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Claudia Manuela Turco vanta una lunga militanza nell’arte poetica, in cui ha percorso strade innovative ed è pervenuta spesso ad esiti molto personali.

Di questa raccolta, inscrivibile entro la poesia-frammento come strumento comunicativo del dramma, il prefattore Domenico Cara segnala, proprio nell’esordio del suo intervento, due caratterizzazioni: la brevità e l’enigmaticità.

La poesia “facile” – estesa, discorsiva, comprensibile – non rientra in effetti negli interessi e nell’apprezzamento di Domenico Cara, come egli stesso ha dichiarato in una intervista: “Credo che la poesia realizzata per tutti, semplice, abbia fatto il suo corso”; e per quanto non sia vero che “la poesia facile sia più abbordabile”, essa comunque “rimane piuttosto un linguaggio docile e inutile, che entra a far parte del fiabesco, della filastrocca, dell’ovvietà, dell’effimero”[intervista].

Quanto alla enigmaticità, si può spiegare la sua essenzialità nella poesia ancora con le parole, di grande acume, di Domenico Cara nella medesima intervista: “La poesia è sempre mistero e si rivolge a chi ha entusiasmo, a chi vuole leggere e capire tra le righe le tensioni e le contrazioni dell’autore. È una scrittura di tensioni, di magmi, dove l’inconscio cerca di esprimersi, e chi prova ebbrezza e volontà di capire, capirà. La qualità del testo si sente dalle caratteristiche del linguaggio, dagli accostamenti, dai sintagmi che ha saputo creare”[intervista].

In effetti, la poesia nasce dalle profondità dell’animo e si avvicina alla forma comunicativa dell’inconscio: che non è semplice e facile decifrare.

Diversa è la questione, invece, dell’astrusità come caratteristica voluta ad ogni costo: cercare, deliberatamente e per forza, di non farsi capire. Circa le poesie di Claudia Manuela Turco, ad ogni modo, Domenico Cara avverte che sono “senza artificio” e senza “automatico gioco linguistico” (Prefazione).

Comunque, “facile” o “difficile”, non è questo il discrimine che stabilisce la poesia vera – e l’arte vera, in generale. Il discrimine è dato dalla ispirazione profonda, per cui il mezzo espressivo – la parola, ad esempio – nasce insieme al contenuto eidetico e l’uno e l’altro “fanno unità”, costituiscono una sola cosa. Allora, sono poesie valide e importanti sia testi come la semplicissima e “chiara” canzone Chiare e fresche dolci acque del Petrarca o quella leopardiana, elementare e facile, de Il sabato del villaggio, sia un testo enigmatico quale il M’illumino d’immenso ungarettiano. In tutti i casi di poesie autentiche, il testo, che i secoli dei secoli non finiscono mai di scandagliare per comprenderne la portata di pensiero e di sentimenti, arriva immediatamente all’animo del fruitore, e tanta umanità vi si riconosce e si rivive. Tali appaiono alcuni testi della presente raccolta, in cui, cioè, la brevità – collocabile entro la lezione dell’ermetismo – è un bagliore che si sprigiona dal profondo dell’animo ed investe tutti gli animi umani. Quindi mi piace ricordare “Corrispondenza d’amorosi sensi”, dedicata al Foscolo: “Ti persi | in un soffio | per ritrovarti | nel vento”, o Identità mutevole: “Lontano | o vicino, | perdo i miei luoghi”.

Per di più, anche testi che possono essere facilmente compresi e che registrano brani di vita obiettivata – sempre, s’intende, al primo livello della significazione (poiché l’arte, qualunque opera d’arte contiene e condensa significati oltre la connotazione) –, rientrano nella pratica di Claudia Manuela Turco. Ne costituiscono un nutrito esempio testi come Eclisse di sole, La voce solare ed altri, successivi nella impaginazione del libro, i quali non sono parsi avere necessità di chiose e note ad opera della stessa autrice.

La raccolta comprende anche testi da mistero. E allora l’autrice ha sentito la necessità di aggiungere note esplicative.

I testi del mistero, tuttavia, non pare che colliminino esattamente con la pratica del prefattore, il quale mostra di seguire il paroliberismo – secondo la definizione che Marinetti diede alla prassi scrittoria dei futuristi: associare, come se ci fosse un senso logico, parole non aventi alcuna connessione tra loro – e la filosofia dei paroliberisti, secondo cui occorre distruggere la presente civiltà e cultura, e così “dai suoi non-valori rifare la Vita!” (Prefazione).

Le poesie enigmatiche o criptiche di Claudia Manuela Turco ottemperano al criterio secondo cui i testi – e qualunque altra opera d’arte, ad esempio quella pittorica – incomprensibili vanno dotati di un apparato che valga a decodificarli, o esso sia offerto anticipatamente e a livello generale, o esso sia offerto contestualmente e sul piano individuale delle singole composizioni. L’autrice ha corredato le singole poesie di note esplicative. A qualcuno questo sistema non è piaciuto. Si ha, per il vero, la sensazione di leggere testi di autori antichi – quali quelli omerici, ad esempio, o anche solo quelli danteschi o quelli neoclassici, per fare un altro esempio più vicino ai nostri tempi -: testi per la cui comprensione è necessaria una spiegazione di ordine contestuale – per illustrare il significato – e di ordine lessicale – per illustrare il significante. In alcune circostanze le note esplicative si avvicinano a quelle didattiche di un testo scolastico, come quando si spiega, con “Il Grande Dizionario Garzanti”, in pratica con un qualunque vocabolario, il significato di “nutria” – un piccolo roditore – o di “bruma” –: spiegazioni ovviamente necessarie per chi non sia abbastanza acculturato. Comunque, si deve riconoscere che l’autrice si premura di rendere leggibili i testi meno comprensibili e di aiutare a comprenderli anche ai meno attrezzati culturalmente.

Recensione
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