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L'attesa del nostro Natale
24 dicembre 2010

Sento, madre, in questi giorni d’Attesa soffusa di malinconia, l’urgenza di ragguagliarti sul procedere qui sulla terra. La casa-sfera ancora a guizzo d’amore si muove in armonia con le celesti leggi e a nuovi piccoli passi di danza ruota di gioia alla vita rifiorita dentro: la creatura novella con guance d’albicocca, da te a noi discesa con capelli e volto alla tua foto uguali, dà colore e profumo alle mie ore, stabilità all’umana storia. La natura pure si muove qui sempre per il suo sentiero e in vari rituali la vita in lei eterna si continua, devota agli appuntamenti stagionali, a normative universali d’armoniosa convivenza, ribelle solo se tradita. E ci ridesta col corno di luce al risveglio dei suoi colori in prodigi di nuove corolle, creature accanto a noi sbocciate, ci allerta con cromatici intarsi al palpabile passare del tempo e ci avvia dolcemente a preludi d’inverno con promesse di resurrezione.

Ma altro è il mondo, madre, noi uomini dico, nel nostro vivere insieme senza più anima-pneuma-respiro, senza fede nella vita, nella Casa privata e pubblica: si è deflagrato il cuore-famiglia allargata in soluzioni infinite devianti l’esempio antico con svilimento di identità, smarrimento di teneri virgulti rimbalzante in ogni sfera vitale. Si è inaridito ormai il seme del sacrificio e azzerata ogni liturgia domestica anche per gli squilibri dei ritmi del lavoro che ingoia i giovani oppure li affama in disperati labirinti. Si vive quasi in un vuoto esistenziale colmato da linguaggi nuovi per ingannare la coscienza e la realtà che invero marcia su binari incivili, nell’indifferenza per la persona sempre più usata. L’ora è smagata da un presunto progresso in nome del quale si vuole diventare Dio e manipolare la materia e l’anima, da una tecnologia esasperata che se può rendere più agile il vivere, sacrifica, scarnifica l’essenza del rapporto umano. Solo voci meccaniche suonano ovunque la morte di una voce viva che effonde calore e germina amicizia. In verità Dio è stato sepolto in un centro commerciale, le porte del cuore sprangate a morte senza più risposte di vita, attese di resurrezione, oscurata ormai la sincerità, tradita ovunque la fedeltà. In questa deflagrazione di valori, devastante ogni psiche, volano schegge impazzite d’arroganza, violenza e corruzione come di un mondo che va sgretolandosi in materia e forma, il clima ammorbato da una pestilenza morale. La res pubblica è un optional che naufraga per insipienza umana in un’infinita esondazione di fiumi, canali senza più ritegno di argini e dighe. Ovunque la terra smotta e inghiotte vigneti, armenti innocenti, allarga il senso dell’umana precarietà. O mia terra euganea, fertile pianura e fiumi folti e colli dolci, come mi manchi mentre così abbandonata, piegata, soffri, anche se subito sai risorgere. Rimane in noi solo la radice di un antico incontro da mantenere vivo perché l’umana dimensione non si estingua, rimane il credo nella nostra sostanza affettiva, il fuoco di una preghiera che ci ricongiunga al cielo. Rimane la coerenza di alcuni meditativi che praticano nel vissuto quotidiano la fede in ideali antichi senza lasciarsi abbagliare dal business mito ora universale. Confortano il giardino che mi avvolge con la sua memoria, il teatro, la musica, un po’ tutte le arti, in particolare la scrittura per me come una luce sul tavolo della notte, come l’alba che ogni giorno si inaurora, come un’autoterapia che ti rilegge dentro e ti consola aprendoti agli altri stretti al laccio di eguale sorte. Salvifica poesia che possa redimere il mondo!.

Ma ora che il Natale ormai s’avventa esaltato da un consumismo insinuante e assordante pur nell’ora allagata, riemerge sempre il senso della festa da noi sentita allora come rinascita del Bambino, di tutti i bambini in lui, come maternità di Maria e di tutte le madri che in te mi hanno generata, come casa-presepe. Riemerge in questa festa una preghiera per l’universa famiglia perché ognuno di noi riscopra dentro quel presepe lontano che non può rinnegare, quell’attesa di buono di cui ha nostalgia, quel desiderio di rinascita, di ricarica d’energia, quel senso di famiglia inteso come stare insieme senza abdicare a se stessi. Ora, madre, che si rifà Natale provvedi con premura materna in colloqui ravvicinati con l’Eterno perché il Bambino inondi la terra di luce vera che invada le nostre case, i cuori per una rilettura di noi stessi in un rapporto nuovo con persone e cose. Che sia per noi un Natale di ricerca e insieme riscoperta di verità: in primis la fedeltà alla casa, ai sacri vincoli, all’amicizia, centri interiori di grandi progetti costruiti insieme con fiducia reciproca, sacrificio rinnovato per approdare ad una stabilità di vita, anche nelle difficoltà, in un legame con gli altri di rispetto e aiuto. Questo, senza creare nuovi linguaggi inutili, è l’essenza dell’amore, valore nuovo predicato e praticato da Gesù, la buona novella, rivoluzione etica valida per tutti gli uomini di buona volontà. Che il Natale ravvivi questa luce d’amore e ci indichi il cammino per un’esistenza buona in letizia e pace. Provvedi, madre, perché ogni famiglia, la nostra per prima, ritrovi se stessa sull’orma dei pastori umili alla verità della grotta e al suo luminoso messaggio; risenta nel suo procedere quella fiducia nel divino e quell’attesa di miracolo che ho respirato allora accanto a te a al padre nei giorni del Natale, da voi dilatati alla vita intera. Ancora grata così vi ricordo.

L'attesa del nostro Natale

I
Giorni notti d’aria gelida
nel lento inverno
d’infinita paziente attesa
tramata d’incontri teneri
di canti poesie bambine
intorno alla focosa argilla,
sempre con promesse a ceste
di colori e sogni a primavera
ché il verde nel silenzio radicato
si conquistava tardo la sua terra .
Ma la galaverna era dell’inverno
il gran poema
da te padre cantore antico
cantata esaltata, quasi visione divina:
la Natura si fa semplice essenziale
spogliata di voce anche delle foglie
si riveste poi solo di candore
per adorare il Bambino-Verbo unico d’amore.
Brillano tronchi rami
nel tempio del creato
tintinnano timpani d’argento
cristalli d’inverno:
risveglio-angelico richiamo
a volontà buona dell’uomo -.
Noi fanciulle vestite di stupore
compite come in una recita di Natale.

II
E nella stanza bassa l’attesa
per varie lune insieme,
era incantesimo all’Evento
tra pareti a stellate ali lucenti
il pavimento tutto muschio
erbato vivo dai fossati
brulichio di fuochi pastori greggi
d’ogni lavoro umano.
Lo spazio solo per la Cuna
intreccio ligneo tra le tue mani , padre
poeta sacerdote del presepe
tuo esempio primo di famiglia
con la madre-la gran fiamma in canto
noi a corona intorno scintillante.
E nella stanza bassa tu
con occhi lucidi a memorie grevi,
eri muschio dei tuoi fossati
cielo della tua campagna
a nostra gioia pel Natale ritrovati,
eri il primo fiore di calicantus
da te raccolto deposto
sull’altare della dimora,
essenza di gelo e sole
segno vegetale d’amore,
eri la tua la nostra infanzia
incontratesi in serena attesa
là nella stanza bassa
chiuso il tempo tradito in campi plumbei.

III
E la casa nuova, in te
rinato ardore e sacrificio,
ora si dilatava ancor più
all’universa famiglia
nell’oro puro della Festa
in musicali accordi
limpidi amicali
in umili fraterni doni
come di pastori in veglia di gioia,
agresti riti di terra veneta
sempre e in giorni di prodigio.
Fuori la chiarastella s’accendeva
si perdeva quasi sciame di stelle
in un canto di pace:
voci giovani sfilate
lontano fra i rami brinati,
per noi vestite di stupore
flauti d’angeli splendenti
palpitanti d’armonia divina
nelle mani della Notte Santa.
Così sia nei Cieli nella Terra , sempre.

Figlio, ti affido
questa liturgia domestica
come un presepe d’amore-memoria
da serbare nel tuo scrigno positivo
ed altre più lievi d’un vivere nostro
così sospeso disteso in attese.


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