto la dominazione romana e anche nel tempo successivo all’editto di Costantino, in gran parte pagana. Forse totalmente pagana.

Non abbiamo attestazioni cristiane del IV secolo d.C., negli anni prima che le legioni vengano ritirate. Abbiamo il mitreo di Londra e lì è facile vedere un luogo devozionale dei legionari (forse fruito anche da adepti/iniziati non militari). Parlando del vescovo Augustinus, convenzionalmente identificato col primo evangelizzatore dell’Inghilterra (la cui tomba viene tuttora indicata nel cimitero abbaziale di Canterbury) possiamo dire l’Inghilterra, prima e dopo la fine dell’impero romano, era rimasta pressoché intoccata dal cristianesimo, a differenza del resto dell’Europa romanizzata – come la Gallia – della Grecia, dell’Illiria, del Nord Africa e dell’Asia Minore, con un saldo permanere della sentitissima tradizione druidica, di cui già parla Cesare nel I° secolo a. C.).

Solo con dubbi, e marcati scarti temporali, può poi collegarsi Beowulf alla Chanson de geste, e solo per argomento. “Passare da Beowulf alla Chanson de geste è come procedere dalle tenebre alla luce” – scrive Daniela a tal proposito, marcandone la differenza. Ancor più netta quando s’ingentilisce per contaminazione con il Roman de la Rose, nel quale “se nel periodo anglosassone gli autori evocavano realisticamente sinistri paesaggi e lugubri scene, il Roman de la Rose introduce in Inghilterra il gusto per la cultura francese collegata ai modelli allegorici della classicità. Il ruolo dell’eroe che difendeva il proprio popolo dalle insidie di mostri terrificanti è sostituito da quello di un cavaliere che, nel nome di Cristo, combatte gl’infedeli” o i pagani, aprendo la strada al ciclo del Sacro Graal, ciclo assolutamente pagano, di recente reviviscenza con la narrativa di Dan Brown, nel guazzabuglio – peraltro – da questo autore fatto con riferimenti alla tradizione cristiana.

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E prosegue, il libro di Daniela, con l’interessante capitolo sulla Barren age e sulle ballate popolari. Poi con un nome per tutti: Geoffrey Chaucer e le popular ballads, come quella di Robin Hood, passando per il transito tra Medioevo e Rinascimento con Le Morte d’Arthur di Thomas Malory, sino ad aprire la grande pagina della Fioritura del dramma inglese e quindi dell’archetipo del Doctor Faustus di Christopher Marlowe; delle opere filosofico-religiose di Tommaso Moro, per poi approdare al teatro di Shakespeare, “il Bardo immortale”, a Francis Bacon, a Ben Johnson (trattato nei suoi saggi da T.S. Eliot); per chiudere col sommo, e tuttora ammiratissimo, John Donne, e la sua vertiginosa poesia.

Cosa ci trasferisce dunque Daniela Quieti con questo suo bel libro?

I suoi amori letterari. Le sue emozioni. Le corrispondenze a volte note, più volte ignote, di storicizzazione e contestualizzazione del portato della cultura di un popolo, quello inglese, attraverso secoli e secoli di scrittura, da Beowulf a Donne.

Recensione
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