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Scritti di Francesco di Ciaccia

Poesie

© 2019 Niemand edizioni, per la presente edizione
© Tutti i diritti riservati all’autore

Per gli “Errori” del Padre Cristoforo

Uccide. Ed è

            per giustizia.
Le buone intenzioni non bastano,
l’orgoglio non salva nessuno.
Il volto scavato
espia l’omicidio
            tra i morti,
lo sguardo si sperde
sul mondo appestato...
            Addio,
castello perduto dove un giorno difesi
la donna innocente, dove crebbe uno zelo impaziente
che spense il lumignolo.

            Incantata tra i monti di Lecco,
addio Pescarenico rustica,
dove vissi con l’ansia per l’uomo che soffre
ed ebbi in compenso il castigo.

            La notte s’è fatta più chiara
sugli stenti di questo servizio
funereo, al Lazzaretto l’aurora
già appare tra i morti:
l’amore per l’uomo è l’unica cosa che vale.

            Domani nessuno verrà:
la morte non basta a rifare una vita.

            Addio, screpolate
carni al rigido inverno, il sonno, in convento,
interrotto dal canto dei Salmi,
pareti ghiacciate sul volto, le orme segnate
                                    di sangue
cantavano i nostri sussulti
sulla via della casa di Agnese,
il silenzio copriva i nostri singulti.

            Soffuso di pace, in convento,
il coro sapeva la nostra preghiera, la gioia invadeva
                                di fuori,
sui rovi confitti nei piedi.
Le spine entrano ancora più dentro.

        Non ho più da perdere nulla, la sabbia
cancella le tracce, la fonte s’è già disseccata, la vista
                            che guarda
lo stagno tra i lidi di canne
dal vento piegate. La mano malferma
non conosce un destino sicuro:

sicuro è soltanto il dono di Dio.

                        Un Lazzaretto ricopre il destino
e prepara catafalchi taciuti:
dove può essere tutto
giustizia
e può essere tutto pietà. Perciò ti ringraziamo per tutto,
Signore: per la notte solcata a cercare Lucia,
per la tua cortesia
che m’ha umiliato attraverso il padre guardiano,
                            per l’angustia dell’animo,
per ciò che mi ha portato il convento,
                               per il duro momento
che mi ha visto stringere i freni:
l’ingiuria subita è ristoro;
                            per questo decoro
che chiude il nostro cammino.
Ai tuoi altari di pace
abbiamo innalzato la prece,
                            ridato una voce
al soffocato sospiro.
E ti ringraziamo per tutti coloro
che tu ci hai donati
in questo zoppicato
cammino.
Quaggiù.

Addio monti di gioia

            La terra è quasi una tomba,
la morte sarebbe un regalo. Tra i morti
chi vive è cadavere
che sfugge al domani. La vita
non ha risparmiato
il sogno nato nell’alba
pulita,
tra i monti d’un paese ignorato. Ma le nostre impotenze
accompagnano i nostri
rimorsi: un matrimonio fallito
non vale una vita
e laggiù sciupai l’innocenza. Ho consumato l’amore
nel voto che ha chiuso l’amore. Non prenderti,
no, non riprenderti il dono: il vento riporta un sorriso,
né occorre che sia come penso. Non guardo,

            non mi metto a guardare la vita:

chi ci ha fatto arrivare fin qui
non lasciava mai tregua ai nostri pensieri,
ai nostri sentieri
lacerati
alla notte
che assaliva in agguato,
ad un luogo straniero, quando per strade
                                                            infossate
corremmo, quando dicemmo
sul lago che non sembrava avere confini:

        Addio monti di gioia,
dove serbammo un amore incrollabile
cresciuto nel riserbo dell’animo; addio
chiesa tra i campi e le case sparse d’intorno, dove tu
mi dicesti
sperando: la tua volontà faccio mia
come la tua è per me… Addio
casa abbattuta con mani
tagliate:

il tempo ha spezzato anche i fili

            che la vita
non rompe mai totalmente.
Chi allora ci dava speranza

            è per tutto: nel gelo
che screpola le mani sfinite.
E le fa sanguinare. Ma chi ci ridà la speranza
in questa speranza fallita?

            Chi ci ha custodite finora
ci custodirà ancora per sempre.

sulla Lucia manzoniana al Castello

Non cerco che torni la rondine
al nido preparato con cura,
al tetto che sfida anche il gelo: la mano è protesa
nel vuoto,
i fili intessuti si sono sbriciolati nel sogno.

Le forze non mancano se il cuore ha passione,
ma ora
l’amore non perso è perduto,
né attendo la primula che annunci
il domani.

Il tremore è più forte delle scelte volute,
è un peso che nasce, che schianta, che schiaccia.
Percuoti: la pena
sarà dolce ricordo
di fronte al rossore. Non vale il pudore
per farmi tenere
alta
la testa, nessuna coscienza
sopporta il rischio trascorso. Il disprezzo
sarà un dono superfluo,
ma un dono di te.

Colpisci: la vita è girare nel vuoto.
È diventata una perdita, ma non voglio anche perdere
il cielo pulito,
quell’angolo gustato come amico d’infanzia,
quella porta adocchiata non senza speranza.

La porta
s’è chiusa di dietro: davanti,
il terrore di vivere ancora, una notte,
un giorno in balia dell’estraneo.

Riportami dentro il portone,
trascina le carni
sfogliate,
colpiscimi il capo ma non il mio grido.
Nessuno m’ascolta
ma tu sei con me:
il sogno non empie la notte,
non vola tra il cielo e la terra
oltre i monti spruzzati di neve
svanita...

per la madre di Cecilia

Scendeva dalla soglia lentamente
            con la sua bimba, appena morta, in braccio,
non era ancor vissuta ed era spenta:
            ma era per un male che pareggia l’erba.
Pareggia l’erba, non pareggia il cuore:
            sua madre la sentiva il più bel fiore.
Il più bel fiore d’un amore infranto:
            il volto le rigava un mesto pianto.
Erano lacrime di un’offerta a Dio,
            era una prece a chi non crede in Dio:
domani anch’io verrò con la mia bimba,
            pensate a lei…

            Chi accende di nuovo il lumignolo
spento, chi fa rifiorire
il giglio spezzato, chi rende di nuovo
il dono perduto? La mano conserva
                                                il rifiuto,
le braccia si stringono il vuoto,
gli occhi non vedono amore
                                                domani.

            La terra s’è fatta deserto,
carcasse ai tuoi piedi ingombrano
il pianto
sul viso: tu vivi già morta.

            Cos’è questa stanza
                                            senza
il tuo piccolo grido, senza
                                            il sorriso
che bagni il tuo volto, il sole che sorga
senza il tuo corpo malato? La vita ci ha tolto la vita
e aspettiamo la morte: sollievo ormai atteso,
una fine pregata. Nel cuore,
il corpo lasciato sul carro: è davanti,
come dono sfuggito di mano, che cade
                                            e si rompe.
Le lacrime bagnano i cocci.

            Ti affidiamo i cocci dispersi
                                            per terra,
le membra derise: porteremo
                                            fino a domani
dentro di noi
la vita
lasciata
sul carro.
Non attendere troppo.

Per un moribondo: Alessandro Manzoni

Alcuni si sono turbati
per le angustie di Alessandro morente.

Ma
la vita è un panno
sporcato
né importa che c’è chi lo veda pulito,
una tomba
di fredde impotenze
anche per chi abbia operato qualcosa.

Un sogno giocato alla luce
nasconde figure di ombra.

Tu guardi: al di sotto del lauro
striscia il serpente nascosto,
il tarlo ha insidiato le radici del pioppo,
il pensiero di te
ha innalzato il tuo cedro,
irrobustito la quercia e nasconde
le tenebre raccogliendo la luce.

La vita è tutta una fuga,
una corsa sbagliata,
un percorso che ha preso altre vie
o forse nessuna,
finisce fra dune di sabbia.

Le strade son tutte perdute.
E sei lì, su una strada.
Non hai dato che nulla, se mai
hai dato qualcosa che non fosse per te.
Riprenditi
il dono sprecato,
il filo
che si è attorcigliato,
la mano che stanca è caduta,
il sogno che è stato sognato
a metà,
o forse per niente.
Ma riprendilo
tu.
Non mi fido. Ma
mi fido di te. Non sciupare,
no, sciupare non puoi questo vuoto che nasce dal pianto,
quest’ansia che non sa del perché,
il bisbiglio che grida un dolore
smarrito:
i sentieri non danno a vedere una fine,
non portano ad orti incantati.
Ed io sono lì.
Ma
non voglio colmare l’abisso,
coprire il fossato senz’acqua,
lasciare un ricordo se il ricordo è il tarlo che ha roso
la pianta,
e nessuno ha sentito il mio grido.
Tu lo hai sentito. Seppure
adesso non senti, sei quello
che sa ch’io ho saputo il dolore.
E questo mi basta.

Per Francesco

Quanto la noncuranza, Francesco,
angustia il tuo animo: è abisso
l’incuria degli amici. Ma i piccoli
ti sono affezionati. I grandi
ti pensano addirittura con stima, magari
per celia. I piccoli ti sono affezionati.

Sei stato qualcosa per loro.

I consiglieri d’Assisi cercarono il grande
d’Assisi, ma Jacopa capì che morivi: ai minori
basta poco per capire i minori.
Domani vi vedrò di nuovo ancora. Non avete
da chiedermi nulla, e nulla
da darmi: ciò che fate è già dono. Le tortore
capirono il dono.
Le piccole ti sono affezionate.
E tu ricordati dei poveri, delle nostre
dimenticanze
oscure, delle nostre paure
che vivono addosso alla nostra stoltezza,
alla nostra stanchezza. A noi poveri
togli l’affanno per quello che è qualche cosa.

Torna
ancora. Una pianta
c’è ancora che cade, una foglia che scende nel vento,
nel terriccio qualche zolla cela il calore.
Non importa se tu non sei niente: è meglio
che tu non sia nulla. Finisci
il tuo sogno: aspettano il volto
di chi benedice, e non per pietà.

Non occorre calpestare l’erba del prato,
oscurare il lumignolo acceso: i poveri
aspettano il canto
che non sia un canto di noia.

Gli uccelli si affollano intorno, ma non hanno
da ridere: la storia è oscura per tutti.
Finisci i tuoi sogni che smorzano i duri
pensieri: la pena delle nostre stanchezze
non vale la pena dei grandi.

Lei

            Era la prima volta che apparivi,
e all’apparire tuo sentii cantarti in me
l’eterno giorno. Il roseo viso,
il tuo vestito roseo, dolcemente
in mezzo alla tua porta, restò dentro di me. Io ti ringrazio
pei giorni che mi desti, inabissati
lo stesso come folgore nel mare.
Lo stesso ti ringrazio: perché restano
e mi hanno dato il mondo in un momento.

            Tu prima dei miei sogni a me apparendo,
ogni sogno vincesti: amica fosti
e non fosti amica. E niente e tutto.

            Lungo filare di palazzi accanto
alla strada ferrata, che trasporta i viaggiatori e strappa il cuore.
Mi riportava a te nei miei anni
credenti in cui bastava
un fiore a rallegrare e un po’ di sole:
e quando passa il treno accanto a quella prima
                                                                            età,
sento che quasi è ancora lì,
come se fosse lì, il roseo viso, il suo vestito

roseo
restato sulla soglia,
ancora,
lei.

Dove ti porta il mare

La vita è come un fiume:
tu puoi nuotare, ma la corrente
                    non la sospingi tu.
                    La vita è come il mare:
puoi stare a galla, ma le onde chiare
                    non le sollevi tu.
                    La vita è come un cielo:
                    se vuoi volare
devi formarti l’ali. Ma l’aria che t’innalza
                    mica la inventi tu!
                    La vita è come la corrente, è come l’onda,
                    è come il vento:
devi già sapere dove tu
                    vuoi andare;
ma non puoi sapere
                    dove ti porta il mare.

Non piangere del dono

Non piangere, tesoro. Lo so che questa vita
è una tristezza seria, è una tragedia strana
o una commedia pazza e a volte inutile.
Ma è proprio in questo assurdo nostro esistere,
è in questo stare qui che noi sappiamo
l'uomo cos’è, e uomo diventiamo.
Qui ci salviamo, in questo pazzo dono,
in esso decidiamo il nostro senso
e decidiamo il mondo. Non piangere del dono.

Et je t'appellerai le don de dieu

Et je t’appellerai le don de Dieu.
Tu ne seras iamais pour moi beauté,
tu ne seras jamais pour moi bonté,
non plus felicité:
seulement

ce que tu es,

petite jeunesse
petites jambes
petit visage
ta pauvre robe
n’importe quoi,
n’importe comme.
Et je t’appellerai le don de Dieu.
Quand tu viendras
moi je ne serai plus important,
non plus aussi rempli
de moi,
plein de mes affaires,
de mes idées privilegiées
qui cherchent le meilleur et trouvent rien.
Et je t’appellerai le don de Dieu.
Petites choses,
ta finitesse
ma finitesse
et consentir de n’être que cela.

Indice

Per gli “errori” del Padre Cristoforo

Addio monti di gioia

Sulla Lucia manzoniana al castello

Per la madre di Cecilia

Per un moribondo: Alessandro Manzoni

Per Francesco

Lei

Dove ti porta il mare

Non piangere del dono

Et je t’appellerai le don de Dieu

Questa plaquette è stata impressa
da Niemand edizioni
nel mese di febbraio 2019
in Limbiate (MB)
su carta Conqueror
altrimenti destinata al macero

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Amministrazione a cura di:
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