Servizi
Contatti

Eventi


La genesi degli scritti demonologici di Federico Borromeo

Collegio Antonio Rosmini, Sala Clemente Rebora, Stresa
14 aprile 2013

fdc 14/04/2013

Federico Borromeo (1535-1631) ha iniziato a dedicarsi alla problematica demonologica con un intento esclusivamente pastorale, come risulta dai suoi appunti. Tale intento è evidente, anzi è dichiarato nel suo primo scritto sull’argomento, il De ecstaticis mulieribus et illusis libri quatuor – il cui stampato è del 1616 -, dedicato alle manifestazioni mistiche soprattutto femminili, per il fatto che le donne risulterebbero più inclini al misticismo e al contempo più soggette a equivoci psicologici. In questo scritto Federico Borromeo, fondandosi sulla propria esperienza maturata nelle visite pastorali compiute nelle parrocchie e nei monasteri – egli fu direttore spirituale di tante monache o in relazione epistolare con loro -, ha tracciato un’ampia mappa delle situazioni mistiche più diffuse ai suoi tempi, offrendo puntuali e analitiche indicazioni di come riconoscere quelle false, che sarebbero dovute a illusioni, a disturbi psichici, a inganni demoniaci, da quelle vere, cioè soprannaturali ovvero divine – come egli le definisce e come allora venivano chiamate.

L’ufficio di pastore d’anime e di visitatore canonico lo misero dunque in contatto anche con soggetti insidiati in modalità particolari dagli spiriti maligni. Furono questi riscontri di fenomeni straordinari, definiti genericamente estatici, a sollecitargli interrogativi pratici sul rapporto tra fenomeni mistici e demonologia.

D’altronde, egli attribuiva molta importanza ai fenomeni mistici e nutriva verso di essi, se provenienti da Dio, un sommo apprezzamento, al punto da concepire come “gratia gratis data” – ossia “grazia concessa da Dio senza alcun merito di colui che la riceve”, quali sono il dono di fare miracoli (taumaturgia), il dono di parlare lingue straniere che non si conoscono (alloglossia), il dono di esporre in assemblea rivelazioni personali (profezia), ecc. – la pura e semplice conoscenza di un soggetto estatico (De ecstaticis, I, cap. I, pp. 1-2) e, per la grande stima delle esperienze estatiche, riteneva che Dio, all’epoca, ne elargisse in abbondanza nella Chiesa cattolica per dimostrarne l’autenticità divina e per glorificarla (cfr. De ecstaticis, II, cap. XIII, p. 85).

Occorreva dunque, data la somma importanza dell’esperienza mistica, salvaguardarla dalle insidie del demonio.

Si comprende allora come egli sia stato indotto a dedicare a tali esperienze, con le relative connessioni demoniache e perciò con le connesse problematiche demonologiche, varie opere a stampa e a redigere diversi quaderni di appunti.

La sua prima opera al riguardo, dunque, il De ecstaticis mulieribus et illusis, era chiaramente connessa con l’ufficio pastorale ed episcopale che includeva l’onere di insegnare e di dare direttive utili a chi avesse cura d’anime o comunque si trovasse a trattare con persone estatiche. Essa dunque è stata progettato per il clero, istituzionalmente incaricato di seguire le persone, sia religiose, sia laiche, nel loro percorso morale e spirituale, con tutte le complicazioni che tale percorso comporta.

«Ego statui remedium adhibere huic nonnullorum inscitiae (favente Deo) viamque tradere, qua possit aliquis ab omni periculo procul abesse» (De ecstaticis, I, cap. IV, p. 10), cioè: “Ho deliberato di rimediare (con l’aiuto di Dio) alla ignoranza da parte di tanti e di dare indicazioni per cui ci si possa tenere lontano da ogni rischio” connesso all’esperienza mistica.

Anche altri scritti demonologici di Federico Borromeo si collegano direttamente al progetto pastorale. Il De cognitionibus quas habent Daemones liber unus, il cui stampato è del 1624, fu intrapreso per affrontare alcuni dubbi che erano sorti all’Autore stesso durante la stesura del De ecstaticis mulieribus et illusis, quando nel capitolo terzo egli si era trovato di fronte ad un quesito: che cosa è in grado il demonio di conoscere circa l’animo umano? Questa precisa circostanza risulta da un appunto del cardinale stesso, vergato in un quaderno manoscritto:

«Il pensare a scrivere questo libro ebbe origine da un dubio, che io mossi nel 3° libro dell’estatiche, parlando di alcune parole, che proferite furono dal Demonio, le quali dimostravano ignorantia, et poco conoscimento» (De ignorantia, Opuscula, ms, foll. 139-140).

Opinione comune e semplificata era che il demonio, nella sua macchinazione per indurre al male, faccia assegnamento su quanto riesce a sapere dell’uomo, a conoscerne le propensioni, gli impulsi, le immaginazioni, gli atti e i fatti, insomma il suo mondo interiore ed esteriore. Ma esattamente che cosa, quanto e come il demonio può conoscere? Il quesito rientrava in un ambito concettuale meno semplice e scontato.

Altrettanto intuibile e assodato era il presupposto che per il confessore e per il direttore spirituale sia importante sapere che cosa passi nell’animo del penitente e del discepolo, perché egli possa capire l’origine e la natura dei loro vissuti straordinari.

In effetti Federico Borromeo nel De ecstaticis mulieribus et illusis aveva esposto con racconti anche circostanziati il processo e le modalità con cui era riuscito a scoprire vari inganni dei demoni che avevano “illuso” alcune donne (De ecstaticis, III, cap. XIII, p. 128; III, cap. XIV, p. 134; III, cap. XVI, p. 138). Orbene: se una mente umana può arrivare a tanta perspicacia, a quanto può il demonio il quale, come sanciva la sacra teologia, è un angelo a tutti gli effetti «naturali» (De ecstaticis, III, cap. XX, p. 147), cioè in base alla sua stessa essenza e sostanza? Invero, l’angelo conosce intuendo, cioè entrando dentro, l’oggetto del conoscere, in modo perciò immediato, a differenza dell’uomo che deve passare per la via mediata del ragionamento e quindi con un processo che non solo richiede più tempo ma anche che, passando da un concetto all’altro, è passibile di erranza (De cognitionibus, cap. II, p. 4).

In effetti, interrogando alcune estatiche “illuse”, cioè false o ingannate dal demonio, Federico Borromeo ebbe il sospetto che il demonio – il quale governa appunto tali soggetti ingannati – fosse ben poco accorto e astuto, in pratica poco intelligente, se poteva essere smascherato tanto facilmente con un po’ di acume umano; e ne aveva tratto, al momento, la seguente conclusione, esposta in questi termini nel capitolo XIX del libro terzo del De ecstaticis mulieribus et illusis:

«Constat item ex nostra illa narratione, Daemonum sermoni stoliditatem, et ineptias inesse, veluti sit genus illud ignorantiæ plenum».

In sostanza, il sospetto era che il demonio non conoscesse tante cose e ne conoscesse male alcune, sia circa l’uomo, sia circa il mondo, se lui stesso si dimostrava inconcludente in molte sue operazioni e se non era in grado di contrastare efficacemente le tattiche di uomini illuminati intese a smascherare i suoi tranelli. Ne nacque, di seguito all’enunciazione sopra riferita, un capitolo specifico del De ecstaticis mulieribus et illusis, il XX, sulla “ignoranza” dei demoni: «De inscitia Daemonum». In questo capitolo erano già delineati i punti essenziali della questione: i demoni continuano a possedere tutte le dotazioni naturali secondo la loro natura angelica; tuttavia, siccome risulta che fanno e dicono cose così stupide ed insulse da rivelare scarso acume intellettivo, è ragionevole presumere che Dio abbia loro imposto un certo qual offuscamento cognitivo, allo scopo di impedire che essi, di per sé assolutamente più intelligenti e quindi più sagaci e astuti dei mortali, godano di condizioni troppo favorevoli nella loro implacabile guerra contro l’uomo. Come seconda ipotesi si potrebbe anche supporre che essi simulino imperizia e un poco di stoltezza, per ingannare meglio i poveri mortali e trarli fraudolentemente nelle loro reti.

In ogni caso, la questione appariva, subito, gravida di dubbi. Ad esempio, come è possibile che una natura che sia intelligenza pura, quale quella angelica, dotata di intellezione intuitiva, che conosce tota simul, “tutto contemporaneamente” (De cognitionibus, cap. XIV, p. 64) l’oggetto posto innanzi al lume intellettivo, possa perdere questa modalità di cui è costituita la sua essenza stessa? D’altronde, se Dio può intervenire sulla sostanza degli enti da lui creati e presupposto tuttavia che egli non abbia inteso mutare la natura degli angeli decaduti – così come stabilisce la dottrina consolidata dei Padri della Chiesa e dei teologi -, quali sono i modi con cui Dio interviene nella dinamica del conoscere dei demoni?

La questione andava perciò affrontata in modo differente dai consueti metodi induttivi, fondati sull’esperienza pratica: andava affrontata ad un livello teorico, mediante l’esposizione degli insegnamenti dottrinali e attraverso un vaglio critico. Federico Borromeo si propose, appunto, di svolgere questa operazione. Lo troviamo dichiarato nel medesimo appunto del quaderno manoscritto, sopra citato, nel quale era indicata la circostanza in cui egli ebbe a pensare di scrivere il libro stesso (De ignorantia, Opuscula, ms, foll. 139-140).

«In questo libro [De ecstaticis mulieribus et illusis] lasciato habbiamo quelle cose, che giudicato habbiamo trattarsi generalmente dalli Scolastici, et ne i libri di Teologia, et habbiamo atteso à spiegare alcuni passi men communi degli altri, et meno ordinarij».

L’indagine sulla “ignoranza” dei demoni prevedeva dunque uno studio che sembrava allontanarsi dall’immediato fine pastorale, al punto che, in un altro quaderno di appunti in cui egli tornò ad accennare alla genesi dell’opera, sentì il bisogno di escludere ogni movente di “inutile e strana curiosità” dell’indagine, affermandone l’utilità spirituale, cioè il bene delle anime:

«Aliquid solatij accipient animarum / occasio libri ex libro de extaticis. / Non propter curiosam vanitatem.» (De ignorantia, ms, 1, fol. 19).

In effetti, la dissertazione sul sapere dei demoni e le successive ipotesi su come i demoni possano essere coartati da Dio, divinitus (De cognitionibus, cap. XIII, pp. 60-61; cap. XXIX, p. 115; cap. XXXIV, p. 129; cap. XXXV, p. 131), nella loro attività intellettiva, sia quanto all’oggetto, sia quanto alle modalità del comprendere, si addentrano in sentieri fitti di presunzioni sorprendenti, quando si stabilisce minutamente, e a volte con estrema precisione, che cosa i demoni possano e che cosa non possano sapere; e in che modo siano potuti giungere a certe verità, sia nell’ambito degli oggetti naturali, sia a livello delle realtà soprannaturali. Uno degli argomenti più delicati è, ad esempio, se, ed eventualmente come, i demoni conoscano verità simpliciter soprannaturali o quanto meno quoad modum soprannaturali. Il ragguaglio delle supposizioni avanzate solleva in effetti il dubbio che la materia trattata inclini davvero ad una qualche “inutile e strana curiosità”. Nell’ambito degli oggetti naturali della conoscenza, poi, uno degli argomenti più complicati è, ad esempio, se, ed eventualmente come, i demoni conoscano l’intimo dell’uomo, e se, e come, ne conoscano i gesti e gli atti esterni. In questo vasto campo la dottrina scolastica, che sta a fondamento dell’investigare, sfocia in opinioni fattuali ed in ipotesi così particolareggiate, che inducono al sospetto che, ancora, si vada incontro a “inutile e strana curiosità”.

In realtà, non per vana curiosità l’Autore ha affrontato un così complesso e delicato tema che spazia dalla teologia alla psicologia, dalla dogmatica alla fenomenologia dell’arte magica. Infatti, di certo sarebbe stato di consolazione per le anime sapere, ad esempio, che il demonio non potrà mai penetrare nell’intimo dell’uomo, sia sul versante cognitivo, sia su quello volitivo dell’animo umano; e che – risultato ancor più consolante – il demonio non potrebbe entrare neppure nelle immagini della nostra fantasia, se non sia l’uomo stesso a facilitargli questo itinerario.

La tematica dovette apparire all’Autore, dunque, tutt’altro che curiosa e vana; e si comprende, per ciò, anche l’assillo circa l’intitolazione dell’opera, su cui egli spese più di una riflessione.

Di primo acchito, proprio in base al motivo per cui l’Autore si era proposto di approfondire questo aspetto demonologico, il titolo doveva risultare intorno alla “ignoranza” dei demoni. In effetti, il dubbio sorto nel libro terzo del De ecstaticis mulieribus et illusis, al capitolo XIX sopra citato, era che i demoni fossero, in realtà, ignoranti e il successivo capitolo XX era intitolato, per l’appunto, con il chiaro e delineato concetto «De inscitia». Tra gli appunti preparatori, tra cui un quaderno monografico, il titolo focalizzava ancora l’“ignoranza” (De ignorantia Demonum, scritto così, senza dittongo). In questo quaderno, un’annotazione permette di intuire il rovello sulla dicitura. Vi si legge che il titolo aveva qualcosa di “buffonesco” e che poteva essere frainteso; e a margine del foglio troviamo aggiunto che l’“iscrizione” era stata cambiata.

«Dicam in animo habuisse hanc inscriptionem sed hac obiectione mutasse. Noto titulum habere scurilitatis aliquid: et possit retorqueri […].» (De ignorantia, ms, 30, fol. 22).

Attribuire, proprio nel titolo – che costituisce l’etichetta di una trattazione -, l’“ignoranza” ai demoni avrebbe offerto una visione della loro natura che implicava, quanto meno, qualcosa di strano («scurilitatis aliquid»), cioè che fossero definiti, tout cour, ignoranti coloro che, per la loro essenza, sono “intelligenze pure”, cioè esseri costituiti di sola sostanza intellettiva. Tale designazione, posta proprio in capo al libro, avrebbe potuto ingenerare non solo stupore e incredulità, ma anche fondate reazioni a livello logico e teologico («et possit retorqueri»). Forse, dunque, il titolo potrebbe essere stato cambiato sotto la pressione di rilievi di tal genere («hac obiectione»). Sta di fatto che poi il libro fu intitolato intorno non già alla “ignoranza” ma alla “conoscenza”.

In Paralella cosmographica de sede et apparitionibus Daemonum liber unus, anch’esso uno stampato del 1624, il demonio non è visto, principalmente e formalmente, in quanto angelo decaduto e tentatore. In quest’opera, il demonio sembra, invece, l’attore che, camaleontico, si veste dei quattro elementi fondamentali del mondo fisico e, in tal sembiante, si fa vedere e si fa udire; o quantomeno si ritiene che in tale foggia si trasformi e appaia.

Questo scritto si caratterizza, dunque, per un contenuto ed uno stile che potrebbero rientrare, in una certa qual misura, nel genere narrativo. Il materiale della fenomenologia diabolica non deriva, qui, dalla teologia, dalla Bibbia, dall’esperienza morale o mistica; proviene dalla percezione sensoriale, dall’esperienza fisica. Nel libro si parla di fenomeni del mondo fisico intorno a un misterioso universo di incontri ravvicinati, veri o presunti, degli umani col demonio. L’approccio sensibile, dalle molte forme, tra umani e dèmoni è datato dalle più remote età ed è testimoniato dal mondo classico; ma uno sterminato repertorio lo offriva, ai tempi dell’Autore, il mondo moderno, sia nelle zone rurali della cristiana Europa, sia nell’area colta dell’Africa settentrionale, mediterranea, musulmana; e soprattutto lo imbandivano con dovizia di curiosità esotiche i Paesi tanto lontani quanto ricchi di eventi mai visti e mai sentiti. Sono rievocati resoconti, raccapriccianti o mirabolanti, di navigatori e viaggiatori avventuratisi nell’estremo nord e nell’estremo oriente del pianeta, nei deserti roventi e allucinanti che annebbiano la vista e smorzano il respiro, nelle infide acque oceaniche dalle tempeste apocalittiche; e sono riferite dicerie che, magari ingigantite, tornavano a circolare, come da tempo immemorabile, su figure orrende intraviste tra il magma infuocato dei vulcani o su voci gementi tra i ghiacci eterni delle terre fredde, visto che – ed è il giudizio dello speculatore – le preferenze dei demoni sono decisamente per tutte le cose “esagerate”.

Anche a proposito di questo scritto demonologico-narrativo l’intento dell’Autore era sempre di ordine pastorale. Si trattava di intervenire circa la plausibilità, o alcontrario circa l’infondatezza, di certe dicerie e di certi racconti, per modo di tranquillizzare gli animi a proposito di siffatte apparizioni o manifestazioni del demonio.

Ciò non significa sostenere che Federico Borromeo fosse estraneo alla profonda convinzione, molto diffusa all’epoca, della incombenza del demonio sulla terra e tra gli umani; significa distinguere, entro la problematica demonologica, tra impellenza del demonio nell’animo umano e visibilità satanica nel mondo fisico. Nel primo caso, il procedimento di indagine è deduttivo, con ragionamenti che si configurano, facilmente, apodittici, fondati su principi ritenuti incontrovertibili; nel secondo caso è induttivo: da cui la tendenza investigativo-narrativa, fondata sull’accertamento dei fatti concreti. Ma le indicazioni offerte valgono, anche, a mettere in risalto l’attitudine globale di Federico Borromeo circa la questione del demonio, così sintetizzata da Franco Buzzi:

«In un secolo dominato da una specie di febbre satanica o di effervescenza diabolica, che arrivava a vedere abbondantemente nei fatti più diversi e reciprocamente estranei la presenza malefica del diavolo, l’approccio al fenomeno da parte del cardinal Federico Borromeo è indubbiamente espressione di una mente aperta e curiosa […]. Federico, come sempre, mira a sfatare la mentalità popolare, facilmente succube di credenze superstiziose che a quel tempo erano largamente diffuse, propalate anche dai tentativi di un incipiente sapere naturalistico […]» (Buzzi, p. 7). Il sapere naturalistico non interviene, in Federico Borromeo, ad allargare i confini dell’intrusione demoniaca, almeno in generale; interviene, per contro, a mettere al vaglio le credenze enfatizzate all’inverosimile.

Di chiara impostazione pastorale appaiono poi gli altri scritti demonologici, quali il De providentia Dei cum malignis spiritibus liber unus, uno stampato anch’esso del 1624, e De insanis quibusdam tentationibus liber unus, uno stampato del 1929. Infatti il De providentia Dei cum malignis spiritibus spiega come si inserisca nell’ordine provvidenziale persino la realtà demoniaca – poiché nulla sfugge a Dio ed ogni cosa avviene per sua stessa permissione -, mentre il De insanis quibusdam tentationibus assume imporanza anche per la direzione spirituale dei fedeli, affrontando espressamente alcune fenomenologie di tentazioni del demonio. Il De linguis, nominibus, et numero Angelorum libri tres, del 1928 – in cui per “angeli” si intendono sia quelli del paradiso, sia quelli decaduti, cioè dell’inferno – riveste un carattere più dottrinale, al pari del De cognitiones quas habent Daemones, ma anch’esso non perde di vista l’utilità della trattazione in ordine alla direzione spirituale delle anime.

Federico Borromeo “scrittore” e il suo archivio

Ora accenniamo come l’interesse pastorale di Federico Borromeo sia stato tardivo, poiché la sua passione e il suo impulso primordiali erano rivolti allo studio e al mondo letterario.

Egli sognava di diventare un uomo di lettere. Ancora nel 1623 si rammaricava di doversi definire «più tosto amico e benefattore de’ letterati, che letterato, poiché le continue occupazioni […] impedito hanno che io tale sia diventato quale desiderava di essere» (De delectu ingeniorum). E nel 1627 affermava di veder collegate la sua autobiografia con la sua autobibliografia così intimamente, che la sua vita e i suoi scritti si illustravano a vicenda (De suis studiis commentarius).

Morto il cugino Carlo Borromeo, nel 1584 – il quale lo aveva instradato nello stato clericale diocesano incardinandolo nella diocesi di Milano, il 19 dicembre 1580, e distogliendolo dall’entrare in un Ordine religioso -, Federico Borromeo fu combattuto tra il desiderio di farsi monaco – per vivere nella solitudine cui era fortemente incline – e quello di diventare cardinale, non già in vista di una esistenza mondana e faccendiera – quale offriva all’epoca la condizione cardinalizia -, ma per potersi dedicare più agevolmente agli studi e alla acquisizione di manoscritti antichi. Sta di fatto che tanto brigò, da riuscire ad ottenere il cardinalato. Era il dicembre del 1587. In effetti, ricco e libero vivere a suo agio, visse in solitudine studiosa e poté soddisfare, la sua passione, costosissima, di acquistare codici e libri antichi – e fu l’inizio della futura biblioteca ambrosiana.

Non altrettanto fu per la nomina pastorale ad arcivescovo di Milano. Era il 24 aprile 1595. Da lui assolutamente indesiderata, egli la accettò solo per la sollecitazione di Filippo Neri, suo amico e consigliere spirituale. Prese possesso della diocesi il 27 agosto successivo, ma poi soggiornò di nuovo a Roma, dal 1597 al 1601, nonostante la norma del concilio di Trento che imponeva la residenzialità dei vescovi diocesani.

In effetti, Federico Borromeo era proprio restio a fare il vescovo. Parlare il pubblico e predicare gli costava moltissimo, gli dava “angustia d’animo”, confessò (De suis studiis commentarius): soffriva infatti di una certa forma di balbuzie – conseguente, sostengono i biografi, al giudizio sprezzante di un precettore di suo zio che lo apostrofò, quand’era bambino, “stupidus e tardo di mente”. Superò bene, tuttavia, grazie alla sua indole volontaristica, l’avversione al predicare, ma soprattutto continuò nella sua passione per la ricerca letteraria.

Di fatto l’ufficio pastorale, pur assunto a malincuore, gli favorì anch’esso, in seguito, la passione per lo studio (Meditamenta litteraria). Dal 1616 fino al 1630, l’anno prima della sua morte, sono stati contati 65 libri federiciani stampati, ed 8 postumi, dal 1632 al 1633, più altri 75 con differenti stati tipografici e comprese le copie, per un tortale di 154; ma Franco Buzzi avvertiva nel 2001 che il catalogo completo delle opere federiciane a stampa, nel Seicento, restava ancora “un desideratum” (Buzzi, p. 109). Ciò conferma e supera il calcolo del Manzoni.

Da tanto materiale Federico Borromeo si aspettava un successo strabiliante (cfr. Buzzi, p. 128), tanto che, quando stabilì per testamento che dopo la sua morte fossero edite tutte le sue opere – sia i manoscritti, sia gli stampati – indicando anche la tiratura di ciascuna (fissata a circa 1500), prospettò che gli altissimi guadagni dovessero servire a pagare gli operai, a sovvenzionare edizione dopo edizione, a acquistare beni immobili.

Dal 1616 al 1627 fece stampare più di cinquanta opere. E qui poggia uno dei motivi del mancato successo degli scritti federiciani: la mole eccessiva di opere. Infatti, per realizzarle – lo focalizzò già nel Seicento il cardinale Guido Bentivoglio, proprio per motivare la mancata fortuna delle opere federiciane, ed oggi se ne rende ben conto chi le studia e le edita –, egli si serviva di altri (Bentivoglio, pp. 65-66); e non solo per le redazioni in latino, come scrisse il Bentivoglio.

Ma, al contempo, proprio l’enorme congerie di scritti sta alla base del valore archivistico federiciano. I suoi scritti infatti si presentano agli studiosi odierni come una ricchissima miniera dello scibile, non solo del Seicento, ma anche del mondo classico, patristico e umanistico, diramato in diversi ambiti e numerose tematiche.

Tra gli scritti stampati e quelli manoscritti, tra le opere compiute, sia in latino, sia in volgare, e i fascicoletti, i quaderni di appunti, i fogli assemblati o sparsi, il corpus di Federico “scrittore” è enorme. Presento in sistesi il quadro tematico, con qualche titolo tra i più esplicativi. A parte alcuni scritti estemporanei (11) gli argomenti sono i seguenti:

Scritti autobiografici (21), dalle memorie giovanili al resoconto dei suoi stessi scritti (De suis studiis commentarius).

Omiletica e pastorale (41), dagli “apparati di prediche” alle omelie vere e proprie e agli scritti sulle visite pastorali (6), in cui risalta l’interesse per la popolazione ed il clero rurali (Tractatus ad agrorum incolas, Tractatus ad clerum plebarum).

Teologia (40), con attenzione alle dottrine e ai fenomeni mistici e demonologici.

Filosofia (24), dalle problematiche generali (Semina rerum sive de Philosophia christiana) a quelle politiche (Salomon sive opus Regium) ed esistenziali quali l’amore (Dei costumi dell’amore), il distacco dai piaceri mondani (De Villa Gregoriana sive de contemptu deliciarum), la vecchiaia (De corpore animique vigore in senibus).

Esegesi biblica (41), dalle spiegazioni di passi biblici (Spiegazione d’alcuni luoghi di Scrittura [Sacra]) alle comparazioni di traduzioni in lingue diverse (De versionibus Scripturae Sacrae, De variis Sacrae Scripturae editionibus, Paraphrasis Chaldaica, quomodo et quibus in verbis differat a Vulgata).

Ascetica (70), sia come dimensione spirituale (Ad aridam mentem, De vita contemplativa sive de valetudine ascetica) e morale (De superbia), sia come atteggiamento anche esterno (Cipria sacra o sia trattato sopra l’onestà e decoro degli ecclesiastici costumi).

Agiografia e biografia (35), con preponderanza delle vergini, delle mistiche e delle penitenti (Philagios, De vita Catharinae Senensis).

Diritto ecclesiastico (27), dalle questioni generali (Della ecclesiastica libertà) a quelle specifiche ma generali (De prudentia in creando Pontifice Romano) e anche particolari.

Arte (12), dai temi generali (De pictura sacra) agli aspetti settoriali (Discorso sopra il modo del condurre una delle colonne che vanno alla facciata del Duomo).

Storia (15), dagli antichi romani alla Germania protestante e alla peste del 1630 a Milano.

Lingua e letteratura (30), dalla lingua antica degli italici (De lingua Italorum antiqua) alle Osservazioni sopra le novelle del Boccaccio; dagli studi sulla lingua ebraica a quella greca e latina.

Metodologia (42): sono accostate le metodiche sia per l’apprendimento delle discipline di studio (De addiscendis scientiis, Pallas compta, o sia Trattato sopra lo studio e coltura delle buone arti, Praxis studiorum, De delectu ingeniorum, De educandis ingeniis), sia per quello del parlare e dello scrivere (De arte dicendi, Considerazioni filologiche o sia Trattato sopra il modo di ben parlare e scrivere, Sul modo di comporre discorsi oratori, Sopra l’ordine che deve tenersi nello scrivere e nel comporre, De inveniendis rebus, Dell’esercizio e fatica nello scrivere), fino agli Appunti per una critica di un’opera d’arte.

Scienze naturali (20), particolarmente di ordine cabbalistico e pitagoreo, ma anche geografico e di curiosità varie, come il “modo di fare una fontana perpetua” e le “memorie per allevare li uccelli e il modo di tenerli in un giardino”.

Raccolte di appunti (34): i veri e propri “quaderni di studio”, il vasto materiale di annotazioni che stavano alla base dei suoi scritti organici.

Un tale enciclopedismo – inteso non in senso stretto come compilazione di tutto lo scibile, ma nel senso di “cultura aperta in ogni direzione” (Ceriotti, p. 155) – ebbe anch’esso un peso nel mancato successo letterario di Federico, essendosi occupato di troppi argomenti senza darsi tempo e modo di approfondirli, ma troppo pochi in modo approfondito -, per altro aspetto proprio l’ampia articolazione tematica sta alla base del valore archivistico federiciano. I suoi scritti infatti si presentano agli studiosi odierni come una ricchissima miniera dello scibile, non solo del Seicento, ma anche del mondo classico, patristico e umanistico, diramato in diversi e numerosi ambiti del sapere e dell’agire umani.

Ma l’importanza di Federico “scrittore” non è limitata alle pur numerose sue opere approntate per la pubblicazione; essa s’ingrandisce enormemente, se si tiene conto degli scritti preparatori, dei suoi appunti. E in questo campo la messe diventa sconfinata; ed è anche la più interessante e autentica, perché si tratta proprio di ciò che direttamente e personalmente Federico o vergava di suo pugno, o dettava con la propria voce.

In effetti, fin da quarantenne – scrisse il suo segretario Vercellone (Martini, p. 201) – Federico prese l’abitudine di leggere molto e di annotare su quaderni tutto ciò che leggeva, segnando anche le referenze dei passi degli autori. Tali quaderni di appunti costituivano come una “certa gravida semente” da cui “ho potuto mietere molto frutto” – ammise egli stesso (Meditamenta litteraria, in Giuliani, p. 62 e nota 35) –, poiché agevolmente egli trasse materia per la redazione di libri, avendo in tal modo la stesura di un libro già predisposta, anche per il fatto che gli stessi quaderni di appunti erano collegati in una “trama di rimandi interni sempre precisi e puntuali, che corrispondono ad un sistema articolato di indicizzazione” (Giuliani, p. 67). Egli era così convinto della bontà di tale criterio, che compilò addirittura scritti teorici e pratici al riguardo, quali il De exercitatione et labore scribendi, De rebus inveniendis, De ordine, stampati nel 1625. Anche questo lavorio di lettura e di annotazioni rientrava in quella che Federico riteneva dover essere la fatica dello scrittore, poiché – pensava – “non nascono i letterati e i dotti, ma si fanno, e in loro ha gran parte l’industria”, oltre le predisposizioni naturali (De delectu ingeniorum).

I materiali che si presentano raccolti nei singoli codici sono di vario tipo. Ci sono le “osservazioni o note […] sopra molti luoghi della Scrittura” (Semina rerum); gli excepta, cioè citazioni di passi tratti dalla lettura di diversi generi letterari e di diverse culture (sacra/profana, antica/moderna, occidentale/orientale); i coniectanea e gli argumenta, “concetti” originali con citazioni letterarie e locuzioni tratte da autori; i modi del dire (Giuliani, pp. 67-86)

Si tramanda che scrivesse anche dal barbiere, e dettava persino mentre si vestiva, e comunque è certo che attestò di sé: “Il maggior contento ch’io abbia avuto in questo mondo è stato l’essermi occupato nell’esercizio dello scrivere” (Pagliughi, p. 256).

Il suo enciclopedismo nocque al successo delle sue opere – di cui ancora Carlo Marcora parlava di una “faraggine di scritti” (Pagliughi, p. 259). Ma proprio questa caratteristica dà valore, oggi, al suo complesso di scritti, poiché apre orizzonti di notizie e di saperi, sia su epoche molto lontane, sia, soprattutto, sul periodo a lui contemporaneo o di poco anteriore. Nei due volumi demonologici da me curati, ad esempio, in Paralella cosmographica de sede et apparitionibus Daemonum. Liber unus, Biblioteca Ambrosiana - Bulzoni, Milano - Roma 2006, si gode di innumerevoli e multiformi (come le “manifestazioni” del demonio sotto le apparenze dei quattro elementi, acqua, aria, terra fuoco) racconti “prodigiosi”, narrati da navigatori dell’Estremo Oriente e del Nuovo Mondo, che ci permette di conoscere esperienze e fenomeni, raccolti in un’opera d’argomento teologico, altrimenti faticosamente riscontrabili. Nel De cognitionibus quas habent Dæmones liber unus, Biblioteca Ambrosiana - Bulzoni, Milano - Roma 2009, si profilano, invece, sotto gli occhi del lettore, le teorie – dai autori classici e soprattutto dai Padri e Dottori della Chiesa fino ai teologi quasi del suo stesso tempo – circa la potenzialità e la delimitazione dei demoni, vale a dire la loro capacità effettiva, di conoscere il mondo interiore dell’uomo e quindi di attuare il loro potenziale offensivo.

Appendice I

Gli scritti demonologici di Federico Borromeo

(Tutti alla Biblioteca Ambrosiana di Milano. Qui, con referenza d’Archivio)

  1. De ecstaticis mulieribus, et illusis libri quatuor, stampato, 1616, in Borromeo 38 e Borromeo 39;

De ecstaticis mulieribus, et elusis [sic] (Trattato sopra le donne estatiche e deluse o sia sopra le varie visioni di esse donne con i principii e regole per distinguere le vere dalle apparenti), manoscritto in italiano, in F 26 inf., 1.

I relativi appunti manoscritti sono:

Perché piu spesse volte alle femmine che agl’huomini siano comunicate le Divine Revelationi, in F 28 inf., 5, foll. 404r-442r;

Delle rivelazioni et delle illusioni, in G 82 suss., ff. 21;

Quattro libri di addizioni da farsi à diversi trattati composti dal Cardinale Federico Borromeo, in F 11 inf., I, 49-50, 66-67; II, 31-34, 137, 144-146, 149-151, 158, 185, 251-252, 255-257, 265-266, 273-274, 327-328, 376-377, 479-482, 579, 748-749, 785-787, 878-879; inoltre, in F 11 inf., I, 28-83;

Additamentum ad libros de ecstaticis, in F 28 inf., 5, ff. 470-501.

  1. Paralella cosmographica de sede et apparitionibus daemonum liber unus, stampato, 1624, in Borromeo 76 e Borromeo 77;

Paralella cosmographica de sede et apparitionibus daemonum (Del luogo e delle apparizioni de’ demoni), manoscritto in italiano, in G 5 inf., 5.

I relativi appunti manoscritti sono:

Pararela (sic) Cosmografa Manuscritta di S. E., del 1615 [ma al f. 1: Paralella Cosmographica de sede et apparitionibus Daemonum], in R 180 inf., 15;

Historia de Daemone, in Quinternus primus, foll. 1r-14r, in G 309 inf., 21;

De spectris, in Silva rerum, foll. 5-25, in G 309 inf., 44;

Per il libro de Selectis Probationibus dove tratterò de spectris, in G 310 inf., 26;

Paralella cosmographica sive de sede, et apparitionibus daemonum liber unus. Appunti. In latino, in G 310 inf., 48.

  1. De cognitionibus quas habent Daemones liber unus, stampato, 1624, in Borromeo 75 e Borromeo 76.

I relativi appunti manoscritti sono:

De Scientia Daemonum, Sententia Cardani, in Quinternus Secundus, in R 180 inf., 23;

De ignorantia Daemonum, in Meditamenta litteraria, pp. 130-140, in Z 110 sup.;

De ignorantia Daemonum, in Opuscula, foll. 139-140, in Z 110 sup.;

De ignorantia Demonum, in Miscellanea varia, foll. 19-32, in I 52 suss.;

De caractere quem daemon magis suis, strigibusque imprimere solet simulatque se illis dediderint, ff. 6, in R 182 inf., 16;

Quattro libri di addizioni da farsi à diversi trattati composti dal Cardinale Federico Borromeo, in F 11 inf., «Codex Primus Additamentorum», foll. 187-188, 237-238, 239-245, 272-273, 274-275, 322; «Codex Secundus Additamentorum», foll. 360-362, 367, 391-392; «Codex Tertius Additamentorum», foll. 612-613.

  1. De providentia Dei cum malignis spiritibus liber unus, stampato, 1624, in Borromeo 72 e Borromeo 73;

De providentia Dei et illius permissionibus cum malignis spiritibus (Della provvidenza di Dio nel regolare i demoni e permettere loro alcune cose), manoscritto in italiano, in F 30 inf., 1, ff. 1-94;

De Providentia Dei, et illius permissione cum malignis spiritibus liber unus, in G 310 inf., ff. 9 sfusi.

  1. De linguis, nominibus, et numero Angelorum libri tres, stampato, 1628, in Borromeo 70 e Borromeo 71;

De linguis, nominibus, et numero Angelorum libri tres (Trattato sopra gli angioli cioè del loro parlare, de loro nomi e del loro numeri), manoscritto in italiano, in F 32 inf.

  1. De insanis quibusdam tentationibus liber unus, stampato, 1929, in Borromeo 102 e Borromeo 103;

De insanis quibusdam tentationibus (Sopra le tentazioni stolte […]), circa “extaticis mulieribus et illusis”, manoscritto in italiano, in F 30 inf., 2, ff. 96-217;

De insanis quibusdam tentationibus, in R 181 inf., (I fasc.) ff. 1-6, (II fasc.) ff. 68-84, (III fasc.) ff. 85-97.

Appendice II

 Edizioni di opere federiciane

 Non è poi del tutto vero che gli scritti di Federico Borromeo siano passati completamente sotto silenzio. Basti qui ricordare come Arturo Reghini, d’altronde di cultura dichiaratamente pagana, nel 1944, nel suo Dei numeri pitagorici citò sei volte il De Pythagoricis numeris libri tres, (Mediolani, 1627) e la disse “opera rarissima e presso a poco sconosciuta” (p. 1).

Sono stati pubblicati dopo il 1650: almeno 22 edizioni di cui alcune opere pubblicate più volte [segnalo tra parentesi quadra le riedizioni della stessa opera].

Vita della ven.le serva di Dio suor Caterina Vannini Sanese monaca convertita compilata dal cardinale Federico Borromeo ... e dal suo originale fedelmente ricavata, Roma, per gli eredi del Corbelletti, 1699.

[I tre libri della vita della venerabile madre suor Caterina Vannini sanese monaca convertita scritti da Federico Card. Borromeo, Padova, Giuseppe Comino, 1756].

[Della Madre suor Caterina Vannini, Monaca convertita, Siena, Tip. S. Bernardino Edit., 1891].

[Piero Misciatelli, Caterina Vannini: una cortigiana convertita senese e il cardinale Federigo Borromeo alla luce di un epistolario inedito, Milano-Roma, Treves-Treccani - Tumminelli, 1932].

[Agostino Saba, Federico Borromeo e i mistici del suo tempo, con la vita e la corrispondenza inedita di Caterina Vannini da Siena, Firenze, Olschki, 1933].

[Piero Misciatelli, Caterina Vannini: una cortigiana convertita senese e il cardinale Federigo Borromeo alla luce di un epistolario inedito, Milano, Rizzoli, 1945].

Ragionamenti spirituali del card. Federico Borromeo arcivescovo di Milano ... Dal r. prete Gio. Zucchetti, Milano, Francesco Vigone, 1673-1676.

Constitutiones et decreta condita in provinciali Synodo Mediolanensi septima. Quam Federicus S.R.E. cardinalis Borromaeus ... habuit Anno 1609, Nouriae, typis Francisci Liborij Cavalli bibliop. & impress. episc., 1708.

Istruzione ai parochi per l’amministrazione dei sacramenti in occasione della pestilenza emanata dal cardinal Federico Borromeo, Milano, Boniardi Pogliani, 1849.

Della natività del Signore: ragionamenti, Firenze, tip. della casa di correzione, 1851.

Il Museo del cardinale Federico Borromeo, arcivescovo di Milano, Traduzione del sac. Luigi Grasselli, Prefazione e note dell’arch. Luca Beltrami, Milano, Tip. U. Allegretti, 1909.

[Musaeum, commento di Gianfranco Ravasi, nota al testo e traduzione di Piero Cigada, Milano, Claudio Gallone, 1997].

De pestilentia, codice inedito della biblioteca ambrosiana, edizione critica e note a cura di Agostino Saba, Sora, P. C. Camastro, 1932.

[De pestilentia. Peste di Milano del 1630, testo latino e traduzione a cura di Giancarlo Mazzoli, Pavia, Almo collegio Borromeo, 1964].

[De pestilentia, a cura di Armando Torno, edizione completata da quattro disegni di Pasquale D’Orlando, eseguiti all’acquaforte, in litografia, in xilografia ed in serigrafia, Milano, Libreria Bocca, 1984 (Alpignano, Tipografia A. Tallone)].

[La peste di Milano, a cura di Armando Torno, Milano, Rizzoli, 1987].

[La peste di Milano del 1630 : la cronaca e le testimonianze del tempo del cardinale Federico Borromeo, presentazione di Gianfranco Ravasi, traduzione di Ilaria Solari, a cura di Armando Torno, Milano, Rusconi, 1998].

De cabbalisticis inventis libri duo; avec une introduction, et des notes par Francois Secret, Nieuwkoop, De Graaf, 1978.

Miscellanea adnotationum variarum, a cura del Gruppo editoriale Zaccaria, Milano, Biblioteca comunale, 1985.

Le colonne per la facciata del Duomo, a cura del Gruppo editoriale Zaccaria, Milano, Scheiwiller, 1986.

Osservationi sopra le novelle. Avertimenti per la lingua toscana, testi inediti a cura di Silvia Morgana, Milano, Edizioni Paoline, 1991.

I testamenti di Federico Borromeo, a cura di Leonida Besozzi, Milano, NED, 1993.

I luoghi della posta, sedi ed uffici dalla Cisalpina al regno d’Italia 1796-1815: catalogo delle timbrature, Prato, Istituto di studi storici postali, [1998].

Di una verace penitenza, vita della monaca di Monza, a cura di Ermanno Paccagnini, Milano, La vita felice, 2000.

Semina rerum, sive De philosophia christiana, a cura di Chiara Continisio, Milano-Roma, Biblioteca Ambrosiana-Bulzoni, 2004. (Trascrizione del ms. G 21 inf. 6 conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano)

Luce mattutina: dialogo sulla vera fede tra un cristiano e un musulmano, a cura di Marina Bonomelli e Franco Buzzi, Milano, Mondolibri, 2006.

De educandis ingeniis: de librorum supellectile augenda, De typographiae incrementis, De legibus liberalium artium, Liber unus ad conservatores Collegii Ambrosiani, Busto Arsizio, Nomos, 2008 (riproduzione e la trascrizione del manoscritto inedito Ambrosiano F 31 inf.).

Fatte pubblicare in gran segretezza, con una tiratura di sole 4 copie (Buzzi, p. 130)

De christianae mentis iucunditate libri tres, Mediolani, 1632.

De concionante episcopo libri tres, Mediolani, 1632.

De sacris nostrorum temporum oratoribus libri quinque, Mediolani, 1632.

Il libro intitolato la gratia de' principi, Mediolani, 1632.

I sacri ragionamenti sinodali, vol. I, Mediolani, 1632.

I sacri ragionamenti sinodali fatti nelle maggiori solennità al popolo milanese, vol. II, Mediolani, 1633.

Conciones synodales, due volumi, Mediolani, 1633.

Meditamenta litteraria, Mediolani, 1633.

I tre libri delle laudi divine, Mediolani, 1633.

I sacri ragionamenti fatti in vari luoghi a diuversi stati di persone, ed in diverse occasioni, vol. III, IV, IV, Milano, Dionisio Gariboldi, 1640, poi ristampato nel 1646: I sacri ragionamenti di Federico Borromeo cardinale, ed arcivescovo di Milano, fatti nelle solennità del Signore, della Vergine, de’ Santi, e nel tempo della pestilenza; e variamente, secondo che nel titolo di ciascun volume si vede, disposti. Volume sesto, settimo, ottavo, nono, e decimo.

De vera, et occulta sanctitate libri tres, Mediolani, apud Ludouicum Montiam typographum Ven. Coll. Ambrosiani, 1650.

Siglario delle opere citate

 Bentivoglio: Guido Bentivoglio, Memorie del cardinale Bentivoglio, con le quali descrive la sua vita, e non solo le cose a lui successe nel corso di essa, ma insieme le più notabili ancora occorse nella citta di Roma, in Italia, & altrove. Divise in due libri, Venetia, Paolo Baglioni, 1648.

De delectu ingeniorum: Federico Borromeo, De delectu ingeniorum libri duo, Mediolani, 1623, in Biblioteca Ambrosiana, Milano, F 31 inf., unità codicologica 6.

De suis studiis commentarius: Federico Borromeo, De suis studiis commentarius, in Biblioteca Ambrosiana, Milano, Borromeo 110.

Meditamenta litteraria: Federico Borromeo, Meditamenta litteraria, in Biblioteca Ambrosiana, Milano, G 76 suss. e Borromeo 113.

Semina rerum: Federico Borromeo, Semina rerum, in Biblioteca Ambrosiana, Milano, R 181 inf. n. 2.

Buzzi: Franco Buzzi, Il corpus delle opere a stampa di Federico Borromeo stampate in vita e conservate all’Ambrosiana (1616-1631), in «Studia Borromaica», XV, 2001, pp. 109-135.

Ceriotti: Luca Ceriotti, L’ordine del sapere. Considerazioni sull’enciclopedismo borromaico e gli orizzonti del sapere, in «Studia Borromaica», 16, 2001, pp. 155-182.

Ferro: Roberta Ferro, L’esercizio della scrittura nel pensiero di Federico Borromeo, in «Studia Borromaica», XVI, 2002, pp. 215-243.

Giuliani: Marzia Giuliani, Il vescovo filosofo. Federico Borromeo e I sacri ragionamenti, «Biblioteca della Rivista di storia e letteratura religiosa», Studi XVIII, Firenze, Leo S. Olschki, 2007.

Martini: Alessandro Martini, La formazione umanistica di Federico Borromeo tra letteratura latina e volgare, in «Studia Borromaica», XVI, 2002, pp. 197-214.

Rodella: Massimo Rodella, Federico Borromeo collezionista di manoscritti: un primo percorso, in «Studia Borromaica», XV, 2001, pp. 201-214.

Vercelloni: Giovanni Vercelloni, Miscellanea carmina et nonnulla alia ad cardinalem Federicum Borromaeum spectantia, Biblioteca Ambrosiana, Milano, G 264 inf.

Francesco di Ciaccia, La genesi degli scritti demonologici di Federico Borromeo, Conferenza, Collegio Antonio Rosmini, Sala Clemente Rebora, Stresa, 14 aprile 2013, con la partecipazione di mons. Franco Buzzi, Prefetto della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, del giornalista Roberto Cutaia e di Samuele Francesco Tadini, del Centro Internazionale di Studi Rosminiani.

Materiale
Literary 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza