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Introduzione a
La follia delle parole nel Seicento e Novecento
di Anna Gertrude Pessina

la Scheda del libro

Francesco D'Episcopo

Secoli e storie a confronto

Anna Gertrude Pessina, professoressa, poetessa, narratrice, autrice di teatro, critica letteraria e altre cose ancora, ha voluto dedicare questo denso e intenso volume ad alcuni nodi letterari e linguistici, che la intrigano da sempre e che le consentono di coagulare, in forma complicemente compatta, i molteplici fermenti della sua biologica vocazione alla scrittura. Ogni libro ­ come ben si sa ­ è in qualche modo autobiografico e forse lo è ancor più quando meno appare. Compito del critico resta quello di cogliere i collegamenti, a volte sotterranei, sfuggenti, per fare emergere quanto si cela nello scrigno segreto di un pensiero che si fa sentimento e viceversa, alla luce soprattutto di scambi linguistici e letterari, capaci di imprimere al lavoro creativo e critico direzioni inedite e impreviste allo stesso autore.

Il viaggio comincia da un confronto ad alta tensione tra due secoli, Seicento e Novecento, che è spesso, in anni alquanto recenti, riaffiorato in analisi critiche, che però non sono andate al fondo dei problemi che l’apparentemente arduo e acrobatico confronto solleva. L’autrice del lungo saggio, consapevole dei rischi che una simile prospettiva comporta, con coraggio si immerge nell’ar-gomento, giungendo a provare accostamenti audaci come quello tra Joyce e Galilei, che si rivelano carichi di suggestioni epistemologiche ed esistenziali, prima che strettamente letterarie, conferman-do la volontà, costante della Pessina, di verificare il fatto letterario alla luce di forti pulsioni storiche e culturali, destinate a mutare, se non, come nel caso specifico, a rivoluzionare statiche sopravvi-venze ideologiche e sociologiche.

Riforme, rivoluzioni, ma anche persistenze e statiche sopravvivenze specialmente in un Sud, amato e attraversato dall’autrice, come da chi scrive, che sicuramente nel Seicento, come filosofi e storici hanno fortemente affermato, affonda le radici più profonde dei suoi beni migliori e dei suoi mali peggiori. Non sempre letteratura e società procedono appaiate, parallele; e questo dovrebbe indurre il critico onesto ad evitare generiche formulazioni, che esulano da una reale condizione letteraria e storica. Al di là di facili giudizi stroncatori, nei quali sono caduti studiosi sin troppo acclarati e acclamati, resta fuori di dubbio che il Seicento si è imposto come un esagerato para-digma di creatività, capace di far convergere nel suo spettro energie solo apparentemente diverse, in realtà animate dalla concorde volontà di creare una concentrazione esplosiva ad ogni livello espressivo. L’intero bagaglio della tradizione letteraria e linguistica, sotto la spinta di innesti e intersezioni, che ancora attendono un’adeguata definizione critica, viene sottoposto a una rilettura e a una sorta di intensificazione emotiva ed estetica, congiunta ad una voglia di novità, capace davvero di rilanciare un’idea ribaltata del rapporto tra contenuto e forma. Rivoluzione che il Croce non capì e che critici come la Pessina indagano attentamente, acutamente, mostrando come il sorprendente corredo di analogie e metafore e similitudini che il Seicento, grazie al suo caposcuola napoletano Marino, allinea come sfida allo stupido senso comune sia il risultato di una nuova avventura della parola nei territori sconosciuti. Il Novecento, attratto e comunque avido nei confronti di tutto ciò che era accaduto prima, sarà curioso e insieme guardingo, anche per gli svianti avvertimenti del Croce; assorbirà, dunque, alcune inevitabili suggestioni, ma si distaccherà da ogni tentazione risolutiva, in nome di un’estetica, tutto sommato, scabra ed essenziale, secondo le parole di un altro caposcuola, Montale. E la Pessina, accanto alle convergenze, sa mettere bene in luce anche le radicali differenze.

Preparato il terreno e seminato adeguatamente in forma criticamente insolita, l’autrice coglie i primi frutti novecenteschi del suo discorso nell’amplissimo saggio seguente, in cui ha modo di spaziare sulla figura del poeta, sulla sua problematica condizione, tracciando un itinerario, fitto e accattivante, di voci, assonanti e dissonanti, che sembrano però rilanciare il dibattito sul ruolo del poeta e della poesia nella società contemporanea. L’assalto dell’economia, della politica, in un crescendo apocalittico, mostra ormai di destituire, al di là delle chiacchiere propagandistiche delle stesse, la cultura di quelle ragioni che, bisogna dire, per i primi tre quarti del secolo le erano state riconosciute, anche per la ferma volontà di molti intellettuali di contrastare il consumismo economico e di riconoscersi in uno specifico stato politico. Questa puntualizzazione è forse necessaria per non correre il rischio di una precipitosa generalizzazione. Il Novecento non è stato affatto un secolo breve ma lunghissimo, con due guerre mondiali e storie intricatissime, di cui ancora si cerca e non si trova il bandolo critico. La stessa considerazione vale per una letteratura, scandita da troppe, complesse stagioni. L’analisi spietata della Pessina coglie comunque nel segno di un disagio, che porterà a diverse conseguenze, non tutte assimilabili a un comune esito finale. .Insomma, l’apocalisse non è uguale per tutti. Si può anzi dire ­ e l’inchiesta della Pessina lo dimostra accuratamente ­ che la poesia o, se si vuole, l’antipoesia resta comunque una valvola di sfogo e di salvezza alla condizione generalizzata di una società, destinata a smarrire la sua più autentica identità. Il problema semmai resta quello della coralità, della difficoltà ad essere ed apparire insieme in una società, sempre più abilmente manipolata da falsi messaggi. In tale prospettiva, sfruttando antiche e nuove risorse, affidate alla parola, all’immagine, persino al suono, la poesia potrebbe costituire un valido antidoto a molti virus, insinuatisi in un corpo sempre più indebolito, per mancanze di solide difese immunitarie.

Nel confuso marasma dei nostri tempi, il linguaggio può ancora una volta costituire un’ultima bussola per certificare le linee di tensione di una società pubblicitaria, maniacalmente bombardata da mezzi di comunicazione sempre più affilati. La televisione, i giornali, i manifesti, insomma il pubblico, invadono sempre più subdolamente il privato, che resta demotivato, deresponsabilizzato ­ si veda la gioventù odierna o parte di essa ­ di alcune radici e ragioni di vita. La famiglia, la scuola cedono alla forza del cinema e dei videogiochi, mentre una falsa filosofia di gruppo si estende a macchia d’olio, provocando crimini esecrandi.

La lingua, il linguaggio è la spugna rivelatrice di queste molteplici tendenze, che rifluiscono nelle scritture sempre meno scritte, come testimoniano i messaggi dei computers e dei telefonini. E la letteratura? Resiste, come è suo solito, cercando e trovando spazi non solo di sopravvivenza ma anche di nuova e diversa vita negli strumenti con cui è chiamata ad interagire. Più che condizionare, si lascia talvolta travolgere dalla forza di una struttura di comunicazione, che ha copernicanamente cambiato il volto del mondo.

Nella sostanza i saggi della Pessina, oltre il loro contenuto strettamente letterario, mostrano una contemporaneità e attualità disarmanti. Essi invitano alla resistenza, al rinnovamento, mai alla resa. Il poeta, profeta disarmato di sempre, deve prendere coscienza della radicalità rivoluzionaria di una nuovissima condizione della realtà e della società. Deve, in tal senso, produrre e provocare uno scatto di coscienza, evitando di rifugiarsi in stereotipi sterili e senza senso, che hanno ormai fatto il loro tempo. Mai e poi mai, nonostante le crisi e gli scoramenti, deve derogare dalla sua vocazione naturale e dalla sua funzione sociale, mostrando come una economia e una politica, alleate nel produrre solo merce non valore vero, siano battibili nel loro stesso campo. Compito eroico per i tempi che corrono, ma necessario, urgente, doveroso.

La stessa autrice ha, del resto, nel corso della sua lunga esperienza letteraria, mostrato di saper essere contemporanea, anche usando gli strumenti di un umanesimo mai rinnegabile, perché sempre radicato nelle più profonde ragioni dell’esistere. Nella letteratura è possibile trovare tutto ciò che la vita non dà, ma anche tutto ciò che essa può, come la natura, dare a chi chiede di amarla e capirla. Oltre tutto, c’è la parola, che anche in questo lungo spartito sinfonico, riluce e trionfa, dando bellezza e felicità a chi ben sa usarla; in tal senso, questo libro è il risultato di una critica anche ri-creativa, che al piacere della parola affida il compito di regalare al lettore emozioni, immagini, suoni, che dalla vita nascono e ad essa ritornano.

Materiale
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