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La famiglia degli Arluno
e “La peste” di Giovan Pietro Arluno

Conferenza
21 dicembre 1999
Assessorato alla Cultura, Arluno

La famiglia degli Arluno

Giovan Pietro[1] appartenne alla nobile famiglia degli Arluno – anticamente, Arulena o Arluna – proveniente dall’omonima città[2].

Il capostipite fu Leonardo – con data 1333 –, secondo quanto consta da un manoscritto inedito (Sitone). Costui ebbe due figli: Giovannino e Francesco. Dal primo nacque Luigi, “Notaius Laudensis”, che sposò tal Margherita, da cui discesero Boniforte – il padre del nostro Autore – e quattro fratelli: Francesco, Antonio, Maffeo e Melchiorre.

Melchiorre, protofisico e, nel 1445, decurione, ebbe due figli e morì il 23 aprile 1486 (ASL, p. 253). Un manoscritto inedito così ne metteva in guardia, il 10 ottobre 1449: “Altro ribelle alla repubblica”. Già suo fratello Antonio era stato definito “turbatore della città di Milano”, in data 6 gennaio 1409; e alla stessa data era “testimone alla proclamazione della pace tra Facino e il duca di Milano” (ASCM, Registro 1408-1409, p. 132v). Boniforte, invece, fu esaltato “assai gradito ai duchi”, come recita una lapide, e gli Arluno, in seguito, furono molto stimati e ricoprirono cariche anche ufficiali nel Ducato di Milano.

Boniforte – registrato col nome di Guinifortus il 16 giugno 1453 nel Collegio dei Nobili a Milano – sposò Agnese Tancia (anticamente Agnesa, Tanci o Tanzi), fu medico, protofisico ducale e morì a 72 anni, come consta da una lapide.

Tra i figli di cui si sa qualcosa, si annoverano tre medici iscritti nel collegio dei protofisici: Giovanni Battista, Gerolamo – che scrisse il Prognosticum per l’anno 1502 e morì “centenario” il 20 aprile 1538 (ASL, p. 252) – e Giovan Francesco – che lavorò nella segreteria ducale, prima di laurearsi; poi divenne praticamente cieco, come consta da una sua lettera del 6 dicembre 1586 (AdSM).

Il più noto è Bernardino – inserito nel Dizionario biografico degli Italiani della Fondazione Treccani. Nato a Milano nel 1478, vi morì il 6 febbraio 1535; fu un giurista, studioso di diritto e autore di panegirici; i suoi scritti su questioni particolari di diritto andarono dispersi, come recita una lapide, nelle devastazioni operate dagli spagnoli durante l’occupazione militare del ducato milanese (1536), e comunque tutti gli altri sono rimasti manoscritti – fatta eccezione per la seconda delle tre parti della Historia Mediolanensis, e cioè il De bello veneto ab anno 1500 ad annum 1516 seu Historiarum ab origine urbis Mediolani pars altera, che fu inserita nel tomo V, parte 4 del Thesaurus Antiquitatum et Historiarum Italiae, regionum et urbium juris veneti di Iohann Georg Graevius, edito a Leida nel 1722.

In effetti, la Historia Mediolanensis (Storia di Milano) di Bernardino non consta, come opera edita, in nessuna biblioteca, pubblica o privata, del pianeta terra, se non relativamente a quella parte denominata, appunto, De bello veneto. Girolamo Tiraboschi così delineò la vicenda, limpidamente e circostanziatamente: nel 1549 Gianfrancesco, uno dei fratelli di Bernardino, inviò all’editore-stampatore Oporino, a Basilea, la Storia di Bernardino e nel 1552 “già n’era stampato il primo quaderno”; ma, morto Gianfrancesco, l’Oporino, nel 1553, dopo aver inoltrato vibranti proteste agli interessati superstiti perché non gli veniva corrisposto il pagamento pattuito, cessò la stampa. Il Tiraboschi concludeva il resoconto con la convinzione che l’Oporino avesse cessato la stampa dell’opera, dato che – precisava – “è certo che questa Storia non ha mai veduta la luce”, e inoltre ricordava: “[…] nella biblioteca ambrosiana si conserva solo quel primo quinterno” – il quinterno stampato che era stato “rinviato a Milano” dall’Oporino – “e un codice a penna che contiene tutta la Storia” (Tiraboschi, p. 965). Il che tuttora è riscontrabile. La notizia consta confermata da Carlo de’ Rosmini, il quale parla della “sua [di Bernardino Arluno] storia di Milano inedita” e di “quella parte in cui la guerra Veneta descrive che si legge a stampa” (de’ Rosmini, p. 549).

L’altro figlio noto è Giovan Pietro, il nostro Autore di medicina.

Gli autori che fanno menzione della famiglia di Boniforte Arluno e Agnese Tanzi rammentano solo i figli sopra nominati: e in realtà ciò è conforme ad una lapide, che riferirò. Ma l’albero genealogico nomina un sesto figlio, Matteo, forse nato nel 1500. Anzi, da un’altra lapide risultano undici i figli: non nominati. In effetti, come si desume appunto dalle lapidi, ad essere nominati si desume che fossero i figli che conseguirono un certo successo.

Giovan Pietro Arluno

Giovan Pietro si laureò a Pavia, come i fratelli, fu medico archiatra, membro del Collegio dei Fisici a Milano e ottenne fama per la sua abilità in campo clinico e per gli scritti. Sugli scritti si sa tutto: quali opere redasse, quando e dove furono pubblicate e, per ciascuna, in quante e quali edizioni. Quanto ai dati sulla sua vita, consterebbe che sia morto il 5 ottobre 1538, nella parrocchia di San Vittore al Teatro (ASL, alla data). Il Sangiorgio – che pure prese in esame proprio l’università di Pavia e i medici illustri – nel 1831 assicurò che ben poche notizie, o quasi nessuna (“Poche e nessune notizie”), si avevano intorno alla vita “di questo d’altronde celebre Medico”, se non il nome del padre e il nome della madre, il luogo degli studi e le qualifiche professionali (Sangiorgio, sub voce Arluno).

Io ho trovato un documento manoscritto, datato il 17 ottobre 1538 a firma di Ja[cobus] Robius e vergato in bello stile a nome di Carlo V, non segnalato da alcun altro. Esso stabiliva i criteri per la riedizione delle opere di Giovan Pietro – indicato con la qualifica di Rettore del Collegio dei Fisici a Milano –: dovevano essere esaminate perché fossero riconosciute come sue; e si stabiliva inoltre che fossero vendute a prezzo equo (ASCM, Registro 1537-1445, f. 14). Il 17 ottobre di quell’anno tuttavia Giovan Pietro era già morto, pur da pochi giorni. Si era forse premurato, con istanza cui faceva riferimento il documento, di voler fissata e garantita la paternità delle sue opere? È presumibilmente verosimile, dato che all’epoca c’era un altro medico, benché non così eminente e rinomato come il Nostro, ad avere per nome proprio Pietro e per cognome Arluno, e a causa di ciò erano sorti a volte equivoci di attribuzione degli scritti (cfr. Biografia universale, p. 233).

Quanto invece alle edizioni delle opere del Nostro, e in particolare del De Peste Tractatus, la situazione è ben nota e chiara. La successione delle edizioni consta essere la seguente.

La prima raccolta in volume è datata 1515, a Milano: Joannis Petri Arluni Medicarum elocubrationum, “per Zanotum de Castilioneo, Ad impensas D. Jo. Jacobi et Fratrum de Legnano. Anno D[omini]. MCCCCCXV die XVIII Aprilis”, in folio. Ne elenco i trattati ivi raccolti, indicando i titoli esattamente così come sono di fatto – e non come riportati da altri scrittori (BAM, S.R. 209):

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis De Faciliori Alimento summula, pp. 19.

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis de citae concoctionis nutrimento, Commentarius tripartitus, ]acobo Philippo Sacco Mediolanensis Senatus Praesidi, pp. 113. (Giacomo Filippo Sacco era presidente del Senato di Milano sotto Francesco II Sforza, per incarico del quale cooperò alle Constitutiones dominii Mediolanensis, promulgate nel 1541 e andate in vigore il primo gennaio 1542).

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis de Balneis Commentario ad Scipionem Vegium Ducalem Prothophysicum, pp. 11. (Scipione Vegio era protofisico ducale, che sull’argomento aveva appena scritto per provvedere alla salute di Francesco II Sforza).

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis de lotii difficultate Commentariolus, Equiti Jacobo Trivultio inscriptus, pp. 6.

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis de Articulari morbo Commentarius. De Podagra, pp. 28. (Indirizzato a Padre Pacifico, abate di Sant’Ambrogio, che soffriva di podagra). Nel 1753 il manoscritto era segnalato nella Libreria dei cistercensi del monastero di Chiaravalle.

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis De Asthmate Commentarius Philiberto S. Martini Comiti noncupatus, pp. 18.

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis de supprimenda genitura lotio confusa Commentariolus. De Gonorhea, pp. 5.

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis ad expugnandam quartanam febrem Commentarius ad Jurisconsultum Joannem Baptistam Panigarolam, pp. 49.

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis Liber de complexione ad illustrissimum principem Joannem Jacobum Triultium, pp. 119, comprese 8 pagine della lettera al Trivulzio. Il trattato fu edito anche a parte, nel 1517, a Milano, ex off. Minutiana.

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis articulari morbo addictis elaborata quaestio, pp. 52, più una di Errata Corrige, 2 con due epigrammi e due poesie, 4 con lettera all’“episcopus sabinensis” e cardinale di Santa Croce, Bernardino Convasalo.

Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis De Peste Tractatus, pp. 22, comprese 3 della lettera “Illustri et summo rerum Moderatori optimo Domino Andree Burgio Cesareo vicario meritissimo” (Andrea Burgo fu ambasciatore dell’imperatore Massimiliano presso Massimiliano Sforza).

Il De Peste fu anche pubblicato a parte, nel 1517, a Milano, “per Zanotum de Castilioneo”, in folio, e lo stesso anno, presso lo stesso editore, in 4°, pp. 23.

La seconda raccolta è del 1532, in folio, V. Cavoti impendio, typis Gothardi Pontii, Milano. Ne fu stampato, per i tipi del medesimo editore, anche un volune in 8°, che io ho personalmente consultato.

Intanto, sempre a Milano, nel 1532 fu riedito a parte, in folio, il De Febre quartana; nel 1533 furono riedite le seguenti opere: De Faciliore Alimento; De Balneis; De lotii difficultate; De Morbo articulari; De Asthmate; De supprimenda genitura lotio confusa; ad esse furono aggiunti i seguenti scritti: De seminis fluore, ut aiunt, involontario, qui a Grecis Gonorhea dicitur, Commentarius; De suffusione, quam cataractam appellitant, Commentarius.

Le sue opere furono stampate anche a Basilea nel 1533, in 8°, “apud Michaelem Ifingrinium”.

Nel 1551 fu ristampato a Milano un suo volume, comprendente anche i seguenti scritti: De seminis fluore involontario, qui a Grecis Gonorhea dicitur; De suffusione, quam cataractam appellitant; Vinum mixtum an meracum obnoxiis junctarum doloribus magis conveniat?

Quest’ultimo trattato – circa il problema se sia più nocivo il vino annacquato o quello puro per i dolori articolari – era già edito a Perugia nel 1533; fu ripubblicato in folio nel 1573, sempre a Perugia, e nel 1732 in 8°, ancora a Perugia.

Nel 1732 furono edite in volume, a Milano “apud Gothardum Pontium”, in folio, sei opere: De Lotii difficultate Commentariolus; De articulari morbo quem podagram vocitant, Commentarius; De Asmathe Commentarius; De seminis fluore; De febre quartana; De suffusione, quam cataractam appellitant.

Alcuni, tra cui Filippo Argelati (Argelati) e Francesco Predari (Predari), gli attribuirono un’opera di carattere non medico: Descriptio elegantissima Verbani Lacus.

Giovan Pietro scrisse anche il “Panegirico a Francesco Sforza”: il manoscritto relativo “era nella vendita Morbio in Lipsia” (ASL).

La fama di Giovan Pietro Arluno è dovuta sia alla lucida dottrina sul piano teorico, sia alla impostazione pragmatica della sua linea medica. Da precisare che il suo pragmatismo non era di ordine empirico secondo il criterio della medicina popolare, ma era di ordine scientifico, cioè si basava su dottrine che già avevano preso in esame gli esperimenti fatti e vagliavano le pratiche in uso. Precisato ciò, la lucidità e l’efficacia delle indicazioni dottrinali e terapeutiche sono dimostrate da un dato oggettivo chiaro e preciso: la consistente diffusione delle sue opere, come si evince dal numero delle edizioni compiute in vari tempi e soprattutto dal fatto che esse, e in particolare il trattato sulla peste, erano stampate sia in folio, sia in ottavo. Ciò significa che la destinazione dei suoi scritti era non solo quella degli scaffali delle biblioteche per motivi di studio e di ricerca, ma era anche quella della consultazione abituale da parte dei clinici, per l’uso quotidiano nella pratica clinica, poiché per maneggiare comodamente un libro è richiesto un formato ridotto.

In pratica, i testi di Giovan Pietro Arluno costituirono manuali di base, per i medici, certamente per tutto il Settecento.

Ancora nel 1781 Alessandro Brambilla asseriva che Giovan Pietro era celebratissimo e che si era distinto per le opere pubblicate a stampa ma molto più per le cure sorprendenti che aveva praticate (Brambilla).

Per concludere questo cenno sull’importanza storica di Giovan Pietro in campo medico leggiamo un documento della sua celebrità presso i coevi quale si riscontra nel seguente epigramma di Benedetto Patelano (o Patellano) – segretario ducale a Milano dal 1527 al 1564 – riprodotto dal Corte:

Quaecumque expressit carthis Arlunus in istis
A nullis unquam scripta fuere viris.
Et si forte audax aliquis perstrinxit, et ausus
Est humeris tantis ferre laboris onus,
Imperfecta nimis, nec vero consona sensu
Edidit, in variis mancaque multa locis
Nec quis quam ipso uno felicius attigit arte
Seu medicam, seu tu verba latina petas.
Et quae jam dudum nostris erat exul ab oris,
Romane cepit nunc medicina loqui.
Conspice quam docto, et terso fluat ore, medendi
Dum docet infirmi corporis ille modum.
Sensa machaonio promat quaeque eruta penu,
Ne tristem in morbum languida membra cadant.
Quisque Apollineo gaudet medicamine, libros
hos legat, et cupidus verset utraque manu.

Traduco liberamente e poeticamente, cercando di rispettare anche la versificazione e il ritmo:

Tutto ciò che in questi libri Arluno ha trattato,
da nessun altro dottore è stato mai scritto.
E se mai alcuno affrontò, con audacia, ed osò
accollarsi il peso di sì grande fatica,
offrì opere troppo imperfette, e non chiare,
costellate in vari punti di tanti difetti.
Nessun altro, quanto lui, toccò meglio con arte
vuoi la medicina, vuoi la lingua latina.
Da tempo estranea al nostro linguaggio, ora
la medicina ha preso a parlare latino.
Mira con che dotta e limpida lingua proceda,
mentre insegna a curare il corpo malato.
Nel macaonio tempio investiga tutto il possibile,
perché le deboli membra non cadano in malattia.
Chiunque goda dell’unzione d’Apollo, legga
questi libri, e voglioso li sfogli con ambo le mani.

 

Le lapidi

La lapide, non datata, che riferisce i nomi dei cinque figli bravi e degni, “non degeneri”, fu inscritta da Vincenzo Forcella, nel 1890, nell’area della basilica di Sant’Ambrogio (Forcella). La riporto:

Bonifortus Arlunus splendidis
natalibus procreatus. Mediolani
ducibus acceptissimimus fuit.
Quippe qui et animi virtute
et celebri litteratura
floruit. Ceterum ex Agnete
Tancia insigni matrona liber
os suscepit haud degeneres [:] Iohannem
Baptistam. Hieronimum. Iohannem Franciscum.
Bernardinum et Iohannem Petrum. At conditi
sunt ipse Bonifortus cum coniuge
inonestissima et Iohannis Baptista et
Bernardinus in divi Bernardini templo

Traduco: “Boniforte Arluno nacque da nobile famiglia. A Milano fu assai gradito ai duchi, proprio in quanto si distinse sia per virtù interiore, sia per scritti celebri. Da Agnese Tanci, matrona insigne, ebbe bravi e degni figli: Giovanni Battista, Gerolamo, Giovan Francesco, Bernardino e Giovan Pietro. Però nella chiesa di San Bernardino furono sepolti lo stesso Boniforte, con l’onoratissima consorte, Giovanni Battista e Bernardino”.

Stando all’iscrizione, padre e madre, e anche Giovanni Battista e Bernardino, furono sepolti in San Bernardino: si tratta di San Bernardino alle Monache, sulla via oggi detta Lanzone. Il Dizionario Biografico degli Italiani, nel 1962, precisò però che tutta la famiglia fu sepolta lì (cfr. Raponi). Un’altra lapide, dell’area di San Bernardino alle Monache Francescane, “vista e trascritta da Pompeo Casati cistercense ed inserita nel vol. 2 delle Lettere di Francesco Cicereio” (Forcella)[3], è datata 1540. Poiché Francesco Ciceri, nato a Lugano nel 1521, morì a Milano nel 1596, la lapide, a quel tempo, si trovava ancora in loco. Trascrivo l’epigrafe:

D[eo]. O[ptimo]. M[aximo].
Hic cristiane
conquiescunt Bonifortis
Arlunus primatum Mediolanioque
principum medicorum praeclarissimus astronomus
sapientissimus vir pius et integerrimus LXXII
etatis annum feliciter praetergressus
Agnes Tancia coniux pudentissima et probatissima
insignis quoque filiorum XI corona
ex quibus quinque eximiam magisterii
lauream consecuti et dottrina
et moribus candidissimis mundo
preluxerunt. Unde istorum
spiritus jam cum Deo
et angelis in celo beatos
perpetuo deliciari iure
credimus
MDXXXX

In altri termini, Boniforte e Agnese, “castigatissima ed onestissima” signora, furono insigniti della “corona” di undici figlioli. Cinque di costoro si laurearono e rifulsero, davanti “al mondo”, per dottrina e per candore di costumi. Comunque, non è da dubitare, date le testimonianze in marmo, che i genitori siano stati sepolti in San Bernardino, “tempio divino”. Il padre, probabilmente nel 1525, quando morì; la madre, è ragionevole ritenere non dopo la data dell’epigrafe.

Nel 1718 il Corte, poi ripreso dal Mazzuchelli, dal Brambilla e dal Sangiorgio, parlò di una cappella gentilizia degli Arluno in Sant’Ambrogio. Lì, fino alla sussistenza della nobile famiglia, l’ornamento dell’ancona sembrava esprimere l’insegna del casato: era diviso in due ali che, al di sopra, abbracciavano una luna. “A nostri giorni – proseguiva – la Cappella gentilizia fu rimodernata, ed abbellita in vaga forma da’ PP. Cistercensi, e dedicata a San Bernardo” – in realtà ai santi Benedetto e Bernardo, ma denominata comunemente di San Bernardo. Essa corrisponde, oggi, a quella del Sacro Cuore. E lì giaceva – precisava – anche il cadavere di Giovan Pietro.

In effetti i benedettini cistercensi subentrarono nel sec. XV ai benedettini cluniacensi che dal sec. VIII avevano officiato Sant’Ambrogio e che costruirono un magnifico monastero. I cistercensi ebbero però solo la residenza nel monastero – poi fatto ricostruire da Ludovico il Moro per ordine del cardinale Ascanio Sforza –, mentre l’ufficiatura era affidata esclusivamente ai canonici. Data la situazione, gli spazi erano un po’ divisi tra gli uni e gli altri, nella stessa chiesa: e una cappella fu in effetti dedicata dai cistercensi a San Bernardo. Il rimodernamento della cappella è forse riferibile ai restauri compiuti nel sec. XVII. Ma se lo specifico capitolo di Memorie e monumenti funerari in S. Ambrogio tra Medioevo e Rinascimento (Rovetta) neppure accenna alla cappella funebre degli Arluno, vuol dire che le tombe furono trasferite in Sant’Ambrogio successivamente all’età rinascimentale. Tuttavia prima del 1718, evidentemente – poiché il Corte nel 1718 attestò appunto la cappella gentilizia degli Arluno in Sant’Ambrogio.

L’ulteriore ristrutturazione della basilica eliminò gran parte dei sepolcri e delle lapidi all’interno, trasferendo le lapidi – o alcune di esse – sulla parete esterna della chiesa. E lì io stesso ho visto la lapide a Bernardino Arluno, riportata dal Forcella. La riproduco:

Bernardinus Arlunus iure Con
sultus Absolutissimus exquisitiss
imaque morum eloquentia conspic
uus multa de iure Cesareo luc
culenter scripsit sed periere omnia
ab ispanicis copiis discerpta et ple
raque alia per hunc ipsum graviter
excogitata non omnia tantum virtut
is monumenta interierunt
nam extant adhuc preclari hist
oriarum libri qui cum multis mo
do repertis per eundem insigniter
contextis Dei Optimi Maximi nu
tu brevi in lucem venient

Traduco: “Bernardino Arluno, giureconsulto veramente superlativo, e cospicuo per la raffinatissima eloquenza morale, ha scritto in modo splendente molte opere di diritto civile, ma tutte furono perdute, disperse dagli eserciti spagnoli. Egli ha rigorosamente prodotto diverse altre opere. Non tutto è scomparso delle testimonianze di sì grande ingegno: ancora sussistono infatti validissimi libri di storia – si riferisce alla Historia Mediolanensis –, i quali, con molti scritti da lui brillantemente composti, e ora ritrovati, per volontà di Dio Ottimo e Massimo, torneranno alla luce in breve tempo”.

Non si tratta di un’iscrizione funebre. Ma la sua collocazione nell’area di Sant’Ambrogio costituisce un elemento, in appoggio, che avalla la presenza, un tempo, dei sepolcri degli Arluno in questa chiesa.

Se padre e madre furono poco fortunati nella memoria dei posteri circa i sepolcri, Giovan Pietro non lo fu di più.

Secondo il Corte, ripreso dal Mazzuchelli, dal Brambilla, dal Sangiorgio e dal Forcella, Giovan Pietro fu sepolto in Sant’Ambrogio nella cappella di famiglia, e l’epitaffio sulla sua tomba, che all’epoca si poteva vedere in loco – ma non al tempo del Forcella, tanto che egli avvertiva che l’avevano visto, proprio nella cappella di San Bernardo, “il Sitone, ed il Puccinelli” – era il seguente. Lo riproduco (rispettando gli a capo, ma in minuscolo e senza le abbreviazioni epigrafiche):

D[eo]. O[ptimo], M[aximo]. Invidistis heu parce nobis
Jo. Petrum Arlunum
virum medicae artis peritissimum
celeberrimum, probatissimum, perinsignis item
doctrinae, probitatis, ac laureae patris, atque fratrum quatuor majestate
praefulgentem
an candidas hujus literas
cum moribus sanctissimis adamantes
ad cumulum vestrae felicitatis
evexistis in caelum

Traduco: “Ci avete portato via, Parche invidiose, Giovan Pietro Arluno, espertissimo, illustrissimo, onestissimo medico, davvero insigne allo stesso tempo per dottrina e probità, rifulgente della gloria della laurea del padre e dei quattro fratelli, forse perché, innamorate dei suoi limpidi scritti insieme ai suoi così santi costumi di vita, al colmo della vostra felicità lo avete portato in cielo”.

La sorte – forse anch’essa invidiosa – ha poi voluto che, mentre Bernardino è entrato a far parte degli italiani illustri in quanto inserito nel Dizionario biografico degli Italiani, pur avendo lasciato scritti giudicati di poco rilievo e ben poco studiati (cfr. Raponi), dei quali è stata pubblicata soltanto una terza parte di una sola opera, il fratello, Giovan Pietro, del quale tutte le opere, o quasi, sono state date alle stampe e persino più volte e anche a distanza di anni e di secoli, è stato da esso ignorato. Il motivo dell’inserimento di Bernardino indubbiamente c’è: avendo egli trattato di fatti storiche, è stato menzionato da molti autori. Tuttavia, anche Giovan Pietro un motivo lo vanterebbe: la sua produzione scientifica e divulgativa in campo medico.

Siglario dei testi citati o consultati

AdSM: Archivio di Stato, Milano, “Fondo Famiglie”, fasc. 8, cart. “Arluno”. Manoscritti, inediti. Fogli inclusi in cartella, singolarmente non catalogati.

Argelati: Filippo Argelati (o Argellati), Bibliotheca scriptorum Mediolanensium, seu Acta, et elogia virorum omnigena eruditione illustrium, qui in metropoli Insubriæ, oppidisque circumjacentibus orti sunt; additis literariis monumentis post eorumdem obitum relictis, aut ab aliis memoriæ traditis. Præmittitur clarissimi viri Josephi Antonii Saxii ... Historia literario-typographica Mediolanensis ab anno 1465. ad annum 1500. nunc primum edita; una cum indicibus necessariis locupletissimis, t. I, 2 e t. II, 1, Mediolani, in ædibus Palatinis, MDCCXXXXV [1745], in folio, sub voce Arluno.

ASCM, Famiglie: Archivio Storico Civico, Milano, “Famiglie”, 70, fasc. “Arluno”. Manoscritti, inediti. Fogli inclusi in cartella, singolarmente non catalogati.

ASCM, Registro 1408-1409: Archivio Storico Civico, Milano, Registro Lettere Ducali, 1408-1409.

ASCM, Registro 1537-1445: Archivio Storico Civico, Milano, Registro Lettere Ducali, 1537-1445.

ASL: Archivio Storico Lombardo, s. II, vol. VIII, anno XVIII, Milano 1891.

BAM, S.R. 209: Biblioteca Ambrosiana, Milano, “Index Operis Jo. Petri Arluni Patricii Mediolanensis”, S.R. 209.

Biografia universale: Biografia universale antica e moderna ossia Storia per alfabeto della vita pubblica e privata di tutte le persone che si distinsero per opere, azioni, talenti, virtù e delitti. Opera affatto nuova compilata in Francia da una società di dotti ed ora per la prima volta recata in italiano con aggiunte e correzioni, vol. III, Venezia, presso Gio. Battista Missiaglia, dalla tipografia di Alvisopoli, MDCCCXXII [1822], sub voce Arluno (Traduzione, con aggiunte, della Biographie universelle ancienne et moderne, a cura di Louis-Gabriel Michaud, in collaborazione con Joseph-Francois Michaud).

Borghi: Paola Borghi, Antidoti contro la peste a Milano, cap. «I rimedi della medicina», Milano, IPL, 1990.

Brambilla, Storia delle scoperte fisico-medico-anatomico-chirurgiche fatte dagli uomini illustri italiani, t. 2, 1, Milano, nell’imperial monistero di s. Ambrogio maggiore, 1781, sub voce Arluno.

Corte: Bartolomeo Corte, Notizie istoriche intorno a’ medici scrittori milanesi, e a’ principali ritrovamenti fatti in medicina dagl'italiani, Milano, nella stampa di Giuseppe Pandolfo Malatesta, MDCCXVIII [1718], sub voce Arluno.

de’ Rosmini: Carlo de’ Rosmini, Dell’istoria intorno alle militari imprese di Gian-Jacopo Trivulzio detto il Magno, ecc., Milano, Dalla Tipografia di Gio. Giuseppe Destefanis, 1815.

Forcella: Vincenzo Forcella, Descrizioni delle Chiese e altri edifici di Milano dal secolo VIII ai nostri giorni, vol. II, n. 341; vol. III, nn. 318-319, a cura della Società Lombarda, Milano, Giuseppe Prato Editore, 1889-1890.

Mazzuchelli: Giammaria Mazzuchelli, Gli scrittori d’Italia, cioènotizie storiche, e critiche intorno alle vite ed agli scritti dei letterati Italiani, vol. 1, 2, Brescia, Presso a Giambattista Bolsini, MDCCLIII [1750], sub voce Arluno.

Predari: Francesco Predari, Bibliografia enciclopedica milanese, ossia repertorio sistematico ed alfabetico delle opere edite ed inedite, t. I, Milano, Tipografia Marsilio Carrara, 1857, sub voce Arluno.

Raponi: Nicola Raponi, Arluno, Bernardino, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 4, Roma, Fondazione Treccani, 1962.

Rovetta: Alessandro Rovetta, Memorie e monumenti funerari in S. Ambrogio tra Medioevo e Rinascimento, in Maria Luisa Gatti Perer (a cura di), La basilica di S. Ambrogio: il tempio ininterrotto, vol. I, Milano, Vita e Pensiero, 1995.

Sangiorgio: Paolo Sangiorgio, Cenni storici sulle due universita di Pavia e di Milano e notizie intorno ai piu celebri medici, chirurghi e speziali di Milano dal ritorno delle scienze fino all'anno 1816, vol. 1, edizione postuma a cura di Francesco Longhen, Milano, Placido Maria Visaj, 1831.

Sitone: Joannes de Sitonis de Scotia, manoscritto, autografo, “Observationes historico-genealogicae in Chronicon Collegii Judicum Mediolani”, Biblioteca Braidense, codice AD XV 22/4, n. 349, in folio.

Tiraboschi: Girolamo Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, t. III, parte III, libro III, dall’anno MD fino al MDC, Nuova Edizione, Firenze, Presso Molini, Landi e Co., MDCCXII [1812].

[Francesco di Ciaccia, Conferenza, La famiglia degli Arluno e “La peste” di Giovan Pietro Arluno, 21 dicembre 1999, Assessorato alla Cultura, Arluno]

Note

[1] O Gian Pietro, o Giovanni Pietro, come in Paolo Borghi (Borghi), o Giampietro, Gianpietro.

[2] Nel sec. XVIII, tuttavia, nessuno dei discendenti ottenne la conferma dello status nobiliare; esso però risulta ancora nel 1611: ad esempio, con atto pubblico in data 4 giugno, “Cecilia Arluna” era dichiarata esente, per la condizione nobiliare, dalle tasse sui possedimenti in località “Ozeno, plebe di Rosate” (ASCM, Famiglie). Cfr. anche Giampietro Bragagnolo, Al Paès del Vicari, Arluno, in «Quaderni del Ticino», 4, 1981, p. 83.

[3] (Lugano, 1521-Milano 1596) si trasferì a Milano definitivamente nel 1548. L’epistolario di Francesco Ciceri, cui si riferisce il Forcella, fu pubblicato solo nel 1782.

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