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Demonologia di Federico Borromeo in due sue opere

11 febbraio 2011
Milano, Libreria Odradek

Si dà per scontato che Federico Borromeo credesse all’esistenza dei demoni. In queste due opere – inedite e che costituiscono ciascuna l’editio princeps da me editate – il demonio si presenta con due fenomenologie differenti.

La prima opera da me scelta – e da me tradotta con il titolo Analogie cosmografiche sulla sede e sulle apparizioni dei demoni –, offre un buon numero di racconti su come il demonio si manifesta, fisicamente, attraverso i quattro elementi costitutivi del mondo – aria, acqua, fuoco, terra.

Si tratta pertanto di un libro in parte narrativo.

Una precisazione terminologica e fenomenica. Le apparizioni non sono da intendersi come configurazioni visive, immagini a forma di demonio – così come tali immagini sono rappresentate nell’immaginario collettivo. Possono darsi anche immagini siffatte, ma in generale le apparizioni sono da intendersi come modalità secondo cui il demonio si manifesta – o si crede che si manifesti – percettivamente, cioè sono da intendersi come intervento demoniaco nel mondo fisico.

Il materiale del libro proviene quindi dalla percezione sensoriale. Uno sterminato repertorio lo offrivano, ai tempi dell’Autore, non solo le zone rurali dell’Europa nordica e la fascia più colta dell’Africa musulmana, ma anche i Paesi dell’estremo oriente meno noto e quelli dell’estremo occidente appena conosciuto; e lo offrivano i resoconti mirabolanti di viaggiatori avventuratisi nell’estremo nord e nell’estremo oriente del pianeta, nei deserti roventi e allucinanti, nelle acque dalle tempeste apocalittiche e dalle sparizioni misteriose come quelle dell’attuale “triangolo delle Bermude”; con le dicerie, facilmente ingigantite, circa figure orrende intraviste tra il magma infuocato dei vulcani o circa voci gementi tra i ghiacci eterni delle terre fredde, visto che – e qui s’introduce il giudizio dello speculatore – le preferenze dei demoni sono decisamente per tutte le cose “esagerate”.

Spiace non poterne leggere, qui, un po’ di brani – ma ne offro qualcuno in Appendice.

Qui riferiamo il criterio per stabilire la attendibilità o meno circa dette manifestazioni.

Innanzitutto, Federico sosteneva che non basta che un fenomeno sembri contrastare con le leggi della fisica, perché debba essere attribuito al preternaturale, nel caso al demoniaco.

Esattamente al contrario si comportava, in genere, la gente. Tutto ciò che era o sembrava mostruoso, innaturale, straordinario era rapportato ad un intervento demoniaco.

Federico osserva, per esempio: «Infatti, anche solo a vedere un pozzo che sprofonda vertiginosamente, subito si crede che sia opera dei demoni» (cap. XII).

Oppure, a proposito di un profondo nevaio montano: “[…] strepiti e boati, che la gente ritiene essere voci dei dannati [= demoni], non sono altro che effetti naturali” (cap. X).

A proposito di strane immagini che sembrava si muovessero nell’aria, Federico osserva: «Diodoro Siculo tramanda che, a ciel sereno, su Sirte furono viste figure di animali che volavano, ed è verosimile che si trattasse di sabbia e di pulviscolo dell’aria» (cap. XIII).

Il criterio vale a partire dalle notizie consacrate dalla tradizione e dalla letteratura antica – «Ma quegli spettri che l’antichità credette Dei marini e che noi diremmo demoni, a volte non erano che bestie e mostri del mare. Ne tratta a lungo Plinio nel libro nono» (cap. XII) –, fino ai resoconti confermati dalla fama comune e da persone serie. Ad esempio: «[…] scrittori raccontano che nelle selve della Norlandia e della Norvegia gli stagni gelati risuonano di varie voci, che si ritiene essere dei demoni. Ma non sarà facile stabilire se siano realmente dei demoni o siano generate dal ghiaccio […]» (cap. X).

In un secolo dominato da una specie di effervescenza diabolica che vedeva abbondantemente nei fatti più diversi la presenza del diavolo, questo criterio è degno di nota.

Mi sembra che accadesse allora quello che accade oggi, presso coloro che, non appena vedono qualcosa di confuso o succede qualcosa di non spiegabile immediatamente, immaginano ufo, extraterrestri, presenze aliene, oppure fantasmi, spiriti di morti, esseri di un altro mondo.

La prima spiegazione deve orientarsi sulla naturalità delle cose. Secondo Federico, a tal fine deve essere di supporto fondamentale la conoscenza scientifica, che poggia sulle conoscenze cui sono pervenuti gli studiosi.

È notevole, in un periodo in cui prevaleva sulla scienza il pensiero teologico – come nel caso della controversia galileiana –, questa posizione federiciana.

Ad esempio afferma: «Ma è fin troppo chiara la causa naturale che determina quelle fiamme [vulcaniche], per pensare che dimorino in quelle sedi proprio i demoni» (cap. XI). E: «Ma le anomali piogge per cui piovono sostanze ferrose, lapilli e lana si è potuto attribuirle a cause naturali piuttosto che ai demoni, e altrettanto le pestilenze e le contaminazioni dell’aria infetta, che tuttavia possono provenire anche dal demonio. In questo campo l’antichità fu notevolmente superstiziosa […]» (cap. XIII).

Persino la medicina è compulsata per la congettura dell’origine di certune manifestazioni paragonabili alla possessione diabolica: «Gran parte dei casi che potrebbero ricondursi all’intervento demoniaco sono infatti rapportabili anche a malattie fisiche. La prova è in queste parole di Ippocrate: esistono morbi di tal genere, “per cui [i malati] ritengono di vedere i demoni che li assalgono, a volte di notte, a volte di giorno”» (cap. XX).

Quanto al fatto che qualche fenomeno non sia spiegabile scientificamente, Federico rifletteva che la scienza non può aver scoperto ancora tutto: ci sono fenomeni che potranno essere compresi in seguito, e quindi occorre attendere il progresso delle scienze sperimentali, per poter decidere se un fenomeno sia compatibile con le potenzialità naturali.

Tuttavia, non mancano posizioni categoriche: «Spettri e visioni che accadono nelle miniere non sono in alcun modo attribuibili ad elementi e cause naturali, cioè al fuoco, ai venti, ai vapori, e alle esalazioni e alla densità dell’aria, alla caligine, all’oscurità o ad altri fattori del genere» (cap. IX).

La posizione perentoria si spiega con l’aprioristica concezione secondo cui il “sotto-terra” è dominio degli spiriti tenebrosi.

Il medesimo giudizio categorico è per il mondo dominato dalla idolatria, tra cui trovava il primo posto quello del Nuovo Mondo: «Infatti in quelle regioni le bufere e i venti si sviluppano per opera dei demoni, e soprattutto in Brasile […]» (cap. XII).

L’idolatria infatti, per il cattolicesimo soprattutto controriformistico, era ritenuta opera e dominio diretto del demonio.

La seconda opera, da me tradotta con il titolo Le conoscenze che hanno i demoni, risulta un saggio più speculativo e teologico. Le analisi sono spesso sottilissime; io qui le ignoro.

È assolutamente necessaria invece una informazione anticipata. Essa vale in parte anche per le manifestazioni del demonio nel mondo fisico; ma è essenziale per le conoscenze – ma anche le operazioni esterne – che il demonio ha circa i pensieri e le azioni dell’uomo.

Quando si dice che il demonio sa, oppure fa, qualcosa riguardo l’uomo, ciò non concerne necessariamente il demonio in sé, quell’essere che è chiamato e definito tale. Può concernere esseri umani che erano ritenuti asserviti al demonio. Tali erano gli stregoni, le streghe, gli indemoniati, tra cui erano annoverati gli idolatri, e in genere coloro che stipulavano patti col demonio.

La sintesi della questione sulla conoscenza che il demonio ha riguardo all’uomo, cioè ai suoi pensieri e alle sue azioni, è che il demonio può conoscere le rappresentazioni sensibili del pensiero – quali sono le immaginazioni. Similmente, della volontà dell’uomo conosce ciò che è deducibile dal suo comportamento esterno.

In pratica, il demonio è considerato più uno spirito corporeo – animale razionale, quale è l’uomo – che un puro spirito, quale dovrebbe essere secondo la teologia cattolica. A mio avviso è una incongruenza sbalorditiva, se non si tiene presente che a conoscere e ad agire nei confronti dell’uomo è in genere – a parte qualche circostanza – colui che del demonio è uno strumento o servitore.

Appendice 1

Brani di racconti di fenomeni strani da Analogie cosmografiche sulla sede e sulle apparizioni dei demoni traduzione di Francesco di Ciaccia

I luoghi solitari e fetidi. Capitolo VIII

Poiché dunque i demoni si presentano sotto varie spoglie, non sempre le loro malefatte e gli attacchi contro i viandanti sono evidenti; ed infatti nel suo diario di viaggio è stato riferito da Nicolò de’ Conti che nell’Arabia Petrea apparvero demoni accanto alle tende e, inoffensivi, avanzavano in gruppo per quei luoghi deserti. Essi agiscono così, per superbia, perché si parli di loro e, al contempo, per trarre qualche profitto o del corpo, o dell’anima. Anche presso i giapponesi si mostrano numerosi demoni, quando le persone, spinte da speranza e da false idee, si ritirano nei boschi e nelle selve per far penitenza. Mentre vagano per i boschi, si fanno loro incontro spettri e varie forme di demoni. Le selve di Lop godono di cattiva fama a causa di spettri siffatti, come riferisce, e tale giudizio è costante, Marco Paolo veneto; ed egli dice che di simili spettri pullulano i luoghi solitari nel regno di Erginul. Quando faceva il viaggio nel Catai, gli si avvicinò una turba di demoni come se cercassero di divertire i viandanti col suono di tamburelli (cap. VIII).

Le acque. Capitolo XII

Ora riferiamo un fatto davvero memorabile. Nel mare tra l’isola di Mona e Puerto Plata c’è un’isola detta di Santo Domingo. Due navi, dopo aver salpato da quell’isola e dispiegato le vele verso la Spagna, furono sballottate da una fortissima tempesta; e poiché questa cresceva d’intensità, i naviganti, sconsolati, si misero a invocare la Vergine Madre con voci rivolte al cielo. Alle loro voci risposero altre voci, somiglianti a quelle umane: «Che volete da questo Nume? Perché lo invocate?». Dopo, credettero che le voci fossero di demoni svolazzanti per l’aria, e alcuni li videro; sedata la burrasca, si trovarono tutti incolumi.

Nel golfo di Urabá una nave, che era salpata dal porto di Santa Maria ed era diretta verso altre isole, similmente stava naufragando per una fortissima tempesta. Vi erano imbarcate due donne molte pie, cui, contemporaneamente a prua e a poppa, apparvero demoni dall’aspetto davvero orrendo; uno di loro, come tenendo il timone, proferì queste parole: «Cambia la rotta», e l’altro: «Non posso». Al contempo fu udita un’altra voce: «Buttala nel profondo del mare e affogala». L’altro rispose che non poteva. Alla domanda del primo perché non potesse, rispose che lì c’era la Madonna di Guadalupe. Udito ciò, tutti scoppiarono in lacrime ed esecrando i propri gravissimi peccati si misero a invocare la Madonna di Guadalupe, grazie al cui intervento credettero di essere usciti incolumi dal pericolo, visto che la nave sembrava che già dovesse andare a sbattere contro le rocce e gli scogli. Infatti, sollevata sopra le rocce da un flutto più alto, fu spinta sul litorale ad oltre cento passi dall’acqua, senza che alcuno morisse. Ma ho intenzione di narrare un altro episodio, e una volta narrato ci chiederemo se sia potuto esser vero un fenomeno cui ormai l’opinione comune dà credito. Lo tramandano non solo la credenza popolare, ma anche la testimonianza di uomini seri con cui abbiamo parlato.

Tal Bartolomé Carreño, spagnolo, scoppiata una tempesta dalle parti dell’isola Bermuda, con la nave su cui navigava fu sospinto nel porto di Lisbona nell’arco d’una notte ed un giorno solo. L’isola Bermuda è disabitata e selvaggia, vi avvengono improvvisi e frequenti cambiamenti d’aria e quasi nessuna nave vi era transitata senza rischio; e tanta furia del mare, ogniqualvolta si è verificata altrove, nel giudizio e nella valutazione di uomini saggi è riferita ai demoni. Già qui sorge dunque il conflitto tra le testimonianze serie e la ragione, per il fatto che la distanza di quel percorso, ben nota a tutti, non può essere in alcun modo coperta nell’arco di ventiquattr’ore; e se la nave avesse impiegato sì poco tempo, era giocoforza che avvenisse a velocità tale, che i naviganti sarebbero morti, l’imbarcazione si sarebbe sfasciata o infiammata e tutto l’allestimento si sarebbe distrutto. Se si vuole comunque difendere il racconto, bisognerà rifugiarsi entro quel concetto cui si è giunti anche altre volte: che i demoni sono senz’altro in grado di condensare a tal punto l’aria ricoprente, che essa diventa come uno scudo; e non c’è dubbio che ciò rientri nella facoltà e nei poteri dei demoni.

Ma io ho il gran sospetto che il racconto abbia subito variazioni per le frottole, la cialtroneria e il passar di bocca in bocca della notizia stessa, fino al punto che la nave abbia compiuto la rotta veleggiando in pochi giorni con grande meraviglia degli stessi marinai: in realtà, mai è arrivata al porto in sì breve tempo. Dato che erano ben pochi i testimoni del fatto, per loro è stato facile accordarsi sulle cose da dire, visto che nessuno poteva confutarli, come non possono muovere obiezioni coloro che, lontano da casa, raccontano cose mirabolanti sulla propria casa: non c’è nessuno infatti che sappia cosa vi accada. Così, come gli uomini sono inclini ad ammettere prodigi e miracoli, anche quei marinai hanno potuto esagerare l’accaduto con l’apporto della credulità della gente. Infatti, anche solo a vedere un pozzo che sprofonda vertiginosamente, subito si crede che sia opera dei demoni; e nella medesima sciocca valutazione rientrano i pinnacoli e gli orridi dei monti, le acque stagnanti. Non appena questa falsa credenza conquista gli animi, poi aumenta sempre, e così si raccontano come veri avvenimenti falsi. Tuttavia, i testimoni del detto episodio erano uomini molto seri, e il demonio è in grado di compiere simili interventi; anzi, più strabilianti ancora, con il divino permesso.

L’aria. Capitolo XIII

Gli sconvolgimenti dei demoni nel terremoto Anzi, i monti franati sono detti opera dei demoni, immaginandosi la gente tali cose, a meno che ciò possa a volte accadere per volere divino; e chi espone queste idee non è tuttavia in grado di provare il fatto sulla base di alcun autore sicuro o di un avvenimento certo; io non ricordo d’averne letto alcun esempio, eccetto quello che menzionerò. Paolo Diacono narra che, sotto l’imperatore Anastasio, un soldato che viaggiava non lontano da Neocesarea, poco prima che la città fosse devastata dal terremoto, vide due soldati che si elevavano in alto sopra la città e udì un terzo, altrettanto con la divisa militare, dietro i due, che gridava di salvare l’edificio in cui si conservava il sepolcro di Gregorio; così avvenne, e il tempio di Gregorio si salvò dalla distruzione.

Il fuoco e gli incendi. Capitolo XI

Diverse persone ritennero che siano opera dei demoni quelle fiamme che vengono eruttate in vari luoghi come nel nostro Etna. Ma è fin troppo chiara la causa naturale che determina quelle fiamme, per pensare che in quelle sedi dimorino i demoni. E oltre a quanto scrisse Plinio su tali luoghi, sono stati rinvenuti talvolta fuochi sotterranei, sia al Settentrione, sia tra gli indi; e Olao Magno narra di un’isola che ha una fossa stabilmente rovente, intorno alla quale gli spiriti maligni appaiono ripetutamente agli abitanti e conversano con loro. Non potrei non crederci, come pure sarei disposto ad ammettere che possa succedere che intorno alle fiamme dell’Etna siano stati talora visti demoni aggirarsi qua e là. In effetti nella vita di san Filippo di Agira si legge che le città vicine a quel fuoco erano state infestate dall’incursione dei demoni che volavano in massa per l’aria e si mostravano anche ai viandanti, finché furono domati per virtù del Santo. Del resto è anche probabile che per volere divino sia accaduto che siffatti spettri fossero visti intorno a quei crateri, perché fosse tenuto vivo negli uomini il ricordo del Tartaro e ne fosse destato il terrore, motivo per cui il medesimo Dio ha offerto altri spettacoli. Aristotele accenna a una fornace nell’isola di Cipro al cui fuoco si liquefacevano i metalli, e dice che tra le fiamme furono viste bestioline saltellare e volteggiare. In questa storia saremmo di certo convinti dall’autorità del filosofo, se in un altro passo egli non sostenesse che nessun animale ha origine dal fuoco e che il calore grazie al quale gli animali hanno vigore non è fuoco né discende dal fuoco; e altrove dice anche che il fuoco non può assolutamente putrefarsi.

Appendice 2

Alcuni appunti ai diavoli del cardinal Federigo di Gabriella Cattaneo

[…] a me tocca osservare alcune incongruenze di un testo che condivide inevitabilmente i caratteri della cultura del suo tempo, […] sotto molti aspetti per noi difficile da intendere.

La prima difficoltà consiste nel carattere eurocentrico della cultura secentesca; nonostante il recente approccio ai continenti extraeuropei, mancava al mondo del XVII secolo una vera consapevolezza del “diverso”, automaticamente visto come “strano”: e da strano a “malvagio” il passo è breve. Ne abbiamo ampie prove nell’attuale società multietnica, che è ancora ben lungi dall’accettare lo straniero come diverso ma di eguale dignità.

La conoscenza del mondo extraeuropeo era, a quei tempi, limitata e soprattutto mediata attraverso testi e cronache poco precisi e saturi di preconcetti, non molto diversi dal capostipite Milione di Marco Polo; testi che, però, erano presi sul serio. La meticolosità di Federigo nel cercare e citare le sue fonti sull’Asia, l’Africa e le Americhe risulta, perciò, vanificata dall’inattendibilità delle notizie e delle descrizioni antropologiche cui egli attribuisce piena fiducia.

Ecco, quindi, comparire popoli afflitti da licantropi, considerati sotto influsso demoniaco, in un vago Settentrione, in cui pare che i Lapponi sintetizzino tutti gli orrori possibili e immaginabili. Eppure, tra improbabili lotte tra streghe e licantropi fomentati dai diavoli, emerge un’interessante ipotesi: che possano essere dei maghi a trasformarsi in lupi. Nella mitologia di alcuni popoli, come i nativi americani, uno stregone che si è votato alla magia nera è in grado di trasformarsi in animale: i Navajo chiamano appunto gli stregoni “lupi navajo”, e analogo fenomeno esiste nell’immaginario dei lontani popoli delle pianure, come i Lakota.

Ecco popoli naturalmente atei, poiché mancavano due secoli alla nascita di un’antropologia religiosa che stabilisse che nessun popolo è naturalmente privo di religiosità. Ecco curiose notizie sui cinesi monoteisti che adorano un unico Re del Ciclo: notizia che per altro merita un approfondimento.

Non è forse possibile che tale credenza, diffusa nell’Europa secentesca, nascesse da una confusione geografica e si riferisse al mito indo-tibetano del Re del Mondo, abitante a Shambalah, la città fisica e metafisica nel contempo, collegata a tutti i luoghi del mondo e al di fuori di esso? Non è, per altro, improbabile che nella Cina, terra di diffusione missionaria dell’induismo-buddhismo, il mito fosse diffuso e che lì ne abbia avuto notizia qualche viaggiatore europeo.

Altrettanto diffusa quanto la licantropia del Settentrione sembra a Federigo l’antropofagia negli altri continenti; ed egli è certo che essa si colleghi alla presenza demoniaca. Probabilmente non poteva pensare diversamente due o tre secoli prima che l’antropologia spiegasse il cannibalismo come prevalente forma rituale, che permette a chi si ciba di determinate parti di un defunto di ereditarne i caratteri più ammirevoli, quali il coraggio in un nemico vinto o la saggezza in un antenato.

Altro elemento chiarito solo più tardi in sede antropologica è la valenza ancipite del serpente, mortale e salvifico, segno cosmico e totalizzante, scelto nel linguaggio veterotestamentario per significare la tentazione e il peccato di Adamo, e probabilmente non perché i serpenti sono fondamentalmente vermi come afferma l’autore, ipotesi originale anche dal punto di vista zoologico.

Un interessante elemento cui Federigo accenna, probabilmente senza poter possedere una precisa conoscenza della mitologia nordica, è quello degli “omiciattoli pelosi” presenti nelle miniere e da lui assimilati a demoni: essi, in realtà, sembrano somigliare molto al “Piccolo popolo” della tradizione celtica o forse ancor più ai folletti di quella sassone, custodi per l’appunto dei tesori custoditi sotto la terra, compreso l’oro delle miniere. Sia gli uni, sia gli altri, sono antropologicamente da assimilare a divinità ctonie. Anche se Federigo avesse potuto averne nozione, tuttavia, li avrebbe considerati demoni, come fa di tutte le divinità pagane.

È interessante osservare come Federigo, che pure fu grande studioso della cultura classifica, consideri divinità, semidivinità e personaggi classici come demoni: tali sono per lui tutti gli oracoli, i fauni. In questa visione egli si allinea con la più antica tradizione apologetica e patristica, che demonizzava tutti i culti pagani, se non riusciva a trovare nei miti una così forte analogia con il credo cristiano da assimilarveli (come nel caso di Perseo-S. Giorgio).

Vi è però una curiosa debolezza da umanista: l’affermazione apologetica nei confronti del mondo romano che non avrebbe praticato né permesso la magia. Ora, chi conosce l’opera degli scrittori latini più noti, da Orazio ad Apuleio al Satyricon, non può ignorare che il popolo romano era dedito ad ogni tipo di culti magici, bianchi e neri, e non sempre solo a livello popolare. Evidentemente Federigo ha idealizzato l’antica Roma, pur condannandone il paganesimo, e la vuole proporre come modello di società.

Altro aspetto in cui Federigo riprende la cultura classica è la ripartizione della parte principale del libretto, in cui la locazione dei diavoli è suddivisa tra gli elementi costitutivi del cosmo, quali li avevano ipotizzati già i filosofi presocratici: i suoi demoni della terra, dell’aria, dell’acqua e del fuoco apparirebbero essenzialmente degli “elementali” ad un alchimista o in generale a un esoterista, ma certo Federigo non sarebbe per niente soddisfatto di tale associazione...

Vi sono categorie di persone che Federigo aborre ed associa immediatamente alla presenza demoniaca: i cabbalisti, i medici empirici, i filosofi naturali.

Che cosa intenda per i primi rimane piuttosto oscuro: non sembra riferirsi all’antica numerologia babilonese, per altro assunta pienamente dall’Antico e dal Nuovo Testamento nell’uso simbolico dei numeri; e nemmeno alla Kabbalah come sapienza iniziatica di ambiente ebraico, sviluppatasi nell’era volgare. Forse usa il termine come sinonimo di magia? Di astromanzia o cartomanzia? Anche il termine “necromanzia” è usato impropriamente, ma nel senso comunemente attribuitogli già dal Rinascimento: II Negromante dell’Ariosto si riferisce già ad uno stregone nero, e non ad uno dedito alla rianimazione dei cadaveri grazie ad arti demoniache, come indica propriamente la definizione.

I medici empirici sono l’oggetto comune degli strali di tutta la cultura artistotelico-tomista del Seicento, come i filosofi naturali, ovviamente empirici e non aristotelici: la testimonianza migliore è data dall’opera di Galileo: Federigo, quindi, si allinea perfettamente alla cultura del suo tempo, cosa inevitabile per un uomo di fede per cui la cultura aristotelico-tomista è l’unica veridica ed ortodossa.

La condivisione dei presupposti culturali del tempo è evidente anche nella citazione della teoria degli umori, anche se il collegamento tra umore melanconico e pratica della necromanzia è un’osservazione aggiuntiva.

Perfettamente coerente nella sua logica, certo più secentesca che umanistica, è la concezione che i demoni siano brutti, sporchi e piuttosto schifosi, come gli idoli, naturalmente, perché vogliono farsi temere più che amare, per contrapporsi a Dio che desidera essere amato. La stessa concezione aveva spinto gli artisti medioevali a rappresentarli come mostri, draghi e minacciosi felini, mentre il Rinascimento aveva adottato una concezione opposta: quella della bellezza e del fascino del diavolo, certo più efficace per indurre l’uomo in tentazione rispetto all’orrore. Infatti nell’arte rinascimentale la testa di drago del serpente attorcigliato all’Albero della tentazione era stata sostituita da una graziosa testa umana e talora anche da un tantalizzante busto femminile (come in Paolo Uccello, van Eyck, Michelangelo e moltissimi altri).

Due serie di osservazioni appaiono però, a chi scrive, meno coerenti e spiegabili: quella riguardante i poteri dei diavoli sulla natura e quella sulle loro preferenze per i luoghi solitari. Come mai i diavoli, nei sabba (su cui curiosamente Federigo non si sofferma, citandoli quasi di passaggio) non hanno potere di rinnovare il verde dell’erba, ma hanno quello di addensare l’atmosfera tanto che ci si possa ballare sopra sospesi a mezz’aria? E come mai, se amano tanto i luoghi solitari, come si dice per metà del libretto, in mare non si aggirano al largo, ma lungo le coste abitate, cercando i luoghi dove c’è gente?

[Demonologia di Federico Borromeo in due sue opere. Felice Accame e Francesco di Ciaccia presentano De cognitionibus quas habent daemones liber unus e Paralella cosmographica de sede et apparitionibus daemonum liber unus di Federico Borromeo (Biblioteca Ambrosiana e Bulzoni editore), venerdì 11 febbraio 2011, ore 18, Libreria Odradek, Milano. Literary.it 2 (2011)]

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