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Colpisce positivamente – all’interno della scrittura poetica di Palma – la postulazione di una parola che ha da essere “errante”, “vaga” e congiuntamente “nomade” (come era in Jabès e come osserva Maria Carminati nella sua prefazione). Leda Palma è friulana di nascita ma poi romana di adozione: attrice dalla statuaria e teatralissima evidenza, ma anche scrittrice sensibile e passionale. La sua ultima raccolta, apparsa nella Collana Nuovi Fermenti/Poesia diretta da Velio Carratoni, si presenta come la più sorprendente tra le cinque già pubblicate. Ci si interna nella descrizione di un viaggio in Medio Oriente (c’è il mondo arabo, Israele, il suk), ma emerge anche il resoconto lirico, vissuto e ripensato interiormente, di una singolarissima esperienza; un resoconto dove il diarismo e insomma la porzione di vissuto si affidano alla percezione della particolare lingua dei versi. Quantunque infatti Leda Palma si sia cimentata anche con la prosa, scrivendo tra l’altro dei racconti, diremmo che questo Ingiurie e silenzi conti proprio per la condensazione poetica. Nella quale il prosimetro ampiamente utilizzato ricerca effetti sonori e al contempo visivi, collocandosi e definendosi nella pagina nelle espansioni e ritrazioni della scrittura, marcando effetti da poesia visiva o almeno da poesia composta con un carattere e una determinazione anche visivi (secondo una combinata e ordinata armonia mediata o almeno in qualche parte dal mondo e dall’arte islamici, dai segni dalle infiorescenze e dalle decorazioni di palazzi e moschee medio-orientali).

Così, dentro ogni singolo scomparto (o spartito, ove si preferisca la dizione ritmo-prosodica a quella puramente ornamentale), scivola il flusso delle pulsioni e delle emozioni, che generano il cangiamento di sguardi e umori. Per cui, a ridosso dell’iniziale fascinazione e dopo l’immersione in luci e sonorità diverse ma anche dopo l’internamento in odori e profumi pungenti, subentra un processo di metamorfosamento da una dimensione unitaria dell’io a un nulla lucente – pieno di luce ma altrettanto accecante – esemplificato da un deserto in cui tutto si espanda in maniera illimite. Anche attraverso gli schermi di una memoria lirica mai abbandonata anzi evocata e si direbbe quasi chiamata in causa per rielaborare e chiarificare le emozioni (del resto si fa a un certo momento menzione di Rumi); anche insomma per il tramite dell’esercizio poetico la scrittura pur uniforme e compatta tende a disciogliersi in qualcosa di libero e fluttuante (che solo per convenzione potremmo dire anche  orientale e mediterraneo). Ciò nonostante quegli stessi versi pencolanti e vibranti su una dimensione ‘altra’ mantengono intatto l’ordo rationalis occidentale.

Onde la scoperta di un’alterità che è fatta non solo di sogni e sensuosità ma ugualmente di consunzione e dolore. Si sviluppa a partire da questo momento quella parte della raccolta che insiste sul conflitto occidente-oriente, come anche sulla necessità di un recupero di verità per tutti, occidentali e orientali. Una verità che si identifica simbolicamente con una figura femminile che è al tempo stesso la Vergine, la ragazza araba, la madre dei giovani che hanno preso il fucile e di quelli che sono periti. D’altronde, come viene ricordato nella bella e ben compendiosa introduzione-e come recita il verso celebre della poetessa bahrainita Hamda Khamis: “Ogni corpo è un essere vivente.Ogni poesia è femmina”.

Recensione
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