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Spille da balia punte di diamante

Un antibreviario del caos

Des rythmes au chaos : tanto recita nel titolo un serrato e affascinante volume di divulgazione scientifica approntato per le Edizioni Odile Jacob da tre studiosi – Pierre Bergé, Monique Dubois-Gance, Yves Pumeau – che hanno ritenuto di affrontare il tema del caos nella prospettiva dell’esattezza. Sulla stessa opera si è sintonizzato Édouard Glissant per disvolgere il filo di una lettura critica del disordine. Allargando la riflessione alla volta di un orizzonte concettuale oggi avvertito per autentico e che potrebbe offrire la base su cui convogliare il mannello di osservazioni intorno all’ultima raccolta di Gemma Forti, Spille da balia punte di diamante (Fermenti Editrice, Roma 2017).

Buttate su pagina nel quadriennio oscillante tra il 2013 e il 2016, le ventitré composizioni del libro di Forti sono precedute da un’empatica introduzione di Marcello Carlino e però anche articolate con le immagini di Bruno Conte cui si deve anche il disegno di copertina. Una grande mano grigioscura dalla quale si diparte un listello di foglio della raccolta stessa, sorta di collage a strisce in cui si leggono, tra gli altri, segmenti frammentati della lirica d’avvio (« Great Wall / giù giù », versi nondimeno à l’envers rispetto alla lezione cernibile appunto nel testo denominato Great Wall).

Si è appena detto di un pensiero e congiuntamente di una poetica del caos (e nello specifico caso fortiano dell’anticaos). Partendo dunque dalla sezione iniziale Vox, e procedendo attraverso le successive (Vento di scirocco, Punte di diamante, Il colletto bianco, Arcadiette e d’intorni), si perviene alla lirica in explicit che rimanda alla S/con/nes/sio/ne : « in una mutua muta / continua/estenuante / comunicazione virtuale // s/connessione certa / dal reale ». L’invito a dubitare asseverato da parte della poesia europea dai tempi di Brecht, è anche parte del bagaglio autocritico e critico della nostra autrice, consentendo di formulare carattere e nome alla sezione stessa, Forse, collocata sotto il segno del conflitto ma insieme di attitudini sempre e comunque fertili.

Nondimeno quei versi ingaggiano una battaglia senza sosta, che fa in primo luogo giustizia di ogni residua finzione consolatoria. Di qui una scelta formale che s’apparenta a motivi d’avanguardia ma che scopriamo sensibile a suggestioni anche lontane (ad es., i satirici e umoristi balzani e inconformisti del medievo, un lunare e antilunare Laforgue, Majakowskij, la letteratura popolaresca). Visionaria e sonora, la poesia della Forti si struttura in una forma che sta a mezza strada tra la poesia concreta e un follicolare andamento costruttivista.

Rimanendo però sempre fedele a un proprio respiro primario : « Forse non era qui che vivevo / ma altrove / procedeva la mia vita », così nel testo eponimo. Ed è lì, nelle origini del sentimento poetico, che hanno sede e consistenza gli aliti profondi del ritmo (nel senso accennato all’inizio). Non denegati radicalmente, ma intanto – nell’Italia delle absidelle di confraternita e dei ritorni di serenata - irrisi, sbeffeggiati, sempre tenuti a debita distanza. Trasformati in selfies e poi risoffiati e sospinti da velocissimi click entro il buco nero del web, ma altrettanto del quotidiano.

Qualcosa dunque che s’apparenta da alquanto vicino al caos o, per servirsi del termine adoperato da Glissant, al caos-mondo : intreccio simulato e insieme materiale di infingimenti e repulsioni, di violenze e sconnessioni connotanti il presente (l’occidentalis karma se si vuole, che in Cosmogonia, una delle composizioni della raccolta, sale su dallo stupore dello sguardo e dalle vibrazioni di un corpo intimamente incline all’infinito: « Quando in campagna / nelle sere d’estate / l’occhio smarrito di bambina / con stupore fisso alla volta / illuminata da migliaia di punte / di diamante » - e che poi però si dissolve in vacuità e disillusione).

Quel che ancora si incontra, o vede, in questi versi non è mai comunque l’assoluto; pur se l’intrecciarsi ramato delle suggestioni e fiducie, e infine di un’attesa di futuro, appariva essere in grado in un passato ancora recente di orientare gli sguardi personali e collettivi. Gemma Forti non ha interesse a rievocare qualcosa che non c’è più. Il tono dei suoi interventi, quali emergono dal vetroso accorparsi dei caratteri in minuscolo e degli stampatelli, di corsivi e grassetti e segni sparati dalla pagina secondo una logica cartellonistica e suprematista e comunque di testo petroso e contundente, è il termine reagente a una materia e condizione, che in breve diremmo della globalizzazione e che Carlino riconduce ai dati di una post-democrazia distorta e mistificata. Dunque ad un disordine e spazio devastanti, quale Glissant ci aveva anticipato (lui insieme con altri) e che la pagina fortiana si prova a rendere nelle sue risentite modularità.

Una cinematica di lemmi e di strofe che fa contrasto a qualunque estetizzazione autoriale (vedi in Io sono la radiografia aghi e spilli della nostra società letteraria), il tutto secondo una prossemica da arrembaggio che irridendo alla falsa coscienza si ritrova a errare in latitudini estreme per quanto note esse siano. Infine la poesia, in tanto che gesto di attraversamento del mondo, ne indaga le sconnessioni ma indaga in pari tempo se stessa.

Si sperimenta (e si fa dunque sperimentale) gettando alle ortiche le draperies pseudo liriche e ponendo in discussione gli approdi metafisici e gli svolazzi nel vuoto. Ripulirsi della tabe del tempo è in Forti la condizione indispensabile per accedere anche a una propria dimensione espressiva che non s’esaurisca in irrisione oppure in cadenze da invettiva, nelle quali però emergano e anzi s’esaltino le molte illuminazioni dei singoli testi e la loro peculiare prosodia.

E comunque, in pieno contraltare rispetto alle punctures più spinte, lampeggiano i cristalli della scrittura. Punte di diamante che, come recita il titolo della raccolta, s’intrecciano con aculei e spilloni urticanti. Così, con singolare coincidenza, nel Jules Laforgue de L’Imitation, per la precisione in Clair de lune, un dardo va a colpire una creatura volante (« pique / Ah! d’un trait inoculant l’être aptère »). E ancora in Litanies du premiers quartiers de la lune c’è un filtro ad attizzare “vers-luisants” : che tradotti sono lucciole sì, ma vers significa anche il verso.

Infine quei testi poetici nei quali è ricorrente l’astro del cielo (lune), stanno in piena specchialità con la gemmafortiana Cosmogonia. Anche per questo, grazie a una ben accordata badinerie, la poetessa romana meriterebbe ampiamente l’affiliazione al club degli irriverenti per definizione, gli Hidropathes di laforguiana memoria. Al quale però, prontamente e volentieri, noi ci si sente tutt’affatto legittimati ad iscriverla.

Recensione
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