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Francesco Di Ciaccia

Chiara d’Assisi

una donna che non voleva morire

Pubblicato in occasione del 750° anniversario della morte di S. Chiara
(San Damiano – Assisi, 11 agosto 1253)

ISBN 88-901110-5-4

© La pulce – edizioni di passione, 2003

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Minima franciscana

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«Sì la sposa piace»

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Una scelta: per lei

Per una di quelle ironie della sorte che passano, inosservate, entro i destini, Francesco e Chiara, nativi di Assisi, si trovavano, tra il 1202 e il 1203, a Perugia: l’uno, prigioniero dei perugini contro cui combatteva nelle file della fazione popolare di Assisi; l’altra, esule nella città, alleata con l’aristocrazia assisana.

Chiara era poco più che bambina: era nata nel 1193, o 1194, da una famiglia della nobiltà cavalleresca (degli Offreduccio). In ogni caso, non si sentiva ancora parlare di quel prigioniero che, tra le catene, ilare come un “pazzo” si gloriava d’essere un futuro principe, o qualcosa del genere (Tre compagni, 4).

Se ne sentì parlare da lì a qualche anno: come di un poco di buono! La notizia della scandalosa rottura con il padre, Pietro di Bernardone, che lo citò in giudizio per riavere i soldi sottrattigli “in casa” dal figlio, riconduceva ai trascorsi “principeschi” del buontempone; e pur chi, come la fanciulla al riparo delle mura nobiliari, non aveva idea delle brigate festaiole che, fino a poco tempo prima, facevano capo a quel figlio di mercante, doveva ammettere che l’irato padre, lavoratore alacre, non aveva torto. Ma il figlio, proclamandosi «servo di Dio» e ricusando, per ciò stesso, la giurisdizione civile, aveva escogitato il trucco per farla franca. Così pensò la gente, sul principio; finché, convocato, su istanza del genitore, dal vescovo di Assisi, lo scapestrato a quel punto diede tutto: il danaro, acquisito vendendo la mercanzia del padre (Tre compagni, 19-20) allo scopo di restaurare certe chiesette fatiscenti (Vita seconda, 12), e i vestiti. Anzi, di più: le mutande. E restò nudo. Era l’inizio del 1206.

Il gesto fece scalpore; e dovette passare di bocca in bocca, in città, tanto più che, da allora, il buon vescovo, Guido I, prese a proteggere il giovane ardimentoso. Chiara era una fanciulla.

Qualche mese dopo essere sparito dai paraggi, nell’estate del 1206 lo si rivide in circolazione a riparare, di sua mano, vecchie chiesette abbandonate. Nonostante la buona fama presso alcuni, il giovane destava tuttavia sospetti, presso altri: erano in molti a ritenere che “gli avesse dato di volta il cervello” (Tre compagni, 21). Correva voce che, restaurando San Damiano e invitando i passanti a regalar mattoni, farneticasse che lì sarebbe sorto “un monastero di signore”, la cui santità avrebbe glorificato Iddio nella chiesa universale (Tre compagni, 24). (In seguito, Chiara riprodusse il pronostico nel Testamento, parola per parola). E si sapeva che tal prete Silvestro, dopo aver venduto i mattoni al restauratore folle, lamentatosi vibratamente per non essere stato ben pagato, ricevette un bel mucchio di monete (Tre compagni, 30). Come le aveva, lo scioperato?! E, se ne aveva (ma erano di messer Bernardo da Quintavalle, suo primo socio), perché girare con la scodella di porta in porta a racimolar “intrugli” per cibarsi? E vagare come un miserando, tanto che suo fratello, Angelo, sprezzante e infastidito lo evitava (Tre compagni, 22 e 23)?

L’opinione corrente prese un verso più propizio, quando, dal 24 febbraio 1208, Francesco, smessa la foggia da eremita e coperto d’una rozza tonaca cinta da una corda, mese dopo mese mostrò d’avere un seguito: uomini noti in città, tra cui un legista, Pietro Cattani, e Silvestro, il prete dei “mattoni”, d’una certa età! Nel 1209-1210 il gruppo, quando si sistemò a Santa Maria della Porziuncola, una delle tre chiesette restaurate, godeva ormai dell’approvazione pontificia, almeno orale. L’uomo col saccone ed una corda in vita riprese a predicare per le piazze (il che era previsto anche per i laici, col consenso episcopale): “sprezzava il bel parlare” ma per la limpidità di cuore era d’un’“efficacia” dirompente (Tre compagni, 54).

La ragazzina restò affascinata.

E di lei restò colpito lui. Presero a incontrarsi. Di frequente. A volte, lui da lei; più spesso, lei da lui: alla ragazzina “le sue parole sembravano di fiamma, e le azioni sovrumane” (Leggenda, 5). Onde ovviare ad incresciosi equivoci nell’opinione pubblica, gli incontri erano segreti. Sgusciando via da casa “di nascosto”, l’accompagnava una fidata amica, in genere Bona di Guelfuccio. E se la strategia riusciva meno ardua, forse era perché il padre, Favarone, non c’era più: Chiara non lo conobbe (Processo, «Prima testimonia», 4). Francesco le aspettava: presente un sol compagno, Filippo Longo (Processo, «Decima settima testimonia», 3).

“Attrattiva divina” (Leggenda, 5). Certo. In pratica, gli incontri furono come “di due innamorati […] clandestini”, della migliore “novellistica!”. L’osservazione di Manselli, francescanista assai severo, si conclude col rammarico che siano andate perse le lettere tra “i due”! In breve, la ragazzina sentì fastidio di quanto portava addosso di prezioso, poi desiderò vivere come lui.

E lo chiamò suo “padre”.

Nel ‘200, la vita religiosa femminile si configurò non solo nella forma della rigida clausura ma anche in quelle della «vita mista» e dell’assistenza sociale; e tali esperienze nascevano in genere al seguito di predicatori itineranti. Non appariva quindi anomala la prospettiva di colei che, la domenica delle Palme del 1211, o 1212, evasa da casa nel cuor della notte, fu consacrata a Dio, con rito formale (“taglio dei capelli” incluso), da tal frate Francesco, a parte che costui non era né vescovo, cui spettava la funzione (Bartoli), né sacerdote, forse neppure diacono. Anomala fu la linea seguita da Francesco.

Forse nel 1212, essendo a Roma per conferire di nuovo con Innocenzo III, egli conobbe Iacopa, «vedova consacrata» alle opere di carità; e conobbe Prassede, consacrata alla preghiera nel totale isolamento dal consorzio umano secondo la forma di quelle ch’eran dette incarcerate, o recluse, o cellane. Francesco, che per costei nutriva un’“amicizia speciale”, le diede l’abito e il cordone della propria “religione” e l’accolse “nell’obbedienza”, ossia l’inscrisse nella famiglia minoritica (Trattato, 181): un vero strappo, poiché egli espressamente vietò a chiunque, tra tutti i frati, di prendere siffatta iniziativa (Rnboll, XII, 3). Eppure, egli non pensò a lei, come possibile spunto d’esperienza femminile che si ponesse sulla scia delle proprie idealità. Forse, non era congeniale con la propria visione il modello di “reclusa”? Di sicuro, egli intendeva sfuggire sia alla prassi per cui si stabiliva un forte vincolo tra i predicatori itineranti e le discepole, sia alla formula degli «Ordini misti» in cui uomini e donne dimoravano in residenze attigue. Per lo spirito di Francesco, fondamentale era salvaguardare la libertà umana del rapporto con le donne (Bartoli). E pensò a Chiara? E come?

A questo punto si aprono questioni complicate, e intricate situazioni. Appena consacrata, Chiara si recò, accompagnata da Francesco, nel potente monastero benedettino di San Paolo delle Abbadesse, non lungi da Assisi. Si è ipotizzato che Francesco, dopo averla consacrata, avrebbe agito nel modo da lui stesso stabilito: il frate desse pur consigli a una donna, lasciandola poi libera d’andar dove volesse a vivere la scelta religiosa (Rnboll, XII, 3). Strana idea! Francesco aveva fatto già attuare l’evasione, messa a punto nei dettagli ed eseguita dall’adolescente felice di “obbedire al [suo] comando” (Leggenda, 7)! Di fatto, Francesco accettò, o volle, che Chiara promettesse “obbedienza” proprio a lui. Con perspicacia c’è chi ha rimarcato proprio questo: Chiara promise obbedienza a nessuna autorità, quale che fosse, al mondo; ma solo a lui!

Ad ogni modo, quale che fosse la motivazione – far fronte alle pressioni dei parenti, cosa che di fatto avvenne? –, ella vi entrò per essere conversa, o servente, non per essere professa: e ciò, perché, per seguire lui, e solo lui, si era privata di tutti i beni! (In base al vigente ordinamento, senza la dote non si diventava monaca professa). In pratica: Chiara, comunque, e ovunque fosse, voleva vivere l’ideale di Francesco.

Poco dopo, Francesco la condusse a Sant’Angelo in Panso, il monastero sulle pendici del Subasio: lì, il genere di vita sembra che fosse più vicino a quello delle beghine. Rispondeva meglio al programma di lei? È un’ipotesi (Bartoli). Di certo, raggiunta da sua sorella Agnese, passò a San Damiano. In mente: seguire l’ideale di Francesco. E basta!

Si è ipotizzato che Francesco, constatata la determinazione di Chiara e delle sue compagne a San Damiano a vivere la povertà più rigorosa (Testamento, 27 s.), prese a interessarsene solo allora, mentre dapprima si era tenuto fuori. È pur possibile; ma assodato è che egli vincolò se stesso, e vincolò i suoi frati, ad avere diretta cura di Chiara e delle sue compagne, “allo stesso modo che per i suoi frati” (Testamento, 29).

Del resto, molto eloquenti si stagliano due prove testimoniali. A detta di frate Stefano, discepolo di Francesco, costui, che “non voleva avere familiarità con nessuna donna e non permetteva che le donne usassero con lui modi familiari”, “solo alla beata Chiara sembrava portare affetto”, e “di lei e del suo monastero aveva grande cura” (Stefano, 3). Da parte di Chiara, la “visione” da lei avuta e così dichiarata da una consorella: “[…] le pareva che essa portasse a santo Francesco uno vaso de acqua calda, con uno asciugatoio da asciugare le mani. […] Et essendo pervenuta a santo Francesco, esso santo trasse dal suo seno una mammella e disse ad essa vergine Chiara: «Vieni, ricevi e suggi. Et avendo lei succhiato, esso santo la ammoniva che suggesse un’altra volta; et essa suggendo, quello che de lì suggeva era tanto dolce e dilettevole che per nessuno modo lo poteva esplicare. Et avendo succhiato, quella rotondità ovvero bocca de la poppa, donde esce il latte, remase intra li labbri de essa beata Chiara; e pigliando essa con le mani quello che li era remaso nella bocca, le pareva che fusse oro così chiaro e lucido, che ce se vedeva tutta, come quasi in uno specchio” (Processo, «Terza testimonia», 29).

Sognare: e poi morire

Più problematica è la questione degli sviluppi istituzionali delle pauperes dominae, le “povere signore”, come denominate le donne in San Damiano.

In ottemperanza alla normativa del Concilio Lateranense IV (1215) che imponeva a qualunque nuova formazione religiosa, per essere riconosciuta legalmente, di adottare una delle Regole esistenti, Francesco (per l’occasione a Roma) non poteva che consentire, e invitò Chiara ad assumere il titolo di badessa. (La comunità optò, è presumibile, per la Regola benedettina). Ma se dovette soggiacere a forza maggiore, Chiara aggirò la boa: chiese a Innocenzo III la licenza (il privilegium paupertatis) di seguire l’“altissima povertà”, la povertà comunitaria: esclusione di proprietà patrimoniali e relative rendite. Correva l’anno 1215. O 1216. Fu esaudita. Così tenne fede a quella che fu l’“ultima volontà” (letteralmente tramandata così) che Francesco espresse alle sue “signore”, qualche giorno prima di morire (Regola, VI, 6):

“Io, frate Francesco piccolino, voglio seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signore nostro […]. E prego voi, mie signore, e vi consiglio che viviate sempre in questa santissima vita e povertà. E guardatevi molto bene dall’allontanarvi mai da essa in nessuna maniera per l’insegnamento o il consiglio di alcuno”.

“Povertà” era intesa non in senso solo formale, cioè fittizio; né solo personale, che era stato, e sarebbe stato, per tutti i secoli dei secoli, il ripiego consolatorio per la buona coscienza dei singoli e, per l’istituzione, la stratega per arricchirsi. “Povertà” era intesa come reale, comunitaria mancanza di beni materiali!

Il problema era come si potesse vivere, in quel modo. Così, col formarsi, nel prosieguo storico, di gruppi femminili ispirati o meno, direttamente, all’esempio di Chiara, il cardinale Ugolino (dal marzo 1217 legato apostolico in Toscana) si attivò per obbligarli a una Regola basata sul monachesimo tradizionale, da lui redatta nel 1218/19 (Constitutiones Hugolinianae). Di fatto creò un “suo Ordine” (Alberzoni) cui, eletto papa, diede impulso (Gregorio IX). Poiché le damianite, le comunità legate ai frati minori, erano autorizzate a possedere, per la detta Regola, egli attribuì le loro proprietà alla Sede apostolica, salvando così la povertà giuridica. È ovvio che, per quanto le proprietà siano assegnate ad altro soggetto giuridico, il monastero che le riceve da terzi ha buon gioco ad averne di fatto almeno una parte: ciò che, appunto, era previsto, onde assolvere al sostentamento delle monache, che tra l’altro aumentavano sempre di più. Tutto ciò è storicamente vero, e razionalmente logico. Ma proprio ciò, che era sempre stato, Francesco-Chiara avevano sognato di ribaltare!

E Chiara non voleva morire.

Su richiesta di costei, il papa confermò per San Damiano, con tanto di decreto scritto e bollato, il privilegium paupertatis (17 settembre 1228) (poi esteso a qualche comunità a lei più cara: Monteluce, il 16 giugno 1229, e Monticelli, forse nel 1230). Al contempo cercò, e vi riuscì, d’inglobarlo nel proprio Ordine. Si recò da lei. Costei accettò (Vita prima, 20): che fare!?

Accettò. E s’impuntò! Su due punti, s’impuntò: povertà reale e comunitaria, e legame coi discepoli di Francesco. Prive di beni, c’era infatti bisogno che altri, che vivessero il medesimo ideale, questuassero per le monache. Chiara non voleva morire!

Poi il papa, dietro istanza proprio dei frati (le cui motivazioni ci porterebbero lontano), proibì ai frati di accedere ai monasteri femminili senza formale autorizzazione pontificia (Quo elongati, 28 settembre 1230). Uno schiaffo: ella reagì. In modo così violento, “eccessivo” (Alberzoni), che il papa tremò, impallidì. Ed esentò San Damiano dalla normativa.

Innocenzo IV, per assicurare uniformità – fino allora di fatto mancata –, impose a tutte le comunità una Regola per quelle che furono di nuovo denominate Pauperes dominae, “donne povere” (Regula Innocentii, 6 agosto 1247): pur avendo come base la Regola bollata dei frati minori, non collimava del tutto con gli ideali di Francesco e Chiara (Grau). La povertà secondo la concezione di Chiara non era nominata. Il riferimento a Francesco c’era, sì: per quanto riguardava i voti di povertà personale (non comunitaria), obbedienza e castità.

Se ne poteva fare a meno! Francesco era stato fatto “pazzo” dal Signore – così dichiarò egli stesso (Perugina, 114) –, per dire che le monache fossero privatamente povere, che obbedissero alla superiora, e che non si toccassero «lì sotto»? L’avevano detto già tutti. Da sempre. E, da sempre, tutti, paghi e contenti, erano diventati ricchi e potenti.

Fu strappare dal sogno, e dalla pelle, il giorno, il giorno più vero, il giorno più bello, l’unico per cui, ragazza, si fece involare dal barbone affascinante seguendo un miracolo…, un miracolo che pareva potesse cambiare qualcosa, almeno un poco, però qualcosa, in questa terra d’affari, in questa terra di glorie, in questa terra di santi in cui però, di qua, e di là, di ogni confine, anche là dove si proclamano i santi, si vive aria di affari, aria di gloria…

Ma Chiara non voleva morire…

Aiutata dai pochissimi fedeli a Francesco (tre o quattro frati), cercò di farsi approvare la propria regola, la Forma di vita dell’Ordine delle Sorelle Povere scritta da lei. Il che avvenne. Puntualmente. In tutta fretta. Ella – era noto – stava morendo. Era il 9 agosto 1253. Chiara ricevette fisicamente la bolla di approvazione (Solet annuere) il 10. L’11 morì.

Felicissima! Avere la Regola approvata “pure che uno dì potesse ponere essa bolla alla bocca sua e poi de l’altro dì morire” (Processo, «Terza testimonia», 32), toccarla con le mani, e con la bocca, e poi morire! Come appunto avvenne.

Ma la Regola di Chiara aveva validità per la sola ed esclusiva comunità di San Damiano. Che tempo dopo la morte di Chiara, l’illusa, fu chiusa. Poi Urbano IV ufficializzò l’“Ordine di Santa Chiara vergine” (Beata Clara, 18 ottobre 1263), e denominò clarisse le monache. Ma di Chiara c’era, e c’è tuttora, solo il nome.

Indice e siglario dei testi citati

  • Alberzoni: Maria Pia Alberzoni, Chiara d’Assisi e il francescanesimo femminile, in Francesco d’Assisi e il primo secolo di storia francescana, Torino 1997.
  • Bartoli: Marco Bartoli, Il movimento francescano delle origini e la donna, «Studi francescani», 3-4 (1991) 379-391.
  • FF: Fonti Francescane. Scritti e biografie di san Francesco d’Assisi. Cronache e altre testimonianze francescane. Scritti e biografie di santa Chiara d’Assisi, Assisi 1977.
  • Grau: Engelbert Grau, La Regola di Santa Chiara (1253) nella sua dipendenza dalla Regola dei Frati Minori, «Frate Francesco», Nuova Serie, 2 (2002) 241-297.
  • Leggenda: La leggenda di santa Chiara vergine, traduzione di Chiara Augusta Lainati, in FF.
  • Manselli: Raul Manselli, San Francesco, Roma 1980.
  • Perugina: Leggenda perugina (Compilazione di Assisi), traduzione di Vergilio Gamboso, in FF.
  • Processo: Processo di canonizzazione di santa Chiara, rielaborazione di Chiara Augusta Lainati, in FF (vedi), 2299-2383.
  • Regola: Regola di santa Chiara, traduzione di Feliciano Oliati, in FF.
  • Rnboll: Regola non bollata, traduzione di Francesco Mattesini, in FF.
  • Stefano: Altre testimonianze francescane. VI. Frate Stefano, traduzione di Feliciano Olgiati, in FF.
  • Testamento: Testamento di Chiara, traduzione di Feliciano Oliati, in FF:
  • Trattato: Tommaso da Celano, Trattato dei miracoli di san Francesco, traduzione di Teodosio Lombardi e Maurizio Malaguti, in FF.
  • Tre compagni: Leggenda dei tre compagni, traduzione di Vergilio Gamboso, in FF.
  • Vita prima: Tommaso da Celano, Vita prima di san Francesco d’Assisi, traduzione di Abele Calufetti e Feliciano Olgiati, in FF.
  • Vita seconda: Tommaso da Celano, Vita seconda di san Francesco d’Assisi, traduzione di Saverio Colombarini, in FF.

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Stampato da
La pulce - edizioni di passione
via Martinelli, 8 - 20030 Senago (Mi
nel novembre del 2003

in occasione del 750 anniversario della morte di S. Chiara

e-mail: info@edizionidipassione.it

www.edizionidipassione.it

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