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Presentazione di D’Annunzio e le donne al Vittoriale
L’estetismo nella vita di d’Annunzio

30 settembre 1997
Milano, Lions Club, Milano Ca’ Granda

la Scheda del libro

La vicenda dannunziana, dal punto di vista privato, nella sua ultima fase − quella vissuta al Vittoriale − si può vedere concentrata nell’esasperazione esistenziale di alcune caratteristiche della personalità e dell’animus di d’Annunzio.

Uno degli atteggiamenti di fondo della sua personalità è costituito dall’estetismo, che aveva avuto, quasi ai prodroni della sua produzione letteraria, una espressione famosa nel romanzo Il piacere (scritto nel 1888 e pubblicato nel 1889) e, sempre all’interno della produzione letteraria, nell’incisiva lirica La pioggia nel pineto (scritta nel 1902) del libro Alcyone delle Laudi: il romanzo rappresenta quasi un manifesto letterario dell’estetismo esistenziale dannunziano; la lirica costituisce di sicuro una delle più evidenti espressioni pratiche del medesimo estetismo.

Qui parliamo un po’ dell’estetismo dannunziano, sul piano biografico, nel periodo del Vittoriale.

L’estetismo, come vissuto esistenziale, è un modo di porsi in relazione con il mondo, con sé e con gli altri fondato sulla percezione sensoriale. Il termine estetico – in greco, aistetikòs − significa, etimologicamente, sensibile, capace di percepire e deriva da aistèsis, che vuol dire sensazione.

“Mia divina sensibilità” d’Annunzio definì la sua capacità di cogliere ogni minima sfumatura sensoriale; e nel gusto di tale percezione faceva consistere la sua vera vita.

La sensibilità era la sostanza della sua intima persona:

“Altrimenti come potrei accogliere in me l’odore della rosa o del gelsomino come un sentimento della mia sostanza segreta? [...] distinguere il sapore delle acque diverse, fra sette fontane, fra dieci ruscelli, fra tre fiumi?”, e per ciò riteneva di non poter essere se non “puro e innocente, candido e semplice” (Di me, [25]).

Purezza è la “naturalità”, farsi tutt’uno con la natura: il soggetto percipiente, attraverso l’atto percettivo, si compenetra nell’oggetto percepito, quasi a immedesimarsi con l’oggetto stesso in quanto percepito. Anche il conoscere significava per d’Annunzio possedere con i sensi: egli diceva di essere “tutto quello che guardo, che tocco”, e di “essere non solo stato tutto quel che amo ma tutto quel che veggo”, in una “inimitabile” capacità di attingere ogni minimo aspetto percettivo del reale (Di me, [39] e [41]).

Questa finissima sensibilità percettiva, facendo cogliere, cioè sentire, anche le sfumature che sono normalmente impercettibili, fa nuova ogni cosa, fa varia ogni goccia di pioggia; vario ogni acino d’uva; vario ogni corso d’acqua, e vario persino il medesimo corso d’acqua (Di me, [182] e [90]). “Se vieni con me per un sentiere che tu hai passato cento volte, il sentiere ti sembra novo” (Libro segreto).

E se egli diceva a ogni donna che per lui era l’unica, non mentiva: ciascuna, l’unica per un particolare dato appercepito o per una particolare sensazione.

Il piacere del digiuno e del cibo

D’Annunzio si definiva “digiunatore” (Di me, [199]) e odiava i “doni mangerecci”. Ad esempio, a Piero Besozzi, del quale lamentava “il tuo dono – così gli scrisse, il 16 gennaio 1928 -, ahi!, comestibile”, spiegava immediatamente dopo: “io professo il digiuno” (Lettere inedite, p. 7). Restava digiuno anche per 24 ore – una volta notificò di non mangiare da dieci giorni. Di norma era parco – abitualmente mangiava da 3 a 5 uova al giorno, cento grammi di carne, cacio pecorino con mascarpone, frutta e una tazza di caffè, e in genere non beveva vino -; ma, dopo il piacere del digiuno, quello del ventre:

“[...] dopo ventinove ore di stretto digiuno irrigato d’acqua ascetica [...,] sette uova col guscio, e il nero caviale [...], e i misteriosi scampi del Carnaro tradito, e la carne dell’irsuto porco e gli afrodisii tartufi [...], e le più acerbe frutta, e il cacio più grasso, e il più denso caffè”, scrisse a Guido Treves, nell’aprile del 1930 (Chiara, pp. 427 s.).

Il piacere estetico del palato è ben intuibile in questo brano:

“[...] ci sono le pesche stupende [...]: polpa e sugo, sugo e polpa; e il sapore che si assottiglia nella buccia per donarsi soltanto al gusto esquisito; e il nòcciolo duro che non è là se non per insegnare la voluttà della durezza inviluppata di mollezza e di succulenza [...]. Ho un bacino d’acqua ancor fresca, lentamente pilucco i grappoli di Pegli e quelli di Bolzano, comparando con molta attenzione i due sapori” (Libro segreto).

Questo sì, che è gusto! E quest’altro:

“Pilucco un grappolo d’uva [...]. La buccia è tanto dura che sembra fatta di un vetro pieghevole [...]. ogni acino è una piccola fiala, tra verdiccia e gialliccia, che contiene una gocciola di nettare [...]” (Libro segreto).

Il gusto alimentare non conosce tuttavia solo quello raffinato: c’è anche il piacere della voracità beluina, dopo quello del sesso:

“Sopra il senso erotico, sorgono gli altri sensi. Una golosità improvvisa”, “Io serbo il mio vigore giovenile con l’arte di conservare prolungare esagerare in me tutti gli istinti e i movimenti della bestia – intendo nel copulare nel manducare nel dormire et coetera”, e: “Mangio avidamente – non come un principe ma come un minatore – prendendo le fette con le belle dita. O sapori della giovinezza! O incanto della Fame, che tramuta in ambrosia e in nettare il prosciutto cotto e il Porto rubyl”. “Mangio con una delizia insolita”; “Mangio come un selvaggio famelico”, annotava tra il 1930 e il 1931 (Di me, [256] e [262]).

L’estetismo nei rapporti con gli altri

D’Annunzio sembra un mentitore; in realtà egli diventava sensorialmente ciò che erano le persone con cui entrava a contatto.

In effetti, la sua forma essenziale di esistere è stata da lui così sintetizzata: “esprimermi è vivere” (Libro segreto). Ma bisogna anche considerare la sua “virtù di conciliare l’inconciliabile” (Libro segreto), di unire in sé gli opposti. Si sentiva semplice con i semplici – il 23 settembre 1931 aveva segnalato il proprio “stupore puerile dinanzi alle cose umilmente ammirabili” (Di me, [182]) -, così come amava la raffinatezza. Era profondamente materialistico e al contempo teso verso una visione mistica – “Ho vissuto anni ed anni, dentro di me, cercando di spingere fino all’estremo limite mistico l’esperienza religiosa (Contempl. della Morte, etc.)” (Di me, [53]), e ciò in particolare al tempo della stesura della Contemplazione della morte – che egli appunto menziona nel passo citato -, quando si trovò a contatto con il suo amico Adolphe Bermond, moribondo, profondamente credente.

E con i frati si sentiva frate! All’epoca della visita ai cappuccini di Barbarano di Salò (3 agosto 1937), d’Annunzio era curvo, pelato, sdentato, rugoso e gonfio, con labbra rientrate, eczema su una palpebra e lingua ingrossata. Egli disse di sé, in quel periodo: pallido e cadente, faccio pietà anche di fuori, “sono da compiangere”. Ma i frati lo videro “un bel vecchietto, la testa completamente rasa mostra un cranio assai ben formato. Ha fronte ampia, colorito sano e l’occhio [...] vivacissimo. Sulla persona, un po’ pingue e piccola, veste un abito color bigio, senza curiosità, ma ben attillato” (Di Ciaccia, p. 7). Come mai?

Mentre un frate attingeva l’acqua dal pozzo, “con grande piacere” il poeta “seguiva il dolce tinnir delle catene e la musica dell’acqua che traboccando dal secchio ricadeva sul fondo”, o il “silenzioso zampillo della vasca”; e “ammirò la rustica travatura del soffitto, la luce pacata” del refettorio, l’“antichità del camino”; infine il compiacimento sui propri gusti austeri: alla vista delle mense di legno parlò “della sua più che francescana mensa: un letto romano e un comodino sul quale pone un piattello di legno finemente lavorato”.

Al Superiore che gli chiese cosa offrirgli a ricordo della visita, egli: “Gradirò un bicchier di sor’acqua pura e casta”, insuperabilmente echeggiando il Cantico di frate sole e offrendo un bell’esempio di santa austerità, ma anche dicendo la verità. Nell’ottobre 1932 aveva in effetti scritto: “io bevitore d’acqua celebrai la delizia dello scegliere i diversi sapori e la diversa freschezza delle acque da bere. Col passare degli anni, questa deliziosa facoltà si accresce”. E si disse un frate come loro. Anzi: “fratello maggiore”! I frati restarono “ammaliati”: “incantati godiamo nel sentirlo parlare”, “l’udirlo è un incanto”, “il suo piacevole conversare è lento, spiccato, naturalissimo” (Di Ciaccia, pp. 6-7).

D’Annunzio si attribuiva il potere di essere “un mistero musicale con in bocca il sapore del mondo”. Il suo parlare provocava una “sensazione straordinaria”, come disse Sibilla Aleramo: “Ascoltavo, ascoltavo, non vedevo se non in confuso il suo volto d’avorio [...], tutto il fascino derivava dalle cose che la sua bocca diceva e dal modo come le diceva” (Gatti, p. 277). E Ida Rubinstein: “Quando parla, riversa la testa di dietro come per ascoltare una musica interna. Una musica profonda e commovente fluisce dalle sue labbra, una musica il cui senso supera quello delle stesse parole pronunciate e avvince” (Gatti, pp. 277 s.). Non era questione della voce fisica – stridula e sgraziata, secondo alcuni, benché egli la ritenesse piacevole -, ma della modalità della voce, che conduceva l’interlocutore a una sfera quasi eterea.

L’odiosa vecchiezza e la morte

Della vecchiaia era ossessionato più che di ogni malanno: sono “condannato alla livida vecchiezza”, scrisse ad Antonietta Treves il marzo 1930 (AP. TR. 07, 57.00.04, 29332); “mi vedo da due anni nell’odio convulso contro l’odiosa vecchiezza”, ad Olga Ossani, detta Febea, il 29 febbraio 1932 (Andreoli, Album, p. 275); “Sono vecchio, e non so essere vecchio; e in questo non sapere è la mia crudele tragedia”, a Costanze Ciano, il 20 febbraio 1934 (Alatri, p. 543).

Perché tanto terrore? Per due generi di conseguenze: l’uno mentale; l’altro, fisico. In ogni caso, il problema era sempre legato all’estetismo come piacere della sensibilità.

Quanto al primo, confidò a Nino D’Aroma: “Esser vecchio è cosa atroce ed inutile, specie quando anima e cervello sono giovani”. E spiegava: “[...] quando sto per scrivere e vedo sulla carta la mia mano decrepita di rughe, prendo a patire e a odiarmi”, perché, al contrario, da giovane, quando la “sporca vecchiaia” non era “intollerabile catena”, “scrivevo versi su montagne di fogli e li abbandonavo sul tavolo nel maggior calore dell’ispirazione, per la prima donna che occhieggiavo, con la certezza del tempo che era mio, dell’ispirazione che m’avrebbe aspettato […]. Adesso i giorni corrono contro di me” (D’Aroma, p. 446).

Quanto al fisico, anch’esso era legato all’attività conoscitiva ed artistica. Il conoscere consisteva per lui in un’operazione pratica, sperimentale: venire a contatto con l’oggetto sensorialmente. Di conseguenza:

“Io son nato per studiare per comprendere: questo significa ch’io son nato per possedere” (Libro segreto). Fisicamente: sapere è tenere fra le mani.

Il vitalismo sottendeva la paura di morire: “mi sveglio sbigottito, e odio il martellìo che inchioda la mia cassa d’abete” (Guabello, p. 4), diceva, intorno agli ultimi anni della vita, a Evelina Scapinelli Morasso, detta tra l’altro Titti, identificata e denominata da Mario Guabello l’“ultima Clemàtide”. Ma già il 14 marzo 1929, a Margot Keller Besozzi , detta Fiammadoro: “La morte [...] mi ara il viso” (Lettere inedite, p. 17).

Ma se per un verso d’Annunzio temeva la morte, in senso strettamente biologico, per altro verso l’amava: proprio in quanto lo sottraeva alla disfatta del vitalismo.

Una riflessione del 1933 spiega bene il desiderio di morire:

“[...] pur mantenendo l’atroce lotta della vita esterna, bisognava dare all’uomo un corpo immune dai piccoli e dai grandi mali, e bisognava misurare la durata della sua vita dalla persistenza della sua volontà di vivere”, precisando di non parlare della volontà “bassa” di vivere, ma della volontà “eroica”. Egli non considerava infatti la voglia di vivere nel senso dell’istinto di autoconservazione animale: “vivere” è vivere artisticamente, esteticamente, cioè eroicamente ed eroticamente. E quando sopraggiunge “nell’uomo il taedium vitae, egli muore, egli deve inevitabilmente morire” (Di me, [125]).

In che consiste il “ferale taedium vitae”? “[...] la necessità di sottrarmi al fastidio – che oggi è quasi l’orrore – d’essere [...] legato all’esistenza dell’uomo e dell’artista e dell’eroe Gabriele d’Annunzio, avvinto al passato e costretto al futuro di essa esistenza: a certe parole dette, a certe pagine incise, a certi atti dichiarati e compiuti: erotica heroica” (Libro segreto).

Siglario delle opere citate

Alatri: Paolo Alatri, Gabriele D’Annunzio, Torino, UTET, 1983.

Andreoli, Album: Annamaria Andreoli, Album D’Annunzio, con saggio biografico-critico e commento alle immagini, Milano, Mondadori, 1990.

AP: Archivi del Vittoriale, Archivio Personale di Gabriele d’Annunzio.

Chiara: Piero Chiara, Vita di Gabriele D’Annunzio, Milano, Mondadori, 1978.

D’Aroma: Nino D’Aroma, L’amoroso Gabriele, Roma, V. Bianco, 1963.

Di Ciaccia: Francesco di Ciaccia, D’Annunzio e le donne al Vittoriale. Corrispondenza inedita con l’infermiera privata Giuditta Franzoni, Presentazione di Pietro Gibellini, Milano, ASEFI Terziaria, 1996.

Di me: Gabriele d’Annunzio, Di me a me stesso, a cura di Annamaria Andreoli, Milano, Mondadori, 1990.

Gatti: Guglielmo Gatti, La donna nella vita e nell’arte di Gabriele d’Annunzio, Modena, Guanda, 1951.

Guabello: Mario Guabello, Le lettere all’ultima Clemàtide, 1936-1938. Notizia di Mario Guabello, a cura dell’autore, Biella, Società An. Tip. Ed. Biella, 1950.

Lettere inedite: Lettere inedite di D’Annunzio, in «Quaderni del Vittoriale», 22 (1980) pp. 5-20.

Libro segreto: Gabriele d’Annunzio, Cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire.

[Francesco di Ciaccia, Presentazione di D’Annunzio e le donne al Vittoriale. L’estetismo nella vita di d’Annunzio, 30 settembre 1997, Lions Club, Milano Ca’ Granda, Milano].

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