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Il sandalo di Nefertari

In genere, Rossano Onano ci fa penare prima di farci entrare nel suo mondo e nelle sue storie, spesso allucinate; ne Il sandalo di Nefertari, l'incipit è stranamente chiaro, cantante, quasi ballabile:

Mi dai notizia della migrazione, della fuga
nella terra odorosa di licheni, dove stentano gli alberi.
Si aggirano solo lenti animali da tana.
A quelle bianche aurore ti distendi
consapevole che il sonno sarà lungo, senza abbagli.

Di primo acchito, ci verrebbe da esclamare: Che bello! Finalmente leggeremo, di Onano, una storia lineare e fascinosa.

Conoscendolo, però, non osiamo fidarci, non ci rilassiamo; rimaniamo in difesa, vigili, in attesa di qualche tranello che ci riporti nel bel mezzo delle sue immersioni, dei suoi, a volte, quasi deliri, dove l'atmosfera cambia ad ogni verso, tra luci e ombre improvvise, mutamenti altrettanto improvvisi anche di sesso, immagini e personaggi che si accavallano, il tutto velato d'ironia leggera e folle; rimaniamo in difesa anche perché il paesaggio dell'incipit non ci sembra proprio quello dell'Egitto, dove potremmo trovare alberi che stentano per una terra cotta dal sole, non già perché “odorosa di licheni”; i “lenti animali da tana” possono pure starci (ameno per le notti desertiche), ma i licheni!

Proseguiamo, allora, nella lettura con cautela. Nefertari dorme il suo sonno eterno che sarà “lungo, senza abbagli”. L'afflitto Ramesse le cuce i sandali per l'Oltre tomba “a filo d'oro” e poi glieli calza. La storia sembra annunciarsi meravigliosa, anche se nostalgica, dolorosa.

Ma ecco il trabocchetto. La vicenda Nefertari è finita e subito veniamo avvolti dal turbine di immagini di grande impatto sociale – come altre volte abbiamo scritto -, spesso sarcastiche, di un quotidiano crudo; niente favole, ma quadri a volte dolenti e surreali da rasentare quelli di Brutti sporchi e cattivi di Ettore Scola, interpretati da Nino Manfredi. Una socialità profondamente sentita dall'autore, ma mascherata dall'ironia e, perciò, fatta nostra solo dopo più di una lettura; immagini e scene quotidiane – a leggere le cronache -, vere e a volte crudeli e folli, taglienti come rasoi, sibilline.

Il contadino (è la nostra interpretazione e non assicuriamo sia quella giusta) rapinato (possiamo dirlo?) dal notaio che incassa una lauta prebenda senza il rilascio di “una qualche minuta / detrazione fiscale”. La terra non produce e così il povero coltivatore “a rischio di precipizio d'usura” è costretto a pagare in natura con “l'ultimo / vitello grasso, la speranza, le concubine”.

Il sesso con la minorenne – stuprata o consenziente che sia (“Lieve, solleva la gonna sul cuore / la bambina che ha colto le margherite”) - dell'uomo solitario che la ricompenserà con “una bambola, la caramella d'anice, il cellulare”.

La partita di calcio in simmetria con la partita della vita, con tanto di “arbitro cornuto” e giocatori che, invece di attenersi agli schemi studiati dall'allenatore, ne corrompono “la geometria”.

Il sesso telefonico – praticato sia dagli uomini che dalle donne: i primi, “scegliendo nomi femminili in qualche modo rassicuranti / come Maria Marta Concetta” e, le seconde, “nomi maschili di pratica testamentaria / come Marco Matteo Luca” - e il gioco sui doppi e tripli sensi. Son tutti, infatti, nomi che riportano alla religione e ai Vangeli, compresi Gabriella (l'arcangelo Gabriele) e Giovanni, e “pratica testamentaria” allude ai tanti casi di cronaca di soggetti deboli che si fanno facilmente accalappiare e che, prima di morire, vengono indotti a fare testamento a favore di questi lestofanti dell'amore online. I doppi sensi che rimandano alla religione sono tanti (“arca dell'alleanza”, “quaglie / e manna”, “un santo cattolico e per giunta apostolico”, “trenta denari” eccetera) e in “una muchacha morena”, per esempio, l'incipit “Avendo digiunato quaranta giorni” ci riporta al Gesù dei Vangeli, ma tutto il resto non è certo edificante, compresa la fornaia dalla “lasca / occhiata” e dal “cupo sorriso”.

L'ipermercato, frequentato dai vecchietti “con applicazione accanita”, anche in cerca di incontri e...dell' “ultima disperazione”.

Potremmo continuare a lungo con le immagini, perché Onano è un cronista che canzona e sberleffa tutti, del presente (certi maniaci del PIL, per esempio, i vegani, il “famoso critico” d'arte di passaggio per Reggio Emilia) e del passato (Giulio II, Laura e Petrarca, la sposa del soldato “partito in guerra” che giace “nel lettone col dottore / che guarisce il suo dolore”; il figlioletto del povero soldato dorme lì accanto, prima cullato dalla madre - “Fai la ninna fai la nanna” -, mentre il poeta ci ricorda il titolo di una canzone di Lucio Dalla, “Attenti al lupo: “a vegliarti fiero e cupo / nella notte viene il lupo”...).

E Nefertari? Sparita fin dall'inizio, come abbiamo scritto. Siccome, però, nella poesia di Onano non manca il sogno, e siccome anche a noi piacciono ironia e paradosso, confondiamo l'ultima storia ed i soggetti, e, mentre chiudiamo il libro, ce la immaginiamo viva e in partenza col suo Ramesse: “Dalla strada un rumore terrestre come di cocchio / tratto da cavalli, cortesi, e intorno tanto silenzio”.

Recensione
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