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Dalla presentazione del 12 ottobre 2011
presso la Camerata dei Poeti di Firenze.

E’ con grande gioia che accogliamo alla Camerata dei Poeti Ermellino Mazzoleni: poeta, scrittore, saggista. Si tratta di un ritorno: infatti Ermellino era già stato alla Camerata lo scorso anno con il libro Madonna che non conosco (Centro Studi Valle Imagna).

Ad Ermellino mi lega un bellissimo rapporto di amicizia, consolidato in anni di frequentazione (anche se spesso da lontano). Mi sono occupata delle sue opere, presentandolo a Firenze per la prima volta al Caffè Storico Letterario Giubbe Rosse con il libro di poesie Aspettami al quinto punto cardinale (Edizioni del Leone), scritto per la sposa Lucia, ed il libro di narrativa Nuvole e gli Dèi (Centro Studi Valle Imagna).

Ed in tempi successivi con la prefazione alle silloge Ninna nanna della stella (edito sempre Centro Studi Valle Imagna). Inoltre siamo (con Carmelo Consoli) giurati del premio di narrativa Lucia Iannucci Mazzoleni.

Aprire però un nuovo libro di Ermellino è sempre una fascinazione, il luogo dei sogni e della natura che è fremito, bagliore, intuizione segreta.

E’ questo luogo idilliaco dove sempre si svela l’incontro fra la sposa e lo sposo, dove l’amore illumina e feconda i versi con illusione e certezza, carezza e graffio, dove “la bella sposa con la luna nelle mani” è favola segreta, candore che accoglie il pensiero, sensualità dolce, respiro.

Queste brevi parole ad introdurre il nuovo, importante, lavoro di Ermellino dal titolo quanto mai affascinante anch’esso: Spusa salveregina del mar.

Come abbiamo compreso subito il titolo non è scritto in italiano, ma in dialetto, e poi vedremo la struttura dell’opera che fa parte della Collana Persone e Pensieri del Centro Studi Valle Imagna.

Collana di poesie, racconti e testimonianze locali ed è dedicato alle sorelle di Lucia: Anna ed Adriana Iannucci (sangue della mia sposa Lucia), come spiega Ermellino.

I testi sono numericamente 41, pensati e scritti in bergamasco, con a fianco la traduzione in italiano. Quindi, nel corso del pomeriggio, sentiremo anche il fascino della lettura in bergamasco, considerata, e anche di fatto, di non facile comprensione, almeno per noi toscani, ma anche di fascinazione, come lo sono in genere i dialetti.

Il libro è preceduto da un’introduzione di Don Gianfranco Capoferri che utilizza delle parole molto belle e interessanti, il riferimento al Cantico dei Cantici, la sposa e lo sposo, come parla e definisce sempre Ermellino la loro due figure.

Dalla nota intitolata Un abito di sogno per la sposa ho tratto queste brevi parole: …(…)… Canta l’amore per la sposa e la riveste di questo abito poetico e nuziale, smagliante di mille colori, per il quale occorre creare ben quarantuno vestiti: modi diversi di esprimere ’amore, offrendoli uno per volta per contemplare l’amata nella sua molteplice bellezza, così da circondarla di musica e danza, entrando nell’estasi di luce, di cui lei è adorna per il suo sposo, come dice il Cantico dei Cantici, lo sposo per la sua sposa; il poeta per la sua poesia, in un vero abito di sogno …(…)…

La prefazione è invece di Elio Fox, noto critico, giornalista e Presidente del Cenacolo trentino di Cultura dialettale, Direttore della rivista Ciàcere en trentin. Elio Fox, titola la sua prefazione: Un atto di fede e d’amore di un “anarchico” di Dio.

Nella sua lunga e interessante esposizione ripercorre la vita di Ermellino, che intreccia la poesia ed anche il suo rapporto con il dialetto, sentito da piccolo dalla voce della madre, il rapporto di dolore per la perdita del dialetto, nel quale si era già espresso nel libro Màder.

C’è quindi questo ritorno al passato, alla lingua delle origini. La prefazione è quasi un saggio del viaggio nella vita e nella scrittura di Ermellino e dell’amata sposa.

La sposa che, nella nuova pubblicazione, è Sposa della ciliegia acerba, Sposa degli scoiattoli che giocano sul faggio, Sposa dell’arpa fiorita, tanto per fare solo alcuni esempi.

Quando ho presentato per la prima volta Ermellino a Firenze con Aspettami al quinto punto cardinale il libro era struggente, d’un dolore tangibile nel ricordo recente, e nell’attesa di un incontro palesato in un luogo ideale, un posto di sogno, dove procedere allacciati, un incontro magico dove spazio e tempo non avevano confine.

Ed ancora, in ogni pubblicazione, Ermellino ricorda sempre la Sposa, ora la Regina del mar, con il suo dialetto difficile ma che lui ci dona con l’amore e lo sguardo di un fanciullo.

C’è anche, tra l’altro, una nota dell’Autore prima dei testi ed anche la riproduzione di alcuni quadri di una valida pittrice, in calce al libro, dei quali vi parlerò più avanti.

Nella lirica che inizia la silloge (ovviamente parlo sempre dei testi in italiano non conoscendo il bergamasco) leggo il titolo “Sposa dei sette giorni della creazione”, questo mi riporta, anche se le poesie sono differenti, a un libro particolarmente amato: La contrada della luna gobba, i sette giorni della neve, la metafora, la Genesi.

Ora lui si rivolge alla Sposa e le dice con espressioni di forte intensità:

ti dico che sono sasso e sogno,
sangue di betulla, che io
non so se sono lucertola
o rosa o malinconia d’uomo.

Come si può notare da questi versi iniziali l’impatto emotivo con il lettore è molto forte: una delle caratteristiche della poesia, ed in generale della scrittura di Ermellino, è che non scivola via, rimane tangibile quasi a custodire questo suo amore infinito, la sacralità del dono e dell’offerta.

Lui dice Sasso o Sogno, qualcosa di estremamente terreno, oppure abitare il luogo prezioso dove la fantasia ci guida e ci confonde.

E subito dopo troviamo, nella Sposa che pettina il vento, Lucia e quel passato che non abbandona mai ed al quale rivolgersi con serena consapevolezza.

La stanza della vita dove hanno respirato il padre, dove possiamo ancora sognare la voce della madre e del primo fratello.

Lui scrive la frase della consapevolezza con parole franche, assolute:

io ho già cominciato
a salire la scala
vicino al solaio.

Al di là dello struggente significato direi che in questo felice Cantico, felice sia per la squisita esposizione, sia per la forma e il contenuto, troviamo una modalità espressiva sacra e pagana.

I versi di Ermellino sono magia e sogno, saggezza e mistero, amore per tutte le creature, per la natura che culla e sorprende.

La dolcezza della sposa, che lui chiama Colomba d’amore, quasi ascoltando una musica terrena e celeste. Volano i momenti: gli attimi dell’incontro, la sposa che ha negli occhi il colore delle maree sulle spiagge del Nord, oppure le espressioni particolari del poeta: “Mi sentivo nevicare nel cervello

Ermellino parla spesso della sua lingua natale, il bergamasco. del quale si è adesso riappropriato, da quando, bambino, lascia la valle e lo dice con forza e fermezza:

Ho bevuto la mia lingua di streghe
e pastori e falciatori di brina

In un testo c’è una citazione su Pavese (poeta che anche io amo moltissimo) e la metafora della morte che s’appropria di Lucia.

La lontananza dell’amata è sempre motivo di richiamo, dolore e passione, ricerca e sentimento del tempo.

Da quando mi sei tramontata
mi si svenano le parole e io
non sono più poeta di niente.

Da notare l’originalità di mi si svenano le parole.

Il libro intreccia queste richieste/invocazioni all’amata con i ricordi della fanciullezza, il rapporto con tutti gli elementi della natura, questa contrada di monti e ombre che lui sempre ricorda con la nostalgia di un passato il bilico fra sogno e desiderio.

Mi fermo un attimo per ricordare un episodio del quale accennai, forse, nel maggio 2010 (tornata in corsa da Roma per Ermellino) proprio qui alla Camerata, parlando del racconto La neve (dal libro Nuvole e gli Dèi) del quale Ermellino mi aveva svelato la genesi: diversi anni fa, durante una nevicata formidabile, lui salì in camera e trovò Lucia addormentata e immaginò che ella sognasse il sogno della neve. E voleva aggiungerlo al racconto, dimenticandosi però di comunicarlo all’editore, e così il racconto rimase invariato. Questo episodio mi aveva colpito ed allora scrissi una poesia, dedicandola a Lucia, e intitolandola, appunto, Il sogno della neve che, tra l’altro, mi pare di avere letto anche alla Camerata.

Mi è piaciuto ricordare questo episodio, visto che anche lui, in una certa misura, ne parla:

E’ un sogno questa vita?
E io chi sono? Un sogno
nel sogno?

Io stampai la poesia dandola ad Ermellino (era il 2008) e lui la portò alla mamma di Lucia (all’epoca ancora viva), adesso il testo per Lucia è nel mio prossimo libro.

Ho raccontato un aneddoto e mi fermo qualche istante sul libro per parlare della nota dell’autore che troviamo prima dei testi.

Con estrema semplicità e chiarezza l’autore ci racconta come è nata la decisione di scrivere in dialetto, la dinamica degli avvenimenti, ci dice anche che le composizioni si ispirano alla silloge lirica “Divàn del Tamarit” di Federico Garcìa Lorca (pubblicazione postuma del grande maestro), aggiungendo:

…(…)…Naturalmente, diverse risultano la collocazione geografica, la visione culturale, la tensione psicologica, differenti sono i temi e le intenzioni …(…)…

Tra l’altro Ermellino ha scritto un saggio sull’opera postuma di Lorca e così ricordo anche la sua attività di saggista.

Saggio che è leggibile anche sul Sistema Letterario Italiano.

Infine Ermellino ci rivela che questa è la raccolta che lo ha coinvolto di più, sia dal punto di vista emotivo che intellettuale, ed anche per noi lettori è un qualcosa di estremamente vibrante ed emozionabile.

Torno brevemente alle poesie prima di dire qualcosa sui dipinti posti all’interno del libro.

Attraverso immagini e metafore Ermellino ci racconta in versi momenti della sua vita passata/presente. Ad esempio nel testo Sposa che germogli la neve a me è venuto da pensare alla Ca Quadre ed alla contrada della luna gobba oppure alla Sposa che la sera legge la Commedia del nostro poeta più alto, come indicato in un’altra poesia.

Il poeta parla al presente, rivolgendosi a Lucia, e la sua presenza è talmente tangibile che anche io, quando scrissi per lei, era come se l’avessi realmente conosciuta. Oppure conosciuta in sogno o attraverso le parole di un sogno.

Anche quando, invece, Ermellino la ricorda in momenti quotidiani (mentre cuoce le cipolle sul camino), oppure mentre, poeticamente, accende l’alba.

E sono veramente potenti le descrizioni che lui nel libro fa di sé

…(…)…un uomo di fango
e sangue, di nervi e cervello

oppure

E ho tre anime: una matta
una libera. una estrosa come
la lucciola delle siepi.

Prima della conclusione due parole sui dipinti, molto interessanti e simbolici, di Paola de Manincor che titola La forma rotonda con una nota introduttiva.

Grande positività emanano i disegni e segnalo in particolare La sposa dell’arpa fiorita e Sposa dei sette giorni della creazione (l’unico rettangolare) che mette in evidenza il frutto della creazione: la Terra e la sua Vita.

Concludo, però, questo mio viaggio nel nuovo libro di Ermellino utilizzando le sue parole, parole piene di incanti e trasalimenti, amore e dolore, sogno e desiderio di sogno.

E vita, anche quando i ricordi accarezzano la morte.

Parole sacre e trasgressive: un connubio di contrasti che incanta.

Ascoltiamole:

Ti dico le mie parole d’amore,
sposa viola della sera, ciliegia
di luna, rosa di tutte le rose,
ti carezzo e ti benedico.

Firenze, 12 agosto 2011

Recensione
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