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Francesco di Ciaccia

Biblioteca e dipinti francescani
di Gabriele d’Annunzio

Con una lettera inedita del pittore Baccarini

Edizioni Decembrio
2005

© Edizioni Decembrio
Via Monte Generoso, 8/a 20155-Milano
In copertina: Motto e versi del Cantico, particolare
Il Vittoriale, parete esterna della Prioria
© di Ciaccia Francesco

ISBN 88-901640-0-X

“Aveva il gusto della poesia e della musica. Francescano”
(D’Annunzio, a proposito di Andrea Bafile,
Taccuini, CXX [1918]
).


Premessa

Il frequente, o quasi continuo, ricorso, nella vita e negli scritti, alla figura di Francesco d’Assisi o alle simbologie a lui riferibili fu, in Gabriele d’Annunzio, una vera e propria “mania”.

Tuttavia egli subì, realmente, il fascino dell’Assisiate, da lui ammirato, in particolar modo, sia come “cantore” o poeta, sia come “italiano” e «missionario» in Oriente.

A livello biografico, inoltre, influì anche un fattore contingente: la frequentazione, fin da adolescente, del pittore Francesco Paolo Michetti. Il Michetti costituì, nella propria casa a Franca-villa al Mare, un “cenacolo” artistico, frequentato da Gabriele. La casa era un vero e proprio convento di frati minori. E proprio “Convento” lo chiamò d’Annunzio, regolarmente e immancabilmente, sia nelle lettere private, sia nelle opere letterarie.

Fondato dai frati minori osservanti nel 1490 e intitolato a Santa Maria di Gesù – ma Gabriele lo denominò di Santa Maria Maggiore (A Francesco Paolo Michetti, lettera introduttiva al Trionfo della Morte) -, fu soppresso nel 1811 e poi, definitivamente, nel 1866. Acquistato nel 1883 da Michetti, in un primo tempo restò inalterato, compreso l’orario del suono delle campane e compresa l’austerità conventuale. Gabriele, lì chiamato “il Frate”, vi si rifugiava per scrivere le sue opere – l’ultimo soggiorno risale al dicembre del 1897 -, e lì aveva il suo studio: un “ignudo asilo” costituito da una cella con “la sedia di abete rozzo […], la mia sedia di fatica”, con tavolo e branda, scrisse in Via crucis (13 agosto 1922) del Libro segreto. E lì visse i suoi “giorni migliori” (Contemplazione della morte, «XI aprile MCMXII»).

Gabriele nutrì per Michetti una delle amicizie “più intense e più alte” (Antongini, 572), e fu da lui prescelto come testimone di nozze, nell’agosto del 1888 (Moretti, 77, n. 105).

E forse, se è vero che Michetti aveva un’“anima francescana” per l’amore alle creature, egli stesso influì sull’immaginario francescano di d’Annunzio.

Nelle opere di d’Annunzio, i primi riferimenti al mondo francescano, relativamente al sentimento d’amore per le creature, risalgono a quegli anni «abruzzesi»; ma il tema fu sviluppato, sul piano biografico e letterario, al tempo dei «pellegrinaggi» nelle terre francescane, dal 1896 al 1908, prima con la Duse, poi – in un’atmosfera di marcato erotismo – con Giuseppina Mancini.

D’altronde, se è indubbio che d’Annunzio fece costantemente uso «personale» dei vari aspetti di Francesco d’Assisi, è pur vero che ne colse intuizioni e idee profonde ed autentiche, quali il concetto di clarissa come “donna povera” che vive del proprio lavoro – tale, in effetti, Francesco avrebbe voluto che fosse – o l’assoluta esclusione delle monumentalità grandiose dal mondo francescano. Ma indicazioni del genere non furono percepite, a suo tempo – né è accaduto in seguito, del resto. Furono invece, da un lato, rimarcate le discrepanze della sua fede e della sua vita morale rispetto al «santo» – e questo è lampante -; dall’altro – a parte il reale impegno a favore di alcuni progetti francescani, in particolar modo la restituzione del Sacro Convento di Assisi all’Ordine dei frati minori conventuali -, furono enfatizzate le sue «sceneggiate» francescane, compresa la fantasia che egli fosse “terziario francescano” – che invogliò qualcuno a fargli dono di un cimelio appartenuto all’ex Casa dei Terziari di Assisi.

Certo è, in ogni caso, che d’Annunzio era molto ben informato, su Francesco d’Assisi: al riguardo è indicativa la consistenza della sua «biblioteca francescana». E la sua passione – non è, più, soltanto questione di «mania» – è documentata dalle raffigurazioni francescane, di varia natura, che egli volle presso di sé: di cui, qui, presento solo le principali.

° ° °

La biblioteca francescana di d’Annunzio

D’Annunzio ebbe circa 130 pubblicazioni d’argomento francescano. Di esse, 24 provenivano di certo – in alcuni casi, lo si presume – dalla biblioteca di Henry Thode (De Vecchi Pellati, 49 ss.).

Il Thode, professore di storia dell’arte all’Università di Heidelberg dal 1894 al 1911, si occupò di francescanesimo e scrisse una importante opera su Francesco d’Assisi e l’arte in Italia. Morì nel novembre del 1920. Il 1° gennaio 1921 d’Annunzio prese in affitto dai suoi eredi la rustica villa di Cargnacco con tutto il contenuto, compresi i 6300 volumi. Dopo una vicenda giudiziaria con le vedove di Thode (divorziato e risposato), restituì molti oggetti ma tenne i libri. Il 31 ottobre 1921 acquistò la villa stessa, ormai divenuta, il 10 aprile 1921, proprietà dello Stato.

Delle pubblicazioni francescane, oltre 50, edite dopo il 1920, e diverse edite prima, furono acquisite proprio da d’Annunzio o gli pervennero direttamente. Egli poté conservare anche i libri di vecchia data, precedenti il 1911, poiché, quando tutti i suoi beni, che egli aveva alla Capponcina, furono messi all’asta tra l’1 e il 12 giugno 1911 in seguito a sequestro giudiziario, alcuni amici glieli salvarono, aggiudicandoseli e poi consegnandoglieli.

Alcuni libri presentano segni di lettura di d’Annunzio; ma è da ritenere, considerati i chiari riferimenti nell’opera dannunziana, che egli ne abbia letto anche altri, ad esempio la Legenda maior di san Bonaventura, la Vita seconda del Celano, la Legenda perugina. Tuttavia si tenga presente, soprattutto per le fonti antiche, che le medesime notizie constano in più testi.

Per prime, elenco le pubblicazioni con segni di lettura, segnalando, a titolo esemplificativo, qualche riferimento dannunziano. In ogni caso l’ordine di elencazione è quello della data di edizione. Inoltre segnalo le collocazioni delle Stanze più significative.

1. PADRE CANDIDE CHALIPPE RECOLLETTO, Vita del Padre San Francesco istitutore dell’Ordine di S. Chiara e del terz’Ordine della penitenza con la storia particolare delle Stimate e con alcune dichiarazioni sopra l’indulgenza della Porziuncola scritta in francese, Soffietti, Torino 1781, tomi I-II. “Ex libris Gabrielis Nuncii”. Stanza del Lebbroso.

Sull’indulgenza della Porziuncola, riferimenti in Altri taccuini, 2, 1896. L’argomento consta anche nei seguenti libri sicuramente letti: Jörgensen, Saint François d’Assise, chap. «L’indulgence de la Portioncule», e Sabatier, Vie de Saint François d’Assise.

2. EMILE CHAVIN DE MALAN, Storia di San Francesco d’Assisi (1182 - 1226), Introduzione e traduzione di Cesare Guasti, Ranieri-Guasti Editore-Libraio, Prato 1879. Officina.

Sottolineati i passi: “sanare una ferita del civile consorzio, che consisteva nella profonda divisione tra il ricco e il povero”, e “come un folle, egli corre al martirio: né fiumi, né montagne, né gran tratti di mare bastano a frenare il suo ardore: va in Asia, va in Africa, va per tutto”, quest’ultimo usato da d’Annunzio per il “Francesco dei passaggi d’oltremare”; segnalato: il “perdono di Cristo al lebbroso bestemmiatore” (Fioretti, XXV): idea ispiratrice del dipinto di Cadorin nella Stanza del Lebbroso; annotato: “insegnamento della natura”; su un cartiglio: “Francesco e il ferro rovente”, episodio sviluppato in Contemplazione della morte, «XV Aprile MCMXII». Dal libro, d’Annunzio trasse l’episodio di 2 Cel, 99 e Lmag, IV, 11, riproposto il 1° dicembre 1922 a Mussolini: “Una notte mentre pregava, Francesco ebbe questa rivelazione. Gli pareva di raccoglier di terra alcuni bricioli di pane minutissimi, e distribuirli a molti frati affamati che gli stavano dintorno; e temendo che per esser piccoli non gli cadessero di mano, sentì una voce di cielo che gli disse: «Francesco, fa di codesti bricioli tutt’un’ostia, e danne a mangiare a chi ne vuole»”.

3. SPECULUM PERFECTIONIS SEU S. FRANCISCI ASSISIENSIS LEGENDA ANTIQUISSIMA, EDIDIT PAUL SABATIER, Librairie Fischbacher, Paris 1898. Stanza del Lebbroso.

Riferimento nella Vita di Cola di Rienzo (1905/12) a Spec, 93 (e 2 Cel, 127) – Francesco “raccoglieva un legno da terra, e mentre lo teneva sul braccio sinistro, con la destra prendeva un archetto con tenuto curvo da un filo e ve lo passava sopra accompagnandosi con movimenti adatti, come fosse una viella” -: “talun dei più semplici [tra gli Spirituali] dal vertice della rupe [del Morrone] aprendo le braccia verso l’aurora ripeteva con bocca fedele il Cantico delle creature, o lo cantava a gran voce di giubilo simulando con due legni il gioco del liuto”. Riferimento a Spec, 100, 107, 124 (e Lper, 43, 99, 107) in Contemplazione della morte, «XV Aprile MCMXII», sull’operazione agli occhi di Francesco: “I dottori pontifici, a Fonte Colombo, gli cavarono sangue, lo vessicarono e cauterizzarono. Col ferro rovente gli affocarono le tempie, mentre egli pregava «frate focu» che soffrire non lo facesse oltre sopportazione”. Riferimento a Spec, 121, in Contemplazione della morte, «XV aprile MCMXII»: “ripensai quel rimbrotto di frate Elia, quando san Francesco […] voleva che frate A-gnolo e frate Leone gli cantassero ogni sera le laudi di nostra suora morte per rallegrarsi nel Signore. «Hacci la scolta alla porta; e niuno vorrà credere esser tu un santo uomo, udendo del continovo cantare e sonare nella tua cella»”. Riferimento a Spec, 113 (e Lper, 110), sul canto delle allodole alla morte di san Francesco, in Contemplazione della morte, «XVII aprile MCMXII».

4. LA LEGGENDA DI SAN FRANCESCO SCRITTA DAI TRE SUOI COMPAGNI (LEGENDA TRIUM SOCIORUM), EDITA A PP. MARCELLINO DA CIVEZZA ET TEOFILO DOMENICHELLI, Tipografia Ed. Sallustiana, Roma 1899. Dedica degli editori ad Annibale Tenneroni (che più volte fu richiesto da d’Annunzio di procurargli libri religiosi).

Annotate le parole: “l’umiltà di spirito”; sottolineata la frase: “Prescegliendo la parte meno appariscente delle cose le abbracciò tutte in grandissima pace”. Nella vita, possibile riferimento a Comp, 26, circa il motto “pace e bene”, usato, in realtà, da un non identificato “precursore” di Francesco. Ciò è attestato solo dalla Legenda trium sociorum.

5. ANNIBALE TENNERONI, Di due antiche laudi e San Francesco d’Assisi, Forzani, Roma 1901.

6. SALVATORE MINOCCHI, Le mistiche nozze di San Francesco e Madonna Povertà. Allegoria francescana del sec. XIII, Biblioteca Scientifico Religiosa, Firenze 1901. Stanza delle Reliquie.

Riferimento in Ripudio della povertà di Lucrezia Buti (1907): “Il Serafico dal sasso della Verna mi conduce la Povertà, quale io la conobbi e l’amai, nella chiesa bassa di Assisi […]”. Riferimen-to ne La Pisanelle (1913) a madonna Povertà, “povera e bellissima”, applicata a Photine, e, ne La riscossa (1917-1918), indicata sposa di Garibaldi. Riferimento a Commercium, 63 – in traduzione, appunto, Le mistiche nozze – (e Fioretti, XVIII: “I letti loro si era la piana terra”) ne I mistici della guerra. Morte di fra Ginepro (1918), sulla Povertà che, nel “luogo del riposo”, “si adagiò ignuda sopra la nuda terra” ed ebbe per guanciale una pietra, con applicazione ai “piloti” che avevano dormito come “i Minori su l’erba rasa del campo”. Nella vita, lettera a Tom Antongini (fine 1910): “Vivo di poco, ho celebrato francescanamente le nozze con la Povertà”, e dichiarazione ai frati minori cappuccini (3 ottobre 1937) di bere solo l’“acqua ascetica”, con riferimento a Commercium, 62.

7. FLORETUM S. FRANCISCI ASSISIENSIS. LIBER AUREUS QUI ITALICE DICITUR I FIORETTI DI SAN FRANCESCO, EDITIT PAUL SABATIER, Librairie Fischbacher, Paris 1902. Dedica dell’editore ad Annibale Tenneroni, Roma 29 aprile 1902.

I riferimenti ai Fioretti sono tanti. Qualche esempio. A Fioretti, XV – su «come Santa Chiara mangiò con San Francesco» e la selva sembrava bruciasse – i seguenti richiami. Ne Le vergini delle rocce (1895), Cantelmo alla monacanda Massimilla: “[…] ripensate infine il colloquio tra i due mistici amanti, che precedette quella suprema estasi ond’eruppe come un getto di luce il Cantico delle Creature. Avete là accanto a voi i Fioretti. […]. Mai convito nuziale fu illuminato da più splendide faci di amore. […] Vedete voi bene […] in quali modi la patrona della vostra Regola potesse ripararsi dal gelo”. In Altri taccuini, 45 (1919), e, adattato a sé, ne L’amore trascolorato di Lucrezia Buti: “Il tetto basso della salvatica non arde a somiglianza di Santa Maria degli Angeli?”. Richiamo di Maria Ferres ne Il piacere (1889) a “le sante primavere dei Fioretti”. Riferimento a Fioretti, XXIV, «Come sancto Francesco convertì alla fede il Soldano di Babilonia e la meretrice che lo chiese in peccato», su Francesco invitato dalla meretrice a giacere con lei: episodio applicato ne La crociata degli Innocenti (1911) a Vanna la Vampa, anch’ella convertita da san Francesco. Riferimento a Fioretti, «Della quarta considerazione delle sacre sante Istimate», in Contemplazione della morte, «XV aprile MCMXII», sulla morte di Francesco, accostata a quella di Adolphe Bermond; sui dolcini chiesti da Francesco a “Giacomina Sottesoli”, che “gli apprestò quella vivanduzza romana prediletta, quel camangiare di mandorle, che durante la malattia aveva spesso desiderato”. Trascrizione di Fioretti, XIII, in traduzione francese del brano, ne La Pisanelle (1913): “Accattato ch’egli ebbono [parecchi bocconi e pezzuoli di pane fresco], sì si raccolsono insieme fuori della villa in uno luogo per mangiare, dov’era una bella fonte, e allato avea una bella pietra larga, sopra la quale ciascuno puose tutte le limosine ch’avea accattate. E […] santo Francesco […] fece grandissima allegrezza e così disse:

«O frate Masseo, noi non siamo degni di così grande tesoro». E ripetendo [Francesco] queste parole più volte, rispose frate Masseo: «Padre, come si può chiamare tesoro, dov’è tanta pover-tà e mancamento di quelle cose che bisognano? Qui non è tovaglia, né coltello, né taglieri, né scodelle, né casa, né mensa, né fante, né fancella». Disse santo Francesco: «E questo è quello che io riputo grande tesoro […]»”. Riferimento a Fioretti, VIII, «Come andando per cammino santo Francesco e frate Leone, gli spuose quelle cose che sono perfetta letizia», nella Licenza a La Leda (1916) e in «Scrivi che qui è perfecta letitia» (1924). Riferimento a Fioretti, XLVIII, su frate Ginepro, applicato al pilota Gino Allegri ne I mistici della guerra. Morte di fra Ginepro (1918): “L’antico suo fratello in Cristo […] offerì ordinatamente ogni suo giorno silenzioso all’amore di Dio. Questo solitario e taciturno pilota diede il primo dì per l’amore d’Italia e il secondo e il terzo e il quarto, fino all’ultimo dì, per l’amore d’Italia […]”; e a Fioretti, XVII, su “«quel fanciullo ricevuto nell’Ordine, il quale si ardì segretamente di legare la corda sua con la corda di San Francesco»”, applicato al medesimo. In Taccuini, CXX [1918], su Andrea Bafile: “Aveva il gusto della poesia e della musica. Francescano. Amava i Fioretti”. Riferimento a Fioretti, XXVI, sui “fratelli ladroni”, applicato al contadino a lui avverso, in Agli uo-mini (2 febbraio 1916) del Libro ascetico. Riferimento a Fioretti, XVI, «Come santo Francesco […] predicò agli uccelli […]», in «Scrivi che qui è perfecta letitia» (1924): “E pareva che quivi anche fosse l’aspettazione della parola serafica agli uccelli: / «Sirocchie mie uccelli, voi siate molto tenute a Dio vostro creatore...»”. Nella vita, riferimento a Fioretti, «Della prima considerazione delle sacre sante Istimate», nella dedica (1908) su una copia dei Fioretti a Giuseppina Mancini: “Tanto è quel bene ch’io aspetto, che ogni pena m’è diletto”.

8. PAUL SABATIER, Vie de St. François d’Assise, Libraire Fichba-cher, Paris 1904. Stanza del Lebbroso.

Annotazione: “la gaiezza” (2 Cel, 128, Comp, 4, Lper, 97), poi applicata a sé: “E serberò fresca la vena inestinguibile del mio riso, pur nella peggiore tristezza” (A Mario da Pisa, Lettera introduttiva a Contemplazione della morte). Riferimento ne La clarissa d’oltremare (17 ottobre 1897) de Il venturiero senza ventura, a Test, 24, riprodotto nel cap. «Testament et mort de saint Fran-çois»: “E io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare, e tutti gli altri frati voglio che lavorino di lavoro quale si conviene all’one-stà”. Nel cap. «Rivotorto», notizie sulla prima dimora di Francesco a Rivotorto (cfr. 1 Cel, 42, Lper, 55, Comp, 55, Spec, 24), da cui l’omonimo luogo al Vittoriale. Nel cap. «Chez la Portioncule», notizie sulla scelta francescana della Porziuncola o Santa Maria degli Angeli, da cui l’interesse in «Scrivi che qui è perfecta letitia» (1924) per “la culla lapidea dell’Ordine francescano”. Nella vita, richiamo nell’originaria denominazione di Porziuncola della villa a Cargnacco (nel ricordo dell’omonima della Duse, a Settignano?) e nella lettera alle Suore francescane (8 ottobre 1925): “[…] in quel vostro luogo [Santa Maria degli Angeli] che, secondo la parola di Francesco, «sarebbe piuttosto soggiorno d’angeli che di uomini»” (cfr. Spec, 84). Nel cap. «Sainte Claire», notizie su Chiara in San Damiano (cfr. 2 Cel, 204, ecc.), da cui i riferimenti a San Damiano in Taccuini, XIV, 1897, poi in «Scrivi che qui è perfecta letitia»; ne La clarissa d’oltremare; ne Le vergini delle rocce (1895), ecc. Nella vita, la denominazione, per un certo periodo, di una remota abitazione, a Cargnacco.

9. BULLETTINO CRITICO DI COSE FRANCESCANE, IV, 1905, Lumachi ed., Firenze 1905.

10. NINO TAMASSIA, San Francesco d’Assisi e la sua leggenda, Druker, Padova-Verona 1906.

11. ANTONIO DE MICHELI, Le antiche leggende di Francesco d’Assisi e la critica francescana di questi ultimi decenni. Studio critico con Appendice, Tipografia Sociale Spalatina, Spalato 1908. Dedica dell’autore.

12. FELICE TOCCO, Studii francescani, Perella Editore, Napoli 1909.

Sottolineato il passo: “San Francesco non volle tanto fondare un ordine ma rinnovare la religione d’amore in tutte le classi e ordini sociali, rispettando la loro costituzione”. L’idea, in certo senso, presiedette alla concezione sociale di d’Annunzio.

13. EUGENIO LAZZARESCHI, Un nuovo contributo allo studio dell’iconografia francescana (a proposito dell’affresco scoperto nel chiostro di S. Francesco a Lucca), Unione Tipografica Cooperativa, Perugia 1909.

14. JOHANNES JÖRGENSEN, Saint François d’Assise. Sa vie et son œuvre, traduit par Teodor de Wyzewa, Librairie Académique Perrin et Cie, Librairie-éditeurs, Paris 1911. “Ex libris Gabrielis Nuncii”.

15. PADRE VITTORINO FACCHINETTI O.F.M., San Francesco d’Assisi nella storia nella leggenda nell’arte, Ed. Santa Lega Eucaristica, Milano 1921.

Evidenziati i concetti: semplicità giocosa di frate Ginepro; amore per tutti i fratelli e povertà sociale (cfr. Laude della povertà, Natale 1919); necessità di unire contemplazione e azione (cfr. Taccuini, XV, 1897: “[Miss Macy] è una francescana, una specie di clarissa in libertà, passata dalla contemplazione all’azione”), così esposta ad Arnaldo Fortini l’8 novembre 1923: “Si comprende come lo spirito della contemplazione tornasse di continuo ad esercitare grande attrazione sul cuore di San Francesco. Scendere dalle alte vette; ricominciare a camminare; scontrarsi con tutte le miserie, le avidità in agguato, le ipocrisie, gli inganni. Non è facile. Ma non sarebbe possibile fare diversamente”.

16. CAMILLE MAUCLAIR, La vie de St. Claire d’Assis, d’après les anciens textes, L’Ed. d’Art, Paris 1924. Dedica dell’autore.

17. LOUIS GILLET, Sur les pas de Saint François d’Assise, Plon, Paris 1926. Dedica dell’autore.

18. I FIORETTI DI SAN FRANCESCO, prefazione di Alfredo Galletti, a cura di Angelo Sodini, Mondatori, Milano 1926. Dedica del curatore.

19. ARISTIDE D’ALESSANDRO, Il patriottismo di Frate Francesco, Tipografia del Seminario, Padova 1926.

Interesse di vecchia data, da parte di d’Annunzio. Ad esempio, in Dalla ringhiera del Campidoglio (6 maggio 1919) de Il sudore: “Venga Francesco d’Assisi, il più italiano dei Santi, il più santo degli Italiani, e glorifichi con le voci di tutti i suoi beati questa potentissima povertà dell’Italia! / In mezzo a un’Europa che si vende, l’Italia povera oggi raccatta la fiaccola dell’eroismo”.

20. FRANCESCO PALMEGGIANI, Santuari francescani, Tipografia Monaldi, Rieti 1926. Dedica dell’autore.

21. AGOSTINO PENNISI, La verace istoria del poverello Franciesco, dattiloscritto, s. d. (Testo poi edito dalla Società Ed. Toscana, San Casciano Val di Pesa, 1926).

22. G. DEL GUERRA, San Francesco nell’arte del D’Annunzio. Note critiche sul mondo morale e religioso dannunziano, Stab. Editoriale Vallerini, Pisa 1927. Dedica dell’autore, Pisa 5 gennaio 1928. Scrittoio del Monco.

Ovviamente letta, l’opera non era, tuttavia, messa in «mostra»: d’Annunzio abitualmente non frequentava lo Scrittoio del Monco (Antongini, 527).

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[Elenco le altre pubblicazioni per genere letterario].

Testi dei «documenta antiqua francescana»e, di seguito, i Fioretti:

23. LEGENDA S. FRANCISCI ASSISIENSIS A BB. LEONE, RUFINO, ANGELO EIUS SOCIIS SCRIPTA. QUAE DICITUR LEGENDA TRIUM SOCIORUM EX CODICE MSR. BIBLIOTHECAE VATICANAE NUM. 7339, a cura di Leopoldo Amoni, F.lli Monaldi, Roma 1880.

24. TOMMASO DA CELANO, Vita prima di San Francesco d’Assisi. Prima volgarizzazione italiana del canonico Leopoldo Amoni, Tipografia della Pace, Roma 1880.

Riferimento a 1 Cel, 30, in Taccuini LXXXVI [1915] e CXXVIII, 1918: “«E tutto il nostro fervore sia di vera umilitate». Se taluno di noi ha donato di sé quel che poteva, egli […] lo dimentica”.

25. IL PIÙ ANTICO POEMA DELLA VITA DI S. FRANCESCO D’ASSISI SCRITTO INNANZI ALL’ANNO 1230, ORA PER LA PRIMA VOLTA PUBBLICATO E TRADOTTO DA ANTONIO CRISTOFANI, a cura di Antonio Cristofani, Ed. Guasti, Prato 1882.

26. Una seconda copia, nella Stanza del Giglio.

27. SAN BONAVENTURA, Vita di San Francesco d’Assisi fondatore dell’Ordine de’ Minori, Tipografia de’ Paolini, Monza 1897. Officina.

28. SANCTI FRANCISCI LEGENDAM TRIUM SOCIORUM EX COD. FULG. EDIDIT MICHAEL FALOCI PULIGNANI, Tip. Salviati, Foligno 1898.

29. LA LEGGENDA DI SAN FRANCESCO SCRITTA DAI TRE SUOI COMPAGNI (LEGENDA TRIUM SOCIORUM), EDITA A PP. MARCELLINO DA CIVEZZA E TEOFILO DOMENICHELLI, Tip. Ed. Sallustiana, Roma 1899.

30. DOCUMENTA ANTIQUA FRANCISCANA. SCRIPTA FRATRIS LEONIS SOCII S. P. FRANCISCI, EDIDIT LEONHARD LEMMENS, Tipografia Collegio San Bonaventura, Quaracchi 1901.

31. DOCUMENTA ANTIQUA FRANCISCANA, EXTRACTIONES DE LEGENDA ANTIQUA, a cura di Leonhard Lemmens, Tipografia Collegio San Bonaventura, Quaracchi 1902.

32. OPUSCULA SANCTI PATRI FRANCISCI ASSISIENSIS, EDITA A PP. COLLEGII S. BONAVENTURAE, Tipografia Collegio San Bonaventura, Quaracchi 1904.

33. S. FRANCISCI ASSISIENSIS VITA ET MIRACULA ADDITIS OPUSCOLIS LITURGICIS, Declée Lefebre et Soc., Roma 1906.

Riferimento ne Lo splendore di Lucrezia Buti a 2 Cel, 209 (e Lmag, 5,1) circa il passo “ove si dice che il divoto [san Francesco] «vedea che Cristo entrava nell’ostia ovvero che l’ostia si transustanziava nel corpo di Cristo», applicando il concetto alla propria “pagina”. Riferimento a 2 Cel, 51, sul prezzemolo che Francesco chiedeva all’ortolano, in Contemplazione della morte, «VI Aprile MCMXII»: “Di tratto in tratto era preso da qualche strana voglia e mandava in cerca i suoi frati che talvolta, come nella notte del prezzemolo, s’impazientivano”. Riferimento a 3 Cel, 32 (e Lmag, XIV, 6), sul “miracoloso” canto delle allodole, sul far del vespro, alla morte di san Francesco, in Contemplazione della morte, «XVII aprile MCMXII»: “Tutto il cielo, quando il Serafico si tacque alla soglia dell’eternità, tutto il cielo della sera fu pieno d’un coro miracoloso di allodole”.

34. AVVERTIMENTI DI SANCTO FRANCESCO A FRATE BERNARDO SUO COMPAGNO, a cura di Piero Misciatelli, Libreria Editrice Senese, Siena 1925.

35. LAUDI DEL SIGNORE PER LE SUE CREATURE. CANTICO DI FRATE SOLE, a cura di Nicola D’Urso, Tip. Ed. Romana, Roma 1926.

36. LA LEGGENDA FRANCESCANA, introduzione di Vittorino Facchinetti O.F.M., Milano 1927. Sala del Mappamondo.

37. LE TESTAMENT DE SAINT FRANÇOIS D’ASSISE, introduit par A. P. Pereire, Plon Nourrit, Paris 1928. Officina.

38. I FIORETTI DI SANCTO FRANCIESCHO SECONDO LA LEZIONE DEL CODICE FIORENTINO SCRITTO DA AMARETTO MANELLI, Loescher, a cura di Luigi Manzoni di Mordano, Roma 1902. Scrittoio del Monco.

39. I FIORETTI DI SAN FRANCESCO E IL CANTICO DEL SOLE, introduzione di Adolfo Padovan, Hoepli, Milano 1920.

40. SAN FRANCESCO D’ASSISI, Fioretti, prefazione di Giovanni Papini, Libreria Ed. Fiorentina, Firenze 1923. Dedica del vescovo di Fiume, Isidore N. Sain, Fiume 27 gennaio 1827. Sala del Mappamondo.

41. I FIORETTI DI SAN FRANCESCO, Zanichelli, Bologna 1926. Dedica, Roma 4 maggio 1928: “al mio fratello maggiore Gabriele d’Annunzio / Carlo di Adolfo de Carolis”. Stanza della Cheli.

42. I FIORETTI DI SAN FRANCESCO, a cura di Marino Parenti, xilografie di Francesco Gamba, Società Ed. d’Arte Illustrata, Roma-Milano 1926. Officina.

43. I FIORETTI DI SAN FRANCESCO, introduzione e note di Fausta Casolini, prefazione di Vittorino Facchinetti O.F.M., illustrazioni di Giovanni Minguzzi, Agnelli, Milano 1926. Officina.

44. I FIORETTI DI SAN FRANCESCO, a cura di Angelo Sodini, prefazione di Alfredo Galletti, Mondadori, Milano 1926. Veranda dell’Apollino. (È una seconda copia, nella medesima stanza).

45. VINCENZO DE SIMONE, I Fioretti di San Francesco cantati in siciliano, prefazione di P. Vittorino Facchinetti O.F.M., Ed. Santa Lega Eucaristica, Milano 1927. Dedica dell’autore. Officina.

46. THE LITTLE FLOWER OF SAINT FRANCIS OF ASSISI, transl. Roger Hudleston, intr. Arthur Livingston, The Limited Edition Club, New York 1930. Sala del Mappamondo.

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Opere biografiche, storiche e critiche:

47. BLÜTENKRANZ DES HEILIGEN FRANCISCUS VON ASSISI, übersetzt Otto Freiherr von Taube, Vorwort von Henry Thode, s.a. Mascheraio.

48. WALTER GOETZ, Die Quellen zur Geschichte des heiligen Franz von Assisi. Sonderabdruck aus Zeitschrift für Kirchenge-schichte, F. A. Perthes, Gotha s.a.

49. FRÉDÉRIC OZANAM, Italiens Franciscaner Dichter im drei-zehnten Jahrhunderte, über. H. Yulius, Theistischer Buch, Münster 1853.

50. KARL HASE, Franz von Assisi ein Heiligenbild, Breitkopf und Härtel, Leipzig 1856. Mascheraio.

51. F. PRUDENZIANO, Francesco d’Assisi e il suo secolo considerato in relazione con la politica cogli svolgimenti del pensiero e colla civiltà, Tipografia G. Rondinella, Napoli 1882.

52. RUGGERO BONGHI, Francesco d’Assisi. Studio, prefazione di Paul Sabatier, Ed. S. Lapi, Città di Castello 1884.

53. SAINT FRANÇOIS D’ASSISE. VIE DE SAINT FRANÇOIS. SAINT FRANÇOIS APRES SA MORT, Librairie Plon, Paris 1885.

54. HENRY THODE, Franz von Assisi und die Anfänge der Kunst der Renaissance in Italien, G. Grote, Berlin 1885.

55. PAUL SABATIER, Leben des heiligen Franz von Assisi, tradu-zione di M. L., G. Reimer, Berlin 1895.

56. PAUL SABATIER, Vie de St. François d’Assise, Libraire Fischbacher, Paris 1896. “Ex libris Gabrielis Nuncii”. Appunti e firma di Alessandra di Rudinì. Stanza della Leda.

57. MICHELE FALOCI PULIGNANI, Gli storici di San Francesco, Tipografia Artigianelli, Foligno 1899.

58. WALTER GOETZ, Franz von Assisi. Neue Jahrbücher für das Klassische Altertum Geschichte und deutsche Literatur, G. Rei-mer, Leipzig 1900.

59. U. SERMINI CUCCIATI, La leggenda del Beato Guido primo seguace in Cortona di S. Francesco, scritta nei primi anni del sec. XIV, Tipografia Alatri, Cortona 1900.

60. ALVEDE BARINE, Saint François d’Assise et la légende des Trois Compagnons, Librairie Hachette, Paris 1901.

61. SALVATORE MINOCCHI, La questione francescana, Loescher, Torino 1902.

62. SOCIETÀ INTERNAZIONALE DI STUDI FRANCESCANI IN ASSISI, ORIGINE E COSTITUZIONE, Tipografia Metastasio, Assisi 1902.

63. WALTER GOETZ, Die Ursprünglichen Ideale des heiligen Franz von Assisi, B. Teubner, Leipzig 1903.

64. WALTER GOETZ, Die Quellen zur Geschichte des heiligen Franz von Assisi. Eine kritische Untersuchung, F. A. Perthes, Gotha 1904.

65. KARL KAMPE, Die Wundmale des heilige Franz von Assisi. Sonderabdruck aus der historischen Beitschrift, Oldebourg, München-Berlin, s.a.

66. HENRI MATROD, Les Stigmates de Saint François. Leurs plus anciennes représentations connues, Association Franciscai-ne des Emaux Franciscains au Louvre, Paris 1906.

67. WALTER GOETZ, Il movimento francescano e la civiltà italiana nel Duecento, estratto da «La Nuova Antologia», novembre 1910, Tipografia Colombo, Roma 1910.

68. PAUL SABATIER, L’incipit et le premier chapitre du Specu-lum perfectionis. Opuscules de critique historique, fasc. XVI, Librairie Fischbacher, Paris 1910.

69. F. A. HOLLAND, Franz von Assisi Legenden, Kempten, Mün-chen 1912.

70. PAUL SABATIER, Saint François d’Assise et Dante. Simples notes à propos des sources qui ont inspiré l’allégorie des noces mystiques du Saint avec la Pauvreté, Lux, Paris 1921.

Da rammentare, in Ripudio della povertà di Lucrezia Buti: “Il Serafico dal sasso della Verna mi conduce la Povertà, quale io la conobbi e l’amai, nella chiesa bassa di Assisi, «inanellata pria»” (espressione di Pia dei Tolomei, Purgatorio, V, 135).

71. VII CENTENARIO DEL TERZ’ORDINE FRANCESCANO. ATTI E DOCUMENTI DEL CONGRESSO REGIONALE LOMBARDO TENUTO NELLA BASILICA AMBROSIANA IN MILANO, Direzione L’Apostolato Francescano e Direzione Annali Francescani, Milano 1921.

72. ARTURO TOMAGNINI, San Francesco d’Assisi e il Cantico del Sole, Benedetti e Niccolini, Querceta 1927. Dedica dell’autore. Mappamondo.

73. ACHILLE MALAVASI, Religiosità italiana: Francesco d’Assisi e Gerolamo Savonarola, Cooperativa Tipografica Azzoguidi, Bologna 1927. Dedica dell’autore, Bologna 27 novembre 1927. (Autore già noto per Il cantore delle creature: nel settimo centenario di San Francesco d’Assisi, Stabilimenti poligrafici riuniti, Bologna 1926).

74. ARMANDO SANTANERA, San Francesco in Dante. Commento al canto XI del Paradiso, Loescher, Torino 1930. Dedica dell’au-tore. Corridoio Gamma.

75. ARNALDO FORTINI, Gli ultimi crociati. Cronaca del VI centenario della Custodia di Terra Santa, celebrato in Assisi nel-l’anno giubilare 1933, Ed. d’arte Emilio Bersetti, Milano 1935.

76. F. DUHOURCAU, Le Saint des tempes de misère. François d’Assise, Spes, Paris 1936. Dedica dell’autore. Veranda dell’Apol-lino.

° ° °

Opere storico-geografiche:

77. DOMENICO BRUSCHELLI, Assisi città serafica e santuari che la decorano ad istruzione e guida de’ forestieri che vi concorrono, Tip. Tosini, Orvieto 1824.

78. Una seconda copia, nell’Officina, con missiva, datata Brescia 1928, di Giuseppina Calabria Spada: la quale era negli indirizzi di d’Annunzio nel 1897 a Napoli (Altri taccuini, 6, 1897).

79. ANTONIO CRISTOFANI, Delle storie d’Assisi, libri sei, Tipografia Sensi, Assisi 1875. Constano i tomi I-II.

80. Altra copia del tomo II.

81. GUIDE HISTORIQUE ET ARTISTIQUE D’ASSISE ET DES SES ENVIRONS, Tipografia Sensi, Assisi 1877.

82. ANTONIO CRISTOFANI, Storia della Chiesa e chiostro di San Damiano in quel d’Assisi, Tipografia Sensi, Assisi 1882. Sala del Mappamondo.

83. PADRE GIUSEPPE M. FRATINI, Storia della Basilica e del Convento di S. Francesco in Assisi, Ranieri e Guasti, Prato 1882. Pianerottolo Studio.

84. P. B. D’ALSAZIA, Porziuncola ossia Storia di Santa Maria degli Angeli e dell’Origine Francescana, traduzione di Padre Cristoforo da Lanciano, Tipografia Porziuncola, Assisi 1895.

85. WALTER GOEZ, Assisi, E. A. Seemann, Leipzig 1909. Sala del Mappamondo.

86. Una seconda copia, nel Pianterreno.

87. ARNALDO FORTINI, “Parte sopra” e “Parte sotto” nella storia d’Assisi, Tipografia Metastasio, Assisi 1913. Dedica dell’autore, Assisi 29 settembre 1920.

88. JOHANNES JÖRGENSEN, La Verna, traduzione e prefazione di Domenico Giuliotti, Libreria Ed. Fiorentina, Firenze 1922. Dedica dell’autore. Pianerottolo Studio.

89. CAMILLE MAUCLAIR-JOSEPH FELIX BOUCHOR, Assise. Trente planches en couleur d’après les tableaux du peintre. Ornamenta-tions de David Burnard, Henri Laurens Ed., Paris 1923. Officina.

90. ANGELO SODINI, L’anima umbra, con tredici vedute del-l’Umbria riprodotte da acqueforti di C. Celestini, Bertieri e Vanzetti, Milano 1923. Veranda dell’Apollino.

91. PADRE VITTORINO FACCHINETTI O.F.M., I santuari francescani. Assisi nell’Umbria, disegni e illustrazioni di Luigi Zago, Circolo di Cultura Francescana, Collegio San Bonaventura, Quaracchi 1926. Dedica di L. Tapso, Treviglio 23 marzo 1926.

92. SAN FRANCESCO E SIENA, a cura di Piero Misciatelli e Aldo Lusini, La Diana, Siena 1927. Dedica di Aldo Lusini, novembre 1828. Sala del Mappamondo.

93. PASQUALE TORALDO, Orme francescane nella diocesi di Tropea, Tipografia La Nuova Tropea, Tropea 1930. Dedica dell’autore, 4 ottobre 1930.

° ° °

Opere poetiche ed artistiche:

94. LES POETES FRANCISCAINS EN ITALIE AU TREIZIEME SIECLE, UN CHOIX DES PETITES FLEURES DE SAINT FRANÇOIS, traduit par Antoine Frédéric Ozanam, Librairie V. Lecoffre, Paris 1882. (Testo ori-ginale, in italiano).

95. G. BATTILOCCHI, San Francesco d’Assisi e i suoi tre ordini, ottave, s.e., s.l., s.a. Dedica dell’autore. Officina.

96. VALERICO LACCETTI, Francesco d’Assisi. Scene medioevali, Tipografia Pierro e Veraldi, Napoli 1902. Dedica dell’autore, Napoli 1902.

97. LE CANTIQUE DU SOLEIL DE ST. FRANÇOIS D’ASSISE SUIVI DU CANTIQUE DES TROIS ENFANT DANS LA FORNAISE. TEXTES ITALIEN ET LATIN AVEC LA TRADUCTION FRANÇAISE, traduit par André Pératé et Bois de Marchand, L’Art Catholique, Paris 1918.

98. CAPITOLATO DEL CONCORSO ARTISTICO FRANCESCANO, Arti grafiche Gotti-Loisio, Milano 1925.

Forse offerto da Padre Celestino Sterzi: il fascicolo contiene u-na sua missiva.

99. PIPINU MONFORTE-BUTTÀ, Patri Franciscu, in terza rima siciliana, Casa Editrice La Sicilia, Messina 1925. Dedica dell’autore, Messina 20 marzo 1925.

100. GIUSEPPE PIERUCCI, Il viandante e le voci francescane, poesie, La Certosa, Rivarolo Ligure 1925. Dedica dell’autore, 13 marzo 1925.

101. MOMUS, S. Francesco e il cantico delle creature. Commentato da 36 stampe, Casa Editrice D’Antoni, Palermo 1925.

102. A D’ANNUNZIO FRANCESCANO, SCATTINA FRANCESCANO OFFRE I PRIMI SEGNI DI UNA VITA DI LAVORO. RACCOLTA DI INCISIONI SU PERGAMENA, s.e., s.l., 1926. Labirinto.

103. SAN FRANCESCO D’ASSISI, VENTIQUATTRO INCISIONI SU RAME DEL SEC. XVII, a cura di Luigi Dilani, prefazione di Pio Bondioli, G. Milani, Busto Arsizio 1926. Labirinto.

104. GIOVANNI JÖRGENSEN, Frate Francesco. Grandiosa rievocazione storica. Ridotta per lo schermo da Aldo De Benedetti e Carlo Zangarini, direzione tecnico-artistica del conte Giulio Antamoro, Arti Grafiche G. Menaglia, Roma 1926. Labirinto.

105. GUIDO ANGELO FACCHINI, I Canti della Verna, Casa Editrice Francescana, Assisi 1926. Dedica dell’autore, il 3 di Messidoro 1926.

106. VALENTINO BANAL, Sonetti francescani in dialetto romanesco. Aggiuntavi la riduzione in versi dialettali del Cantico del Sole, Casa Ed. Maglioni & Strini, Roma 1926.

107. GIUSEPPE MASTROLONARDO, In pellegrinaggio a S. Francesco d’Assisi. Piccolo poema mistico d’uno spirito laico, prefazione di Innocenzo Cappa, Studio Ed. d’Arte, Trieste-Milano 1926. Dedica dell’autore.

Innocenzo Cappa si occupò di d’Annunzio in Confessioni di un parlatore. Innocenzo Cappa, con una lettera autografa di Gabriele D’Annunzio, Milano 1938.

108. GIUSEPPE PAPIANI, Fiorita francescana, prefazione di Luigi Luzzatti, s.e., Roma 1926. Dedica dell’autore, 9 novembre 1926.

109. FRATE FRANCESCO, DEPLIANT ILLUSTRATIVO DELLA FIGURAZIONE REALIZZATA DAL CONTE GIULIO ANTAMORO, ARGOMENTO DI GIOVANNI JÖRGENSEN, SCENEGGIATURA DI ALDO DE BENEDETTI.

Contiene missiva a firma di Hélène, 16 agosto 1927. Labirinto.

110. G. BLANDINI, Sonetti Francescani nel VII centenario, Stab. Tip. Calabro, Catanzaro 1927. Dedica dell’autore, Mineo 30 novembre 1927.

Dino Baccarini, San Francesco
Foto Calloni, «Cammino» 1988

Ercole Ribellato, San Francesco «crociato»
Foto Calloni, «Cammino» 1999

Motto «francescano-dannunziano» e versi del Cantico
Parete esterna della Prioria
Foto Calloni, «Cammino» 1988

Lettera di Baccarini a Gabriele d’Annunzio
Archivio del Vittoriale, A. G., XXXIV, 1.

I «chiodi» delle Stigmate sul basamento di pietra
Dono dei Terziari francescani di Assisi a d’Annunzio
Scala d’ingresso della Prioria

Giacinto Bardetti, San Francesco
Foto Calloni, «Cammino» 1988

Guido Cadorin, San Francesco e il lebbroso
Foto Archivio del Vittoriale

111. FR. ITALO GIUFFRÈ, Frate Sole, poema, Libreria Mantegazza, Roma 1929. Dedica dell’autore, 18 novembre 1930.

L’autore si era già distinto con il poema Il Golgotha, “La Fiorita”, Teramo 1913.

112. PADRE VITTORINO FACCHINETTI O.F.M., L’omaggio artistico promosso dai frati minori d’Italia in occasione del VII centenario del transito del loro beatissimo Padre (1126-1926), Casa Ed. Lega Eucaristica, Milano 1929.

113. EMILE VITTA, La Promenade Franciscaine, Editions des amis d’Emile Vitta, Paris 1933.

114. FERDINANDO MERLI, Rapsodie francescane, prefazione di Tommaso Nediani, Sbrozzi Ed., Foligno s.d. Dedica a stampa del-l’autore.

° ° °

Opere devozionali:

115. SOUVENIR D’ASSISE. FETE DE SAINTE CLAIRE, 12 AOUT 1899, Imp. Bour, Paris 1899.

116. SAINT FRANÇOIS D’ASSISE, Amours Mistiques, Nelson, Paris s.a. Camera Signora. Segni di lettura di Luisa Baccara.

117. LIBANI ROMOLO, Il santo della gioia e della poesia. Società Ed. Toscana, San Casciano Valdipesa, s.a.

118. MARIANO FALCINELLI ANTONIACCI, Dal colle d’Assisi. I canti della Pace, Società Internazionale Studi Francescani, Assisi 1912. Dedica dell’autore, 4 ottobre 1923.

119. LUIGI LUZZATTI, Rinascono i salutari misticismi di San Francesco dello spiritismo, Tipografia del Senato, Roma 1922.

120. BIAGIO NATOLI, San Francesco d’Assisi novello e migliore Adamo, sua gloria in cielo, discorso recitato in Mazzarino il 10 settembre 1921 nella Chiesa dei Padri Cappuccini, celebrandosi il settimo centenario del terz’ordine, Scuola tipografica Boccone del povero, Palermo 1922.

121. LYNO GUARNIERI, San Francesco d’Assisi, “alter Christus” la cui mirabil vita meglio in gloria di ciel si canterebbe, Casa Editrice Francescana, 1926. Dedica dell’autore, Ferrara gennaio 1927.

122. MICHELE GRAMATICA, San Francesco d’Assisi il Fraticello di Madonna Povertà. Storia e leggenda con una lirica francescana, Torino 1927. Dedica dell’autore.

123. PADRE VITTORINO FACCHINETTI O.F.M., Siate allegri! Il serafico poverello e la gioia della vita, introduzione di Roberto Franchi, Tip. Ed. Lega Eucaristica, Milano 1927. Dedica dell’autore.

° ° °

Bollettini e fascicoli periodici:

124. IL VII CENTENARIO DELLA NASCITA DI S. FRANCESCO D’ASSISI, a cura del Comitato Promotore, Tipografia Sensi, Assisi, s. a., in realtà 1926.

125. «Frate Francesco», Organo ufficiale del Comitato per le onoranze a S. Francesco d’Assisi nel VII centenario della sua morte, Tipografia Porziuncola, Assisi 1924.

126. «S. Francesco d’Assisi», periodico mensile illustrato per il VII centenario della morte del Santo, Tipografia Metastasio, Assisi 1924.

127. «Sancto Francesco», Numero unico, Tipografia Giannini-Giovanelli, Firenze 1926.

128. Corporazione dei Cavalieri di Satriano. Statuto, Tipografia Metastasio, Assisi 1928.

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Il San Francesco «laudese» di Baccarini

Nel 1926, “sotto P. Marcello”, cioè quando era superiore Marcello Zambrini da Intimiano (Di Ciaccia, 5), d’Annunzio si recò nel convento dei frati minori cappuccini di Barbarano di Salò.

Il 1926, tra l’altro, fu l’anno di un enigma.

Dal 1922 al 1926 i rapporti tra d’Annunzio e il mondo cattolico furono pregni di novità. In sintesi, dal novembre del 1922, quando egli si attivò per la restituzione del Sacro Convento di Assisi all’Ordine francescano da parte dello Stato, egli ebbe, e fomentò, «fama» pubblica di «francescanità»: olezzante di santa “conver-sione”. Gli “attestati”– così, nella stampa coeva – in tal senso si accumularono, e scrittori, editori, curatori di libri ed incisori si profusero nel fargli omaggio di opere d’argomento francescano. Il culmine fu toccato nel 1926, con la pubblicazione di pregio A D’Annunzio francescano, Scattina francescano offre i primi segni di una vita di lavoro. Raccolta di incisioni su pergamena.

Ma proprio nel 1926, dopo le trattative con d’Annunzio da parte di Arnaldo Fortini, podestà di Assisi – iniziate l’8 novembre 1923 e culminate nell’agosto del 1925 con la dichiarazione: “Il canto italiano di San Francesco non potrà essere degnamente rievocato che da voi, altissimo poeta nostro” -, perché il Poeta presiedesse, il 27 settembre 1926, alla sezione riguardante il Francesco del Cantico di frate sole nell’ambito delle celebrazioni per il VII centenario della morte del Santo, andò tutto a monte.

Nel 1926, in effetti, fu rappresentato, a partire dal 4 marzo, alla Scala di Milano, presente d’Annunzio stesso, Le martyre de Saint Sébastien, già censurato dalla Curia arcivescovile di Parigi al suo debuttò allo Châtelet, il 22 maggio 1911.

Così, infatti, poi spiegò Arnaldo Fortini in una lettera a Carlo Varischi da Milano il 5 febbraio 1939:

“[…] Tutto era stabilito con il pieno accordo delle autorità religiose di qui. All’ultimo momento, trovandomi io al Vittoriale, uomini e circostanze, assolutamente estranee ai sentimenti cui D’Annunzio accenna nella sua lettera, gli impedirono (proprio così) la partenza. E fu un gran peccato”. Visto che d’Annunzio, però, si era guastato con la Chiesa, “[…] non ci parve opportuno […] rinnovare inviti e richiedere in altro modo la partecipazione di lui alla celebrazione” (Varischi, 142 s.).

In altra sede ho indagato sul «mistero»: se d’Annunzio si era «guastato» ben prima con la Chiesa, e se ciò non aveva impedito che fosse insistentemente richiesto di partecipare alle celebrazioni ad Assisi, come mai solo “all’ultimo momento” – e in che senso? – ne era stato tenuto lontano, mentre stava per partire?

Qui, invece, interessa solo ricordare che d’Annunzio, immediatamente dopo il 1924, per consolidare la propria fama di “francescano” o per infirmare quella contraria, aveva bisogno di far circolare la voce sui suoi sentimenti «religiosi».

In questo contesto è plausibile spiegare la sua visita «diplomatica» – com’era suo solito – al convento, in quel 1926.

Ma i giochi – per lui avversi – erano ormai fatti. Ed allora, il 31 agosto dello stesso anno, egli espresse, in una lettera consegnata a mano, al Vittoriale, a Marcello Zambrini da Intimiano, tutto il suo pensiero, e insieme il disappunto, relativamente alla questione (APCL, «Manoscritti e Incunaboli», Busta N. 445).

        Carissimo fratello,
i miei concittadini di Ascesi vollero graziosamente – in un giorno lontano – affidarmi la misura della celebrazione francescana. Sapevano che io avrei abolito le pompe, i clamori, le musiche mediocri, le cerimonie imposte, e che avrei ricondotto il rito fraterno alla semplicità grande e fervida che noi ammiriamo nelle linee del paese umbro.

Ma le vanità chiercute e non chiercute han prevalso, e prevalgono. Io ritraggo in disparte. Il mio Francesco non è quello di tutti. Non senza scandalo forse, mio caro fratello, tu vedesti ieri il Serafico armato della mia spada di Volontario combattente, sotto l’ampio faggio purpureo, tra i massi memorabili delle Montagne sacre. Oportet ut eveniant scandala. La mia imagine di Francesco – quella dell’eroe dei passaggi d’oltremare e di Damietta – sarà espressa in un mio libro prossimo, col mio solito coraggio mentale che eguaglia il mio coraggio di guerra.

Ecco la mia offerta [Mille lire, accluse nella busta] per le vostre Feste, che non aggiungeranno alcun raggio alle Stimmate.

Nella mia clausura, a me piacerà riascoltare il canto di Francesco solitario, accompagnato dal muto strumento composto di due rami sfrondati, dove rimanevan sette foglie verdi che aveano appreso dall’aura Ut Re Mi Fa Sol La Si.

Bene ti sia, fratello.
Pax et bonum.
Malum et pax

Gabriele d’Annunzio del Quarto Ordine

In occasione della visita, su accennata, al convento di Barbarano di Salò, nel 1926, d’Annunzio donò ai frati il quadro di Dino Baccarini raffigurante il Francesco «laudese»: che sembra «lodare», estatico, il creato.

Si tratta di un dipinto su tela, con cornice di legno leggera e «povera». Sul retro, a matita, l’indirizzo del pittore, con firma e datazione: “Via Eustachi, 29 – Milano 1922”; sulla cornice in alto, la scritta dannunziana: “Dono di Gabriele d’Annunzio ai Cappuccini di Salò”.

Il pittore aveva desiderato che il quadro fosse collocato nella chiesa parrocchiale di Gardone Superiore.

Trascrivo la lettera, inedita (A. G., XXXIV, 1).

La lettera mi è stata messa cortesemente a disposizione, per la pubblicazione, personalmente da Mariangela Calubini, archivista al Vittoriale, con l’autorizzazione della professoressa Annamaria Andreoli, presidente della Fondazione del Vittoriale degli Italiani.

Gardone 15 - 5 - 925
[1r] Comandante –
“Malum et Pax”

Questo motto eroico mi dà la forza / di trovare, come Voi dite, la pace nel tor/mento.

Comprendo, Comandante, che il mio / S. Francesco non è il Vostro. Il mio / S. Francesco è nel motto “Pax et Bonum” / il Vostro è “Malum et Pax”.

Nell’aria dell’ardente oliveto del Vitto/riale, vedo il S. Francesco eroico tra il / fuoco e l’acqua, però accogliendo la / proposta delle due Legionarie, mi / sarebbe di conforto lasciare il mio / Poverello qui, nella chiesa di Gardone Soprano.

Porto con me il dono del rifiuto / [1v] che mi darà la forza di conti/nuare la tormentata vita che l’arte / impone, non venendo mai meno / al tremendo Vostro motto.

Dev.
Dino Baccarini

La «fase laudese» del «francescanesimo» dannunziano – cui il quadro di Baccarini oggettivamente attiene – ebbe un’appendice appena un anno prima, nell’aprile del 1924, alla morte di Eleonora Duse, con la «favilla» «Scrivi che qui è perfecta letitia», che recuperava gli appunti – registrati in Taccuini, XIV, 1897 – sulla visita di Gabriele e di Eleonora ad Assisi nel 1897.

L’«evocazione», nell’opera dannunziana, del Francesco «cantore» della natura ha tuttavia precedenti che risalgono al 1884.

Nelle Novelle della Pescara, d’Annunzio illustrò, attraverso le parole d’un frate minore alla “vergine Anna” nel «racconto» omonimo (La vergine Anna), il sentimento francescano di amore per le creature:

“Allora Fra Mansueto […] lodò la Provvidenza che dà alla testuggine una casa e le dà il sonno durante la stagione d’inverno. […]. Il frate disse: «Dio sia lodato». E ambedue rimasero cogitabondi, sotto i verdi alberi, adorando nel loro cuore Iddio”.

La lode veniva dopo che i due avevano osservato la fila delle formiche laboriose e riproponeva l’abitudine di Francesco di lodare gli animali per le qualità che rappresentavano le virtù (1 Cel, 58 e 77), in qualche modo riecheggiante in un passo dei Fioretti, «Come santo Francesco […] predicò agli uccelli […]», forse letto da d’Annunzio già nel 1884.

Sul piano biografico e, in letteratura, in forma specifica, la «fase laudese» ebbe inizio l’11-12 giugno 1896 con la visita di Gabriele e di Eleonora Duse a San Francesco del Deserto, isola veneziana. Appena sbarcativi, così si esprimeva Stelio Èffrena a proposito di Foscarina (Eleonora Duse) ne Il fuoco, romanzo iniziato il 14 luglio 1896 e terminato la sera del 13 febbraio 1900:

“Dalla pienezza della sua anima la donna misurava l’amore del Poverello per le creature. / La miriade invisibile empiva della sua laude il deserto. […] / Ella disse: / Noi siamo nella grazia”.

Nel quadro di Baccarini, il Santo sembra in un «deserto verde» (e il verde fu la prima cosa che i due visitatori ammirarono, a San Francesco del Deserto): con la «sirocchia allodola» o il «fratello uccello». Tutto sembra tacito, immobile; e – cito da «Scrivi che qui è perfecta letitia» -: “L’anima […], vertiginosa, attende il rapimento”.

L’ispirazione «francescana» di d’Annunzio fu approfondita ad Assisi, di nuovo con la Duse, dall’11 al 14 settembre 1897.

“Straordinario era in tutte le cose il presentimento dell’alba. Tutte le cose albeggiavano; tutte le vie conducevano verso l’ap-parizione d’un sole; […] pareva che in tutta la campagna fosse quasi un’aspettazione ansiosa del primo canto, dei primi trilli, dei primi gorgheggi, dei primi cinguettii. E pareva che quivi anche fosse l’aspettazione della parola serafica agli uccelli: / «Sirocchie mie uccelli, voi siate molto tenute a Dio vostro creatore...». / Diceva dianzi Illuminata [così denominata la Duse, in questo testo] che in nessun paese del mondo la Natura è tanto vicina a noi quanto nella campagna francescana. V’è sparso per il paese verde quasi un sentimento di familiarità affettuosa. L’orizzonte ci guarda, ha la bontà consapevole di una pupilla cilestra. E non soltanto l’orizzonte guarda e vede; ma una specie di veggenza è in tutte le cose naturali” («Scrivi che qui è perfecta letitia»).

E in Taccuini, XIV, 1897: “Una solennità ineffabile si leva nel crepuscolo della campagna serafica”.

Il quadro di Baccarini sembra disegnato e colorato su questi registri psicologici e mentali, e a sua volta queste impressioni liriche valgono a commentare il dipinto.

Tra il primo «pellegrinaggio» francescano, a San Francesco del Deserto, e le “laudi” delle creature dell’Alcyone – redatte tra fine ‘800 e inizi ‘9oo -, la «fase laudese» s’insinua prepotentemente in Montefalco dei sonetti de Le città del silenzio, iniziati nel 1899: d’Annunzio vedeva la pittura del Benozzo, “ebro d’amor per ogni creatura / viva, fratello del Sol, come Francesco”, resa “beata dal sorriso di Francesco”.

D’Annunzio dunque trasse dalle terre francescane e dal Cantico delle creature, da lui definito il 21 settembre 1922 “Cantico dell’anima e del mondo” (Messaggio del Libro ascetico), suggestioni poetiche di ascendenza francescana, che furono rese famose, purtroppo, solo grazie all’Alcyone.

Forse, d’Annunzio pensava, sempre in chiave estetica, al Cantico delle creature, quando si propose di scrivere un libro cui dare “il fremito delle foglie al soffio del mattino, al soffio di mezzodì, al soffio della sera, al soffio della notte” (Il libro soprannaturale di Lucrezia Buti). Sicuramente vi pensò, quando prepose al manoscritto delle Laudi per la Duse: “Incipiunt Laudes creaturarum quas fecit Gabriel Nuncius ad laudem et honorem divinae Heleonorae cum esset beatus ad Septimianum”, ricalcando l’in-cipit del Cantico riportato da Ernesto Monaci nella Crestomazia italiana dei primi secoli – quel Monaci che era stato uno dei “più diletti maestri” di d’Annunzio in gioventù (Guglielmo Oberdan e le due gesta di Teneo te Africa) -: “Incipiunt Laudes creaturarum quas fecit beatus Franciscus ad laudem et honorem Dei, cum esset infirmus apud Sanctum Damianum”.

Tuttavia nell’Alcyone, a parte la ripresa letterale delle espressioni di “lode” – “laudato/a sii”, come ne La sera fiesolana, del 17 giugno 1899, L’ulivo, del 20 luglio 1902, La spica, del 25 luglio 1902 -, l’impostazione risulta troppo lontana dalla semplicità del Cantico, rispetto ad altre pagine che significano l’amore, o la sensibilità affettuosa, per le creature – come, ad esempio, ne La visione del Poema paradisiaco (gennaio 1890-maggio 1893): “Ora, andando io così lungh’esso il fiume / pio (non so qual bontà muta nel sole / spirava il mondo), l’albero e l’arbusto / m’eran fratelli”, o in questa, delicatissima, de La pioggia non cessa del Notturno, a Pisa, in compagnia di Eleonora Duse: “Eravamo poveri e leggeri, eravamo ricchi e leggeri. Eravamo come due mendicanti senza bisaccia e come due regnanti senza diadema. / «Che cerchi?» mi domandava la Ghisolabella, a intervalli, come in una cadenza. / Mi curvai nell’ombra umida […]. / «Ma che cerchi? che cerchi?» / Avevo scoperto un ciuffo di violette”.

Il Francesco «crociato» di Sibellato

Il quadro di Ercole Sibellato, raffigurante san Francesco, oran-te, rivolto verso uno sfondo ove si staglia una nave crociata, vanta un rapporto esplicito e specifico con la vicenda dannunziana.

D’Annunzio conobbe Ribellato a Venezia – e costui vi frequen-tò la dannunziana «Casetta Rossa» -, e lo definì “un pittore fresco” (Diari, 234). Dopo l’incidente aereo nell’ammaraggio sulle acque di Grado in cui d’Annunzio riportò la ferita all’occhio destro, nel 1916 si fece realizzare da lui la sanguigna che lo raffigura con la benda, appunto, all’occhio: sanguigna che d’Annunzio fece riprodurre litograficamente in centinaia di copie (Chiara, 305).

Nel 1918, a Venezia, d’Annunzio gli commissionò il Francesco «crociato» – pastello ad olio su compensato ingessato – come voto per la felice impresa del Cattaro, del 1917. Per comprendere il «voto», bisogna ricordare che essa fu per d’Annunzio di particolare rilievo «francescano». Quando fu onorato della cittadinanza di Assisi il 27 settembre 1923, egli così rispose:

“Nella notte tra il 4 e il 5 io celebrai il sesto anniversario della mia impresa di Cattaro miracolosamente riuscita per la protezione di San Francesco Patrono dei passaggi d’oltremare”.

Riassumo, con le parole dell’Annotazione del Notturno, il ricorrente e puntiglioso memoriale «francescano» dei Taccuini – che tralascio – circa tale impresa: “O notte francescana di Cattaro! Passaggi d’oltremare a sciogliere un vóto di continuo rinnovato!”.

L’idea della “vocazione d’oltremare” dell’Italia, chiodo fisso di d’Annunzio, era già accennata, tra altro, nel Discorso introduttivo (30 novembre 1906) di Più che l’amore. Da allora, fu accostata costantemente al Francesco che si portò in Egitto per proporre, col dialogo e la pace, la spiritualità cristiana agli islamici.

D’Annunzio lo dichiarò espressamente fin da La crociata degli Innocenti, dramma sacro scritto nel 1912, che inizia con la collocazione temporale fissata proprio su Francesco: “Nel tempo che San Francesco d’Assisi aveva trent’anni”, e che termina “A LAUDE DI GESÙ CRISTO / E DEL POVERELLO FRANCESCO / AMEN”.

L’idea si approfondì e si perfezionò dopo l’esperienza fiumana. Cito solo un passo (Verità e semenza, 24 novembre 1921):

“[…] mi viene in mente un altro triste passaggio d’oltremare: quello di San Francesco, che approdò in Egitto e stette col suo semplice cordiglio e con la sua bisaccia vuota tra i baroni cristiani partitori di bottino. C’era la falsa tavola delle dispute e delle sorti anche a Damietta. / Conturbato e accorato, passò dal campo dei fedeli a quello degli infedeli. E, per stabilire la sincerità e la superiorità della sua fede, propose al Soldano benigno di passare attraverso il fuoco se i servitori di Maometto fossero per fare altrettanto”. (Per l’episodio, cfr. Lmag, IX, 8).

D’Annunzio vide in Francesco il prototipo di chi si contrappone ai potenti soltanto con la forza dello spirito. E l’accostamento della “vocazione d’oltremare” alla figura di Francesco si fondava sull’idea che d’Annunzio nutrì, dopo il 1921, circa l’espansione italiana in Oriente, per l’appunto: diffondere in quei popoli la civiltà umanistica e “cristiana” – il termine è suo -, per salvarli dalla logica «plutocratica» occidentale.

Egli indicò plasticamente il concetto, armando di pugnale la statua di Francesco – opera di Giacinto Bardetti – al Vittoriale. Non era la prima volta che d’Annunzio ambisse avere una statua di Francesco d’Assisi. Quando viveva ancora alla Capponcina, “ho accolto”, scrisse a Tenneroni l’8 luglio 1907, “una statua lignea di Santo Francesco, scolpita con arte rozza, ma efficace”.

Quanto alla statua del Francesco “armato”, tuttavia, molti si scandalizzavano. D’Annunzio ne era conscio.

Ma, a suo avviso, e a parte l’usuale commistione tra sfere contrastanti di simboli, il “pugnale” non esprimeva aggressività: indicava il coraggio “dell’eroe dei passaggi d’oltremare”.

Quanto al quadro del Francesco «crociato», d’Annunzio lo do-nò ai frati minori cappuccini di Barbarano di Salò, la sera del 3 agosto 1937. La circostanza e lo sviluppo della visita al convento, in quell’occasione, presentano aspetti interessanti e aspetti enigmatici. Su questi ultimi ho già svolto indagini «investigative» (Di Ciaccia, 4-16); qui accenno solo alla vicenda del quadro.

D’Annunzio lo fece recapitare, mediante il suo autista e insieme a molte cibarie, subito dopo detta visita, senza però che egli stesso si recasse di nuovo in convento per cenare coi frati, come aveva promesso, invece, nel pomeriggio. Se ne scusò, perché impossibilitato fisicamente (ma il motivo era, soprattutto, un altro). Il giorno dopo, Luisa Bàccara, una delle direttrici del Vittoriale, fece pervenire ai frati, come dono “di sua iniziativa”, una torta, approfittando di chi si recò in convento per la sistemazione, appunto, del quadro. Recita la cronaca conventuale (Di Ciaccia, 14):

“[…] venne pure l’ingegner Maroni [l’architetto del Vittoriale] a prendere le visioni per incastellar il magnifico quadro. Ora siamo nella dolce e impaziente attesa di veder incominciati e terminati i lavori. Dall’alto S. Francesco benedica i passanti, i suoi frati e quell’anima che P. Ribaldi [il frate domenicano, che fu il motivo per cui d’Annunzio andò dai cappuccini] disse: ‘in angustia’ e che S. Francesco ricondurrà a porto sicuro”.

Il quadro – tuttavia poi spostato – fu testimoniato da Giorgio Nicodemi nel 1943 (Nicodemi, 181 ss.) ed Emilio Mariano nel 1978 (Mariano, 100 e n. 4): “nell’interno della Chiesa francescana, a sinistra del portale”. Trasferito nell’Archivio Provinciale – dove io lo vidi nel 1984 -, ora è collocato nel Museo dei frati minori cappuccini di Milano.

Francesco e il lebbroso di Cadorin

Il dipinto «francescano» più noto è certamente quello collocato nella Stanza del Lebbroso, detta anche, con commistione lessicale tra il provenzale e l’arcaico, del Misello.

D’Annunzio la denominò anche “Cella dei puri sogni” o “Cella delle pure immagini”: vi si segregava, in effetti, addirittura per giorni interi, negli anniversari del Natale di Sangue – quando fu cannoneggiata Fiume, nel 1921 -, della morte della “Santa” – come egli chiamava sua madre -, avvenuta il 17 gennaio 1917, e di quella della “Divina” – come ormai chiamava la Duse -, avvenuta il 22 aprile 1924.

Nel 1924, d’Annunzio affidò l’opera e la decorazione dell’intera stanza a Guido Cadorin, conosciuto a Venezia. Il pittore accettò la proposta il 1 agosto 1924. Chiamato al Vittoriale, vi soggiornò, con la moglie Livia, dal 10 agosto 1924 al 9 febbraio 1925, alloggiando nella villetta detta San Damiano (ora scomparsa). Secondo l’abitudine inveterata e quasi generalizzata di d’Annunzio, ebbe anch’egli la denominazione di «frate-fratello»: “fra Guidotto” (Terraroli, 103).

Il committente stesso indicò la tonalità generale, per la stanza: il “colore primitivo della veste francescana: il tané chiaro” (lettera, 6 agosto 1924, in Terraroli, 107). Tra i motti dipinti nella stanza, i seguenti versi da lauda biblica e francescana:

“Stelle del cielo, benedite il Signore / rivi e fonti, benedite il Signore / fiori e foglie, benedite il Signore / insetti e lor larve, benedite il Signore / uccelli del cielo, benedite il Signore”.

L’ambiente, però, doveva risultare un luogo di sofferenza, non di giubilo «laudese». Quando la Stanza fu terminata, d’Annunzio così scrisse a Cadorin, denominandolo “Frate ostruzionista di San Damiano”:

“Qui è divino e raggiante; nella mia stanza di lebbroso deve essere umano e terrestre, annodato alla carne miseranda […]” (Terraroli, 108).

Il lebbroso, nel dipinto, eseguito nel novembre del 1924, raffigura, in effetti, proprio Gabriele d’Annunzio. Al riguardo, costui intervenne chiedendo una modifica: coprire l’occhio destro con una benda, perché egli avesse una “figura più espressiva e più patetica” (lettera dell’8 febbraio 1925, in Terraroli, 109).

Il significato di “lebbroso”, per d’Annunzio, ha valenze profonde ed investe aspetti problematici del suo vissuto. Egli ne ebbe un primo intuito circa trent’anni prima di commissionare il quadro, quando visitò il monastero di clarisse, a Ferrara:

“Sarò il lebbroso condotto in clausura? «Ecco la mia requie in perpetuo. Qui abiterò. Questo era il mio vóto.» Non parlo, ma mi consacro” (La musica di Ferrara, in Lucrezia Buti).

Fu presago? Nella villa di Cargnacco – benché, poi, denominata il Vittoriale, con rapporto semantico alla «vittoria» -, egli si dichiarava, e lo era davvero, in “clausura”. Ma se “clausura”, per lui, equivaleva alla “disciplina abituale della vita in disparte, della regola della clausura studiosa” (A Francesco Paolo Michetti), ciò valeva appieno, finché fu uomo «libero», come nel “Convento” di Michetti; al Vittoriale, invece, la “clausura” connotava – a parte i momenti reali di lavoro intenso di scrittore ed il motto inciso già all’ingresso della Prioria -, l’esclusione dalla vita attiva. Egli lo presagì fin dal 1922: abominando la “strettezza” in cui era forzato, letteralmente maledì “l’ingiustizia che mi tronca, mi altera e mutila, mi storce e frange” (Via crucis del Libro segreto).

Quanto al problema della «lebbra», d’Annunzio si sentiva, per davvero, lebbroso. Per sentirsi “come il Lebbroso della Bibbia”, bastava che avesse il raffreddore, ha scritto Antongini, per lungo tempo suo segretario.

Ma la sua lebbra era anche più intima. Era forse il “furore carnale” che d’Annunzio stesso indicò come causa del malessere furioso, quando si chiese: “Ancora una volta ho dentro di me il «cane di San Rocco?»”, il Santo noto nella leggenda per aver contrat-to la peste (Di me a me stesso, [91]).

Per contro, specularmente, egli si assimilò a quel Francesco che, nel Testamento, dichiarò, come inizio cruciale della sua scel-ta di vita, il superamento del ribrezzo per i lebbrosi (cfr. 2 Cel, 9, Comp, 11, Lper, 22). Sta di fatto che d’Annunzio amò rimarcare – era il 10 giugno 1922 – come, a Fiume, non solo visitò gli appestati ma ne toccò le “enfiature”, superando l’“invincibile ribrezzo fisico per tutte le cose ripugnanti” (Frammenti del Libro ascetico): “[…] il mio sforzo nel tollerare il «gomito a gomito» […] è parte vera del mio eroismo senza misura […] nell’atto mistico del dono di me […]” (Di me a me stesso, [100]).

Un’altra interpretazione è possibile. Una volta in cui si dichiarò “lebbroso” collegandone la figura al “confessore” (annunciatore di verità) secondo l’antica prassi cristiana, equiparò se stesso, “malato della Patria grande”, al lebbroso “«malato del buon Dio»” (Di me a me stesso, [54]).

In ognuno dei casi, si tratta sempre di un soggetto in sofferenza.

Secondo Arnaldo Fortini – che per un lungo periodo fu ammaliato dal d’Annunzio «francescano», pur sapendolo lontano dal credo cristiano -, la figurazione stava a significare che costui, “passato attraverso infinite contaminazioni, sperava che, nel-l’istante del supremo trapasso, il Santo che cantò la lauda della sorella Morte avrebbe avuto pietà di lui” (Fortini, 103). Non si sa se ciò corrispondesse al sentimento di d’Annunzio – il quale, tuttavia, vergò: “Volesse Dio che il mio morire fosse onesta uscita dalle mie disavventure” (Di me a me stesso, [131]).

Comunque, d’Annunzio sapeva bene del lebbroso salvato nel corpo e nell’animo da Francesco, e dovette esserne colpito, se nella Storia di San Francesco d’Assisi (1182-1226) di Chavin de Malan segnalò: il “perdono di Cristo al lebbroso bestemmiatore”, che era l’epilogo dell’episodio. Che è il seguente.

C’era un lebbroso che era una… peste! Bestemmiava, urlava, e puzzava orribilmente. Tutti se ne stavano alla larga: frati compresi. Francesco, venutolo a sapere, si presentò a lui: “fratello carissimo!”. Semplicemente. Poi, con quell’«abbraccio» solidale e amorevole che aveva contrassegnato già i suoi primi incontri coi lebbrosi, si mise a lavarlo, come richiesto dal lebbroso. Il quale – così, nella didascalica invenzione dei Fioretti – guarì nel corpo e nello spirito (Fioretti, cap. XXV). Forse, d’Annunzio pensava anche a quest’esito, scrivendo: “[…] l’abbraccio fraterno mondava il lebbroso” (Via crucis del Libro ascetico).

Il Francesco che lo accoglieva “lebbroso”, nel dipinto, gli rappresentava, forse, proprio colui che non giudica né condanna: ma offre il “saluto”, soltanto, e sa comprendere l’intimo travaglio del cuore umano.

La pena esistenziale aprì la strada, nell’ultimo d’Annunzio, anche ad un altro aspetto della sua evoluzione interiore: il sincretismo religioso, sintetizzabile nell’affermazione che “Tutte le religioni si somigliano” (Di me a me stesso, [455]). Parlando della “lussuria belluina” che lo attanagliava, scolpì l’“èmpito lirico della mia sintesi religiosa” – scrisse – “fra i Santi e gli Idoli, fra le imagini di tutte le credenze, fra gli aspetti di tutto il Divino”: “Santo Francesco apparito, dritto sul collo formidabile dell’Elefante sacro, apparito ai Testimoni del Budismo, ai Legislatori del Budismo, ai mostri della mitologia asiatica” (Regimen del Libro segreto). Ed una statuetta di Francesco, in riproduzione ridotta di quella del Bardotti, posto sull’Elefante orientale, lo esemplifica.

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Siglario dei testi citati *

A. G.: Archivio Generale, in Archivi del Vittoriale.

AGLI UOMINI: Agli uomini milanesi per l’Italia degli Italiani, in Libro ascetico (v.), 564-571.

ALTRI TACCUINI: Gabriele d’Annunzio, Altri taccuini, a cura di Enrica Bianchetti, Milano 1976.

ANTONGINI: Tom Antongini, Quarant’anni con D’Annunzio, Milano 1957.

APCL: Archivio Provinciale Cappuccini Lombardi, Milano.

2 CEL: Tommaso da Celano, Vita seconda di san Francesco d’Assisi, traduzione di Saverio Colombarini, in FF (v.), 537-732.

3 CEL: Tommaso da Celano, Trattato dei miracoli, traduzione di Teodosio Lombardi e Maurizio Malaguti, in FF (v.), 733-826.

CHIARA: Piero Chiara, La vita di Gabriele d’Annunzio, Milano 1978.

COMMERCIUM: Sacrum commercium sancti Francisci cum Domina Paupertate (L’Alleanza del beato Francesco con madonna Povertà), traduzione di Carlo Paolazzi, in FF (v.), 1625-1666.

CONTEMPLAZIONE DELLA MORTE: in Prose di ricerca […], III, 201-284.

DE VECCHI PELLATI: Nicoletta De Vecchi Pellati, Il San Francesco di D’Annunzio dalle testimonianze del Vittoriale, ne Il San Francesco di D’Annunzio, «Quaderni del Vittoriale», 32, marzo-aprile 1982.

DIARI: Gabriele d’Annunzio, Diari di guerra (1914-1915), a cura di Annamaria Andreoli, Milano 2002.

DI CIACCIA: Francesco di Ciaccia, D’Annunzio e le donne al Vittoriale. Corrispondenza inedita con l’infermiera privata Giuditta Franzoni, Presentazione di Pietro Gibellini, Milano 1996.

DI ME A ME STESSO: Gabriele d’Annunzio, Di me a me stesso, a cura di Annamaria Andreoli, Milano 1990.

FF: Fonti Francescane, Assisi 1977.

FIORETTI: I fioretti di san Francesco, riveduti su un nuovo Codice da P. B. Bughetti, in FF (v.) 1441-1624.

FRAMMENTI: Frammenti di un colloquio avvenuto in un giardino del Garda il 10 Giugno 1922, in Libro ascetico (v.), 692-706.

GUGLIEMO OBERDAN E LE DUE GESTA: in Teneo te Africa, in Prose di Ricerca […], III, 624-627.

IL FUOCO: in Prose di romanzi, II, 569-861.

IL LIBRO SOPRANNATURALE: in Lucrezia Buti (v.), 397-398.

IL PIACERE: in Prose di romanzi, I, 1-377.

LA CLARISSA D’OLTREMARE: ne Il Venturiero senza ventura di Le faville del maglio, in Prose di ricerca […], II, 53-59.

LA CROCIATA DEGLI INNOCENTI: in Tragedie, sogni e misteri, II, 1143-1169.

L’AMORE TRASECOLATO: in Lucrezia Buti (v.), 502-505.

LA MUSICA DI FERRARA: in Lucrezia Buti (v.), 211-213.

LA PIOGGIA NON CESSA: in Notturno (v.), 245-248.

LA VERGINE ANNA: ne Le novelle della Pescara, in Prose di romanzi, II, 119-160.

LE VERGINI DELLE ROCCE: in Prose di romanzi, II, 395-567.

LIBRO ASCETICO: Il libro ascetico della giovane Italia, Prose di ricerca […], I, 443-796.

LIBRO SEGRETO: Cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire, in Prose di ricerca […], II, 639-926.

LMAG: Bonaventura da Bagnoregio, Leggenda maggiore (Vita di san Francesco d’Assisi), traduzione di Simpliciano Olgiati, in FF (v.), 827-1060.

LPER: Leggenda perugina (Compilazione di Assisi), traduzione di Vergilio Gamboso, in FF (v.), 1154-1285.

LUCREZIA BUTI: Il secondo amante di Lucrezia Buti, di Le faville del maglio, in Prose di ricerca […], II, 147-412.

MARIANO: Emilio Mariano, Il San Francesco di Gabriele D’Annunzio, «Quaderni del Vittoriale», 12 (1978) 3-103.

MARIANO, Il Vittoriale: Emilio Mariano, Il Vittoriale e la Casa di D’Annunzio. Guida alla visita, Gardone 19829.

MAZZARIOL: Giuseppe Mazzariol, Presentazione a Guido Cadorin [Catalogo della mostra, Milano 1987.

MESSAGGIO: Messaggio del convalescente agli uomini di pena, in Libro ascetico (v.), 572-634.

MORETTI: Vito Moretti, D’Annunzio pubblico e privato, Venezia 2001.

NICODEMI: Giorgio Nicodemi, Testimonianze per la vita immortale di Gabriele D’Annunzio, Pisa, 1928.

NOTTURNO: in Prose di ricerca […], I, 165-441.

REGIMEN: Regimen hinc animi del Libro segreto (v.), 699-926.

RIPUDIO DELLA POVERTÀ: in Lucrezia Buti (v.), 2002-203.

«SCRIVI CHE QUI È PERFECTA LETITIA»: ne Il Venturiero senza ventura di Le faville del maglio, Prose di ricerca […], II, 26-36.

SPEC: Specchio di perfezione, traduzione di Vergilio Gamboso, in FF (v.), 1291-1440.

TACCUINI: Gabriele d’Annunzio, Taccuini, a cura di Enrica Bianchetti e Roberto Forcella, Milano 1965.

TERRAROLI: Valerio Terraroli, Cadorin, D’Annunzio e la stanza dei “sogni puri”, in Guido Cadorin, [Catalogo della mostra], Presentazione di Giuseppe Mazzariol, Milano 1987, 102-110.

VARISCHI: Carlo Varischi da Milano, Gabriele D’Annunzio e il centenario francescano in un suo autografo del 1926, «Vita e Pensiero», XVII, 3 (1939), 142-147.

VIA CRUCIS: Via crucis / Via necis / Via nubis del Libro segreto (v.), 649-698.

VITA DI COLA DI RIENZO: in Prose di ricerca […], III, 69-199.

* Salva diversa referenza, l’edizione delle opere di d’Annunzio è quella mondadoriana di Tutte le opere di Gabriele d’Annunzio, a cura di Egidio Bianchetti, Milano 19684 e ss.

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Indice

Premessa p. 5

La biblioteca francescana di d’Annunzio 7

Il San Francesco «laudese» di Baccarini 27

Il Francesco «crociato» di Sibellato 34

Il Francesco e il lebbroso di Cadorin 37

Siglario dei testi citati 41

Indice 45

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Printed in Italy
Finito di stampare nel mese di aprile 2005
dalle Edizioni Decembrio

Materiale
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