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Le verità nascoste

Al primo approccio, parrebbe un lavoro poco curato, a incominciare dalla dedica, passando alla frase, al periodo, alla punteggiatura; specialmente per quelle ripetizioni, inutili: "Dedico questi racconti al Padreterno che, in alcuni racconti dove vive…", per esempio; e, ancora per esempio, nel quarto brano de "La valigia pronta", dove c’è, di sicuro, un qualche "corridoio" di troppo. Proseguendo nella lettura, però, ci si rende conto che questi pezzi perderebbero parte del loro fascino se stesi diversamente nel linguaggio, nella struttura, nella punteggiatura. E, poi, perché dedicare il libro al Padreterno? Già, perché? Anche questo lo si scopre proseguendo, tutto e tutti su questa terra essendo fuori di logica, quasi sempre lontani anni luci dalla carità e dall’altruismo. A incominciare dal primo racconto, dove la novantenne si sente abbandonata come "un vecchio albero ormai cavo all’interno e che solo per puro caso sta ancora in piedi, ma basta un vento un po’ più forte per far crollare il tutto" e attende e spera che un tale vento non tardi a farla volare nelle braccia dell’Eterno.

Alla vecchiaia è dedicato anche "La valigia pronta"; o meglio: in quest’opera, la vecchiaia è soggetto dominante. Come il dolore, la sofferenza. Ecco la giovane ventenne in coma perché investita da un camion; ecco la delusione d’amore; ecco gli abbandonati, i derelitti, come la barbona che vendeva mazzolini di fiori; ecco il cieco che piange la morte del suo cane, giacché, con quello che gli hanno assegnato in sostituzione, non c’è sintonia, non s’intendono.

Ecco, ancora, Bruno, il cugino, nella lotta estrema con il cancro; ed ecco la storia tremenda della piccola Siri, bambina di appena dieci anni, venduta a un orco che la brutalizza in uno squallido bordello, un orrore interminabile, indescrivibile, raccapricciante.

Quello che si descrive, è un mondo di incomprensioni, di violenze, di dolore, in cui la morte, spesso, è l’unica oasi alla quale aspirare: "non sono racconti allegri – ci scrive, infatti, la stessa Minotti Cerini – salvo tre o quattro, gli altri sono una memoria di occasionali incontri drammatici e che ho voluto mettere in stampa per non dimenticarli".

A chiusura, troviamo il drammatico e teatrale dialogo tra Cristo e il legno della Croce sul quale è stato steso e innalzato; i chiodi che gli hanno forato mani e piedi; le spine che gli hanno ferito la fronte. Il dramma del dramma, il culmine della violenza e della

crudeltà dell’uomo, di ieri, di oggi e, purtroppo, di domani, perché non c’è speranza che se ne allontani. La colpa dell’uomo sta nella intelligenza che lo distingue e che dovrebbe redimerlo. Il mondo è crudele e si regge sulla violenza (il rapace che ghermisce gli implumi nel nido; l’agnello che mastica i fiori; l’uomo che mangia l’agnello; il virus che uccide l’uomo…); perfino il Cosmo è violenza, con le sue immani attrazioni, le indescrivibili esplosioni, i buchi neri; manca, però, la volontà, ciò che rende l’uomo unico, il solo in grado di capire cos’è male e che, perciò, dovrebbe bandirlo e per sempre. Si chiarisce ancora meglio, allora, perché Wilma Minotti Cerini abbia intitolato i suoi racconti "Le verità nascoste" e perché li abbia dedicati al Padreterno, l’unico, lei continua, che l’abbia sostenuta "nella prova difficile di aiuto a chi ne aveva assolutamente bisogno".

Recensione
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