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Presentazione di “D’Annunzio e le donne al Vittoriale”

la Scheda del libro

1 aprile 1997
Milano, Centro Sociale Garibaldi -
Circolo Leo Longanesi

In questa sede presento la mia produzione su Gabriele d’Annunzio per quanto concerne un aspetto o momento del suo pensiero ideologico-patriottico.

Nel mio approccio investigativo anche l’aspetto ideologico-patriottico dannunziano ha un nesso con la figura di Francesco d’Assisi, e in particolare, per quanto riguarda l’aspetto di cui qui parlo, ha un rapporto con il quadro donato da d’Annunzio, la sera del 3 agosto 1937, al convento dei frati minori cappuccini di Barbarano di Salò: il quadro del “Francesco crociato”, realizzato a Venezia da Ercole Sibellato, forse su richiesta di d’Annunzio a ricordo dell’impresa del Cattaro del 5 ottobre 1917. Francesco vi è raffigurato in atteggiamento da orante serafico, e sullo sfondo vi è dipinta una una nave crociata.

D’altronde, il Francesco “crociato” – quella “imagine di Francesco” che sintetizzava “l’eroe dei passaggi d’oltremare e di Damietta” – fu dichiarato fisicamente, con un oggetto materiale, quando d’Annunzio volle che la la statua di san Francesco al Vittoriale fosse armata di pugnale – la “spada corta del Volontario” -, malgrado lo “scandalo” che tale particolare avrebbe suscitato (Di Ciaccia, p. 1).

Da parte di d’Annunzio, Francesco d’Assisi era assunto anche come esemplare d’alto valore simbolico – e profetico, in questo caso – per una Italia chiamata (cioè destinata per «vocazione») ad andare «oltremare».

In linea teorica, l’idea dannunziana della «vocazione d’oltremare» dell’Italia risaliva a Più che l’amore: nel Discorso introduttivo, del 30 novembre 1906, d’Annunzio, ricordando all’Italia “l’antichissima sua ‘vocazione d’oltremare’”, ne spronava “l’orgoglio di stampare l’orma latina nel suolo inospite” – concezione riproposta nella tragedia La Nave, del 1907, con il famoso verso: “Arma la prora e salpa verso il Mondo”. In questa fase, dominava la visione della superiorità italiana basata sul concetto di «nazione eletta», per cui l’Italia “è chiamata – egli disse già nel 1896 – a introdurre ancóra nuovi elementi nello sviluppo progressivo dell’umanità […]” (Comandamenti del Libro ascetico). Sul piano pratico legato alla storia, l’idea dannunziana della «vocazione d’oltremare» dell’Italia si colloca all’epoca delle Canzoni della Gesta d’oltremare, iniziate con la guerra libica (5 ottobre 1911) e pubblicate sul «Corriere della Sera» dall’8 ottobre 1911 al 14 gennaio 1912 – quasi concomitanti con La canzone d’Elena di Francia di Merope (1911-1912), in cui la figura centrale era quella del crociato san Luigi IX, re di Francia e terziario francescano.

Il Francesco «crociato» comparve per la prima volta, esplicitamente, ne La crociata degli Innocenti, del 1912, inserita anch’essa nel contesto medioevale, in cui Francesco d’Assisi vi entrava come simbolo della «missione» di pace della civiltà italiana. D’Annunzio, fin d’allora, vide in Francesco il prototipo di chi si contrappone ai potenti con la forza dell’amore.

Dopo la guerra mondiale e l’impresa di Fiume – impresa che per d’Annunzio assumeva soprattutto il significato di ribellione alla logica iniqua delle potenze occidentali che spartivano cinicamente territori e popoli -, l’idea della vocazione «orientale» dell’Italia si configurò più chiaramente all’interno della seguente missione: salvare i popoli d’Oriente dalla civiltà utilitaristica e colonialistica di cui era pervaso l’Occidente, offrendo loro il modello culturale umanistico e cristiano. L’idea di superiorità dell’Italia si focalizzava intorno ai valori dello «spirito», e su questo piano egli assegnava all’Italia un «primato» morale. In forza di esso, l’Italia, facendo concordare la forza e la giustizia, doveva portare i suoi ideali là, dove il mondo era ancora «nuovo», cioè ancora libero dall’economicismo e custode di grandi risorse morali e spirituali: l’Oriente.

Dall’apologia della guerra mondiale, ritenuta da d’Annunzio giusta per la causa italiana, egli passava ad una visione di civiltà che essenzializzava la «bontà» come forma intrinseca della bellezza e della potenza.

Il problema dell’Italia «crociata» era posto dunque da d’Annunzio in termini di patriottismo, ma con una particolare angolatura. Il patriottismo consisteva nel progettare un’Italia che fosse degna del suo passato: in pratica, una nazione che godesse di prestigio, nel consorzio dei popoli, che avesse un ruolo importante, in ambito internazionale. A questa visione si ispiravano affermazioni come la seguente – in cui appunto si legge il richiamo al viaggio di san Francesco in Egitto -: “Ma se considero la presenza dell’Italia ‘poverella di Dio’ nel concilio dei potenti, mi viene in mente un altro triste passaggio d’oltremare: quello di San Francesco, che approdò in Egitto e stette col suo semplice cordiglio e con la sua bisaccia vuota tra i baroni, cristiani partitori di bottino. C’era la [falsa] tavola delle dispute e delle sorti anche a Damietta”[1].

L’angolatura particolare, poi, era quella per cui l’obiettivo non fosse l’impero economico o il dominio politico, ma la diffusione della spiritualità latino-medioevale: in cui i valori precipui avessero come orizzonte l’educazione della mente e dell’animo, e non l’economia. Del resto, negli anni successivi alla prima guerra mondiale la linea di alcune componenti della società civile italiana – tra cui una parte del cattolicesimo e anche del mondo laico -, era quella di sviluppare la presenza economica, culturale e “civile” dell’Italia nel Medio Oriente mediterraneo (al cui obiettivo era indirizzata la Fiera del Levante, inaugurata nel 1930), tra l’altro con la relativa attività archeologica in quell’area. All’Italia, ritenuta la “sola continuatrice dell’ethos della Rinascenza”, era assegnato il compito, “di diritto”, di fungere da “ponte” tra Occidente e Oriente (Pesenti, pp. 12 e 273 ss.).

In questo senso d’Annunzio contrapponeva la figura di Francesco a quella dei potenti: in effetti, anche nelle imprese medioevali il fine reale delle crociate, verniciate dell’appellativo di «sante», era di fatto la spartizione delle terre mediorentali da parte delle potenze europee.

Sul piano di una progettazione politica, in sostanza utopistica ma delineata in modo abbastanza preciso, l’idea dell’espansione civile e spirituale dell’Italia verso Oriente prese le mosse in conseguenza della delusione di d’Annunzio per gli esiti della guerra mondiale.

Già il 4 maggio 1919 d’Annunzio denunciava la mira dei vincitori, che non avevano pensato se non a “disputarsi il bottino del mondo, […] a pattuire la flotta tedesca, l’Egitto, l’Irlanda, a vendere il Belgio esangue, a liberare dal blocco la Germania famelica per trar profitto dalla sua fame, a negare contro l’Alleato giallo l’eguaglianza delle stirpi umane, a estorcere il più e il meglio dell’Africa, dell’Asia, dell’Oceania […]” (Gli ultimi de Il sudore).

Riassumendo le vicende dell’acquisizione delle terre della Mesopotamia a vantaggio degli inglesi, con la creazione di due Stati cuscinetto, l’Afghanistan e la Persia, contro la Russia, esprimeva scetticismo riguardo al fatto che l’Inghilterra potesse “farsi patrona sincera del moto nazionale arabo” (Messaggio del Libro ascetico). E dichiarava di essere veggente, ripetendo la sua abituale frase. “io vedo pur con l’uno”, cioè pur avendo un occhio solo.

E fu veggente.

D’Annunzio osservò che l’Occidente era “divenuto una immensa banca giudea in servizio della spietata plutocrazia transatlantica”, per cui auspicava che l’Italia resa “povera” dalla spartizione delle terre decisa dall’America, si volgesse all’Oriente: “Non ode l’appello degli Arabi e degli Indi oppressi […]?” (Messaggio del Libro ascetico). Per gli arabi in particolare, l’Italia aveva il vantaggio di essere loro molto vicina[2]. Per cui, “la nuova crociata […] di tutti gli uomini poveri e liberi”: universale anelito che univa stirpi bianche e di colore, conciliava Islam e Cristianesimo, come la bandiera d’Egitto univa “la Mezzaluna e la Croce” (Italia e vita, 24 ottobre 1919, dell’Urna inesausta).

E fu veggente ancora:

“Noi entriamo in un severissimo periodo marziale di una durata che il profeta prudente non vuole determinare. Siamo all’inizio di un dramma di razze, siamo al prologo di una tragedia di continenti. […] I combattenti balzeranno dal suolo armati come nel mito antico. La lotta ritardata o forviata sarà poi più violenta. Civiltà contro civiltà, orgoglio contro orgoglio, colore contro colore. Dopo secoli e secoli di predominio incontrastato, dopo secoli e secoli di assoluto regno, l’uomo bianco trova attraverso le sue vie l’uomo giallo; e lo trova munito […] di tutto quello che il suo genio ha inventato e inventa per asservire e perpetuare il servaggio” (Il sorriso del Commodoro Perry, 4 dicembre 1921, in Mariano, 63 s.).

Egli aveva di mira la nascente potenza nipponica; ma la prospettiva era estensibile a tutti i popoli.

Occorreva dunque salvarli dalla mentalità occidentale.

Siglario delle opere citate

Comandamenti: Comandamenti della patria celestiali e terrestriali nel culto dell’aspettazione, in Libro ascetico (vedi).

Di Ciaccia: Francesco di Ciaccia, D’Annunzio e le donne al Vittoriale. Corrispondenza inedita con l’infermiera privata Giuditta Franzoni, presentazione di Pietro Gibellini, Milano, ASEFI Terziaria, 1996.

Di me: Gabriele d’Annunzio, Di me a me stesso, a cura di Annamaria Andreoli, Milano, Mondadori, 1990.

Gli ultimi: Gli ultimi saranno i primi. Discorso al popolo di Roma nell’Augusteo, ne Il sudore (vedi).

Il sudore: Gabriele d’Annunzio, Il sudore di sangue.

Libro ascetico: Gabriele d’Annunzio, Libro ascetico della giovane Italia.

L’Italia: L’Italia alla colonna e la vittoria con bavaglio, ne Il sudore (vedi).

Mariano: Emilio Mariano, Il San Francesco di Gabriele d’Annunzio, in «Quaderni del Vittoriale», 12, novembre-dicembre 1978.

Messaggio: Messaggio del convalescente agli uomini di pena, in Libro ascetico (vedi).

Pesenti: Gustavo Pesenti, In Palestina e in Siria durante e dopo la Grande Guerra, Milano, L’eroica, 1932.

[Francesco di Ciaccia, Presentazione di D’Annunzio e le donne al Vittoriale, con la partecipazione di Giorgio Galli, Università degli studi di Milano, 1 aprile 1997, Centro Sociale Garibaldi - Circolo Leo Longanesi, Milano].

Note

[1] Si tratta di un brano dei sei articoli per il disarmo navale, ovvero un discorso rivolto agli Stati Uniti, pubblicati a New York tra il 24 novembre 1921 e il 26 aprile 1922, anticipati nell’originale italiano sulla «Gazzetta del Popolo».

[2] “Carlyle chiama gli Arabi italiani d’Oriente” (Di me, [441])

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