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I Salotti letterari

Conferenza
Lodi il 26 ottobre 1991
sull’opera miscellanea
Il Salotto letterario
Lodi 1980-1990
dell’Editrice Prometheus

Il "Salotto letterario" nella tradizione culturale

Il Salotto letterario come forma organizzativa del lavoro intellettuale ha una tradizione che risale al mondo classico. Si pensi ai circoli augustei di Mecenate – con poeti quali Virgilio, Orazio e Ovidio – e di Messalla Corvino – con Tibullo e, in un primo momento, con lo stesso Ovidio -: era presso di loro che si raccoglievano molti poeti – non tutti, proprio per la natura del “salotto”, come diremo – non solo a “declamare” i loro testi, ma, prima ancora, a discutere le linee progettuali del lavoro intellettuale ed artistico.

Il costume del conversare, inteso classicamente come “dialettica” tra “gli amanti della sapienza” – sempre in senso classico – e connotato formalmente del valore conoscitivo, risale a quel maestro del “dialogo maieutico” che fu Socrate, ripreso poi – come genere letterario – da un Platone, da un Macrobio dei Saturnalia e da altri scrittori latini e tardo-latini. Nel mondo greco il salotto letterario era chiamato Symposion, cioè convito, “luogo e forma di nutrimento dello spirito in compagnia tra amici – e vedremo che una delle sue varie forme di realizzazione fu proprio il “sedersi intorno ad una tavola apparecchiata per mangiare”. Leonardo Bruni, umanista, scriveva nel Ad Petrum Paulum Histrum Dialogus: “Che cosa può esservi di più adatto ad aguzzar l’ingegno [...] della discussione [...]?”.

L’esperienza del salotto letterario – la denomino così per uniformità espressiva – nel corso della storia assunse diverse denominazioni e qualifiche secondo le differenziate configurazioni fenomeniche; ma alcuni fattori sono comunque rintracciabili, in ogni epoca, come caratterizzazioni specifiche che globalmente rinviano alla tipologia aggregativa dei “gruppi informali”:

1) il carattere “libero” e volontario dell’incontro tra i partecipanti;
2) la contiguità socio-culturale tra i partecipanti;
3) la prevalenza del fine intrinseco alla stessa partecipazione rispetto ad altri scopi strumentali;
4) la mancanza di una centralizzazione rigida, anche nel caso della presenza di personalità di spicco.

Mi soffermo solo sul fenomeno impostosi largamente nell’Umanesimo, e sottolineo che fu proprio il salotto letterario umanistico ad attivare il processo dell’espansione culturale fuori del mondo ecclesiastico ed universitario: sotto tal riguardo, esso costituì un polo culturale alternativo. Sul piano organizzativo, bisogna però attendere l’età illuminista e soprattutto la nostra contemporanea, perché esso assuma un ruolo del tutto indipendente dal potere dominante.

La fortuna di questa formula aggregativa può essere vista come effetto sia della iniziale refrattarietà delle istituzioni verso le nuove istanze conoscitive e della allargata domanda sociale di cultura, sia dell’esigenza di un confronto tra posizioni diverse di pensiero e di esperienza. Nella loro sostanza, queste motivazioni presiedettero, in ogni epoca successiva, alla formazione delle varie configurazioni di “salotto”.

Indicativi sono i termini con cui erano indicati i “salotti” nell’Umanesimo: sodalitates litterarum, contubernales, a significare che le idee e le opere si forgiavano anche nella interrelazione di “amici”, di “compagni di tavola”. Il luogo fisico poteva essere la villa di un mecenate – e perciò i cenacoli umanisti furono detti spesso horti -, un monastero – si pensi al ruolo di Camaldoli, in cui convenivano i Medici, Cristoforo Landino, Marsilio Ficino, Leon Battista Alberti -, la casa privata di un intellettuale o di un editore, ecc.

Leonardo Bruni

Cristoforo Landino

Leon Battista Alberti

Dall’esperienza del salotto, o cenacolo, trasse motivo un genere letterario ad esso corrispondente: il genere dialogico. E se volessimo rinverdire la fecondità umanistica, dovremmo imparare a concepire le opere d’invenzione all’interno di un costume di conversazione (un esempio attuale è riscontrabile già, per citare un nome, in Alberto Arbasino). “Conversare”, in qualunque tipo di “sodalitates”, assolve a due scopi: ad “aguzzar l’ingegno”, secondo l’espressione del citato Leonardo Bruni, e al contempo a dilatare l’animo. Il medesimo umanista scriveva: “Che cosa c’è, quando la gente è stanca e abbattuta, e quasi disgustata dalla lunga e assidua occupazione (lavorativa), che meglio la rinfreschi dei discorsi scambiati in comune [...]”.

Un’altra indicazione – sul piano organizzativo – proveniente dal Rinascimento è la costituzione di salotti per opera di editori: il primo caso è quello proprio di Aldo Manuzio; o la partecipazione di editori alle riunioni degli “amici della cultura”, come nel caso di Francesco Calvo di Menaggio al circolo romano di Hans Goritz, mecenate di nazionalità tedesca. Più in generale, i salotti si rivolsero ai benefici della stampa per ampliare la propria capacità di influenza e per divulgare la propria immagine, in aggiunta a quel servizio primario che è offerto dalle trame delle conoscenze personali.

A parte la formalizzazione di alcuni circoli o salotti, riconosciuti anche giuridicamente dal potere imperiale e pontificio e, poi, statale, il salotto conservò sempre, intrinsecamente, la sua collocazione extraistituzionale. In età illuminista, quando ormai le accademie, nate dai salotti, divennero istituzioni finalizzate alla trasmissione del sapere ufficiale, gli spiriti liberi si riunivano in case private: notevole, per la storia della cultura italiana, il salotto in casa Verri, che diede poi vita al Caffè e in cui si discuteva di attualità, di politica, di riforme economiche, di letteratura. E non si dimentichi – ho tenuto a sottolinearlo prima – che era generalmente il risultato delle conversazioni a trovare sbocco nella pubblicazione. Un famoso, quanto simpatico, salotto letterario fu poi quello, detto cameretta, in casa Porta, cui assiduamente partecipavano Manzoni, Grossi, Berchet, ecc.

In una piccola sala di una trattoria a via Bagutta, a Milano, nella primavera del 1926 Riccardo Bacchelli scoprì, insieme con il critico Adolfo Franci, che quello era il posto ideale per parlar di cultura, tra l’altro mangiando anche bene. Il gruppo si estese ben presto a letterati ed artisti della Fiera Letteraria e vi fecero parte uomini che sarebbero diventati famosi, come Paolo Monelli, Orio Vergani e Mario Soldati. Dalle conversazioni nacque l’idea dell’omonimo premio letterario, il primo in Italia. E nel medesimo luogo – un “salotto letterario in trattoria”, intorno al 1960 si davano convegno amichevole e culturale giornalisti quali Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Giancarlo Galli. Per alcuni scrittori, sembra proprio che la cultura si faccia a tavola meglio che altrove.

Ricordo di sfuggita solo qualche esempio: alla trattoria «All’Amelia» a Mestre, al ristorante «Giannino» a Milano – in cui poi nacque l’omonimo Premio con la partecipazione di Carlo Bo, Piero Ostellino e Indro Montanelli -; al ristorante 1’«Oca Bianca» a Roma presso Piazza Navona, in cui i “sodales” erano giornalisti quali Ruggero Orlando, Claudio Angelini, Carlo Barrese ecc. Salotto vero e proprio, questa volta, naturalmente con qualche tazza di the e qualche pasticcino, fu quello di Maria Bellonci, nella cui casa, ogni domenica a partire dall’11 giugno 1944, si riunivano amichevolmente, per parlare e discutere un po’ su tutto, dalla letteratura alla politica, amici quali Massimo Bontempelli, Guido Piovene, Carlo Bernari, Alberto Savinio, Arrigo Benedetti, Alberto Moravia, Morante, Giorgio Bassani, Giuseppe Ungaretti, Francesco Jovine, Vasco Pratolini, ecc.: e dal cui salotto letterario nacque il premio Strega.

Il salotto letterario di Lodi, del quale presentiamo qui il volume nel suo primo decennale, ha avuto un’origine che ricalca spontaneamente quelle, per l’appunto, delle aggregazioni del medesimo genere. Amici, appassionati di letteratura si incontrano a casa per discutere, poi il cenacolo si allarga grazie alla pubblicità – in questo caso a mezzo stampa -, sempre allo scopo di un confronto di idee e di esperienze artistiche tra persone animate dalla medesima passione; poi si aggiungono altri e, tra questi, alcuni di fama nazionale, finché il luogo fisico si amplia, ma le finalità e lo stile rimangono le stesse: “non ha regole, non ha consigli direttivi”, non è “accademia di dotti o circolo culturale chiuso”, infine “ciascuno è libero” di discutere e di restare.

Non voglio illustrare analiticamente il volume che raccoglie la produzione del salotto letterario: è impossibile, qui. Mi preme solo notare la varietà dei contenuti e delle forme scrittorie, indice di una reale libertà artistica. Le opere sono tutte di buon livello, e in tutte si nota lo “scavo di violenze” interiori – per servirmi di una robusta espressione di Licia Mandich -, il percorso dell’animo in lunghe e profonde “attese” – per usare un termine di una poesia della raccolta – di ricerca innanzitutto di sé, con le “mani / tremanti / per una risposta / [...]: “come anime in / cerca d’identità” (Luisa Bergomi); di chiarificazione dell’inconscio – “esci dal deserto” [...], “alza il sipario” (Paolemilia Botturi Polenghi, che parla di un livello conscio e sentimentale, ma nel quale io vedo la liberazione dell’inconscio); infine di approfondimento dei sentimenti consci. Le poesie nascono da una macerazione dello spirito, che brucia il contingente e ne cerca gli elementi essenziali. Dico: eterni.

Senza dunque far torto a nessun contributo, mi piace esemplificare il giudizio della diversità, pur nell’armonia dell’insieme – tutte le poesie si muovono variamente tra il “narrato” e l’“espressivo”. C’è la lacerazione dell’animo che perviene a stupore assorto e che richiama il “nulla originario” heiddegeriano: “Per tutto c’è sempre un niente”; ed è una lacerazione che arriva ad annullare lo stringersi forte di due corpi (“ti guarderò negli occhi”, “ti prenderò le mani”: “due ombre mute [...]”; o la stessa autoconsapevolezza: “attendo / nascosta / di vedermi / passare” (Emma Azzi). C’è il realismo esistenziale del “camice” che “rivela un figlio appena nato” e del “matrimonio” come “una possibilità / fra mille” (Giuseppina Camilli Agnelli); la riflessione morale – soprattutto in La goccia, esposta in un discorso aperto, come quello di Laura Ferrari: “e il tuo cuore a stento regge questo peso”, il cuore del vecchio abbandonato; c’è l’essenzialismo esperienziale ed espressivo, come in Sergio Fumich: “pensieri che frullano / come passeri / sul cornicione”; il “racconto di vita”, come in Paolo Garbagna e in Stefano Seminari – quel “racconto di vita” che è stata anche la mia personale esperienza poetica; e la domanda metafisica di Lena Maddalena Peccarisio; c’è l’apparente svago scherzoso, molto piacevole, di Marisa Ponti Filberto; e c’è la poesia dialettale.

L’antologia raccoglie poi la prosa narrativa e la saggistica. Non c’è tempo se non di dire della forte efficacia narrativa della lucida consapevolezza di Elena Cazzulani o della pensosa “dissipazione” di Gilberto Coletto; e di dire come ogni altro racconto, per quanto breve, rimandi ad una problematica di vita.

Il discorso sulla saggistica potrebbe essere più complesso – almeno per me, che come mestiere faccio proprio il critico. E qui voglio distinguere tra saggistica come monografia e saggistica come articolo, che può essere di natura o specialistico-scientifica o divulgativa. La forma dell’articolo saggistico-divulgativo ha propriamente lo scopo di far conoscere al più vasto pubblico i risultati delle ricerche compiute, di diffondere il sapere anche più specialistico. È un compito oggi monopolizzato dai grandi mezzi di comunicazione di massa – con i periodici di cultura e con gli inserti speciali dei quotidiani -; ma la sua genesi rimanda ancora ai salotti, come quelli che hanno dato vita al Caffè o al Conciliatore. Personalmente, ho constatato che questo è il veicolo più efficace di diffusione del sapere, tanto che, da più di tre anni, io mi sto dedicando a questa forma di produzione, pur dopo aver pubblicato monografie e pur continuando a scriverle. Non si può dunque che incoraggiare questo genere di saggistica, che purtroppo, però, ho constatato, presso alcuni editori di cui sono stato consulente, d’un livello penoso di bassezza culturale.


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