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La linea medica dell’Arluno circa la peste
Presentazione di Giovan Pietro Arluno, La peste

Conferenza
24 gennaio 2000
Milano, Libreria Tikkun

La linea medico-clinica dell’Arluno sulla peste

Il libro sulla peste dell’Arluno si inserisce nell’ambito della trattatistica che, all’indomani dell’epidemia trecentesca, denominata per antonomasia “peste nera”, conobbe un enorme sviluppo nel sec. XV, quando si cominciò ad affrontare in modo specialistico questo male sul piano teorico e sul piano socio-sanitario. Dal 1348 al 1500 circa, sono stati contati oltre duecento trattati sulla peste. Il processo continuò nel sec. XVI.

Quando scrisse l’Arluno, alcuni fattori circa la profilassi, sulla base delle indicazioni di Galeno, erano acquisiti. Altri ne furono introdotti. Uno dei punti cardine di Galeno era che il processo iniziale della diffusione della peste è la condizione climatica: il caldo e l’umido la favoriscono, perché, riscaldando i corpi, ne agevolano l’imputridimento; di conseguenza l’inspirazione di siffatta aria è assai nociva. Le situazioni particolari di rischio erano poi individuate nelle esalazioni delle acque stagnanti, nelle caverne, nella moltitudine dei cadaveri mal sepolti. Galeno fece ricorso alla dottrina dei quattro elementi (secco, umido, freddo, caldo), sulla cui base erano valutati i venti, la dislocazione abitativa, la vegetazione, i cibi e le bevande, con attenzione alla dieta. Questi dettami furono ripresi nel De Peste Tractatus dell’Arluno. E Galeno vi è menzionato sedici volte, soprattutto in riferimento alle indicazioni terapeutiche.

Ciò costituisce un dato importante, per definire il lavoro dell’Arluno: valorizzare l’esperienza. Già nel sec. XIV, e più ancora nel XV, si era iniziato ad affiancare al pensiero di Galeno l’apporto arabo – nel De Peste l’Arluno fa riferimento ad Avicenna trenta volte; ad Avenzoar, nove; a Khazes, quattro; ad Averroè, tre. Gli autori greci furono letti con spirito più critico: Ippocrate, liberato dalla cristallizzazione speculativa, fu recuperato nelle sue analisi pragmatiche; Galeno, latino, fu rivalutato sotto l’aspetto empirico, per l’investigazione attenta delle manifestazioni patologiche. La novità fu il superamento del dogmatismo e la riscoperta della funzione dell’esperienza. Gli arabi introdussero il concetto dell’influsso astrale sugli avvenimenti sublunari. Si badi, tuttavia: si trattava non di un fattore metafisico, “transfisico”, né di una matrice superstiziosa; era invece il tentativo di spiegare razionalmente ciò che sfuggiva alle risultanze nell’ambito terrestre. L’Arluno, facendone specifico riferimento, si premurò anche di interloquire con gli scettici.

Un altro rilievo. Sulla scia di eminenti classici, la scienza medica non contemplava altra causa della propagazione della peste se non l’aria. Qualche letterato, come il Boccaccio, aveva accennato al contagio attraverso panni e cose materiali; ma ancora nel sec. XV gli autori di medicina generalmente non vi davano peso. L’Arluno si accostò alla nuova – e non consolidata – concezione secondo cui la peste può trasmettersi – sia pure per via aerea – anche attraverso oggetti contagiati. Nel prosieguo storico la teoria, su nuove basi, si sarebbe decisamente imposta – e su questa linea un nome illustre sarebbe poi stato Girolamo Fracastoro (Verona, 1478, o 1476-1553) nel De contagione et contagiosis morbis et eorum curatione, edito a Venezia nel 1546.

L’atteggiamento sperimentale e critico di Arluno si ritrova nel giudizio sulla complessità delle configurazioni patologiche: non si può stabilire con certezza che un dato sintomo sia legato necessariamente a un determinato morbo. Sintomi identici possono procedere da morbi differenti. Ne conseguiva l’importanza di prestare attenzione alle particolarità individuali del paziente, sia perché le malattie si possono riconoscere meglio in base alla costituzione organica del soggetto, sia perché ognuno ha bisogno di indicazioni terapiche diverse. Arluno insistette molto sulla differenziazione individuale – su cui da lì a poco altri si sarebbero pronunciati sistematicamente.

Al giorno d’oggi, in cui la pratica medica è esasperatamente avulsa dal rapporto personale col paziente, ci si interroga se non sia il caso di ripristinare la funzione del vero medico di famiglia che non è quello pubblico o politico i cui “familiari” sono numerosi quanto un esercito.

Alla base dell’attitudine personalistica stava un’idea naturalistica: la medicina è scienza imitativa della natura, da paragonarsi alla agricoltura; deve aiutare la natura a conservare e a recuperare il suo equilibrio organico nel singolo soggetto.

Ciò non esimeva dal compito di classificare i morbi: anzi, lo imponeva a maggior ragione. E l’Arluno si dedicò con cura a questo scopo, consapevole d’altronde che non è un lavoro facile: quando una malattia investe l’organismo, tutto il corpo ne è invaso e le disfunzioni osservabili costituiscono un aspetto parziale e circoscritto della devastazione generale. Per di più, non si possono escludere fattori patogeni che si muovono nell’aria e che sfuggono alla conoscenza. L’Arluno lo affermò espressamente.

La fondamentale prospettiva dell’approccio medico dell’Arluno risulta dunque chiara: clinica e fenomenica. Il suo trattato si inserisce perciò nel filone della medicina pratica nei suoi aspetti profilattici e curativi – di cui un trattatello interessante è quello di Bernardino Bocha (o Bocca), Divini fioreti preservativi e medicativi contra la peste, del 1523, di poco successivo al trattato dell’Arluno sulla peste: “La caratteristica comune a questi trattati è che non introducono novità sostanziali per quanto riguarda l’interpretazione data alle cause della peste, per lo più ripresa dall’autorità dei classici, e l’ampio spazio dato alla questione dei rimedi da adottare” (Borghi, p. 102). Il motivo di questo pragmatismo è da collegare alle ondate di epidemia che si abbatterono in Italia, nella fattispecie a Milano e in Lombardia, nel corso del sec. XV: nella sola città di Milano, diciassette. Poi, dall’inizio del Cinquecento al 1528, sempre per limitarci alla sola Milano, in media una ogni due anni, e poi, in media, ogni quattro anni fino al 1550, anche se restano famose soltanto quelle del 1522-1529 (tra i prodromi e gli strascici) e del 1575-1577.

Allora si comprende anche il grande credito di cui godette Arluno in tutto il sec. XVI. Le sue opere, riedite più volte nel medesimo secolo, a volte furono pubblicate nello stesso anno sia in folio, sia in ottavo o in quarto. Ciò fa presumere la duplice pista di “mercato” e di interesse: quella degli studiosi e delle biblioteche, e quella degli operatori sanitari, per la pratica quotidiana della medicina. Al contempo, l’indirizzo sostanzialmente clinico del suo impegno costituì la causa del limite temporale della sua fama.

Per completare il quadro sintetico dell’epoca sulle linee di tendenza circa l’approccio alla realtà e in particolare alla peste, ricordiamo che, successivamente alla prima metà del sec. XVI, il dibattito registrò, nonostante i tentativi di affrancarsi dal prestigio degli antichi, una impasse metodologica, anche a motivo della temperie culturale che poneva i classici come punto obbligato di riferimento. Poi, in piena Controriforma, già durante la peste del 1575-1577, emersero segnali di riflusso metodologico – anche se l’esigenza di sperimentazione creò centri di studio e di ricerca, come a Padova -, finché, infine, si arrivò, con gran filosofia, negli ambienti più refrattari alla ricerca scientifica, alla certezza, emblematizzata dal Don Ferrante manzoniano, che la peste non esiste.

La linea teorica dell’Arluno sulla peste

L’opera di Arluno non si circoscrive esclusivamente entro l’ambito della medicina clinica. Egli prestò attenzione anche alle teorie circa le cause della malattia, discutendo sulle dottrine e vagliando le indicazioni terapeutiche della tradizione: e più di una volta anticipava le obiezioni di chi avrebbe opposto l’indiscussa autorità di predecessori illustri. Già questo elemento dà la misura dello spirito razionale dell’autore.

In particolare egli seppe e volle tener distinti gli ambiti di riflessione. Avallando l’incidenza delle forze astrali sulla realtà infralunare, distinse con rigore l’indagine astrologica da quella medica: la medicina non può pronunciarsi sulla natura e sulle potenzialità degli astri, anche se, qualora risulti un rapporto certo, deve tenerne conto.

In qualche modo, anticipò l’idea della distinzione dell’oggetto delle scienze, che da lì a poco sarebbe stata sostenuta da Andrea Vesalio (Bruxelles, 1514 - Zante, 1564).

Non si può escludere l’interesse dell’Aduno per la dottrina, complessa e affascinante, sulla interrelazione anima-corpo, che aveva un esponente nel Marsilio Ficino (Figline Valdarno 1433-Careggi 1499) che scrisse il Consilio contra la pestilenza, edito nel 1481 e riedito più volte. Da costui d’altronde anche l’Arluno recepì alcuni medicamenti di teriaca e soprattutto il principio che “il simile attira il simile”. Tuttavia si tenne estraneo da esiti che rischiavano di invischiare l’obiettività in connessioni con forze occulte, come nel libro di Antonio Benivieni, di poco precedente, cioè il Libellus de abditis ac mirandis morborum et sanatorum causis, edito a Firenze nel 1507 – il quale intuì quella fenomenologia che oggi va sotto il nome di psicosomatizzazione, su base concettuale tuttavia ancora avulsa da prove pratiche.

Comunque nell’opera dell’Arluno restò assente la magia. Non si trattava di mettere in discussione il valore teoretico e pratico della magia umanistica; il punto era sempre quello di veder distinte una disciplina e l’altra, ciascuna radicata sulla propria legalità logica e metodologica.

L’atteggiamento scientifico lo ha immunizzato da interpretazioni superstiziose o anche preternaturali, che pure hanno abbagliato il pensiero di studiosi, sia prima di lui, sia molto tempo dopo la sua età. Quando si individuano le cause di un fenomeno nell’azione – né verificabile, né falsificabile – di esseri “spirituali” (i demoni, nel caso di calamità), tutto è possibile: è possibile trovare gli emissari o servitori di tali “spiriti” in chi si vuole. Come fa comodo.

In questo senso, allora, è vero che la “paura” uccide più della peste – come si espresse qualche testimone coevo alle pestilenze. La paura genera fantasmi.

E il potere li individua.

È lo “sconosciuto”. Meglio: sono i “diversi”. Nel caso della peste, furono gli untori. Nel Trecento, nel caso della lebbra furono i lebbrosi. La cronaca del monastero di Santa Caterina de monte Rotomagi, in Francia, redatta nel 1345, tramanda che “in tutta la Francia i lebbrosi furono imprigionati e condannati dal papa; molti furono mandati al rogo”. Perché? Perché volevano ammazzare tutti – lo ebbero a confessare, sottoposti alla Santa Inquisizione, alcuni di loro stessi -: per conseguire il dominio sulla terra. In sede giudiziaria, l’inquisitore Bernard Gui, domenicano, pervenne a precisazioni più raffinate: i lebbrosi avevano già concordato la spartizione dei territori e delle cariche.

Vero quanto Dio. E il santo inquisitore si premurava con tutto il cuore, nella cronaca da lui redatta dopo i fatti, di ringraziare il buon Signore che, pietoso, aveva fatto scoprire la macchinazione e fatto mandare a morte tanti lebbrosi: i quali, secondo un’altra cronaca della prima metà del sec. XIV, furono sterminati quasi in massa. Sulla scia dei processi inquisitoriali la popolazione in effetti si era data da fare anch’essa: dopo avere sbarrato le case dei lebbrosi, le aveva date alle fiamme con tutti gli abitanti.

L’editto, datato 21 giugno 1321, portava la firma di Filippo V re di Francia. In realtà, forse si volevano colpire gli ebrei, accusati di intesa coi lebbrosi e coi musulmani, il cui re era a Granada. In altri termini, la paura si incanala verso la strada più sicura: eliminare gli avversari.

I quali, per la “fede”, sono avversari proprio di Dio. Non si discute. Nel 1633, i Padri Pellegrini arrivarono nella baia di Massachussetts; una infezione decimò gli indigeni – una delle cause dell’annientamento degli autoctoni, in qualche caso fino al 90% dei residenti. Ed ecco a qual fine Dio è fatto esistere: “Dio pose fine alla disputa [tra indigeni e colonizzatori] punendo [gli indigeni] col vaiolo [...]. Fu proprio in questo modo che Dio placò l’animo loro litigioso e fece spazio per quell’esercito di Dio che sarebbe giunto in seguito”. Così William Wood, nel 1634. E così i credenti nell’una e l’altra America: gli indigeni, “popolo del demonio”, dovevano essere puniti. E li punirono.

L’Arluno tenne fuori il soprannaturale – intendo qui in senso stretto – dal naturale: i cui fondamenti sono totalmente differenti. Il soprannaturale è esistenziale. Assolutamente vero: è dominio della “fede”. Non ha, né deve avere, prova documentale: neppure razionale. Se ne avesse, non sarebbe fede. Sarebbe scienza: magari “razionale”. Oppure “morale”.

Già ed ancora nel 1576, Gian Filippo Ingrassia, in Informatione del pestifero e contagioso morbo, libro edito a Palermo, sosteneva che, se a volte risulta impossibile la diagnosi corretta della peste, è perché noi sappiamo soltanto ciò che “l’onnipotente Dio vuole che sappiamo”, tanto più che la peste è “una guerra di Dio contro l’uomo peccatore”: proviene “dalla mano di Dio, o del demonio”.

Che ciò sia vero per fede, non è suscettibile di dubitazione alcuna: ciò che è vero per fede, è vero senza alcuna possibilità che possa essere contraddetto. Infatti, non abbiamo una certificazione, neppure razionale, che Dio vuole, o che non vuole, che oggi, e non in altro tempo, e qui, e non altrove, l’uomo scopra la corretta diagnosi di una malattia. Si può pur ritenere, per fede, che Dio avrebbe voluto, sì, che la causa della peste fosse scoperta prima, ma che, per la infingardaggine dell’uomo, che è libero, il disegno divino fu violato. E si può credere, sempre per fede, che Dio avrebbe voluto, sì, che la causa della peste fosse scoperta, non nell’Ottocento, ma dopo – onde venisse castigata tanta malvagità dell’umana schiatta -: però l’uomo, insano nel suo orgoglio, ha prevaricato sul divin disegno.

La fede non è, non può e non ha da essere, né verificata né falsificata.

La dipendenza della peste dalla volontà di Dio, a punizione dei peccati, è una certezza di “fede”. A Milano e sulla peste, Carlo Borromeo affermò: “Questa peste non è ella una voce grande, potente, e gagliardissima? voce orrenda e spaventevole? voce tremenda e lagrimosissima? E pur si vede così poca mutazione, così poca emendazione”; Milano non aveva raccolto “l’invito di salvarsi”. Non ci sono dubbi. Infatti se uno crede, per fede, che è così, è così. Tanto è vero che, se uno crede, per fede, che è l’opposto, è l’opposto. Inconfutabilmente: se per fede lo si crede, un male è mandato da Dio per premio, non per castigo! È la convinzione di chi, con la fede, consola i morituri; ed è la certezza di tanti santi: Dio “fa soffrire”, perché ama. Una sorta di “riconoscenza” divina: tanto che, al sopravvenire di disgrazie e di malanni, magari atroci, magari anche mortali, essi esultavano di gioia! Allora è vero che è così, se uno crede, per fede, questo: che Milano fu afflitta dalla peste, non perché cattiva, ma perché buona! E Dio le faceva un regalino. O quanto meno “giusta”, nel suo insieme – a parte i cattivelli qua e là. Esatto: come era giusto Giobbe!

La fede si autofonda. La verità “naturale”, invece, è relativa alla prova certa.

Siglario dei testi e manoscritti citati

Borghi: Paola Borghi, Antidoti contro la peste a Milano, cap. «I rimedi della medicina», Milano, IPL, 1990.

[Francesco di Ciaccia, Presentazione di Giovan Pietro Arluno, La peste, 24 gennaio 2000, con la partecipazione di Giorgio Cosmacini, Università degli studi di Milano e Università Cultura e Salute del San Raffaele di Milano, Libreria Tikkun, Milano]

Materiale
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