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L'uomo e i segni

In questo poemetto – che di poemetto si tratta, diviso com’è in tre parti che son tre canti, ognuno, a sua volta, suddiviso in lasse, nel primo e nel terzo a numerazione araba, nel secondo, il più lungo, romana –, Walter Nesti adombra l’intera vita di un uomo, la sua, essendo il contenuto chiaramente autobiografico.

La poesia di Nesti è traslucida, a tal punto da rasentare il paradosso o l’assurdo (“fragole delle orchidee”; è suggestiva; c’è narrazione, ma non prosastica; è un continuo evocare per immagini, così cariche che, nella mente di chi legge, si allargano e fluidificano scene vaste. Quando, per esempio, egli accenna al “vialone sterrato”, sul quale “sbavavano i primi motori”, non possiamo non pensare a “l’aristocratica forza contadina” e all’inizio della meccanizzazione in agricoltura, ma anche alle prime automobili; così, quando scrive che “al suono di campane  /  si opponevano rosse bandiere / agitate con rabbia sulla strada “, la nostra mente corre subito alla politica senza eccessivi sofismi – alla Peppone e Don Camillo, per intenderci –, perciò, sana e fattiva, seria e concreta, mentre spontaneo e assai severo sorge il giudizio verso quella attuale; ma la mente ci porta anche alle lotte sindacali, alla rabbia e all’entusiasmo con cui venivano affrontate. Immagini turgide, insomma, che stimolano la narrazione e la storia.

Tutto questo raccontare suggerendo non vale solo per la presente silloge; l’accenno alla guerra, per esempio – “guerre non vissute / assaporate / dall’avaro filtro dell’altrui memoria” –, ci conduce al suo bel romanzo Estate di Fuoco, a ricordi che non si cancellano, tanto è vero – dice il poeta – che “I mostri della lontana infanzia / terrorizzano ancora le nostre notti”.

È una vera e propria tecnica la sua, una strategia, sicché la malinconia, la sua sete di giustizia – così forte da tramutarsi in rabbia –, il suo amore – per la donna, i familiari, l’umanità, le cose –, rappresentano rosari di ricordi vestiti di rimpianti, drammatici o gioiosi non importa. Chi, come noi, ha letto gran parte delle opere di Walter Nesti, ne L’uomo e i Segni scopre richiami e rimandi a non finire e sempre una purezza d’animo equivalente alla lindura del suo stesso verso.

Poesia specchio nitido della vita, insomma; pudore e rabbia; pena per le tante sofferenze, le malattie, i continui drammi che punteggiano la breve vita dell’uomo dalla nascita alla morte; ma anche amore profondo e illimite verso l’intero creato. Un palpitare continuo, un andare e venire come di respiro, quasi un ritorno incessante e un allontanarsi di Calu la mitica, di lotta, di rinuncia e di conquista, giacché l’uomo Nesti si sente realizzato solo allorché, giunto in vetta, può piantare “la bandiera del rosso risveglio” – o semplicemente quella tricolore, non importa – nella fresca carezza del vento, lo sguardo perso a sondare le profondità della natura e del cosmo, la vastità del pensiero.

Abbiamo accennato a Calu. L’atmosfera che domina quel poema, nel quale protagonista può ben essere una donna, una città, o altro, si respira in parte anche ne L’uomo e i Segni: “Tenere le carni e palpitanti / dalle carezze delle mani tremanti / dal desiderio di un possesso raggiunto // In quest’ora stregata il tuo corpo / si apre come una valva”.

In questo tripudio d’immagini, nella selva di annotazioni che insieme compongono la vita dell’uomo, a dominare è la Natura (“il prigioniero profumo di ginestra / stordirà di follia la primavera”), per lo più estiva, quasi desertica, sia che si tratti di paesaggi o di flora e fauna: “cirri arrossati della sera”; “le ombre dei sassi troppo bianchi”; “arida roccia”, “crepe riarse”, “argilla frantumata / riarsa”, “nell’alba tempesta di farfalle / abbarbagliate dal sole”, “Lucidi messaggi di dolore / scorrono sotto la crosta ghiacciata”, “pruni striati / secchi / dal gelo di aurore tramontane”. Sì, non sono gli stessi termini di Calu, ma l’atmosfera è la stessa.

Abbiamo figure indimenticabili quanto sfuggenti, perché “con gli occhi persi nel vento”, come quel poeta che vendeva le sue poesie sopra il ponte di una città qualunque, che “non raccoglieva il denaro / lasciava che da solo si ammucchiasse per terra”; immagine potente al par della violenza e il disprezzo di ogni umanità dell’operatore ecologico mentre passa con il suo “carro della nettezza” urbana e, fingendo di non vederlo, lo annulla, inghiottendolo “in un vortice d’acqua”.

Non manca l’ironia e l’accenno, per esempio, alla pubblicità che oggi ci domina e ci impoverisce, come “gli olivi fioriranno bottiglie”, che ci riporta lo spot famoso quanto assurdo della Carapelli, o come il richiamo, per esempio al tragico quanto buffonesco ventennio fascista con il suo spot “il nemico ci ascolta”.

La terza parte è dedicata alla madre, e alla sua malattia, dai sogni ancora pieni di futuro e “di speranze” “alimentate dalla morfina orrenda”. Poesia straziante di un figlio, “forse il figlio più amato”, ma che, forse – le confessa il poeta –, quello che “seppi amarti di meno”. Strazio inenarrabile, opprimente e pesante come una cupa montagna, il vederla dolorante nel letto, tra le lenzuola, ormai prossima a una fine inarrestabile, il guardarla sorprendendosi “a sognare / un assurdo miracolo”.

Qui non abbiamo più una poesia traslucida fino ad essere ermetica, piena di alchimie e di termini desueti o astrusi: “disormia”, “veggio”, “cangialli”, “disòdilo”, “apòtame”, “voggoli”; ma semplice, verginale. Qui il cuore e l’animo del poeta cantano senza freni, macerati dal dolore e le immagini sono di una chiarezza e profondità impareggiabili; poesia veramente grande, che non disdegna d’essere anche viscerale; veramente un canto libero, un inno all’amore di figlio verso una madre che ha amato, è vissuta nella semplicità e nella austerità, all’apparenza severa, e che, fino alla fine, ha lungamente sofferto.

Nella penultima poesia, Nesti accenna pure alla morte del padre, che viene collocato “nel loculo / ch’era rimasto sfitto sopra” quello della madre. Il poeta immagina che ora moglie e marito abbiano ripreso “i lunghi parlottari”, quindi, che siano finalmente felici, ma egli si scopre “più nudo / esposto direttamente alla bufera” della vita, senza più la loro protezione. Ora, il poeta scopre di non averli amati abbastanza.

Recensione
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