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Presentazione del libro
Gabriele e Francesco. Orbi veggenti
di Francesco di Ciaccia

Milano 1 giugno 2007 - Libreria Odradek
partecipano: Giorgio Galli, Università degli studi di Milano,
e Felice Accame.

Francesco di Ciaccia

Presentazione

Un libro che ho molto amato: comprende assolutamente tutto ciò che nella vita, pubblica e privata, e negli scritti, sia letterari, sia epistolari, di Gabriele d’Annunzio fa riferimento, esplicito ed espresso, alla persona biografica, alla figura agiografica, alle risultanze storiche di Francesco d’Assisi e al mondo francescano.

Il tema francescano, assiduo come una fissazione, consta essere inferiore solo all’universo femminile. Gabriele portava in ballo “Santo Francesco” – così lo nominava – sotto vari aspetti e in svariate circostanze: come “cantore” – oggi diremmo cantautore – della natura; come “italiano”, usato in senso patriottico; come missionario “crociato”, per l’espansione pacifica della cultura antieconomicistica; come “amatore”: le più belle e ardenti esperienze erotiche di Gabriele grondano di vibrazioni francescane d’amor divino – per d’Annunzio, erotico e mistico si includono. (Tra i lettori meno istruiti del mio libro è prevalsa questa convinzione, così espressa: «Si sente che l’autore [cioè io] è molto erotico» - come se fosse merito mio! Io ho soltanto raccontato).

Ma Gabriele era, in realtà, francescano? In senso morale, assolutamente non lo era. Lo era, in parte, sul piano caratteriale: e io ho insistito molto, su questo fronte. Ma, soprattutto, conosceva molto bene Francesco d’Assisi. Più precisamente – e questa è la peculiarità concettuale del mio scritto – ne comprese intenzioni e progettualità (ad esempio, Francesco “non voleva fondare un Ordine”; voleva creare un movimento laicale, e non clericale; voleva che il ramo femminile vivesse con il lavoro delle mani; ecc.) che il mondo ecclesiastico e il mondo fratesco avevano rifiutato e rimosso completamente.

In effetti, l’immagine di Francesco, quella che conosciamo e che si impone ancora oggi, è deliberatamente inventata dalla linea, maggioritaria, di quei frati che progettavano di costituire un’organizzazione di potere, sulla scia dei coevi Ordini; e su questa falsariga era stata delineata la biografia da Bonaventura da Bagnoregio: l’unica esistente, per seicento anni, dato che, nel 1266, furono requisite e bruciate tutte le “memorie” dei compagni di Francesco; se ne salvarono pochissime, che si contano sulle dite di una mano, imboscate da qualche abate benedettino e ritrovate solo all’epoca di d’Annunzio. Per tal motivo, o anche per tal motivo, Gabriele poteva dire che il suo Francesco non era quello divulgato dal mondo ecclesiastico e cattolico.

È importante avvertire che il mio scritto non è disquisitivo, non è argomentativo, non è analitico; è espositivo e narrativo: presenta i riferimenti francescani in d’Annunzio, semplicemente contestualizzandoli e chiosandoli con qualche osservazione.

Mi preme anche in questa sede focalizzare, comunque, alcune osservazioni fondamentali circa la “francescanità” di d’Annunzio.

D’Annunzio non fu affatto francescano. Non lo fu, dal punto di vista religioso, morale, spirituale. Proprio a motivo di ciò, il problema che si pone è come mai, però, ne abbia parlato con tanta ammirazione ed entusiasmo; lo abbia capito con tanta perspicacia; infine, si sia affidato a lui con animo sincero, persino esortando altri ad affidarglisi.

Questi elementi non infirmano la constatazione – evidente anch’essa – che d’Annunzio, spesso, intese la figura di Francesco a propria immagine e somiglianza e la piegò, comunque, a sé; tuttavia, alla base del suo rapporto mentale ed esistenziale con l’immagine di Francesco s’impongono due fattori: il reale, radicale e genuino fascino che sul suo animo, oltre che sulla sensibilità estetica, esercitò Francesco, e la corrispondenza di alcune «lunghezze d’onda» istintuali che egli percepì nei confronti di Francesco, quasi sussistesse – ma egli lo credeva, enfatizzando – una certa sua «naturale affinità» con l’Assisiate.

È per tal motivo che ho indugiato – pur senza pronunciarmi circa lo spessore effettivo di tale consonanza – sulle «affinità immaginifiche» di d’Annunzio con Francesco.

Va poi sottolineato un altro dato, indubitabile in tal caso: su Francesco d’Assisi, d’Annunzio svolse letture serie ed accurate. A tal proposito – lo dichiarai, senza reticenze, in appropriata sede -, mi consta che non altrettanta conoscenza delle «fonti francescane» possono vantare, in generale, coloro che si richiamano istituzionalmente all’Assisiate – a parte gli studiosi della materia, ben s’intende -: spesso, anzi, mi consta che, di fatto, non ne hanno assolutamente alcuna. Se non altro, «francescano» può esser detto Gabriele d’Annunzio, per la conoscenza che egli ne ebbe della vita e delle fonti antiche.

[Francesco d’Assisi, semplicemente uomo, 3 dicembre 2010, Circolo Filologico Milanese, Milano. Presentazione di Gabriele e Francesco. Orbi veggenti, di Francesco di Ciaccia, 1 giugno 2007, con la partecipazione di Giorgio Galli, Università degli studi di Milano, e Felice Accame, Libreria Odradek, Milano.]

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