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Francesco di Ciaccia

 

Francesco d’Assisi
Letizia di feste e canzoni

Edizioni Rosetum Milano
2004

Pubblicato e stampato da
Edizioni Rosetum Milano
Centro Francescano Culturale e Artistico Rosetum
Via Pisanello, 1 20145-Milano

Illustrazione f.t.: Gino Baccarini, San Francesco, particolare
Dipinto su tela donato da G. d’Annunzio ai frati cappuccini di
Barbarano di Salò

Foto Calloni

© 2004 Edizioni Rosetum Milano
© 2004 Francesco di Ciaccia

ISBN 88-87050-34-1

Premessa

La «perfetta letizia», secondo la ben nota pagina de I fioretti che rispecchia fedelmente la formulazione di Francesco stesso, rientra nel concetto dell’accettazione di ogni forma di umiliazione, fino a quella, estrema, dell’emarginazione da parte dei propri discepoli, della propria «figliolanza». In sostanza, rientra nel vissuto esistenziale del dolore, fisico e morale.

La «letizia» secondo Francesco d’Assisi si colloca dunque su una direttrice di ordine spirituale: anche la «letizia» che non sia «perfetta», che non sia la più alta.

Le definizioni, le dichiarazioni, e le relative manifestazioni esterne, in tal senso, sono numerose e inequivocabili. Io le do per scontate.

Del resto, non credo che ci sia alcuno che pensi la sua giocosità alla maniera dei festaioli gaudenti. Ed è anche vero che neppure la sua giocondità, specificatamente quella successiva alla sua «conversione», ha proprio i tratti della levità vagamente romantica che ha caratterizzato alcune interpretazioni di fine Ottocento. Il Francesco che si allietava con le «creature» non era un «farfallone» spensierato: egli nutriva una coscienza profonda della «festosità» che si può, e si deve, vivere attraverso ogni esperienza con ogni essere, sia umano, sia non umano.

Posta, e presupposta, la questione su questa linea, io accosto tuttavia la «letizia» di Francesco d’Assisi sotto la particolare angolatura di due modalità concrete: la convivialità e il canto. Due forme espressive che entrarono nel suo immaginario, e nelle sue consuetudini, fin da giovane.

Festaiolo magnificente

Tommaso da Celano ha assimilato la dissipata “spensieratezza” del giovane Francesco alla “festa” di Gesù quando, moltiplicati i pani e i pesci, la folla voleva farlo re.

Il parallelismo scaturiva da intenti agiografici, in linea con la direzione dell’Ordine dei frati minori che pretendeva trasformare il fondatore, semplice uomo, e uomo “semplice” – così Francesco tenne a qualificare se stesso, nel Testamento –, in un soggetto “sempre più santo, sempre più mito”, per dirla con Merlo. Ma l’indicazione aveva una certa attinenza con la reale attitudine di Francesco.

Costui, figlio di Pietro Bernardone, commerciante di stoffe, era “completamente diverso” dal trafficante risparmiatore: “tanto più allegro e generoso, gli piaceva godersela e cantare, andare a zonzo per Assisi giorno e notte con la brigata di amici, spendendo in festini tutto il denaro che guadagnava o di cui poteva impossessarsi”.

Un allegrone, con “il debole di sperperare le ricchezze”, assicurò la Leggenda dei tre compagni; e l’Anonimo perugino lo definì “vanissimo dispensatore di mondana opulenza”.

Più affine alla madre, Pica, che Gemelli ha ritenuto aver trasmesso al figlio “la sensibilità, la magnanimità, l’ambizione avventurosa del cavaliere”, certo è che, quando il padre era lontano da casa, il giovane apparecchiava la tavola anche per chi non c’era, per poi dare ai poveri le vivande eccedenti.

La caratterizzazione del munifico ha attinenza col gaudente. Per un verso, la festa metteva in risalto la prodigalità, e la prodigalità favoriva i banchetti. Non c’era imbarazzo, per gli amici, a inventare festicciole: pagava lui! E con piacere lo eleggevano “re delle feste, perché sapevano per esperienza che avrebbe saldato le spese per tutti” (Vita seconda).

E lui, ambiziosamente munifico, spendeva e spandeva “quasi fosse un rampollo di un gran principe” (Leggenda dei tre compagni).

Il rapporto voluto dalla Vita seconda del Celano tra “scurrilità” licenziosa e “spensieratezza” festaiola è invece meno assodato. La Vita seconda, ha osservato Frugoni, era tesa a riprodurre la tipologia del Santo sulla falsariga del gran “convertito”.

In realtà il giovane era di “animo gentile, accondiscendente e affabile”, così il Celano stesso nella Vita prima, e semplicemente amava l’allegria. Gli autori della Leggenda dei tre compagni, non sospettabili in quanto, tra i pochi, rimasti fedeli a Francesco, lui vivente, precisarono: “a nessuno rivolgeva parole ingiuriose o brutte; anzi, pur essendo brillante e dissipato, era deciso a non rispondere a chi attaccava discorsi lascivi”.

Un episodio proietta l’indole gioiosa su un orizzonte più complesso. Fatto prigioniero nella battaglia tra Assisi e Perugia, nel duro carcere perugino i compagni erano avviliti. Logicamente. Lui no: “irrideva le catene”. La Vita seconda connetteva la sua serenità con l’“esultanza nel Signore”. Anche questo nesso appare sospetto: giovava a modellare la figura del predestinato. All’epoca, se mai, il giovanotto godeva delle serate, ad Assisi, in allegria con gli amici. Ciò che è già di per sé importante è, invece, proprio il dato certo: il prigioniero non si lasciava prendere dal rammarico. Più realistici gli autori della Leggenda dei tre compagni: Francesco, “ottimista e gioviale per natura”, “invece di lamentarsi si mostrava allegro”, tanto che un compagno di prigionia arrivò a prenderlo per “matto”, se faceva l’allegrone nel carcere. Non si può dire che il compagno avesse tutti i torti, tanto più quando l’allegrone gli ribatté che un giorno sarebbe diventato un gran “signore”, “onorato in tutto il mondo”.

Anche in questo caso, il Celano mise sulla bocca di Francesco una dichiarazione improbabile: “Di che cosa pensate che io gioisca? […] un giorno sarò venerato come santo in tutto il mondo”.

Profeta di se stesso.

Posto che lo “svanito pazzo” – tale, ritenuto dagli altri prigionieri, anche secondo il Celano -, prevedesse il proprio futuro, non sembra credibile che andasse a spiattellarlo in faccia agli altri.

Rivelatrice della reale origine della gioia è invece un’altra indicazione. Tra i prigionieri c’era un cavaliere che si lasciò andare a un’ingiuria verso un compagno. Tutti lo isolarono, Francesco continuò a mostrarglisi amico ed esortava gli altri a fare altrettanto (Leggenda dei tre compagni). Francesco, che mai amò i noiosi ammonimenti e scelse in genere il gesto leggero ma disorientante, in questa congiuntura comprese una dinamica banale ma di profondo intuito: vivere in amicizia, e in pace, significa star meglio, e in una situazione già di per sé affliggente non è il caso di renderla più pesante.

Ancora una volta, la giocondità guidava il suo impulso. E la gioia dell’affiatamento, conclusero i biografi, gli si diffuse intorno.

Ma non va svalutata neppure la valenza del fantasioso vaticinio su se stesso. Alla base di quell’immaginazione, rimarchevole è lo spirito ottimista. Già da allora, per Francesco la vita regalava: e se lui amava donare a profusione, al di là delle possibilità economiche - il rilievo è nelle fonti, su cui non mi soffermo -, doveva ritenere che anche la vita potesse donare al di là del prevedibile. In questo vissuto si riconfermava l’istinto generoso teso a godere.

L’esito di quell’ottimismo, forse irrazionale ma salutare, fu che il giovane “divenne più compassionevole” (Vita seconda). Ciò che Francesco dovette capire, a parte le orchestrazioni agiografiche, era l’intuizione, semplice e immensa, che la compassione assicura la serenità e asseconda la letizia.

La natura della sua indulgenza non era ascetica.

La vita non è sempre “festa” nel senso dei “festini”: in prigione, egli stesso provò sulla sua pelle che la vita può essere dolore. Dopo meno di un anno di prigionia, nell’agosto 1203 si ammalò, forse di tubercolosi polmonare, tanto che fu trasferito in infermeria. Bisogna cercare, dunque, di rendere la vita meno amara. Anche l’altrui. La compassione ne è un mezzo. Sempre praticabile.

La compassione però non è sopportazione.

La sopportazione può celare livore: fa male a sé, e senza volerlo agli altri. Francesco, in seguito, ormai “santo”, ebbe i suoi scatti d’ira, maledì, parlò fuori dai denti (qui non ne tratto): sopportare avrebbe portato a covare risentimento!

In questo ambito va iscritto il suo comportamento qualche anno dopo la prigionia. Il giovane, smanioso del cavalierato, decise di aggregarsi alle milizie di Gualtieri di Brienne, in Puglia, in lotta con Markwaldo che voleva usurpare al papa la tutela di Federico II giovinetto. Incontrò un cavaliere decaduto e, secondo la Leggenda dei tre compagni, gli donò gli abiti confezionati apposta, “sgargianti e di gran pregio”. Ciò sarebbe avvenuto il giorno seguente in cui si vide, in sogno, divenuto gran cavaliere.

Poi, dovendo desistere dal viaggio per recidiva del complesso primario tubercolare -lo ha sostenuto Cianciarelli -, ebbe la visione del Signore che gli assicurava molto più onore di un principe terreno. Secondo un’altra biografia, l’Anonimo perugino, Francesco li vedette, i vestiti; e l’avrebbe fatto dopo la visione del Signore. Le varianti, pur sostanziali, sono ininfluenti dal punto di vista della gioia.

Il sogno del gran cavalierato procurò al sognatore “felicità” immensa (Leggenda dei tre compagni); e il disfarsi degli abiti, donati o meno, prima o dopo la visione del Signore, in ogni caso esprimono la tipologia della felicità. Se è vero questo: “Ho la certezza che diventerò un grande principe”, è inutile tenersi qualcosa.

Appena dopo l’avvenimento, tutte le fonti hanno insistito sull’animo lieto ed esultante del giovane.

In questa tipicità emotiva - l’aspettazione certa della gratificazione - vanno viste le famose performances successive, compiute e vissute festosamente: il denudamento, il contatto col lebbroso, la riparazione delle chiesette fatiscenti.

La festosità costituì la forma d’essere delle sue opzioni.

D’Annunzio lo capì: “Francesco d’Assisi e Caterina da Siena furono le più gioiose anime fra tutte le anime umane”. Fece questa affermazione così perentoria e precisa, riflettendo sul fatto che la gioia nasce dall’anima innamorata: quando è presa da forte passione - che egli chiamava anche “voluttà.

Tra i primi gesti cui in effetti Francesco si abbandonò, fu strimpellare per strada come un matto.

Ma gaudioso.

E come tale dovettero compatirlo i briganti se, sentendolo proclamarsi araldo del gran Re, invece d’ammazzarlo lo spinsero in un fosso pieno di neve (Leggenda maggiore).

Vera o meno questa storiella, tramandata soltanto da Bonaventura, certo è che la sua gioia, se era la conseguenza della sua scelta di vita e non il fine, conservava la modalità di esprimersi che aveva avuto in gioventù: vivere cantando.

Morire cantando

Non mi soffermo sul Francesco che, visto un frate sfinito per il digiuno, si mise a mangiare con lui l’ottima uva dell’orto: il frate restò così contento e grato, che se lo ricordò per tutta la vita, notò lo Specchio di perfezione. Sottolineo invece i “festini” imbanditi per gli animali. Non c’è da ridere.

Se lui andava in brodo di giuggiole a Natale, voleva che anche le bestie godessero: buoi e asini ricevessero razioni più abbondanti, si spargessero granaglie per uccellini e allodole, fossero unti di carne persino i muri (Vita seconda e Specchio di perfezione). Allegrone! Motivazione a parte, l’istinto era quello d’un tempo: far festa. Con profusione. Poi, morente, fece chiamare l’amica Jacopa: voleva i dolcetti fatti da lei. Poté solo assaggiarli, poiché il suo stomaco non riteneva ormai nulla. Ma, se moriva felice, voleva esserlo anche a vedere lei, ad avere i dolcetti fatti da lei. Il moribondo si riprese. Immediatamente! Per un po’. Poi morì. Ma contento.

Quand’era più felice cantava in francese la lingua dei trovatori: coi quali si sentiva all’unisono. E se, spinto dalla voglia di cantare, non aveva uno strumento, “raccoglieva un legno da terra, lo teneva sul braccio sinistro, con la destra prendeva un archetto tenuto curvo da un filo e ve lo passava sopra accompagnandosi con movimenti adatti” (Vita seconda). Tra i discepoli più fidati, uno era stato famoso “re dei versi” e “gentilissimo maestro di canto”: Pacifico di Lisciano d’Ascoli, che collaborò anche al Cantico di frate sole. A volte gli chiedeva di suonargli musiche “molto dolcemente”, e alla musica si rivolgeva soprattutto per sollevarsi dai dolori del corpo. Una volta, a Rieti, nel 1225, ospite di un canonico, Francesco, infermo agli occhi, disse a Pacifico:

“Vorrei, fratello, che tu in segreto prendessi a prestito una cetra, e la portassi qui per dare a frate corpo, pieno di dolori, un po’ di conforto con qualche bel verso”.

Il compagno, per timore di scandalo, non si sentì di farlo. Francesco desistette. Magnificente! Anche nel rinunciare al canto.

La Vita seconda inventò che, non accontentato da un uomo, fu accontentato da un angelo cantautore. Poi Bonaventura, che sancì definitivamente la disumanizzazione della figura di Francesco - ha rilevato Miccoli -, immaginò angeli “compiacenti” in un concerto che non stava né in cielo né in terra ma che serviva a dovere: rendere Francesco “inimitabile”. Ma nessuno degli intimi di Francesco lasciò memoria dell’orchestra extraterrestre; e se la Leggenda perugina ha tramandato l’episodio in un alone di mistero, parlò solo di “ignoto musicista”. Francesco d’altronde, incline alle espressioni “magiche” della religione popolare, come ha riflettuto Cardini, rifuggiva tuttavia dal miracoloso, tanto che deplorò vigorosamente i prodigi sulla tomba di Pietro Cattani, uno dei primi suoi carissimi discepoli. E sul punto di morte, non si rivolgerà alle piume sovrumane: si rivolgerà alla propria ostinazione.

Non c’era bisogno di ricorrere a invenzioni strabilianti: il miracolo era già lì, a portata di mano, e della mano di tutti, imitabile, cioè cantare e suonare nel dolore! Nella stesura della Regola non bollata, raccomandò: “E si guardino i frati dal mostrarsi tristi all’esterno e oscuri in faccia […], ma si mostrino lieti nel Signore e giocondi e garbatamente allegri”.

Una volta redarguì un compagno che, afflitto per i propri peccati, andava in giro con aria triste e faccia mesta. Osservò: il problema dei tuoi peccati te lo vedi tu con Dio, ma “alla presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto” (Leggenda perugina).

Certo, nella vita si può essere presi anche dall’angustia. Francesco stesso ne fu attanagliato per due anni, prima di ritirarsi alla Verna con tre suoi fidi seguaci: era il tempo in cui era tentato di lasciare anche la guida spirituale dei frati, ormai completamente lontani da lui, dopo aver lasciato quella istituzionale. Lo confidò egli stesso ad uno dei pochi suoi fedeli compagni. Ma egli aveva preso questa abitudine: nei momenti di sconforto “sfuggiva la compagnia dei fratelli perché, sopraffatto da quella tortura, non riusciva a mostrarsi loro nella sua abituale serenità” (Leggenda perugina).

Vicino a morire, Francesco difese un principio di fondo: non c’è bisogno di sceneggiate. Basta esser felici! Cantava, e chiese che gli si suonasse e si cantasse. Elia Bombarone, suo superiore, ammonì che non stava bene farsi udire dalla gente, accalcata fuori la Porziuncola, cantare e suonare: il morente - esortò - piangesse per i propri peccati, si facesse sentire piagnucolare…, non era un buon esempio quello che dava, proprio lui, ritenuto ormai un santo!

Le differenti versioni sulla risposta di Francesco coincidono nel fatto che, in pratica, egli si fece garbatamente un baffo dei suggerimenti e riprese a cantare. Una fonte più vicina a Francesco, lo Specchio di perfezione, lasciò una notizia più salata, proveniente direttamente da frate Leone e poi passata nei Fioretti.

Il morituro rinfacciò a frate Elia, in termini che appaiono duri, in ogni caso con tutto “l’impeto” che poteva esprimere il moribondo: “Tu mi dicevi [a Foligno] che non sarei sopravvissuto più di due anni. […] Adesso lasciami godere nel Signore e cantare le sue lodi in mezzo alle mie sofferenze […]”. E non scocciare.

Testi citati

Anonimo perugino, trad. di V. Gamboso, in FF.

Bonaventura da Bagnoregio (o Bagnarea), Leggenda maggiore (Vita di san Francesco d’Assisi), trad. di S. Olgiati, in FF.

Cardini Franco, Francesco d’Assisi, Milano 1991.

Cianciarelli Sante, Francesco di Pietro Bernardone, malato e santo, Firenze 1972.

D’Annunzio Gabriele, Di me a me stesso, a cura di Annamaria Andreoli, Milano 1990.

FF: Fonti Francescane, Assisi 1977.

Francesco d’Assisi, Testamento, trad. di F. Mattesini, in FF.

Frugoni Chiara, Francesco e l’invenzione delle stigmate. Una storia per parole e immagini fino a Bonaventura e Giotto, Torino 1993.

Gemelli Agostino, Il Francescanesimo, Milano 1969.

I fioretti di san Francesco, in FF.

Leggenda dei tre compagni, trad. di V. Gamboso, in FF.

Leggenda perugina (Compilazione di Assisi), trad. di V. Gamboso, in FF.

Merlo Giovanni Grado, Storia di frate Francesco e dell’Ordine dei Minori, in Francesco d’Assisi e il primo secolo di storia francescana, Torino 1997.

Miccoli Giovanni, Gli scritti di San Francesco, in Francesco d’Assisi e il primo secolo di storia francescana, Torino 1997.

Regola non bollata (1221), trad. di F. Mattesini, in FF.

Specchio di perfezione, trad. di V. Gamboso, in FF.

Tommaso da Celano, Vita prima di san Francesco d’Assisi, trad. di A. Calufetti e F. Oliati, in FF.

Tommaso da Celano, Vita seconda di san Francesco d’Assisi, trad. di S. Colombarini, in FF.

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Finito di stampare nel giugno del 2004
da e presso le Edizioni Rosetum Milano
Centro Francescano Culturale Artistico Rosetum
via Pisanello, 1 – 20145 Milano

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