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Romanzo per la mano sinistra

Alla conclusione della lettura di Romanzo per la mano sinistra, mi sono reso conto che era forse dai tempi in cui mi cimentai con le pagine di Thomas Mann che non m’impegnavo, non m’incuriosivo, non combattevo con un testo letterario come mi è accaduto in questo caso. In effetti, ricercando meglio nella memoria, la stessa impressione la ricevetti da un grande della letteratura italiana, non a caso ignorato dal sistema mediatico, Francesco Saba Sardi. Come in Orellana, Dottor sottile, Gonçalvo o la menzogna, nel Romanzo per la mano sinistra ho sentito emergere una cultura straordinaria, una scrittura impareggiabile, la capacità di attraversare la storia, la politica e le ideologie in modo penetrante, attraverso la forma del romanzo.

Del resto, sia nel caso di Saba Sardi che di Micheli, richiamarsi al genere classico del romanzo è limitante: c’è sì una trama – il protagonista, Stefan Bauer, psichiatra moravo, che ha fatto una tranche di analisi con Ferenczi ed incontra Adele Ascarelli, studiosa d’arte napoletana, proveniente da una ricca famiglia di ebrei tessitori; l’amore che sboccia tra i due nei giorni in cui la guerra si va annunciando; il figlio, frutto della loro passione, Bruno, il quale nascerà a conflitto ormai iniziato e, soprattutto, a peregrinazione iniziata, poiché, alle prime ostilità antisemite, la famiglia si vede costretta alla propria personalissima diaspora: in Ucraina, dove Stefan lavora per l’intelligence sovietica, per poi divenire ufficiale medico tedesco tra Berlino e la Parigi occupata, ed ancora infiltrato nella flotta inglese ad Alessandria d’Egitto, nel tentativo di difendere i suoi affetti e la sua tradizione in mezzo all’immenso guazzabuglio che è la vita politica, culturale e sociale europea, prima e durante la guerra –, ma c’è soprattutto, dunque, lo scenario. L’autore ci racconta l’ascesa del fascismo, del nazismo, le vicende belliche, gli interventi contrapposti dei vari servizi segreti; ciò che però supera la forma classica della narrazione consiste nella traversata di due aspetti fondamentali della storia del Novecento: quella delle istanze culturali dell’epoca e, segnatamente, della psicoanalisi.

Se storia privata e storia del pianeta s’intrecciano, lo fanno anche perché non sono tanto i fatti a parlare, quanto piuttosto i loro riflessi nei vissuti dei protagonisti, siano essi volgari, arroganti o prepotenti come i vari gerarchi tedeschi – Heydrich, Göring, Himmler, ciascuno in cerca del suo spazio o dei suoi piaceri –, siano i corrispettivi italiani – i Ciano, Vittorio Mussolini, Pavolini –, ma siano anche gli esponenti dell’arte o del cinema, tra i quali gli autori dei film dei cosiddetti “telefoni bianchi” come pure i più engagées. Si ritrova, pertanto, anche il racconto della nascita della Mostra cinematografica di Venezia, le sue collusioni con il regime, le banche e Confindustria.

In un capitolo ambientato proprio sul Lido di Venezia, si assiste, ad esempio, ad un colloquio tra Jacques Prévert, Michel Carné, Jean Renoir e Leni Riefenstahl, durante il quale i personaggi citano Bataille nel dibattere questioni di estetica e temi d’attualità, cosicché – e questo è l’elemento di eccezionalità – si avverte che tutta la situazione politica ed economica non può essere compresa se non si tiene conto di tali aspetti, delle prese di posizione, asservite ovvero dissidenti al potere, che caratterizzano la scienza e l’arte del periodo. Toccante e tragico è infatti il racconto delle sperimentazioni condotte nei campi di concentramento, ed il lettore può cogliere a pieno il senso di tali atrocità grazie alla spiegazione, che gli viene fatta, delle correnti filosofiche reazionarie, di Nietzsche o di quei teorici che Galli qualificherebbe nel campo del “nazismo magico”, l’armanismo o l’ariosofia, poteri o saperi più o meno occulti che lavorano sottotraccia la storia ufficiale.

Di queste molteplici trame il protagonista si trova orecchiante, partecipe o, in qualche circostanza, perfino travolto, all’interno di una composizione grandiosa. Si è così messi davanti a simultaneità di eventi che risultano significative: in un medesimo capitolo apprendiamo delle riunioni in cui si decidono i destini della Polonia e di ciò che avviene, intanto, tra i cineasti e le loro troupes; oppure, la ribellione della val d’Ossola e i contemporanei incontri tra Churchill e Stalin, o quelli tra il ragionier Cuccia ed altri giovani intraprendenti che già si preparano a spartirsi l’Italia che deve ancor venire. Non vengono neppure sottaciute le lunghe fasi di preparazione alla costruzione della bomba atomica, con vivide e sorprendenti disamine che hanno per protagonisti Oppenheimer, Fermi o von Neumann. In ciò Micheli miscela con maestria una paziente ricerca documentale (ed in alcuni casi produce materiali davvero di grande interesse e finora tenuti in sordina) all’invenzione letteraria, la quale, del resto, non stona ed anzi aggiunge valore cognitivo al testo; ne riesce uno spaccato che illustra in profondità un momento determinante per il resto del Novecento, tant’è che se ne seguono gli sviluppi e le conseguenze durante il dopoguerra, il ruolo svolto in quel frangente dal Partito Comunista, i suoi rapporti con il movimento operaista e gli sforzi di ricondurlo nell’alveo della legalità democratica, tramite un affresco, non meno particolareggiato di quello in cui venivano con ironia sublime denunciate le aberrazioni nazifasciste, dove compaiono stavolta Mario Capanna, Toni Negri, i redattori di “Quaderni rossi”.

Ma dicevo che la categoria del romanzo è limitante anche perché più che queste vicende personali e collettive, tipiche del romanzo, la protagonista di queste pagine è la scrittura, la scrittura della ricerca, che, senza giungere alle sperimentazioni dell’avanguardia, è intessuta da una sintassi e da una frastica che va oltre i limiti della grammatica, e, pur mantenendo l’eleganza della lingua italiana (Micheli, toscano di Viareggio, non ha bisogno di andare sull’Arno per lavare i panni sporchi), si avvale della ricchezza di una retorica straordinaria, perché non ordinaria. Gli ossimori, le metafore, le metonimie, fino alle catacresi, non sono esercizi di stile, staccano le vicende dal realismo del fatto per giungere alla fabula, che indica che il racconto è trama e tessuto di scrittura di sogno e dimenticanza, non di fatti.

La psicoanalisi viene toccata e coinvolta principalmente per via delle vicende di Marie Bonaparte, cofondatrice della Société Psychanalytique de Paris e moglie di Giorgio di Grecia, cogliendone perciò i legami con le vicissitudini che travagliarono la penisola ellenica anche e soprattutto dopo la stipulazione dei trattati di Yalta. A completamento del suo ciclo di studi all’Università di Vienna, Stefan Bauer era stato autore di una tesi sulla psicopatologia del potere, sottoposta all’esame persino di Sigmund Freud, un testo che però sarebbe finito poi nelle mani sbagliate: Freud lo legge e lo loda, ma lo passa a Jones, mentre invece Stefan crederà di poterne seguire le tracce fino a Marie Bonaparte. Si tratta di un esempio tipico del modo in cui si articola la presenza del protagonista, affinché egli appaia come la guida del lettore all’interno delle stanze del potere, là dove Hitler se la prende con l’infingardaggine dei suoi generali o Mussolini si sente ora potentissimo, ora tradito. Con una fine tecnica narrativa, che include la funzione dello straniamento (più freudiano - das unheimliche – che brechtiano) e alla quale Micheli ricorre in numerosi passi, espone gli eventi senza esplicitare le identità di chi vi partecipa, le quali vengono svelate solo alla fine del dialogo o del capitolo, a mostrare come non siano i soggetti a tirare le file degli eventi storici, bensì la trama di quelli ad impigliarli secondo il caso, la necessità e le situazioni. Tale tecnica raggiunge il suo apogeo, e pertanto un’ulteriore evoluzione, nell’episodio in cui Bruno Bauer visiterà la riunione dei redattori di “Quaderni rossi”: qua i personaggi da lui incontrati non verranno qualificati che attraverso i loro nomi di battesimo, sebbene il lettore avveduto sarà senz’altro in grado di riconoscerli, ma in maniera più autonoma e significante di quella filtrata dagli schemi del consumo culturale.

Concludo con alcune considerazioni sul titolo dell’opera, nel quale convergono non pochi degli interrogativi che essa pone. Senza dubbio, esso richiama le vicende politiche, quanto alle quali, se un’ironia tragica connota sempre le fazioni reazionarie, pure la sinistra non è risparmiata, ad esempio nella fallace bonomia con la quale Concetto Marchesi avvia i protagonisti a cercare rifugio in Ucraina, laddove proprio da lì cominceranno le loro dure tribolazioni; nondimeno, ritengo di poterlo interpretare anche sullo spunto offerto da un altro episodio, in cui Stefan e Ada visitano, nel corso del soggiorno a Padova, la loggia dei Carraresi e vi vedono un dipinto di Guariento di Arpo, contemporaneo di Giotto nato a Piove di Sacco, dove è raffigurato l’Arcangelo Gabriele che, mentre con la mano destra infilza il demonio, una specie di piccolo animaletto intento a ghermire l’anima di un uomo, con la sinistra tiene una bilancia, la bilancia della psicostasia, quella che dalle concezioni teologiche del tribunale di Osiride, attraverso il pensiero greco e l’iconografia cristiana, è divenuta per noi la bilancia della giustizia. In un mondo sconvolto dall’odio, dalla ferocia, dalla volgarità, da qualsiasi forma di bassezza, in cui conta solo sopravvivere, esiste pur tuttavia qualcuno che porta avanti istanze di giustizia e nutre questo anelito verso l’umanità futura. Ma forse anche questa speranza è ironia.

Recensione
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