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Sottovoce a te madre

Questo testo è un peana in onore della Madre, quella antica divinità rappresentata in pietra, dal corpo enorme, rotondo, accogliente, eterno.

La terra euganea diventa un luogo atemporale con nomi di paesi che sanno di mare, di selva e di santi: pietre, alberi, erba, acqua e cielo con rondini, aquile, gazze e pettirossi che fendono l’aria tramutandosi in parole, bellissime parole.

E poi, appare il presepe, tenero e caldo, nido accogliente, dolce e sicuro come il seno della madre, come la casa avita… il presepe, usanza antica e simbolo di bontà che ci avvicina a quel “dove”, luogo di incontro futuro, pieno di persone amate che ci accoglieranno ma che conoscono già i nostri “canti” terreni.

Nella visione delle figlie-madri anche gli uomini si trasfigurano in “candidi paterni gigli” e in “padri che muoiono ogni giorno un poco in case di sole”. La madre-pietra ci osserva, eterna e dolce, ci coccola, ci accompagna, ci guida e nel tempo noi donne ci trasformiamo in lei, in un eterno giro di sostituzione.

Questa madre di Luisa è il paradigma di tutte le madri del mondo e, quando la poetessa si stende sul letto ricercandovi la forma materna, è impossibile frenare il pianto.

Ci sarebbero altre, infinite cose da dire ma l’unica alternativa per apprezzare appieno quest’opera è leggerla… leggerla e rileggerla.

Gennaio 2016

Recensione
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