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Nel nome di Elohim e di Yahweh e dello Spirito Santo.
Quattro saggi sull’origine dell’idea della Trinità e sulla critica della religione

È bene precisare immediatamente che l’Autore, nel saggio sulla “trinità” (Nel nome di Elohim e di Yahweh e dello Spirito Santo), compie una operazione – io credo – indubbiamente interessante: individuare parallelismi con “l’idea” della Trinità biblica all’interno di altri ambiti del pensiero umano. L’Autore, pur non proponendosi tematicamente alcuna sequela patristica e scolastica, ritraccia un solco dei Padri della Chiesa – tra cui, in particolare, Agostino d’Ippona – e dei teologi scolastici – compresi gli illustri Tommaso d’Aquino e soprattutto Bonaventura da Bagnoregio –, per i quali del Dio uno e trino del dogma cristiano si possono riscontrare figurazioni nella realtà del mondo – come quella della triplice funzione (vegetativa, sensitiva, razionale) della identica ed unica sostanza dell’anima umana.

L’Autore espone le connessioni della Trinità religiosa, da lui rintracciate, nella cosmologia e nella geometria. Quanto ai triplici aspetti cosmologici, riguardanti cioè la formazione dell’universo, egli conclude che la scienza raggruppa “i concetti fondamentali dell’universo in tre aspetti, titolabili con tre parole: la creazione, l’ordinamento, il pensiero. Il primo aspetto è la creazione della ‘sostanza’ e delle leggi (dal nulla o dal vuoto). Il secondo aspetto, che dipende dal primo, consiste nella trasformazione della ‘sostanza’ secondo le leggi immanenti fino al raggiungimento dello scopo. Il terzo aspetto è la rivelazione delle leggi e dello scopo cui tendono” (p. 73). Quanto alla “triade” in geometria, il primo aspetto “è la creazione dal nulla della sostanza (lo spazio fatto di punti geometrici), delle definizioni e dei postulati. Il secondo aspetto, che dipende dal primo, è la costruzione di tutti teoremi deducibili dai postulati. Il terzo aspetto è la scelta tra i postulati per raggiungere lo scopo, cioè per costruire una particolare geometria” (p. 74). In sintesi, “nella cosmologia e nella geometria i tre aspetti sono inscindibili e formano una unità” (p. 75).

Opportunamente l’Autore avverte che la comparabilità della Trinità biblica con la “trinità” – cioè con gli aspetti triplici e unitari – in cosmologia e in geometria non equivale a compatibilità: come ho anticipato sopra, si tratta di segni che, in natura, costituiscono come una figura – ovvero sono indicazioni “introduttive” (p. 75) – del “dogma di Dio uno e trino”. Si tratta dunque di realtà metafisicamente diverse tra loro (p. 77).

L’Autore dedica la maggior parte di questo primo saggio all’esposizione e alla dimostrazione che i tre “aspetti divini” dell’unico Dio erano già indicati nella Bibbia dell’Antico Testamento: Elohim corrisponderebbe al Dio Padre del Nuovo Testamento, Yahweh corrisponderebbe a Gesù, il Dio Figlio incarnato, lo Spirito Santo sarebbe il terzo aspetto dell’unico Dio, tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento.

Elohim, ovvero il Padre, sarebbe il Creatore, o ‘Dio ozioso’ – come lo qualifica l’Autore –, cioè l’aspetto divino puramente e totalmente trascendente, nel senso che non interviene direttamente nella creazione, non è oggetto di culto (“Non ci sono chiese dedicate al Padre”, p. 71) – a parte la preghiera degli uomini – né è destinatario di sacrifici. “Yahweh, ovvero Gesù” “inviato in terra dal Padre creatore” (p. 71), sarebbe il Dio “assegnato a Israele per disposizione del creatore Elohim”, e risponderebbe all’aspetto divino con la caratteristica dell’immanenza – nel senso che interviene nel mondo –, cui compete il culto. Lo Spirito Santo è l’aspetto di Dio che dona all’uomo intelletto, sapienza e saggezza; a lui non si rivolgono neppure preghiere: “i suoi doni sono dati senza bisogno di chiederli” (p. 72). Nelle religioni pagane equivarrebbe in qualche modo al Fato, salvo che il Fato è deterministico – “determina immutabilmente il bene e il male dell’uomo” (p. 72) –, mentre lo Spirito Santo determina solo il bene – fatto salvo il libero arbitrio dell’uomo.

L’Autore avverte che la sottolineatura monoteistica dell’Antico Testmento – nel senso della indifferenziazione dei tre “aspetti” divini di Elohim, Yahweh e Spirito Santo – è dovuta alla necessità da parte dei profeti di opporre al politeismo dei popoli coevi l’unicità di Dio (p. 75). In altri termini, gli antichi profeti avrebbero smorzato l’evidenza della “triade” divina per non indurre il popolo in equivoci dottrinali sulla realtà di Dio.

Nella dimostrazione della “Trinità” biblica dell’Antico Testamento l’Autore puntualmente adduce brani del testo scritturistico nei quali egli vede rispettivamente Elohim, Yahweh e lo Spirito presentare le relative caratteristiche sopra indicate e in modo molto accurato presenta le sue prove nel proporre le sue argomentazioni e nel sostenere la sua tesi. Il valore di siffatta concezione mi pare che risulti interessante nell’ambito dell’antropologia culturale e della storia delle religioni – anche per le connessioni che l’Autore instaura con altre credenze religiose riscontrabili nella storia umana –, ma nello stretto dominio dell’esegesi biblica – in sede della teologia cattolica – mi risulta che l’interpretazione dottrinale sia differente. Il termine di Yahweh, che è il nome proprio del generico Elohim – come l’Autore espone all’inizio del saggio –, e quello di Elohim corrispondono a due diverse redazioni confluite nel testo definitivo. Secondo la medesima interpretazione dottrinale, i termini in oggetto non rimandano ad altrettanti concetti, ma si rapportano al medesimo e identico oggetto o contenuto.

Un altro saggio studia le connessioni tra alcune feste pagane, le corrispondenti feste cristiane ed altre musulmane. La comparazione antropologico-religiosa è suggestiva e mi ricorda il corposo studio di Paolo Portone affrontato ne La strega e il crocifisso, da me recensito. Del saggio, poi, sul “caso Galilei” mi piace sottolineare la considerazione dell’Autore sulla radicale pericolosità, per l’Inquisizione e per i teologi dell’epoca, del pensiero di Galilei, cioè il “valore assoluto della matematica”. Infatti, “l’applicazione della rigorosità della matematica ai fenomeni naturali rafforzava la concezione deterministica, attribuendo a Dio la creazione di un mondo non più alterabile con i miracoli e negando il libero arbitrio dell’uomo” (p. 111). Era in questo principio teorico, più che sulla controvertibile questione cosmologica dell’eliocentrismo, l’attentato decisivo al principio della assolutezza dell’operato divino, quale all’epoca era concepito, tuttavia – nel senso che l’operato divino non può essere soggetto ad alcuna determinazione.

[Francesco di Ciaccia, recensione di Carlo Frison, Nel nome di Elohim e di Yahweh e dello Spirito Santo. Quattro saggi sull’origine dell’idea della Trinità e sulla critica della religione, Impaginazione e grafica di copertina di Cristina Marcato, Padova, Cleup, 2012, pp. 128]

Recensione
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