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Diletto

Condizione esistenziale

Abbiamo letto, da qualche parte, una diecina di anni fa, che mentre il Titanic affondava, l'orchestra di bordo seguitava, impassibile a suonare. L'articolista elogiava la saldezza di nervi dei musicisti, la loro apparente noncuranza di fronte alla morte. Ma non risulta che la musica abbia salvato una sola vittima e nessuno ci leva dalla testa che se quegli orchestrali avessero deposto gli strumenti e si fossero dati da fare per soccorrere il prossimo, forse qualche altro passeggero sarebbe stato tolto dall'elenco dei morti.

Oggi, in Italia, viviamo un momento particolare, non proprio da affondamento del Titanic, ma quasi, e gli uomini di cultura sono nella stessa posizione di, quell'orchestra e hanno due sole scelte: ribellarsi e contribuire così a smantellare fin dalle radici il marciume che ci ha quasi sommersi, o tapparsi occhi orecchi e naso. Noi siamo per la ribellione e vorremmo che tutti i poeti si sentissero in prima fila; soffriamo, perciò, nel vederli e nel sentirli sempre più rinchiusi in se stessi, come se il mondo e l'umanità fossero solo il loro mondo (grande o piccolo) e il proprio e lacerato io.

Ma siamo pure consapevoli che se tutti i poeti si mettessero a suonare la tromba della riscossa, non avremmo più questa bella, varia e numerosa famiglia di cantori; leggeremmo forse migliaia di inni patriottici, ma non certamente sillogi affascinanti e traslucide come Diletto (Ed. Masso delle Fate) di Walter Nesti} nella quale troviamo distillata – cioè a un grado alto di raffinatezza – la condizione esistenziale che coinvolge quasi tutti i poeti moderni, condizione già presente in Itinerario a Calu, il bel poemetto con il quale Nesti ha vinto il premio internazionale Città di Pomezia. Il dettato delle due opere non è poi tanto diverso, in nessuna delle due è lineare e di facile fruizione e per tutte e due sono necessarie diverse letture prima che si aprino i varchi attraverso i quali dipanarlo, prima che si possano isolare e godere – separatamente e poi nel complesso – le tante metafore e interpolazioni, tutte bellissime, accattivanti, ma fuorvianti.

Nel discorso poetico del Nesti si incontrano, cioè; continuamente parentesi ideali, scansie culturali che vanno dalle descrizioni d'ambienti ("fuori il chiurlo tenace | che scava fra le pieghe del vento | e della pioggia | i segni velati della primavera"), alle quasi massime o sentenze (il "tempo | pagatore feroce che non manca | a nessuna scadenza"; "ignorare il nemico è darsi vinti"): preziosità, se vogliamo, che tolte renderebbero più fulminanti le immagini cardini dei componimenti ("Eccoci ancora al punto di partenza | un'impronta segnata sul divano | ... | Un'ansia al petto l'occhio | che scantona | ... | Ma a mano che indugia sulla stoffa | ... | si sazia | di quel misero resto di calore | ..." eccetera. "Fuori il chiurlo tenace"). Senonché, questo tipo di censura da noi praticato per dimostrazione, mentre sgomitolerebbe, è vero, un po' il dettato, non gioverebbe a una poesia come questa del Nesti, anzi la ucciderebbe, perché le toglierebbe una delle caratteristiche più marcate, le tante scansioni fatte di fughe ("Un'ansia al petto...” e arresti ("quel misero resto di calore... ") che coinvolgono fino allo stordimento e appagano. E questo tipo di prosodia è frutto proprio di un particolare atteggiamento del poeta, del suo continuo guardarsi dentro, del compiacersi della luce e dei suoni della sua parola, del continuo indugiare, insomma, narcisisticamente a godersi la bellezza conturbante del suo verso. Da ciò deriva anche la necessità che il poeta sente di suggerire – in apertura del volumetto, attraverso la citazione da Virgilio, Guittone, Dante, Leopardi – i tanti modi (ma non i soli) di intendere e interpretare il duo “Diletto”: diletto nel godere l’amore, la bellezza, la natura (quasi mai isolata, sempre impastata alle creature che animano i suoi versi), l’arte in genere e la poesia in particolare, la quale, per chi l’ama e la pratica, è diletto al sommo grado (ma sorgente dispensatrice di diletto anche per gli altri), Narciso per eccellenza, che si specchia e si commuove nella e della sua stessa armonia.

“Diletto” è, dunque, una poesia che coinvolge e svia nel contempo con le sue tante metafore, perché mentre si sta per digerire la prima fiura, si viene afferrati dalla successiva e poi ancora dalle altre, in un crescendo rossiniano, immagini tutte preziose, quadri tutti isolabili ma tutti necessari all’armonia del progetto, come tasselli di un mosaico e come avviene per la luce, definita con precisione da Pietro Civitareale nella Prefazione “tenera e dolce” ma anche “preziosa ed illudente”, carica cioè, e beffarda e ingannevole insieme.

Esistenzialismo, allora, ma non solo, se a una più accurata indagine si scopre, persino qualche traccia di socialità, che potrebbe essere, per esempio, in quel desiderio di evasione e di perverso (di “vita selvaggia”) e nella paura che dal proibito naturalmente viene, che produce brividi, che ci blocca e ci costringe sempre a una usuale e scontata “felicità”, per giunta mai goduta pienamente, perché è difficile separarla, negli attimi in cui è con noi, dal sapore di morte che ci portiamo appresso dalla nascita, o da “quell’ansare del aspro del corpo”; così la nostra scelta non è mai completa e forse sarebbe più giusto chiamarla una “subita violenza”. La conclusione è che per assaporare la vita, scoprire quanto essa è veramente bella, è necessario essere sul punto di perderla: “Basterebbe uno scoppio di granata | a capovolgere il senso delle cose”, dice il poeta.

Vogliamo concludere accennando anche all’ironia che qua e là serpeggia e che nell’ultimo componimento si sposa addirittura alla rima, la tanto bistrattata e amata rima che, smussando le asprezze, rende “diletto” persino il dolore.

Recensione
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