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Come goccia di vetrata

«”Endecasillabo che mi percuoti | con frusta d’aguzzino dentro il campo, | lasciami decollare in altri cieli, | magari controvento incontro al sole”. Perché è proprio il “canto” che paradossalmente concilia i due opposti: la crudeltà e la pace del ricordo. Il dolore del taglio produce infatti il piacere della ferita ormai guarita”»

Rivelatore brano di chiusura nella prefazione di Paolo Ruffilli, questa lacerazione d’anima nella quale – come aguzzino – l’affilato endecasillabo insiste, riesce mirabilmente ad evocare il misterico tormento del poeta che nell’atto stesso della creazione del verso scarnifica la memoria e la sua essenza.

Lilia Slomp Ferrari – in questa come nelle altre sue composizioni (“All’ombra delle nove lune del 2005 e precedenti) – ben conosce il rito sacrificale della nascita del canto, il tormento della formazione del verso e nelle note che l’autrice dona al lettore, a chiusura della sua raccolta, in sintesi poetica così lo spiega: “Avevo imbavagliato la canzone, sorgente viva quasi strepitosa che mi pugnala a volte a tradimento. E se fosse la musica del vento, il gocciolare fiacco delle ore, l’ardimento di un verso sul dolore?”

“L’endecasillabo sovrano” che percuote con la sua malìa domina i versi della Slomp ed è Signore della quarta ed ultima parte della raccolta al quale è dedicata. La poesia che ha per titolo appunto “Endecasillabo” è d’altra parte sintesi e specchio di questo riaffiorare improvviso della “sorgente viva” e della sua genesi misterica e lacerante.

Come goccia di vetrata, Lilia Slomp Ferrari, nata nell’urlo di una guerra “sfinita” e nella dolcezza della primavera rarefatta “nell’atmosfera sibillina di marzo”, segue i magici ricami e i mille riflessi iridati dei suoi versi lungo i percorsi imprevedibili di gocce ultime di pioggia su una vetrata che si colora con la sacralità della memoria quasi fosse quella di un’antica cattedrale.

Sacralità che si rinnova ad ogni verso con il ricordo degli affetti antichi, immagini sfuggite dalla clessidra, che restano ideali perfezioni, vaporose irraggiungibili estasi trascorsi, della quali resta la costante nostalgia, che il canto rende a volte lacerante invocazione.

“Mio l’attimo” (…) “E mio l’ordito delle lacrime” (…) “Mio il sereno che spetta per stirpe | nell’animo innocente.” E’ il tempo che setaccia la vita e la dipana a dominare con la sua clessidra e il rintocco d’orologi e campanili i lievi versi della poetessa che trova pace “nell’estasi del petalo prono alla corolla” e nella mutevole bellezza della Natura. Una Natura resa viva e fremente in versi acuti e fortemente evocativi: “Lo sciame delle api all’alveare | ha il frullo delle rondini di aprile | tardive al coro eppure così vive | da stormire le chiome dei ciliegi | per un fantasticare tra le foglie.” E mentre “Pigramente s’intrecciano le mani | nello sgranare fisso dei rosari”, la poesia resta lenimento all’inesorabile fluire della vita, rivelatrice del dono che alcune anime elette hanno ricevuto: “Il nostro è un silenzio cifrato | di chi ha una musica strana | nel petto, quel ritmo magia | scoccato un giorno d’estate | al fuoco doloso del tempo”.

Recensione
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