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Francesco di Ciaccia

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aggiornati alle recenti indicazioni ministeriali
per la preparazione all’Esame di Stato

E. U. Bignami
©  2000

By Edizioni Universitarie Bignami s.r.l.
Proprietà Letteraria Riservata
Tipografia Bignami – Sesto San Giovanni

Industrializzazione e società
tra Otto-Novecento

Contesto

La rivoluzione industriale consiste nel processo tecnologico, reso possibile dalle scoperte scientifiche e dall’invenzione di nuovi macchinari, che determina l’incremento della produzione e l’espansione del commercio.

Essa coinvolge strettamente la società. Poiché concentra grandi masse di popolazione intorno alle aree industriali, sconvolge gli equilibri economici e civili tradizionali. D’altra parte determina, per la sopravvivenza stessa della industrializzazione, il miglioramento del tenore economico generale e quindi incide sullo sviluppo sociale. Permettendo a più vaste fasce di popolazione di entrare come protagoniste nella vita collettiva, stimola l’evoluzione politica in senso democratico: nascono organismi a difesa della manodopera industriale ed entità politiche popolari, così si allarga la “partecipazione del popolo” alla vita pubblica.

Esiti sociali negativi della rivoluzione industriale

La dinamica delle rivoluzioni industriali è stata sempre complessa. Essa, all’inizio, ha trascurato le esigenze del lavoro agricolo e ha sottratto la popolazione alla campagna. Il moltiplicarsi delle aziende esige manodopera in misura maggiore di quanto le attrezzature meccaniche sostituiscano le braccia umane, e del resto, in un primo momento, l’automatizzazione è stata esigua. Comunque ogni rivoluzione industriale dapprima produce disuguaglianza sociale e sperequazione economica; poi, dato che l’industria ha bisogno di vendere i prodotti a strati sempre più larghi di popolazione, innesca il meccanismo dell’aumento salariale e in definitiva tende ad elevare il benessere generale.

L’aspetto umanamente più doloroso fu che masse di uomini, abbandonati i campi e privati delle risorse economiche tradizionali, erano costretti a cercare nella città un modo per sopravvivere. A queste schiere di lavoratori, sradicati dalla terra d’origine, era offerto il salario strettamente necessario per lavorare. Queste masse urbane, che aumentarono in misura impressionante nel giro di pochi decenni, in genere non avevano adeguate abitazioni. Il tempo era tutto occupato per il lavoro produttivo; la vita per molti era breve. L’Inghilterra fu la prima a limitare le ore lavorative e ad aumentare i salari, favorendo una domanda di beni allargata. Questa tendenza poi è proseguita senza soste in tutta Europa grazie alle rivendicazioni sindacali.

L’economia rurale, soprattutto nell’Italia in cui l’industrializzazione non era estesa all’agricoltura, decadeva lentamente, mentre i sistemi arretrati delle colture impedivano il miglioramento della nutrizione. In conseguenza della crisi agricola, aumentava la disponibilità di braccia per l’industria, ma in maniera eccedente le possibilità di assorbimento. Ne derivò l’emigrazione di massa dall’Europa verso l’America: dalla sola Italia, tra il 1901 e il 1920 vi emigrarono circa 3.200.000 persone; per il resto si ebbero la proletarizzazione della società, costituita da lavoratori salariati, e la disoccupazione.

Industrializzazione ed evoluzione sociale

Ogni rivoluzione industriale dapprima produce disuguaglianza sociale e addirittura la povertà di strati della popolazione che non sono in grado di stare al passo con le esigenze della “società industriale” (innalzamento dei prezzi, abitazioni costose nelle città sempre più affollate, ecc.). Poi però, innescando il meccanismo dell’aumento salariale, tende ad elevare il benessere generale. L’industria infatti, per non cadere nella sovrapproduzione, ha bisogno di rendere possibile l’acquisto dei prodotti a fasce della popolazione più vaste.

Lo sviluppo della società industriale permise l’inserimento nei processi produttivi e nelle attività terziarie di strati sociali un tempo esclusi: si trattava, nell’ambito privato, di tecnici, ragionieri, agenti di Borsa, consulenti finanziari; in quello pubblico, di dipendenti degli uffici statali e degli enti locali (Poste, scuole, ecc.). In Inghilterra, dal 1881 al 1910 gli impiegati nell’amministrazione pubblica passarono da 120.000 a 360.000 e nell’attività privata da 360.000 a 900.000.

Questi nuovi soggetti economici (dei “colletti bianchi”), entrando nel mondo produttivo con qualifiche più alte, concorsero a configurare la società come “società di massa”: importanti non erano più, soltanto, i ceti alto-borghesi (industriali, latifondisti, finanzieri), ma anche i ceti medio-borghesi, con caratteristiche socio-economiche sempre meno marcate. Man mano che le attività di commercianti e di impiegati si allargavano a sempre più numerosi soggetti, le condizioni di vita ritenute medio-alte, fino allora, divennero tanto diffuse, da essere configurate come media borghesia.

È importante focalizzare questa situazione, perché fa comprendere la diffusione dei generi narrativi popolari – fantasioso-avventuroso, “rosa”, ecc. –, oltre che le vicende politiche e sociali, e in particolare l’istanza dei nuovi ceti borghesi di entrare a far parte della sfera politica decisionale. Ai margini della società restavano, ancora all’inizio del Novecento, le popolazioni rurali, soprattutto nelle regioni in cui l’agricoltura non era trainata dall’industria.

Evoluzione sociale e democratizzazione politica

Lo Stato liberale illuminista – l’ordinamento pubblico dell’alta borghesia – si avviò a trasformarsi in Stato liberale democratico. La democrazia liberale si ebbe quando la partecipazione alla vita pubblica fu estesa, prima o poi a seconda delle nazioni, a tutti i cittadini attraverso l’esercizio dei diritti politici. Esso, nella forma dello Stato parlamentare, fu il diritto attivo e passivo di elezione al Parlamento.

In Inghilterra, in cui il senso della “cosa pubblica” appartenente a tutti era radicato già nello Stato illuminista, il passaggio allo Stato democratico non registrò quei conflitti che si ebbero in altri Paesi europei; e nel 1867-1884 si arrivò quasi al suffragio maschile universale nel sistema elettorale. In Francia si ebbero alla fine dell’Ottocento le maggiori tensioni (per il crollo dell’Impero di Napoleone III e per le vicende della Comune di Parigi), ma poi fu attuata una seria politica di democratizzazione dello Stato.

In Italia, i primi atti di politica riformatrice sotto l’aspetto democratico furono la legge elettorale del 1882, che elevava il corpo elettorale da 600 mila a 2 milioni di votanti, e la legge Coppino del 1887, che introdusse l’istruzione elementare obbligatoria e gratuita. Tuttavia mancavano forti spinte popolari, e per altro verso una tradizione liberale; così alcune conflittualità sociali furono risolte con metodi quasi dittatoriali, come nel caso delle agitazioni contadine (Fasci siciliani, 1893) e operaie (moti di Milano, 1898). Solo agli inizi del Novecento, in coincidenza con l’espansione dell’industria pesante, il governo intraprese un programma organico di democratizzazione: Giolitti introdusse il suffragio universale maschile (giugno 1912).

Gli Stati Uniti d’America ebbero un particolare sviluppo civile e sociale. L’avvento della democrazia fu tempestivo (il suffragio universale entrò in vigore in molti Stati tra gli anni ‘20 e ‘40 dell’Ottocento), e si arrivò alla democrazia diretta e al diritto legislativo popolare durante la presidenza di Wilson (1913-1917): i cittadini eleggevano le massime cariche politiche ed avevano la facoltà di proporre provvedimenti di legge. Non erano considerati tuttavia cittadini liberi i negri: ancora nel 1877, con il presidente repubblicano Hayes, fu ripristinata la segregazione civile e politica dei negri, che pure era stata superata tra il 1865 e il 1870.

Società industrializzata e organismi popolari

Contesto

La concentrazione dei moderni mezzi di produzione industriale precludeva ai lavoratori qualsiasi controllo sui beni realizzati e sulla loro stessa prestazione d’opera. Occorreva una forma istituzionale che garantisse gli interessi della classe operaia: nacque l’organismo sindacale.

Inoltre la rivoluzione industriale creava gravi problemi per il mondo del lavoro a causa delle esigenze della produzione in vista del profitto, generando sperequazione tra la proprietà industriale e la manodopera a livello, non solo economico ma anche sociale: da ciò nacquero i conflitti sociali.

Ma il disagio dei lavoratori sollecitò la consapevolezza del loro concorso alla produzione economica. Così sorsero i movimenti e i partiti socialisti.

Del resto la stessa classe dirigente borghese sentiva la necessità di integrare nel tessuto politico tutte le forze sociali. E così la società allargò la sua prospettiva politica a tutte le componenti del Paese.

Rivoluzione industriale e movimento sindacale

I primi sindacati sorsero in Inghilterra, più avanzata industrialmente e civilmente, già nella prima metà dell’Ottocento. Nel 1824 la legge garantiva il diritto di associazione per i lavoratori (in Francia ciò avvenne nel 1864, in Prussia nel 1869), che istituirono le Trade Unions, moderno sindacato degli operai; nel 1833 regolò le ore lavorative in rapporto all’età (per i fanciulli, un massimo di otto ore giornaliere); nel 1847 limitò l’orario di lavoro per le donne (a dieci ore).

Ma poi fu la Germania, sotto la spinta dei socialisti e dei cristiani, ad imprimere una svolta alla legislazione sociale: nel 1883 approvò la normativa sulla previdenza sociale – presto imitata da Francia e Inghilterra – e nel 1891 introdusse il riposo festivo obbligatorio e alcune garanzie salariali.

Negli USA le organizzazioni rurali (Partito populista, 1892) e operaie (Federazione americana del lavoro, 1886) si ispiravano ad una concezione pragmatica: la “verità” si scopre non già in idee astratte, ma nei fatti, cioè come essi rispondano ai bisogni degli individui.

In Italia, dopo alcuni movimenti sindacali ottocenteschi, fu costituita la Confederazione Generale del Lavoro (CGL), nel 1906, poi sciolta nel 1927.

Il movimento sindacale, diventato internazionale grazie all’opera di Marx (la Prima Internazionale contava l’adesione di soli 25.000 lavoratori, nel 1864), inaugurò nel 1889 la Seconda Internazionale. Tra le due guerre mondiali ne sorsero una coordinata dai Paesi liberali e un’altra dall’URSS.

Il sindacalismo rivoluzionario, assurto a dottrina politica con Georges Sorel (Riflessioni sulla violenza, 1906) e assunto da Rosa Luxemburg in una complessa teoria, fu guidato in Italia dal napoletano Labriola. Esso applicava alla lettera il pensiero marxista, secondo cui i protagonisti della rivoluzione dovevano essere gli operai. Rappresentante del proletariato non era un partito ma l’organizzazione stessa dei proletari – la “base” –, e gli scioperi dovevano scaturire dalle masse come espressione del rifiuto del capitalismo e coscienza dell’autonomia dei proletari, senza la mediazione di una verticismo sindacale.

L’anarchismo del russo Bakunin, estraneo filosoficamente al socialismo ma implicato con esso, sosteneva un comunismo libertario, dall’orientamento simile a quel “romanticismo” popolare e garibaldino che aveva guidato i moti risorgimentali. Per tal motivo il socialismo italiano fu all’inizio di tendenza anarchica (Convegno di Rimini, 1872). Ma gli anarchici furono estromessi dal movimento socialista nella Seconda Internazionale (1889).

Il sindacalismo rivoluzionario in Italia, staccandosi dalla CGL, troppo legata ai lavoratori più qualificati, creò l’Unione Sindacale Italiana (1912), appoggiata dagli strati più poveri del proletariato e organizzata da Filippo Corridoni. Nel 1907, nel pieno dinamismo dell’industrializzazione italiana e quindi delle contraddizioni tra sviluppo economico e squilibri sociali, si ebbe infatti una crisi economica con conseguente incremento del costo della vita e della disoccupazione. Il sindacalismo rivoluzionario ebbe molto seguito, perché propugnava l’azione diretta delle masse contro il padronato; ma anche mancò di precise linee progettuali e non conseguì efficaci esiti, come dimostrò l’agitazione della “settimana rossa” (7-14 giugno 1914). La classe dirigente governativa ebbe infatti l’appoggio anche dei cattolici, che, intimoriti dalla rivolta incontrollata, votarono per i liberali.

Società industriale e socialismo

La risposta della classe operaia alla società capitalista fu variegata e differente a seconda degli indirizzi ideologici e delle situazioni specifiche di ciascun Paese, per la maggiore o minore aggressività del capitalismo da una parte e per la capacità di mediazione politica dall’altra. Vediamo le principali correnti del socialismo classico, in particolare italiano.

I riformisti democratici, detti di destra (Leonida Bissolati, ecc.; nel ‘900, Giuseppe Saragat, ecc.), ritenevano di modificare l’ordinamento sociale alleandosi con i partiti capitalisti. I riformisti socialisti (Filippo Turati, ecc.; nel ‘900, Pietro Nenni, ecc.) intendevano operare per proprio conto, a meno che, per salvaguardare gli interessi essenziali dei proletari, le circostanze non consigliassero diversamente. Coniugando il marxismo col parlamentarismo, tendevano al governo mediante la conquista della maggioranza in Parlamento. Tra i socialismi ispirati al marxismo, quello riformista ebbe il maggiore sviluppo in Europa, compresa l’efficiente socialdemocrazia tedesca fondata da Karl Kaustsky e delineata nel Congresso di Erfurt (1891). Da essi va escluso il laburismo inglese, fondato da Keir Hardie (1893), che non era marxista.

Il socialismo rivoluzionario non tendeva a migliorare nell’immediato le condizioni proletarie attraverso contrattazioni parlamentari e sindacali, ma a mutare radicalmente il sistema capitalistico in questa direzione: eliminare progressivamente la proprietà privata dei mezzi di produzione; pianificare l’economia; trasformare il lavoro “mercificato”, che compensa il lavoro, alla stregua di una merce, con il salario, in attività intesa come “servizio civile”, svolto dalla società a vantaggio generale. Il teorico italiano di questa corrente fu Antonio Gramsci.

Circa la strategia per conseguire il potere statale, si configurarono altre forme di socialismo. Il socialismo democratico-rivoluzionario puntava sull’autogoverno operaio nelle fabbriche e sul decentramento del potere politico nei “consigli di operai”. Il socialismo rivoluzionario affidava il processo di trasformazione al partito operaio quale garante universale degli interessi proletari – espressione istituzionale della “coscienza di classe” –; e a sua volta identificava il partito con i capi, secondo la dottrina leninista. Tra le due correnti si poneva il socialismo rivoluzionario-riformista, la cui maggiore espressione fu il massimalismo.

Socialismo e situazione politica italiana

Turati, che si collocava nella corrente democratico-rivoluzionaria, poi propugnò l’idea della conquista dello Stato per via parlamentare (1892). Nel 1892/94 il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (sciolto da Francesco Crispi il 22 ottobre 1894, e dal 1895 Partito Socialista Italiano) dovette fare i conti con la politica aggressiva del Crispi nei confronti delle organizzazioni socialiste ed anarchiche del Sud (Fasci siciliani). Questi moti esprimevano più l’esasperazione contro una società ancora feudale che una coscienza di classe; ma, in quanto costituivano un’occasione per indebolire lo Stato capitalista, furono apprezzati da Turati. Egli scelse perciò di abbattere il sistema restando nelle regole del gioco liberale e di aggregare le forze popolari con metodi legittimi. Questa linea conquistò molti intellettuali borghesi di sinistra e fu approvata da Engels stesso nel 1894.

Dopo il governo Pelloux e a parte una parentesi, il pensiero di Giolitti diede fiducia alla linea di Turati. Già come ministro dell’Interno (nel governo Zanardelli), Giolitti nel 1901 espose il principio, poi sostenuto nella sua lunga leadership, che lo Stato è neutrale nei conflitti di lavoro e osservò che i moti disorganizzati sono più pericolosi di quelli organizzati. Così si svilupparono i sindacati (Federterra, Confederazione Generale del Lavoro nel 1906, ecc.) e si moltiplicarono gli scioperi (famoso quello del 1904). Turati e Claudio Treves assunsero le redini del socialismo riformista, mentre un’altra corrente, guidata da Bissolati e da Bonomi, si spostò più “a destra” e fu denominata revisionista; essa poi approvò la guerra libica (1911/12).

Nello spirito di questa collaborazione, benché antagonista nei fini e nella ideologia, negli anni successivi l’economia fece un incredibile balzo in avanti. Tra il 1896 e il 1908 la produzione industriale aumentò quasi del 7% l’anno; tra il 1896 e il 1912 l’importazione di materie prime triplicò e l’esportazione raddoppiò: sorsero industrie siderurgiche quali la Falck, l’Ilva e l’Ansaldo; e nel 1906 lo Stato ridusse i tassi per i propri Buoni dal 5% fino al 3,50%: segno che la gente dava credito all’andamento produttivo del Paese.

Economia e colonialismo

Contesto

Già dopo la seconda rivoluzione industriale, la logica della economia tendeva a difendere sul piano internazionale i prodotti nazionali imponendo alti dazi per l’esportazione (“protezionismo economico”). Poi lo sviluppo della società industrializzata comportò la necessità di approvvigionarsi di materie prime al più basso costo possibile e di garantirsi un mercato vasto e sicuro. Ciò indusse gli Stati a colonizzare territori ritenuti “terra libera”. Nel primo Novecento la colonizzazione era in genere conseguita ancora nella forma militare e politica.

L’espansione economica indusse gli Stati a contendersi alcune regioni europee: l’industrializzazione coinvolge infatti l’economia di tutta la “società industrializzata”. All’epoca ebbe un ruolo decisivo la nazione che nei Balcani aspirava a diventare una grande potenza: la Serbia. Il nazionalismo serbo fu la scintilla che fece scoppiare le tensioni latenti tra gli Stati europei.

E fu la prima guerra mondiale.

Sviluppo industriale e monopolio economico

La concentrazione industriale e finanziaria, susseguente all’accumulo di capitale da parte delle industrie più efficienti, diede origine alla formazione di enormi complessi economici (monopoli privati). Essi si possono distinguere in trusts (che vuol dir “fiducia”), cioè fusioni di imprese sul piano tecnico e amministrativo, organizzate anche in holding, con una “società madre” al di sopra di altre minori; e nei cartelli, cioè coalizione di imprese che, senza rinunciare all’autonomia tecnica e giuridica, concordavano il volume della produzione e il livello dei prezzi, intrecciando accordi per non danneggiarsi a vicenda. L’esito fu che il regime di libera concorrenza, sul quale si fondava l’economia liberista, in pratica era vanificato.

L’economia monopolistica permise che ci fosse equilibrio tra consumo e produzione, per evitare le crisi di sovrapproduzione. La sovrapproduzione infatti è di per sé perniciosa: se l’industria non vende perché i prodotti sono superiori alla domanda da parte dei consumatori, gli utili aziendali calano; e se l’industria subisce rallentamenti economici, anche l’economia in generale si indebolisce, dato che si regge sull’industria. È proprio questa connessione stretta tra industria ed economia globale a qualificare quella che per l’appunto è detta società industriale. D’altra parte, il monopolio economico portò le piccole imprese a chiudere progressivamente l’attività, poiché esse non erano in grado di reggere la concorrenza dei grandi gruppi industriali. Questo risultato fu più vasto nel Novecento rispetto all’Ottocento. La concentrazione economia e finanziaria andò sempre più consolidandosi, in tempi e in misura diversi a seconda del processo di ciascun Paese, investendo anche il terziario, cioè le attività del commercio, delle Società assicurative e immobiliari, delle banche e dei servizi in genere. Ciò avvenne già alla fine dell’Ottocento; in Italia, nel Novecento.

Da parte sua, la classe politica ha cercato sempre più di tenere sotto diretto controllo l’economia e di svolgere il ruolo di mediazione nel libero scambio, sia per favorire il progresso industriale, sia per impedire che i ceti deboli fossero svantaggiati dalla logica utilitaristica delle imprese. Ma la politica economica degli Stati fu rivolta anche a sostenere l’industria contro i prodotti esteri, attraverso l’applicazione di speciali dazi. Questo fenomeno, chiamato protezionismo, è definito “capitalismo organizzato”.

Le nazioni ricorrevano al protezionismo, quando versavano in difficoltà economiche: scoraggiando l’importazione, inducevano ad acquistare i prodotti interni, per evitare crisi di sovrapproduzione. Ma il protezionismo genera inasprimenti tra gli Stati e inoltre non risolve il problema dell’economia interna. Infatti, se si ostacola l’importazione, anche l’esportazione poi viene ostacolata da altri Paesi; per di più, con la nascita delle ditte multinazionali diventava sempre più difficile restare chiusi in una “economia nazionale”: l’economia diventava internazionale, e le multinazionali sorsero proprio per espandere i prodotti in altri Paesi, in parte vanificando il protezionismo. (Tra le prime multinazionali ci furono la Siemens e la Nestlé; ma nel 1914 erano più di trecento in tutto il mondo, in gran parte americane). La soluzione era, all’epoca, comunque quella di colonizzare altri Paesi, ritenuti “terra libera”, in cui dare opportunità di lavoro ai propri connazionali e imporvi con la forza l’espansione commerciale. Ed è proprio ciò che si fece.

Sviluppo industriale e politica coloniale

Lo sviluppo industriale esplose soprattutto in Inghilterra, negli Stati Uniti d’America, in Germania e, unica in Oriente, in Giappone.

Gli Stati Uniti d’America e l’Inghilterra erano già all’avanguardia nella prima rivoluzione industriale settecentesca. La Germania balzò ai vertici delle potenze industrializzate subito dopo l’unificazione (guerre contro l’Austria, 1866; contro la Francia, 1870/71). I settori forti dell’industria tedesca furono la chimica e la siderurgia, quest’ultima approvvigionata dalle miniere di ferro e di carbone della Lorena e dell’Alsazia, appositamente sottratte alla Francia (poi di nuovo perse dopo la prima guerra mondiale). La Germania sviluppò così un efficiente sistema di comunicazione ferroviaria, di industria bellica e di acciaio (da cui derivò l’impero aziendale dei Krupp). E si impose come potenza militare.

Il Giappone ebbe un processo di industrializzazione particolare: del tutto isolato dal mondo occidentale fino alla metà dell’Ottocento, in pochi decenni compì un salto repentino. Quando fu costretto dagli Stati Uniti d’America, con la forza, ad aprire il traffico al commercio estero (1853), per non subire il dominio coloniale intraprese una decisiva politica di modernizzazione della economica che trovò unanimi, all’epoca, imprenditori e operai.

L’industrializzazione aveva assolutamente bisogno di nuovi mercati in cui collocare l’abbondanza di prodotti determinata dal progresso tecnologico e di assicurarsi i giacimenti di materie prime. Ciò spinse in particolare l’Europa verso l’espansione al di là dei propri confini territoriali.

Un altro motivo della tendenza coloniale fu l’emigrazione, causata dalla disoccupazione. Gli Stati trovavano più utile dirottare l’emigrazione verso terre colonizzate, con beneficio dell’economia nazionale, piuttosto che verso quei Paesi stranieri che si sarebbero avvantaggiati grazie alle nuove “braccia”. A livello internazionale, un’altra ragione fu il tentativo dei nuovi Paesi industrializzati di contrastare l’impero commerciale inglese, esteso dal Canada, dal Mar dei Caraibi e dalla Guiana britannica all’Africa (Gambia, Sierra Leone, Costa d’Oro, Colonia del Capo) all’India e all’Oceania.

L’Estremo Oriente asiatico e l’Africa furono le terre privilegiate della politica coloniale degli Stati europei, mentre per gli americani del Nord furono i Paesi latino-americani, indipendenti dalla Spagna e dal Portogallo dai primi decenni dell’Ottocento.

L’Inghilterra fu la prima a intraprendere la politica coloniale in senso non solo politico (occupazione militare e controllo amministrativo), ma anche commerciale (monopolio economico). Gli altri Stati europei si orientarono in genere per la conquista militare dei territori. Con questo metodo ad esempio Leopoldo II del Belgio sottomise il Congo, mentre una spedizione scientifica, condotta da Stanley, faceva da copertura all’interesse economico. Gli statunitensi, già molto forti a livello industriale, preferirono la colonizzazione economica.

I conflitti coloniali: prodromi della guerra mondiale

Già alla fine dell’Ottocento si erano create situazioni di conflitto, in Oriente, per il predominio commerciale. La Russia cercò di colonizzare la Siberia, spingendosi fino alle coste del Pacifico (base navale di Vladivostock, 1860) e ai confini cinesi occidentali (1873); poi si inserì il Giappone (guerra cino-giapponese, 1894/95), il quale in seguito si scontrò con la Russia per interessi sulla Manciuria (guerra russo-giapponese, 1904/05). A questo punto l’impero zarista, bloccato nella sua espansione ad Est, cercò compenso verso i Balcani. Le conflittualità che ne seguirono furono tra le cause della guerra mondiale. Ma agli inizi del Novecento, al di là degli episodi bellici per l’insediamento francese in Marocco (1911) e italiano in Libia (1911/12), le ragioni più gravi della crisi internazionale provennero dal Reich tedesco.

Il Bismarck, dominatore della Germania di Guglielmo I fino al 1890, aveva promosso una politica di equilibrio internazionale tra gli Stati, per assicurare la pace sotto il predominio tedesco (“pace germanica”) e controllare l’azione colonizzatrice delle varie nazioni. In particolare sostenne l’impero austro-ungarico in funzione antifrancese: tra Germania e Francia perdurava un’antica rivalità (poi riemersa, nel Novecento, tra De Gaulle e Adenhauer sulle questioni della Comunità Europea). Così costituì la Triplice Alleanza (20 maggio 1882) con l’Austria e, in subordine, con l’Italia. Quando la Russia era intervenuta a favore della Bosnia ribellatasi all’impero turco (aprile 1877), il Bismarck seppe ridurre, attraverso vie diplomatiche (Congresso di Berlino, 13 giugno - 13 luglio 1878), i vantaggi dei russi (pace di Santo Stefano, 3 marzo 1878), che tenevano molto allo “sbocco sul Mediterraneo”.

Con l’avvento però di Guglielmo II (1890-1918), la Germania si avviò ad una linea di attacco politico ed economico nei confronti degli altri Stati: assorbire entro i confini del Reich i Paesi con minoranze etniche tedesche (Austria, Svizzera, Boemia, Ungheria, Belgio, Olanda); distribuire le aree di colonizzazione a proprio vantaggio; privilegiare l‘industria bellica come forza trainante della economia. Allora Francia, Inghilterra e Russia si schierarono nel patto difensivo della Triplice Intesa (1907).

Conflitti territoriali: la causa immediata della guerra

L’Inghilterra si decise ad entrare nella Triplice Intesa per i suoi interessi nel Mediterraneo, soprattutto dopo aver ottenuto l’amministrazione dell’Egitto (1881, che durò fino al 1914) e di Cipro (1878), poi annessa nel 1914. Così, per frenare l’espansionismo territoriale germanico, l’Inghilterra uscì dal suo “splendido isolamento” rispetto all’Europa continentale.

Quanto alla Russia, essa tendeva ad allargare la propria influenza nei Balcani, secondo un disegno che risaliva all’Ottocento (“panslavismo”); per ciò si contrapponeva sia all’impero austro-ungarico, sia alla Bosnia. L’impero austro-ungarico mirava in effetti ad estendere i territori nei Balcani a spese dell’impero ottomano e quindi a contrastare le mire della Serbia, e la Serbia a sua volta intendeva imporre l’egemonia su tutti gli slavi del Sud balcanico (“panserbismo”).

Al contempo l’Italia guardava oltre l’Adriatico: approfittando della crisi dell’impero ottomano, poté attuare le conquiste coloniali in Libia e nelle isole del Dodecanneso.

La Turchia attraversava un periodo di disgregazione interna ed estera che andò dal 1908 al 1914. Un gruppo progressista-costituzionalista (dei “giovani turchi”) cercò di rafforzare il prestigio interno dello Stato imponendo al Paese la Costituzione; dal punto di vista esterno, esso mirava a trasformare l’impero multinazionale, che si era rivelato debole e dipendente dalle potenze straniere, in una nazione forte; e, al fine di consolidare in Asia le sue strutture politiche ed economiche, era disposto a perdere territori in Europa.

Approfittando della situazione turca, si rese indipendente la Bulgaria (1908); l’Austria inglobò la Bosnia-Erzegovina; la Grecia annetté Creta; poi si costituirono in Stati indipendenti il Montenegro (1910) e l’Albania (1912). La Lega balcanica (Serbia, Bulgaria, Montenegro, Grecia) servì a sottrarre territori alla Turchia, ma non assicurò la concordia: la Serbia contendeva territori alla Bulgaria e al contempo aspirava ad avere uno sbocco sul mare, impedito dal nuovo Stato albanese. Vincitrice della guerra contro la Bulgaria, la Serbia fu tuttavia ostacolata principalmente dall’Austria nella sua aspirazione allo sbocco sull’Adriatico.

Quando l’arciduca austriaco Francesco Ferdinando, erede di Francesco Giuseppe, subì l’attentato a Sarajevo ad opera di un nazionalista serbo (28 giugno 1914), lo scacchiere europeo era già pronto per la guerra.

Ideologie di guerra nel primo Novecento

Contesto

Di fronte ai movimenti di contestazione socialista e operaia, la borghesia dominante si irrigidì in posizioni di difesa politica per salvaguardare la propria egemonia.

Un motivo particolare di preoccupazione per l’Europa liberale fu la grande rivolta socialista in Russia: si temette che la stessa cultura latina, fondata sul diritto e sul predominio sociale degli ottimati (i “migliori” della società), venisse travolta.

Le politiche e i governi illiberali derivarono pertanto anche da ideologie che esaltavano il vitalismo combattivo come espressione dell’aristocrazia dello spirito, l’aggressività come manifestazione dell’uomo superiore, la guida dello Stato in mano ai pochi uomini “migliori” (oligarchia), la guerra come percorso della selezione naturale. L’idea di nazionalità di stampo liberale si trasformò in nazionalismo di stampo autoritario e bellicoso.

E così la guerra mondiale arrivò: voluta, cercata, ottenuta. Ad ogni costo.

La nuova mentalità antiliberale

Gli ideali liberali, che avevano ispirato la borghesia nella costruzione di nazioni libere e indipendenti e ne avevano guidato l’espansione economica, si erano andati affievolendo man mano che il potere si manteneva nelle mani di quella classe politica che aveva ispirato concezioni liberali. I soprusi di nazioni su altre e quelli delle classi superiori sui ceti subalterni sembravano eliminati grazie ai movimenti di indipendenza nazionale, agli interventi statali in ambito sociale e civile e all’allargamento della democrazia effettiva. Ma appunto la borghesia, quando si vide minacciata dai movimenti socialisti e quando la stessa dinamica dell’industrializzazione cominciò ad esigere interventi drastici in politica economica (il protezionismo), assunse posizioni di difesa. Altrettanto si dica per la politica colonialista: ci fu chi vide il colonialismo come una necessità anche per i lavoratori. Per questo motivo Giovanni Pascoli, pur socialista “romantico”, fu favorevole alla guerra libica del 1911 (La grande proletaria si è mossa).

Questi fattori generarono un clima di volontà di potenza, trasformando l’idea di nazionalità in quella di nazionalismo. Del resto il fabbisogno di risorse minerarie e di sbocchi commerciali rendeva problematici i rapporti fra i vari Paesi, come nel caso, in particolare, tra la Germania e la Francia e tra l’Inghilterra e l’Europa continentale. L’idea di difendersi contro la minaccia delle altre Potenze si concretizzò nella tendenza di gruppi di intellettuali e politici, che a loro volta fecero presa sulle grandi masse della borghesia più diffusa (la medio-borghesia), a sostenere una linea di “solidarietà nazionale”.

Tale concezione costituì l’essenza dei vari fascismi: essi vedevano nella democrazia liberale la semplice esaltazione dell’individualismo romantico con la conseguente rinuncia agli interessi collettivi della “grandezza nazionale”. Questo clima si ispirava anche a concezioni filosofiche, come quella di Nietzsche, che propugnavano la nascita di una umanità nuova, fondata più sulla forza della volontà che sulla ragione.

Esponenti antidemocratici nel panorama italiano

In Italia, tra il 1903 e il 1914, furono decisivi i fautori della concezione antiliberale che poi risultarono vincenti. Nel 1903 Enrico Corradini affermava che socialismo e democrazia liberale erano espressione della forza cieca della moltitudine, il predominio del “numero”, della quantità (“conteggio di teste”) contro la qualità, la volontà di potenza; era il “sonno dello spirito”, svilito dai sentimenti umanitari. Poiché gli uomini non sono uguali (Giovanni Papini), lo Stato doveva essere il marchio istituzionale dei “migliori”: i produttori. La storia nazionale poteva essere riscattata solo dalla politica espansionista e dalla guerra, ritenuta “igiene del mondo” (Giovanni Papini). Corradini poi fondò il Partito nazionalista nel 1910, che si unì a quello fascista nel 1923. E c’era anche la linea ideologica che rifiutava l’alleanza tra “laici” e cattolici e di fatto si oppose al sostegno del partito liberale da parte dei cattolici nelle elezioni politiche (Patto Gentiloni, 1913): ogni forma di “teocrazia nella politica” era considerata una limitazione per l’egemonia borghese.

Giuseppe Prezzolini denunciò dal 1908 la degenerazione della classe liberale al potere: priva ormai di passione ideale, si era immiserita in politiche clientelari e opportunistiche, chiedendo l’appoggio a destra e a sinistra, ai laici e ai cattolici (“trasformismo parlamentare”). Per ridare slancio agli italiani, occorreva destare lo spirito nazionalistico e sostenne l’entrata dell’Italia nella guerra mondiale, giustificandola come mezzo di rinvigorimento degli animi. Con Gaetano Salvemini osteggiò però l’impresa libica: lo sbocco coloniale non risolveva i problemi economici e occupazionali.

La confluenza di queste tendenze intellettuali ma combattive culminò nel nazionalismo interventista. In effetti in Italia la maggioranza neutralista del Parlamento fu travolta da minoranze con il sostegno della Corona, dopo che fu abbandonata la posizione di neutralità inizialmente dichiarata.

Anche tra chi propugnava concezioni sociali si riproponeva l’avversione alla classe politica liberale e persino al partito socialista. Gaetano Salvemini (“L’Unità”, iniziata nel 1911) accusava Giolitti di strumentalizzare i socialisti e di avvantaggiarsi della situazione meridionale, e proprio sulla questione del Meridione ruppe nel 1911 con il Partito socialista, a suo avviso insensibile ai problemi del Sud. Tali posizioni generarono le idee, sia pure non identiche, del liberalismo di Gobetti (“Rivoluzione liberale”, 1922/25) e quelle di Carlo Rosselli (“Giustizia e libertà”, fondata nel 1929).

La politica zarista e l’offensiva rivoluzionaria

L’inizio della linea reazionaria in Russia prese avvio dopo l’uccisione di Alessandro II (1881) da parte del movimento Libertà del Popolo e continuò con il successore Alessandro III. Poiché il regime zarista, dopo le aperture sociali di Alessandro II, aveva bisogno anche del consenso della nascente borghesia, la politica reazionaria si espresse attraverso un controllo poliziesco della popolazione, praticato poi anche da Nicola II (1894). Sul piano sociale, l’influenza del socialismo fu combattuta mediante organizzazioni operaie quasi di regime, come quelle di Zubatov e di Gabon.

A fare esplodere l’opposizione popolare fu la guerra contro il Giappone (1904). L’iniziativa contestatrice fu assunta dai liberali con la campagna “dei banchetti” – poiché si riunivano a convito –, che condusse alla creazione del partito socialdemocratico (quello dei menscevichi e bolscevichi). L’offensiva rivoluzionaria sorse quasi inaspettata, quando, nel gennaio 1905, una grande manifestazione operaia, pur guidata dal Gabon, fu repressa nel sangue di oltre mille persone. Il succedersi di disordini, culminati nello sciopero generale (ottobre 1905), divise anche le Forze Armate (ammutinamento della corazzata Potëmkin, giugno 1905). La lotta tra regime e forze popolari organizzate nei soviet (rappresentanti dei lavoratori) toccò il culmine con gli scontri armati a Pietroburgo e a Mosca, terminati con la sconfitta dei soviet (dicembre 1905). Il conflitto spinse, da una parte, i socialisti a ulteriori tentativi per imporre la propria presenza nel Paese, tanto da ottenere la maggioranza alle elezioni della Duma (1906); dall’altra, la politica zarista ad alternare le concessioni politiche e sociali e la reazione.

Fu tuttavia la situazione bellica a fare esplodere le debolezze del regime. Esso fu rovesciato per concorso di tutte le forze politiche, pur con motivi e per fini opposti: dai gruppi conservatori e moderati ai socialisti rivoluzionari. Costituitasi la Repubblica (1917), si inserì Lenin, che riuscì a realizzare la sua tesi secondo cui era il momento di passare alla fase del potere dei soviet per un governo degli operai e dei contadini (“Tesi di aprile”). Con l’appoggio di Trotzkij e Stalin i rivoluzionari occuparono la sede del governo (“Palazzo d’inverno”, ottobre 1917), dando vita al comunismo di Stato, dopo avere vinto, in tre anni di spaventosa guerra civile, gli oppositori interni (i socialisti rivoluzionari di sinistra), che non accettavano la pace conclusa da Lenin con la Germania (18 febbraio 1918).

Nazionalismi nella prima metà
del Novecento

Contesto

La prima guerra mondiale, scoppiata sostanzialmente per conflitti legati all’espansionismo economico dei vari Paesi, fu un disastro: turbò gravemente l’assetto economico delle nazioni, che pur si avviavano verso un alto livello industriale; creò fasce di popolazione ancora più indigenti, dopo che era stata sottratta tanta manodopera dalla campagna; generò recriminazioni di alcuni Stati per qualche ripartizione territoriale “ingiusta”; rinfocolò i nazionalismi precedenti, facendo divampare le latenti tendenze verso governi autoritari e razzisti.

Sul piano sociale, le condizioni economiche disastrose fecero esplodere in forme selvagge i moti rivoluzionari socialisti, ingenerando nella borghesia la paura che si estendesse in altri Stati il comunismo sovietico.

Per contro, lo sviluppo industriale e tecnologico aveva reso più potenti i Paesi già progrediti, compresi quelli in cui si stavano diffondendo ideologie nazionaliste e imperialiste. E così lo scoppio della seconda guerra mondiale, preparata da tutti ma voluta da alcuni, fu di fatto la continuazione della prima.

Crisi del modello liberale

La prima guerra mondiale, generata da spinte economiche e ideologiche nazionalistiche e antiliberali, ne determinò delle altre, ancora più radicali.

La mobilitazione generale avvicinò, come mai prima, in ogni nazione uomini da tutto il Paese, ma riproduceva entro le strutture dell’apparato militare le stratificazioni sociali di provenienza. A parte alcuni reparti che richiedevano alta professionalità per la tecnologia avanzata dei nuovi mezzi impiegati (carri armati, sottomarini, aerei), la forza operativa dell’esercito era concentrata nella fanteria, che continuava a reclutare gli organici tra gli strati popolari, soprattutto contadini. I fanti si ritrovarono quindi ai livelli più bassi della vita militare ed esposti alle perdite più alte in un conflitto che fu condotto ad oltranza, in funzione dei progetti dell’industria pesante.

Inoltre, sembrò sconfitto in modo irreparabile il pacifismo d’ispirazione socialista, incapace di dare vita a iniziative popolari di rilievo internazionale. Prolungandosi il conflitto, l’avversione alla guerra esplose in manifestazioni di disobbedienza passiva, in Italia e in Francia, benché in forma più modesta. I governi politici e gli alti comandi militari ricorsero alla repressione terroristica: in Francia, nel corso del 1917 la condanna a morte fu un verdetto assai frequente dei Tribunali militari; in Italia, durante la rotta di Caporetto (ottobre-novembre 1917) fu applicato il sistema della decimazione, cioè della fucilazione sul posto di tutti coloro che, nella conta dei militari disposti in fila, risultavano al decimo posto. Più in generale, la guerra sconvolse l’intero assetto della vita civile nei Paesi belligeranti, giacché la politica dei governi dovette intraprendere la strategia di una ferrea militarizzazione. E ciò spiega, tra gli altri fattori di attrito quali quelli economici, la veloce accelerazione storica verso il secondo conflitto mondiale.

Le difficoltà nel campo economico iniziarono con una forte inflazione, dovuta al fatto che i governi nazionali dovevano far fronte ai danni causati dalla guerra: ciò significava aumentare il danaro circolante (“battere moneta”), senza che esso corrispondesse all’incremento effettivo della ricchezza del Paese. L’inflazione fece aumentare i prezzi, che durante la guerra erano invece controllati: basti pensare che in Polonia essi crebbero, nell’immediato dopoguerra, di ben due milioni e mezzo di volte; in Austria, di 14.000 volte. Ciò determinò la recessione economica, cioè la mancanza di vendite dei beni, e quindi la disoccupazione a causa della crisi produttiva.

L’America del Nord, che pur non aveva patito perdite eccessive, soffrì le ripercussioni economiche del resto del mondo, dato che l’esportazione fu drasticamente frenata a causa delle difficoltà degli altri Stati. Si arrivò così al tracollo finanziario della Borsa di New York (ottobre 1929), con spaventose conseguenze in tutto il mondo. Ne derivò una nuova logica del capitalismo, poi teorizzata (1936) dall’inglese John Maynard Keynes: maggiore intervento dello Stato sui processi produttivi ed economici, compreso quello dei salari, mediante investimenti statali che favorissero l’occupazione e quindi l’aumento dei redditi e la domanda di beni, perché il benessere generale stimolasse la produzione, promuovesse l’occupazione e determinasse nuovi investimenti industriali e finanziari. Ne seguirono tuttavia, dopo una prima fase di puro liberismo, anche la tendenza al sistema protezionistico e l’avvio dei cosiddetti nazionalismi economici (autarchia economica).

Rivoluzioni socialiste

I Paesi in cui scoppiarono con maggior violenza le rivolte popolari furono proprio quelli in cui in seguito si instaurarono governi autoritari.

La Germania fu la nazione che maggiormente subì le conseguenze della sconfitta bellica: dovette cedere territori al Belgio, alla Danimarca, alla Polonia (tra cui il “corridoio di Danzica”); restituire l’Alsazia e la Lorena alla Francia e concedere lo sfruttamento minerario della Saar; abbandonare i possedimenti coloniali; pagare ingenti danni di guerra; rinunciare all’industria pesante (Trattato di Versailles). Ciò fece crollare rovinosamente l’economia nazionale. E le rivolte sociali furono tempestive e sconvolgenti. Alla fine del 1918 la Germania, già dissanguata economicamente dalla guerra, era nelle mani delle forze operarie e socialiste, appoggiate dagli stessi militari.

Il malcontento popolare fu organizzato dai partiti socialisti. La socialdemocrazia maggioritaria (SPD), unitasi poi con i socialisti indipendenti (USPD), sosteneva la creazione della repubblica democratica parlamentare, da cui nacque la repubblica di Weimar (città in cui fu approvata la Costituzione in vigore dal 14 agosto 1919). Questa forma di governo fu definita “democrazia contrattata”, poiché poggiava su patti di intesa: tra esercito e governo (patto militare), tra sindacati e industria (patto sociale), tra socialisti e liberali (patto politico). Nel Paese operava però anche il movimento socialista rivoluzionario (Lega di Spartaco) guidato da Karl Liebknecht e da Rosa Luxemburg. Esso si proponeva di creare la repubblica socialista sul modello sovietico (“dittatura del proletariato”), opponendosi alle elezioni politiche e alla formazione del Parlamento, che certamente li avrebbe emarginati. Ne nacque la guerra civile tra le forze socialiste al potere e il movimento rivoluzionario (insurrezione spartachista, 1919).

Il disagio generale successivo alla guerra, congiunto con l’esempio della Russia, ispirarono anche in altri Paesi la soluzione rivoluzionaria. Due esempi furono la creazione della Repubblica sovietica in Slovacchia (1919) e in Ungheria (21 marzo 1919 - 1° agosto 1919). Le due esperienze furono molto brevi, anche a causa dell’intervento diplomatico occidentale, in specie francese. Ma anche questi avvenimenti contribuirono a ingenerare nella classe politica dei Paesi europei e nella borghesia la paura del “pericolo comunista”. Del resto, ancor prima e con modelli differenti, era scoppiata la rivoluzione socialista nel Messico (1912/16).

Anche in Italia le difficoltà economiche della popolazione, dovute all’aumento dei prezzi, all’inflazione e alla disoccupazione, diedero origine a sommosse popolari che interessarono i maggiori centri urbani (“biennio rosso”). La rivolta, iniziata nel giugno-luglio 1919, fu sostenuta dal partito socialista (PSI), forte anche del successo elettorale (novembre 1919) in cui ottenne il 31,8% dei voti. Il culmine si ebbe con l’occupazione operaia delle fabbriche (settembre 1920) e l’ammutinamento di reparti militari. Ispiratore ideologico della rivoluzione fu soprattutto Antonio Gramsci. Egli poi, non accettando l’accordo dei socialisti con il governo, si staccò dal PSI e fondò il partito comunista (PCI, Congresso di Livorno, gennaio 1921).

Mediatore dei conflitti di classe fu, all’epoca, ancora Giolitti: egli riuscì a far firmare l’accordo tra mondo del lavoro e mondo industriale (1° ottobre 1920). Lo statista era in effetti abile a fronteggiare le situazioni sociali di crisi: conservatore aperto, la sua strategia era stata sempre quella di concedere spontaneamente ciò che la pressione popolare avrebbe imposto suo malgrado. Ma se questa linea permise nel corso dei suoi governi la confluenza di diverse e differenti aggregazioni politiche, fu anche la ragione per cui gli intellettuali che propugnavano lo Stato “forte” e l’egemonia delle classi “superiori” lo tacciarono costantemente di “debolezza” e lo additarono come causa dello svilimento sociale e politico degli italiani.

Nell’Unione Sovietica, Lenin sviluppò la concezione dello Stato socialista fortemente centralizzato. Dopo la sua morte (21 gennaio 1924), il progetto fu proseguito da Stalin. Egli anzi portò il centralismo della struttura comunista alla dittatura autocratica (cioè personale), burocratica e sanguinaria. Stalin inoltre elaborò la teoria, per il vero più realistica, del “socialismo in un solo Paese”. In ciò si differenziava da Trotzkij, che sosteneva la “rivoluzione permanente”, generalizzabile in altre aree geografiche. Nel 1929 Trotzkij fu allontanato dalla Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche; poi, dato che proseguiva all’estero la sua battaglia ideologica contro la “degenerazione burocratica” del comunismo sovietico, fu assassinato (1940).

La nascita di regimi autoritari

La tendenza a concezioni politiche nazionaliste e autoritarie ebbe inizio già nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento. Un primo colpo inferto alla concezione liberale si registrò in Germania ad opera di Guglielmo II dopo l’allontanamento di Bismarck (1890). In Germania il processo di unificazione nazionale aveva aumentato in effetti la potenza dei militari e l’efficienza della burocrazia statale ed esaltato le ambizioni dei ceti possidenti e aristocratici; la lotta contro il socialismo aveva poi irrigidito le loro posizioni. In Inghilterra il nazionalismo si colorò del mito, quasi salvifico – il cui divulgatore letterario fu Rudyard Kipling –, di civilizzazione del mondo barbaro. In Francia, alcuni gruppi monarchici, raccolti dal Maurras nella Action française, predicavano la guerra contro la Germania che si era impossessata dell’Alsazia e della Lorena, e la persecuzione contro gli ebrei; e in quest’ultimo punto concordavano con il filozarismo dell’Unione del Popolo russo e della Lega russa dell’arcivescovo Michele. Per reazione nacque alla fine dell’Ottocento il sionismo ebraico.

Fu tuttavia la prima guerra mondiale che per le sue conseguenze diede il colpo di grazia al sistema liberale in alcuni Paesi, conducendo la borghesia ad accentrare il potere in forme totalitarie.

In Germania avvenne il medesimo processo: preoccupazione per il pericolo bolscevico, visto il precedente tentativo dell’insurrezione spartachista (1919); acredine contro gli Stati liberali che avevano prostrato la nazione tedesca (privata della Ruhr ancora nel 1932); insorgere dei militaristi e degli industriali, ma anche dei ceti agrari e del ceto medio, tanto che Hitler fondò il Partito nazionalsocialista dei lavoratori (1920) e nel 1923, sostenuto dal generale Erich Ludendorff, tentò a Monaco un’insurrezione armata (putsch) contro la Repubblica di Weimar. Ma non c’era bisogno di colpi di Stato: quasi senza traumi, nel 1930 le elezioni politiche videro crollare i partiti liberali e ascendere il Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori (NSDAP), passato vertiginosamente dal 2, 6% a più del 18%.

Il processo verso governi autoritari si ebbe in tutta l’Europa centro-orientale, in Ungheria (1919), in Polonia (1926), in Bulgaria (1928) – qui, ad opera del re, Boris III –; in Iugoslavia (1929) – anche qui ad opera del re, Alessandro I –; in Romania (1930) e, tardivamente, nel 1936, in Grecia; in Portogallo, prima con un regime militare (1926) e poi (1928) con António de Oliveira Salazar, che in seguito (1933) ammise legalmente il solo Partito di Unione nazionale; in Spagna, prima con Miguel Primo de Rivera (1923), poi con Francisco Franco Bahamonde (1936). La vicenda spagnola si allargò per l’intervento di altre nazioni: Germania e Italia, a favore di Franco; l’URSS e le “brigate” di volontari di diversi Paesi, a favore dei repubblicani.

Un discorso a parte va fatto per il Giappone, l’unico Paese in Oriente che si industrializzò in questo arco di tempo. Il fenomeno iniziò dopo la sua partecipazione alla guerra mondiale. La crescita fu così straordinaria, che tra il 1915 e il 1919 incrementò del 400% la produzione. Ne derivarono subito la concentrazione industriale e finanziaria in grande stile, l’espansionismo commerciale all’estero (in Cina) e la formazione di masse proletarie come in ogni rivoluzione industriale di grandi proporzioni e di rapida accelerazione. Per combattere i movimenti a difesa dei lavoratori e dei disoccupati, si andò rafforzando la classe politica dei militari, ma la svolta antiliberale fu offerta dalla crisi finanziaria del 1927 (in anticipo su quella americana), determinata dal fallimento di alcune banche e dalla grave disoccupazione. E quando nelle prime elezioni giapponesi a suffragio universale (1928) i partiti di sinistra registrarono un notevole successo, la classe dirigente iniziò a perseguitare gli esponenti socialisti; poi, dal 1929/30, ad opporsi al sistema parlamentare visto come mediatore degli interessi popolari. Il processo in senso totalitario del governo imperiale si impose a partire dal 1932, con sviluppi non dissimili da quelli nazisti.

Oggi ci si chiede come sia potuto accadere che i regimi totalitari abbiano avuto tanto favore, tra la prima e la seconda guerra mondiale, da imporsi con naturalezza. Gli studiosi sottolineano che non si trattò di “colpi di testa” di qualche “capo”: fu invece la convergenza di interessi economici di vari ceti. L’esempio più evidente fu quello del cattolico Dollfuss in Austria (dal 1932 al 1934, l’anno dell’annessione da parte della Germania), il quale si ispirava alle dottrine sociali di Leone XIII (Rerum novarum, 1891).

Il caso italiano

Per tutto il primo ventennio del Novecento, le lotte operaie inducevano la classe politica per un verso alla repressione, per altro verso a compromessi con le forze contestatrici. Tali mediazioni politiche (si pensi a Giolitti) furono ritenute una debolezza da parte di un settore minoritario della borghesia, che però riuscì a coinvolgere larghi strati della popolazione e a suscitare il clima di rivendicazioni nazionali. Si accusava la classe dirigente di pavidità, si esaltava il “coraggio” dello spirito, l’“azione coraggiosa”. L’Italia era stata “mutilata” nella vittoria: aveva ottenuto, a spese dell’Austria, il confine del Brennero con l’Alto Adige (Trattato di San Germano, 10 settembre 1919), ma non l’Istria, la Dalmazia e soprattutto Fiume che si era proclamata italiana. La spinta nazionalistica che ne nacque, e in cui si inseriva l’Associazione Nazionale Combattenti (1918), tra le sue massime aveva anche questa: “Organizzati e indipendenti, la nostra politica la faremo noi stessi”. D’Annunzio ne fu il vate; in alcuni casi, il “comandante” (impresa di Fiume, 12 settembre 1919).

E qui vale la pena un rilievo su D’Annunzio. Egli fu in effetti l’ideologo del patriottismo nazionalistico; ma ebbe divergenze con il fascismo. Almeno in tre casi: la “marcia su Roma”, la strategia della violenza, l’alleanza con Hitler. Si disse costernato che si facesse politica con metodi che mettevano “i fratelli contro i fratelli”; e fu preoccupato per gli accordi del 22 ottobre 1936 (“Asse Roma-Berlino”, che anticipò il “Patto d’Acciaio” del maggio 1939).

Oltre a ciò operavano altri fattori: come in altre nazioni, la paura del socialismo, che preoccupava i ceti agrario e industriale; lo scadimento della vita parlamentare, privata della sua dialettica politica a causa del metodo del trasformismo impostosi con Giolitti; la diffusione di idee antidemocratiche promosse da alcuni intellettuali. Il governo liberale, sceso a compromessi con il socialismo, era additato come rinunciatario; alla media e piccola borghesia venivano insinuati ideali di rinnovata gloria con il decollo di una economia rafforzata e con la restaurazione dell’ordine sociale. Fu così che si arrivò al governo autoritario in modo sostanzialmente costituzionale.

Benito Mussolini, passato dal socialismo rivoluzionario intorno al ‘10-‘12 all’interventismo circa la guerra mondiale (fondò a tal fine il “Popolo d’Italia”, 15 novembre 1914), si mise alla testa dei più intransigenti avversari (costituitisi il 23 marzo 1919 in “fasci di combattimento”) del socialismo e del liberalismo “mediatore”. Visto che il governo non sapeva risolvere i problemi sociali e impedire le sommosse operaie, denunciò il “vuoto di potere” politico e si propose come colui che avrebbe dato vita allo Stato: egli affermava che “lo Stato non c’era”. In questa linea fu sostenuto dal consenso non solo di industriali e finanzieri, ma anche dei ceti medi della borghesia urbana, la quale da un lato pativa danni per le insurrezioni popolari e dall’altro non traeva benefici dalle concessioni governative agli operai. Il ceto medio aveva a cuore l’ordine pubblico. E Mussolini lo prometteva. Di certo, quando Mussolini fu chiamato a formare il governo della nazione, benché il suo partito godesse solo di 35 parlamentari, il fascismo (come già si denominava) appariva a molti l’unica forma di reale “autorità statale”.

Una volta al governo, Mussolini varò leggi limitative dell’autorità del Parlamento e favorevoli ai fasci di combattimento, rafforzando sempre più il suo partito; poi, dopo l’uccisione del deputato socialista Giuseppe Matteotti (1525), andò trasformando il governo autoritario in regime politico.

L’economia nel governo Mussolini

Dopo la prima guerra mondiale, i Paesi europei si trovavano tutti in gravi difficoltà economiche. In un primo tempo ne beneficiò enormemente il Paese che aveva vinto la guerra senza troppi danni, gli Stati Uniti d’America. Negli anni ‘20, la produzione degli USA ammontava al 45% di quella mondiale, e l’esportazione assorbiva il 12,5% del totale nel mondo. Se ciò non giustifica la scelta di politica economica del governo Mussolini, tuttavia è un dato che può farla intendere.

A partire dal 1925, il governo Mussolini praticò l’economia autarchica (indipendenza di una nazione nel campo economico). Nel 1925 diede inizio alla “battaglia del grano” e ad una politica protezionistica, aumentando i dazi doganali per i cereali. Negli anni precedenti, l’importazione di questi beni aveva inciso pesantemente sul disavanzo della bilancia dei pagamenti. Nel 1928 iniziò la “bonifica integrale”: l’aumento generalizzato della produzione agricola ottenuto anche attraverso le bonifiche delle paludi; e nel 1939 la legge sul latifondo in Sicilia cercò di trasformare la proprietà privata da privilegio a funzione sociale. Così Mussolini manteneva fede al principio enunciato sul “Popolo d'Italia” nel 1921: il capitalismo era insostituibile, ma doveva essere modificato.

Contemporaneamente, fin dal 1929 fu dato slancio alla formazione di gruppi economici oligarchici, del resto come in altri Paesi industrializzati, in specie nell’industria pesante, nella meccanica, nei settori elettrico (Nuova Ansaldo, Fiat e Breda) e chimico (Montecatini). Nel 1929, l’anno della crisi economica mondiale, grazie all’autarchia l’Italia soffrì meno i devastanti effetti della recessione, ma nel 1930 gli esiti si fecero sentire in maniera considerevole. La soluzione, come nella generalità degli altri Paesi, fu cercata nel ridurre i salari e contrarre le assunzioni nell’impiego pubblico e privato. Se ne avvantaggiarono le grandi imprese: nel 1932 il capitale azionario era concentrato per il 50% in meno di cinquecento persone. Per ottenere migliori risultati economici, il governo creò l’Istituto Elettrotecnico Nazionale Galileo Ferraris per la ricerca scientifica (Torino, 1935) e nel 1937 costituì in ente pubblico l’Istituto per la Ricostituzione Industriale (IRI, fondato nel 1933), che controllò sempre più l’attività e la proprietà dell’industria privata.

Anche l’organizzazione del lavoro era sotto il controllo statale. Le nove confederazioni nazionali del lavoro per i datori di lavoro, per i lavoratori e per i professionisti erano a loro volta collegate alle “corporazioni” (costituite nel 1934) dei vari settori dell’industria, dell’agricoltura e del commercio (da qui, la denominazione di “Stato corporativo”).

Con la guerra di Etiopia (autunno 1935) l’autarchia economica dovette irrigidirsi, dato che la Società delle Nazioni decretò contro l’Italia l’embargo economico (a parte i prodotti petroliferi). Dopo l’occupazione di Addis Abeba (maggio 1936) le sanzioni vennero abrogate dal 15 luglio successivo, ma l’autarchia restò immutata, poiché il governo nutriva profonda avversione verso l’Inghilterra, la Francia e l’America.

Postosi su questa strada, fu quasi naturale l’alleanza del governo Mussolini con la nascente potenza di Hitler.

La “coscienza germanica”

Già negli ultimi decenni dell’Ottocento, la Germania mostrava una alta considerazione della propria potenza. Sul piano politico, la convinzione era avvalorata dal prestigio delle armi prussiane recentemente vittoriose; sul piano scientifico, dallo sbalorditivo progresso industriale; sul piano ideologico, dalla robusta formulazione hegeliana dello Stato; sul piano culturale, da una filosofia affidata alle scienze della ragione, come la critica storica; sul piano etnico, dalla dottrina di Chamberlain, teorico del pangermanesimo.

Il cinquantennio storico della Germania, che si concludeva a ridosso del primo conflitto mondiale, era coinciso con l’unificazione politica raggiunta dal Bismarck. Se si considera che la potenza economica tedesca era sorta grazie all’alleanza della nobiltà terriera con la borghesia imprenditoriale, evitando quel conflitto sociale tra i ceti feudali e il nuovo capitale finanziario che aveva scosso, un tempo, la società inglese e francese, si comprende come lo Stato fosse sentito dai tedeschi come l’organo della composizione degli interessi di tutti i cittadini, senza tuttavia che venissero meno le differenze sociali: anzi persistette la grande proprietà terriera e si sviluppò il potente ceto burocratico e militare. A ciò si aggiungeva il “patto di fedeltà” del mondo universitario, libero scientificamente ma legato agli interessi dello Stato (famoso il caso di Martin Heiddeger, nel Novecento): così, neppure sul piano della cultura si era scatenata in Germania, a differenza dell’Inghilterra e della Francia, quel sano conflitto tra la cultura umanistica, difesa dai ceti tradizionali e aristocratici, e la cultura scientifica, promossa dalla borghesia imprenditoriale.

Bisogna tener conto di questa “coscienza germanica”, per comprendere lo scontro negli anni ‘20 e ‘30 del Novecento tra germanesimo e romanesimo, che tanta rovina e morte portò nelle vicende storiche europee.

Il nazionalismo trovò un terreno fecondo, in radice, nel Romanticismo. Fu in quell’epoca che ogni nazione scoprì la propria presunta superiorità sugli altri: il panslavismo russo vide nell’Impero d’Oriente, contrapposto a quello d’Occidente, l’eredità autentica del mondo antico; la Francia recuperò le sue tendenze egemoniche grazie all’astro di Napoleone; il puritanesimo inglese coniugava la potenza economica, con tutto l’affarismo ad esso connesso, con la fantasia di santificare l’universo, in antagonismo con la chiesa di Roma. Ma su tutti si distinse il pangermanesimo.

La “religione della razza”

Il primo a formulare, in una prospettiva storico-filosofica, il pensiero razziale tedesco fu Hauer, nato nel 1881. Intendendo riformare la vita cristiana, ne additò l’attuazione nella libera e personale aspirazione al divino, inteso come “originario volere (Urwille) religioso”, da cui l’anima germanica era tradizionalmente stimolata; infatti esso era esattamente quello del “popolo tedesco”. Poi Bergmann, convinto che il “tedesco” era il detentore delle antiche virtù del coraggio, della cavalleria e della fedeltà, ritenne che, per salvare le virtù, si doveva provvedere “all’assistenza prenatale dell’uomo”, cioè all’eutanasia di chi non portava nel sangue quelle virtù (Le 25 tesi della religione tedesca, 1934). Ma il primo vero araldo della religione razzista fu il fondatore della lega di Tannenbery, Ludendorff, affiancato dalla moglie Mathilde: a suo avviso, Dio creò se stesso nelle varie razze umane, per cui, se si voleva credere in Dio, occorreva crederlo secondo la propria razza. L’uomo politico più incisivo sul piano del razzismo fu però Rosenberg, direttore della Rivista ufficiale nazionalsocialista (“Völkischer Beobachter”), e dal 1934 fiduciario di Hitler per la formazione culturale del partito. Egli attribuì tutto il fondamento del “moderno” spirito religioso al mito dell’“anima nazionale”.

Il razzismo come “nuova verità”: era il presupposto mentale che guidò la strategia culturale nazionalsocialista. Massima virtù fu ritenuta l’aderenza da parte degli individui e delle istituzioni alla propria razza; massima degenerazione la mescolanza del sangue, l’ibridismo delle idee e degli istituti giuridici, accogliere le idee, i sentimenti e le forme sociali di altre razze.

Il processo di educazione germanica iniziò con la gioventù (dal 1933 al 1935). Il ministro dell’educazione giovanile, Rust, impartì istruzioni perché si suscitasse l’orgoglio di appartenere al popolo tedesco (28 gennaio 1935). La dottrina della razza, materia scolastica obbligatoria, costituiva l’elemento unificante di tutte le discipline. La storia ad esempio erano viste come “prova del destino delle razze”.

Il Partito degli Operai Nazionalsocialisti di Germania (N.S.A.P.O.), sorto in Baviera nel 1920, intravide nelle tendenze antiebraiche le spinte più “popolari” e idonee per suscitare il sentimento nazionalistico e per spiegare “filosoficamente” la crisi della Germania. Pervenuto al potere (1933), il Nazionalsocialismo tradusse in direttive statali l’antisemitismo serpeggiante: allontanò gli ebrei dagli apparati burocratici, dalle libere professioni e dalla magistratura; poi, fino al settembre 1935, li espulse dall’esercito, perseguì penalmente i rapporti sessuali tra ebrei e ariane e ne proibì il matrimonio.

La radice teorica di questi provvedimenti era contenuta nel pensiero di Rosenberg (I miti del XX secolo, 1930). Egli poneva nell’“anima della razza” il fondamento di tutti i valori dell’uomo e della civiltà, poiché il carattere di una persona è strettamente determinato dal “sangue” (Blut). Ma non bastava l’“incontaminazione” razziale a stabilire la gerarchia di valore delle razze: in effetti, per la loro endogamia, gli ebrei erano più “puri” dei tedeschi. Allora Rosenberg aggiunse altre considerazioni: l’elemento specifico dell’ebreo era l’utilitarismo, quello del tedesco era l’“eroicità, la libertà e l’onore”. Così, secondo lui, era dimostrata la superiorità del tedesco.

La pace “utile”
Il secondo dopoguerra

Contesto

La fine della seconda guerra mondiale rivelò in modo chiaro quale fosse la natura dello Stato sovietico, che durante la guerra l’interesse comune di debellare il nazismo aveva accostato ai Paesi liberali. L’Unione Sovietica tendeva, non meno degli USA ad alta industrializzazione, a garantirsi una rete di “colonie” nel mondo. Le due Potenze se lo spartirono.

Tra l’una e l’altra i contrasti ideologici c’erano: ma, sopra ogni cosa, l’una e l’altra si premuravano di consolidare il proprio dominio nel mondo. Ognuna con metodi, con scopi, con politiche differenti. Perciò sorsero attriti; ma furono “freddi”: la guerra continuò con lo spionaggio, con la propaganda, con le armi delle “idee” e delle invenzioni tecnologiche. Si arrivò sulla luna: facendosi l’una e l’altra Potenza qualche dispetto.

La “guerra fredda” armata

Durante la seconda guerra mondiale si era formata l’alleanza tra USA e URSS, che erano concordi, pur con scopi diversi, nell’obiettivo di fermare l’espansionismo delle Potenze imperialiste. Ma sia gli Stati Uniti d’America, sia l’Unione Sovietica erano interessati a rafforzare le proprie posizioni economiche e politiche nel mondo.

Al termine della guerra esplose la contrapposizione tra la democrazia liberale e il comunismo sovietico. Le ragioni erano principalmente di ordine tuttavia economico: trarre il massimo vantaggio mediante l’influenza sulle varie zone del mondo, per una espansione egemonica in armonia con la moderna politica di decolonizzazione. Il divergente punto di vista non fu risolto né dalla Conferenza di Yalta (febbraio 1945), né dalla Conferenza di Potsdam (luglio-agosto 1945), né dai trattati di pace di Parigi (10 febbraio 1947). Il conflitto di interessi, sempre mascherato con ragioni “ideali”, va sotto il nome di “guerra fredda”: uno stato di tensione permanente fra le due massime Potenze vincitrici, spesso sull’orlo di tradursi in conflitto bellico.

Quando gli USA intervennero in aiuto dell’Europa con finanziamenti e invio di merci, trovarono la chiusura dei Paesi orbitanti nell’area sovietica. Allora il piano Marshall (1947) – dal nome del segretario di Stato statunitense – sanzionò un rapporto di alleanza economica con l’Europa occidentale. Il presidente Harry Truman, successo a Roosevelt nel 1945 ed esponente della guerra fredda fino al 1952, si proponeva di impedire l’espansione russa; ma il ministro degli esteri sovietico, Molotov, accusò l’America di asservire le economie dei Paesi occidentali mediante il Piano Marshall. Di fatto, gli USA sostennero la monarchia in Grecia contro i comunisti del generale Markos, ottennero il ritiro dell’esercito russo dall’Iran e riuscirono ad estromettere i comunisti dai governi di coalizione sia in Francia che in Belgio e in Italia (1947). Nel 1949 l’Europa occidentale e gli USA cementavano i loro legami politici con il Patto Atlantico e quelli militari con la NATO.

Intanto, mentre gli alleati si preparavano a lasciare libera la propria zona tedesca, divisa tra i vincitori alla fine della guerra, la Russia poneva un blocco alle comunicazioni intorno alla Berlino occidentale (poi tolto il 12 maggio 1949), per costringere gli ex alleati ad abbandonarla. Mentre la fuga dei berlinesi orientali generava scontri di frontiera, Stalin calava la “cortina di ferro” fra i Paesi comunisti e quelli occidentali: impedì ogni comunicazione politica, culturale ed economica; impose dirigenti comunisti negli Stati-satelliti e liquidò a Praga il tentativo di compromesso tra i democratici parlamentari e i comunisti (colpo di Praga, febbraio 1948). Creò il Cominform, un istituto che collegava i partiti comunisti dei vari Paesi (settembre 1945); il Comecon, per la mutua assistenza tra i Paesi comunisti (1949); il Patto di Varsavia, per l’alleanza militare (1955).

I “due blocchi” di influenza erano chiari. Poiché il generale Tito aveva scelto una linea comunista autonoma (poi detta dei “Paesi non allineati”), Stalin espulse la Iugoslavia dal Cominform (1948) e condannò le “vie nazionali al socialismo”. Così impose l’allontanamento di politici dissidenti in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia e intervenne militarmente in Ungheria (3 novembre 1956), dove era andato al governo il comunista Imre Nagy sorretto dalle forze giovanili moderatamente liberali (24 ottobre 1956).

Ciò però non costituì un pericolo per la pace nel mondo: era considerato dagli occidentali una questione interna al mondo comunista; altrettanto si dica per l’invasione russa in Cecoslovacchia (“Primavera di Praga”, 1968). Un rischio di conflitto armato fu invece la Corea, quando gli USA intervennero con l’esercito (1950/53) dopo che le truppe comuniste della Corea del Nord oltrepassarono la linea del 38° parallelo, lungo il quale era stato diviso il Paese; altrettanto fu il Vietnam, dal 1954 in poi, quindi Cuba e Israele, anche se già in epoca di distensione.

Per quanto riguarda Cuba, diventata repubblica socialista (1959) con a capo Fidel Casto, è geograficamente troppo vicina agli USA, per non preoccuparli. I profughi americani furono autorizzati dal presidente Kennedy a compiere uno sbarco militare a Cuba, che tuttavia fallì (Baia dei Porci, aprile 1961); ma quando l’URSS impiantò nell’isola basi missilistiche, la tensione fu tale, che l’URSS accettò di ritirare le basi e in cambio gli USA accettarono di riconoscere lo “stato di fatto” del regime cubano (ottobre 1962).

Se nessuna delle grandi Potenze trovava conveniente riprendere le armi per combattersi direttamente, l’aspetto più preoccupante della “guerra fredda” fu tuttavia la corsa agli armamenti. Essa era concepita come “deterrente” (lo proclamò proprio John Kennedy); ma divenne oltremodo pericolosa dopo il perfezionamento delle armi nucleari, l’invenzione della bomba H, la costruzione di sottomarini nucleari e di missili balistici intercontinentali.

La “guerra fredda” ideologica

La guerra fredda fu anche ideologica e spionistica: le democrazie popolari sottomesse dall’URSS instauravano processi contro esponenti comunisti accusati di collusione con gli americani e contro membri del clero condannati per fedeltà all’imperialismo occidentale. Dal canto loro, gli USA promossero leggi restrittive della libertà politica, per scoprire i filocomunisti; da qui, la “caccia alle streghe”, sostenuta in particolare dal senatore McCarthy, di cui furono vittima ad esempio i coniugi Rosenberg e in parte lo scienziato Robert Oppenheimer.

La guerra fu condotta anche sul piano scientifico: la corsa nello spazio era prova di progresso tecnico, occasione di propaganda. Dopo il lancio russo del primo satellite artificiale (4 ottobre 1957), Yuri Gagarin, il primo uomo che solcò i cieli (12 aprile 1961), annunciò al mondo la verità filosofica che Dio non si trovava neppure lassù: una rivalsa sulle superstizioni occidentali. Comunque la conquista dello spazio finì per favorire il processo opposto, scaricando la tensione fra le grandi Potenze. Del resto, Mosca e Washington avevano finito per convincersi dell’opportunità di non rompere gli equilibri politici internazionali; e questa nuova tendenza si manifestò ad esempio quando le truppe franco-inglesi intervennero nel canale di Suez nazionalizzato da Nasser; o quando USA, URSS, Cina e Gran Bretagna si accordarono, il 21 luglio 1954, per la divisione provvisoria del Vietnam (che poi invece avrebbe costituito dal 1959 un pericolo di guerra mondiale).

Distensione tra le grandi Potenze

Le grandi Potenze militari avevano bisogno, nel secondo dopoguerra, di espandersi a livello commerciale, per favorire l’attività industriale; a livello strategico-politico, per mantenere salde le proprie posizioni di influenza nel mondo. Questi obiettivi ispirarono la fase della coesistenza pacifica inaugurata da Kennedy (1960) e la destalinizzazione operata da Kruscev (a partire dal XX Congresso del Partito comunista sovietico).

Si inseriva inoltre un altro fattore, sul piano internazionale. Già dal 1953 stava emergendo una nuova “bandiera rossa”: la Cina. Questa accusava i sovietici di social-imperialismo. La rottura dei patti cino-sovietici (7 giugno 1953) preoccupò allora il Cremlino, che si accostò un po’ a Washington.

La situazione permise agli USA l’altalena distensiva con i cinesi e con i sovietici.

Gli USA fecero ammettere la Cina nell’ONU (ottobre 1971) e, dopo la visita di Nixon, presidente degli USA, a Mao Tse-Tung (febbraio 1972), instaurò con essa rapporti diplomatici (1973).

Con l’URSS, poi, gli USA stipularono accordi sull’armamento e sulle sperimentazioni nucleari, fino ad arrivare alle trattative – dette SALT, Strategic Arms Limitation Talks – per la limitazione delle armi strategiche e agli accordi di Helsinki (agosto 1975). Gli accordi di Helsinki divennero la pietra miliare della visione politica e civile contemporanea. In base ad essi, USA, URSS e gli altri Stati europei si impegnavano a risolvere in via diplomatica le controversie tra i Paesi, a non intervenire nelle questioni interne dei singoli Stati e a rispettare ovunque i diritti fondamentali della persona umana e delle libertà essenziali dell’uomo.

In questo clima, la Germania occidentale avviò dal 1969, con Willy Brandt, una politica di distensione con l’Est europeo (Ostpolitik), arrivando a riconoscere i confini con la Polonia (1972), imposti dopo la guerra mondiale, lungo l’Oder-Neisse e ad accettare la realtà della Germania orientale.

In Italia, dal clima di anticomunismo delle elezioni del 1948 e del 1953 si passò all’alleanza con la sinistra socialista (1963), auspice Aldo Moro, che costituì il primo governo con la partecipazione del PSI (4 dicembre 1964). Non fu estraneo al clima di distensione Giovanni XXIII (1958/63), che ricevette anche il premio Nobel per la pace: il suo principio di “cercare ciò che unisce e non ciò che divide” contribuì alla convivenza pacifica.

“L’età d’oro”
Il trionfo della economia

Contesto

Il mondo industrializzato, pur in mezzo a numerosi attriti internazionali, in due decenni dalla fine della guerra pervenne al suo massimo sviluppo fino allora raggiunto: e fu l’“età d’oro”. E si avviò verso la “globalizzazione” della economia: le attività industriali divennero connesse tra loro; l’industria si legò strettamente alla finanza; la mentalità generale fu la logica economica; la società divenne davvero, allora, “società industrializzata”.

L’espansione economica produsse i soliti effetti: emancipazione sociale, ampliamento della democrazia, benessere materiale. Ma comportò anche i soliti risvolti, questa volta esasperati: la necessità dell’industria di immettere sul mercato sempre nuovi prodotti, e quindi il bisogno, indotto dalla società dell’industria, di usufruire prodotti sempre nuovi da parte della popolazione. Fu l’era del consumismo.

Da lì a qualche anno sarebbe scoppiata la “contestazione globale”: la logica economica, esclusiva e totalizzante, era disumana.

L’assetto dei Paesi industrializzati

A dire la verità, se nei decenni successivi al secondo conflitto mondiale non si è voluta la guerra da parte dei Paesi industrializzati, non è stato per amore verso i propri simili e neppure per l’orrore che le armi atomiche suscitano d’istinto: ma per interesse economico. La società industrializzata aveva bisogno di incrementare l’economia “di pace”: produrre e vendere beni alimentari industriali, macchinari agricoli industriali, strumentazione casalinga industriale, generi voluttuari industriali, abbigliamento industriale. Occorreva la pace: non la guerra. La guerra si è fatta, e di continuo; ma sulla pelle degli altri: dei Paesi in via di sviluppo.

D’altra parte, la guerra aveva devastato le economie europee occidentali e, perché l’economia degli USA non crollasse come nel 1929, aveva bisogno che i Paesi industrializzati non ne soffrissero troppo: altrimenti, questi non sarebbe potuto commerciare. Così gli USA intervennero con aiuti per la loro ripresa.

Per coordinare i finanziamenti per la ricostruzione economica fu creata l’Organizzazione Europea di Cooperazione Economica (OECE, 16 aprile 1948), poi trasformata in Organizzazione di Cooperazione e di Sviluppo Economico (OCSE, 30 settembre 1961) per garantire un raccordo tra le varie politiche economiche. Vi fecero parte USA, Canada, Germania, Austria, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Danimarca, Irlanda, Islanda, Norvegia, Svezia, Italia, Svizzera, Giappone, Australia, Nuova Zelanda e, per motivi politici, Grecia, Portogallo, Spagna e Turchia.

Con l’OCSE i Paesi si adeguavano alla nuova situazione economica, la mondializzazione dell’economia: l’interdipendenza dei fattori dell’economia avanzata. Con gli anni, per l’imponente progresso economico di alcuni Paesi, si determinò una enorme discrepanza tra i membri dell’OCSE. Fu così creato l’organismo dei “Sette Grandi” (G7): USA, Canada, Giappone, Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia. Alla fine del Novecento vi entrò la Russia come “osservatrice”. Ma questo è un altro discorso, che va fatto a parte.

La fascia dei Paesi industrializzati fu in seguito denominata “Nord” del mondo, in relazione ai Paesi economicamente arretrati (“Terzo Mondo”), qualificati come “Sud”.

La “globalizzazione” della economia

La necessità di una strategia di politica economica generale tra i Paesi industrializzati continuò a perdurare, anzi si impose definitivamente, anche dopo la contingenza della ricostruzione postbellica.

Le industrie infatti, grazie allo sviluppo tecnologico, si erano andate specializzando, producendo ciascuna specifici elementi dello stesso prodotto finale. Questo genere di specializzazione è in definitiva quello che più di ogni altro tiene legate le nazioni tra loro: se alcuni pezzi di un macchinario (un trattore, un’automobile, un elettrodomestico, ecc.) vengono prodotti da una fabbrica e altri pezzi da un’altra, è ovvio che le due fabbriche hanno interesse di collaborare; e se ciò avviene in fabbriche di Paesi diversi, anche a questi diversi Paesi non conviene inimicarsi. Inoltre, i Paesi diventavano sempre più dipendenti tra loro nei processi produttivi per gli scambi delle materie prime.

Il sistema industriale coinvolse il commercio. Le rivalità tra gli Stati sulla importazione-esportazione dei beni non è stata eliminata, come hanno dimostrato le controversie tra Europa e USA e tra gli stessi europei ancora nel 1996. Ma, dato che la collaborazione diventava sempre più indispensabile tra le nazioni per l’interconnessione industriale, era indispensabile che ci si accordasse anche sul piano commerciale. Il prodotto finito deriva da più industrie, quindi le varie fabbriche devono concordare i prezzi degli elementi prodotti da ciascuna, perché il prezzo finale sia confacente con le possibilità di mercato. Questo è un aspetto della concertazione.

Inoltre l’economia si è legata strutturalmente al mondo finanziario: i capitali delle industrie, diventando giganteschi “imperi” che collegavano varie attività, non potevano più essere di proprietà del solo imprenditore. Sorsero le Società per Azioni. Con esse, i capitali provengono all’industria anche da altri investitori; così, anche altre persone registrano guadagni o perdite in rapporto all’andamento aziendale. La società industrializzata è caratterizzata dal fatto che tutti gli ambiti economici sono regolati secondo i criteri dell’industria. L’indebolimento o il rafforzamento di uno dei fattori economici incidono su altri fattori, sia in uno stesso Paese, sia in altri. Si consideri il fenomeno delle “multinazionali”: un esempio di come l’economia sia collegata tra Paesi diversi. Le Società per Azioni hanno interessato anche l’economia terziaria, cioè il campo della erogazione dei servizi (Compagnie di Assicurazione, Aziende elettriche, Istituti di credito, ecc.).

Il “miracolo economico”

Il mondo industrializzato ha conosciuto negli anni ‘50-‘60 un’epoca definita “d’oro”. L’innovazione tecnologica sconvolse il sistema industriale, imprimendo un’accelerazione imprevedibile alla produzione dei beni.

I benefici arrivarono nei vari Paesi sviluppati in tempi diversi. Gli USA, nel dopoguerra, dominarono l’economia mondiale e non fecero che rafforzare l’espansione in atto. In Gran Bretagna il benessere generalizzato avvenne a metà degli anni ‘50. Nel resto dell’Europa e in Giappone la ripresa fu così travolgente e rapida, da essere definita “miracolo economico”. In Italia si ebbe solo negli anni ‘60.

In generale, il Nord del mondo raggiungeva i 3/4 di tutta la produzione mondiale e l’80% dell’esportazione dei prodotti finiti. La produzione alimentare, grazie alle nuove tecnologie agricole, era tanto eccedente, che si dovettero “svendere” i prodotti al Terzo Mondo, come fece la CEE. Accadde che, per acquistare il formaggio olandese a minor prezzo, lo si importava dal Terzo Mondo, invece che dall’Olanda.

Anche l’area sovietica (“Secondo Mondo”) registrò all’inizio, negli anni ‘50, un notevole tasso di crescita economica. Ciò fu evidente nell’URSS; ma anche negli altri Stati il prodotto interno lordo crebbe persino più velocemente che in quelli dell’Europa occidentale. In regioni essenzialmente rurali come la Bulgaria e la Romania, l’industrializzazione, considerata la loro tradizione agricola, fu una novità sorprendente. A partire dagli anni ‘60, poi, il mondo comunista fu superato da quello capitalista.

Il Terzo Mondo restò estraneo al progresso economico del Nord: l’industrializzazione, limitata ad alcune aree, incominciò solo in seguito, negli anni ‘70. Tuttavia va segnalato che negli anni “d’oro” non si ebbero carestie di massa (a parte i casi di guerra). Il risultato positivo dipese in parte dalla crescita della produzione alimentare nei Paesi in via di sviluppo – l’1% annuo “pro capite” –, ma soprattutto dal fatto che il mondo ricco esportava i propri prodotti nel Terzo Mondo a basso prezzo.

Diffusione del benessere e consumismo

Per comprendere le risultanze sociali del boom economico postbellico, bisogna considerare la nascita della nuova tecnologia e la diffusione dei nuovi prodotti. Si trattava di beni e di servizi che negli anni precedenti erano riservati a una cerchia ristretta di persone: i ceti benestanti.

Innanzitutto ci fu il fenomeno automobilistico: la produzione di massa delle automobili, iniziata da Henry Ford negli USA, presto si allargò a tutto i Paesi industrializzati. E proprio in questo settore fu introdotta, appunto da Ford, il sistema della “catena di montaggio” (1908). Era una innovazione nei cicli produttivi che incrementava enormemente l’attività lavorativa, tanto che poi assunse il significato stesso di industrializzazione moderna e divenne, per i contestatori della società capitalistica, il simbolo stesso della “alienazione” del lavoro industriale, finché non si arrivò alla robotizzazione (l’impiego di macchinari che svolgono il lavoro monotono delle braccia umane) su larga scala.

Grandi settori in espansione furono il telefono e la televisione: partendo dal Nord America e poi pervenendo nell’Europa occidentale, divennero “di casa” per un numero sempre crescente di famiglie. Lo stesso vale per le fibre sintetiche (nylon, polistirolo, politene), per il transistor con le radio portatili, per i calcolatori digitali, per i dischi in vinile, per i nastri da registrazione (le audiocassette furono prodotte negli anni ‘60), per gli alimentatori a batteria, gli elettrodomestici, gli apparecchi fotografici. In questo contesto tecnologico vanno ricordate le innovazioni in campo chimico e farmacologico; nel campo stesso del lavoro industriale, l’automazione mediante i robot.

La “società opulenta di massa”, come fu chiamata, significò maggiore occupazione: solo se la gente lavora può compiere acquisti. Negli anni ‘60, il tasso medio di disoccupazione scese nell’Europa occidentale all’1,5%. Poi l’allargamento dei fruitori dei beni industriali diede impulso, come è nella dinamica delle cose, a forti spinte di natura socio-politica. Il miracolo economico sospinse verso una democrazia più reale, in cui davvero tutti i ceti godevano della medesima importanza nella vita pubblica.

L’effetto immediato dello sviluppo economico generalizzato fu anche un altro: il “consumismo”. Poiché il vorticoso acquisto dei beni era la molla che permetteva di “produrre”, la struttura economica era rivolta a far “consumare” i prodotti. Il consumismo divenne essenziale per la catena produttiva e finanziaria. Invalse perciò il criterio per cui gli oggetti creati dall’industria non dovevano godere della caratteristica prevalsa fino allora, cioè di “durare”, ma quella di essere cambiati quanto prima. Inoltre dovevano interessare il più possibile la vita della popolazione: ne nacquero i cosiddetti bisogni “indotti”. Essi consistono in esigenze che, in natura, non esistono; oppure significano la necessità di ricorrere a prodotti dell’industria per realizzare esigenze che, per natura, si possono soddisfare senza particolari manufatti.

L’ansia di avere sempre nuovi beni portava poi all’“arrivismo”: pensare soltanto al guadagno. Il lavoro redditizio divenne il supremo valore. Impose ritmi di attivismo esasperati e allontanò la persona dai piaceri più naturali e semplici, come quello di passare il tempo in famiglia, di divertirsi.

Ma un altro risvolto della medaglia fu di natura strettamente mentale: la riduzione dell’uomo “a una dimensione”, quella della economia. Il generale atteggiamento nei confronti delle cose e delle persone divenne quello della “utilità”: è bene ciò che serve ad accrescere il benessere materiale.

La conclusione fu il malessere esistenziale della società del benessere materiale.

Il Sessantotto. Svolta epocale

Contesto

L’economia di pace portò il benessere materiale; ma proprio l’egemonia della visione utilitaristica della vita scatenò la contestazione contro la filosofia borghese in tutti i suoi aspetti. E fu la “rivoluzione” del Sessantotto.

L’allargamento del benessere aveva esteso la scolarizzazione a fasce sociali fino allora rimaste estranee: la rivolta partì in effetti dai luoghi di studio e interessò la nuova generazione indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza. Perciò fu detta “rivoluzione studentesca”.

Fu una rivoluzione innanzitutto di mentalità: tendeva non tanto a mutare alcune strutture politiche e sociali, quanto a sottoporre al vaglio critico i valori stessi della società moderna che si erano venuti a sviluppare in Occidente e che informavano tutta la vita umana, collettiva e individuale. Perciò rivolse la sua attenzione non solo ai rapporti produttivi ma ad ogni manifestazione della vita umana, dalle relazioni fra le persone a quelle tra uomo e ambiente; dalla sfera del privato a quella del pubblico. Per tal motivo fu definita rivoluzione globale.

Per la prima volta una rivoluzione vide come soggetti attivi un gran numero di donne. E furono soprattutto i movimenti delle donne ad offrire il contributo più valido e durevole.

Esplosione scolastica

Lo sviluppo socio-economico dopo la seconda guerra mondiale permise ad un numero sempre crescente di ragazzi e ragazze di accedere alle scuole anche superiori. La popolazione studentesca crebbe in misura sorprendente. Fino alla seconda guerra mondiale la popolazione scolastica in generale vantava una certa consistenza solo negli USA. In Europa non rappresentava una fascia demografica significativa: nelle tre nazioni più sviluppate (Francia, Germania, Inghilterra), gli studenti universitari erano complessivamente circa 150.000 su 150 milioni di abitanti.

Il benessere economico e la politica dello “stato assistenziale”, che prese avvio negli USA dopo il 1945 e poi in tutto il mondo sviluppato, permisero a famiglie anche di modesto livello sociale di mantenere i figli agli studi. Il numero degli studenti universitari aumentò vertiginosamente: per esempio, in Francia era meno di 100.000 nel 1945, più di 200.000 nel 1960 e 651.000 nel 1980. Più in generale, tra il 1960 e il 1980 in Europa aumentò dalle tre alle nove volte; alla fine degli anni ‘80 costituiva più del 2,5% o del 3% della popolazione: a volte rappresentava il 20% dei giovani venti-ventiquattrenni; e persino in Stati conservatori dal punto di vista accademico, come l’Inghilterra e la Svizzera, il numero salì all’1,5%.

Il fenomeno interessò anche il mondo comunista, a parte il caso della Cina di Mao Tse-tung che in pratica abolì l’istruzione universitaria durante la rivoluzione culturale (1966/76). Al di là dell’alfabetizzazione di massa che rientrava nel progetto dei governi, negli anni ‘60 si moltiplicò con un ritmo straordinario la frequenza alle scuole secondarie e all’università. Poi però negli anni ‘70-‘80 i Paesi comunisti segnarono il passo rispetto all’Occidente liberale: mancavano la pressione sociale e la richiesta del mondo economico che nelle società capitaliste spingevano verso l’istruzione.

Il movimento studentesco

La consistenza numerica degli studenti nella rivoluzione del Sessantotto si avvantaggiò di alcune condizioni favorevoli: la possibilità di mobilitarsi con maggiore libertà rispetto agli operai, frenati invece dalla responsabilità della famiglia a carico; la collocazione in importanti aree urbane, per cui la loro azione era sempre registrata dai mass media; la frequente appartenenza a ceti sociali di un livello altolocato. E se in Europa non ci furono molte vittime, neppure nei combattimenti per le strade di Parigi (inizio ed epicentro della rivolta, nel maggio 1968), fu proprio perché gli studenti rappresentavano il ceto destinato a rivestire ruoli “borghesi” nella società.

Gli universitari dei ceti meno abbienti sentivano tuttavia i disagi della condizione studentesca, più di quanto ciò fosse percepito in antecedenza. Del resto le istituzioni erano impreparate a gestire tanta affluenza, sia per la mancanza di spazi, sia per l’inadeguatezza organizzativa, sia per la mentalità elitaria della classe docente. La conseguenza più immediata fu il conflitto fra le masse studentesche e l’organizzazione universitaria, in primo luogo con la sua burocrazia rigida e gerarchica ed il suo autoritarismo.

Il movimento studentesco in Occidente fu tuttavia efficace, soprattutto dove scatenò grandi ondate di scioperi operai, come in Francia nel 1968 e in Italia nell’“autunno caldo” del 1969. La sua valenza più significativa fu quella di fungere da detonatore per strati sociali più ampi. In questa connessione mandò in crisi il potere di De Gaulle (che si ritirò dalla vita politica, 1969), aprì l’epoca dei presidenti democratici negli USA, fece recedere gli USA dalla guerra in Vietnam, diede fiducia alle aspirazioni liberali nell’Europa orientale (“primavera di Praga”, 1968), segnò la fine delle discriminazioni razziali in Perù.

Un dato sorprendente fu in effetti la sua dimensione internazionalista. Il movimento legò tutti gli studenti idealmente e anche concretamente attraverso la lettura dei medesimi libri. In qualunque città universitaria, nelle librerie uscivano in contemporanea le stesse opere, da quelle di Marcuse a quelle di Mao, cui si ispiravano un gran numero di studenti in tutto il mondo.

Ma ciò generò una nuova “conformità”. La contestazione imponeva nuove regole: identico linguaggio, identiche idee, identiche espressioni. Il movimento si dichiarava “razionale”, ma rappresentò di fatto una “rottura” con il passato istintiva e reattiva.

L’ideologia della contestazione

La rivoluzione del Sessantotto si ispirò soprattutto alle teorie della Scuola di Francoforte e in particolare a Herbert Marcuse (L’uomo a una dimensione, 1964). Egli rielaborò la filosofia di Marx aggiornandola alla situazione della società industriale avanzata. La cultura della borghesia esige che al primo posto ci sia il riscontro economico e che la società sia configurata in forma severamente gerarchica: la logica della produzione richiede infatti rigidi rapporti tra le persone e modalità esasperate nell’attività lavorativa. Da ciò deriva anche la subordinazione dei bisogni primari e naturali alle esigenze economiche.

Non fa dunque meraviglia che la protesta vide affiancati proletari e alto-borghesi: i primi, con la rabbia di sentirsi subalterni in una società che invece distribuiva a tutti beni in abbondanza; i secondi, per la consapevolezza che le generazioni precedenti avevano assicurato loro il benessere materiale ma avevano anche tolto loro il piacere di essere liberi, di svilupparsi secondo la propria personalità. Sorsero infatti gli hippies (anche detti “figli dei fiori”): ragazzi e ragazze che lasciavano la famiglia, “mirata alla economia”, per vivere “secondo natura”.

La contestazione studentesca non mirava di per sé a rovesciare il sistema politico vigente; e se si orientò ideologicamente a “sinistra”, fu per reazione alla società borghese coercitiva e autoritaria. Esaltò in effetti personalità libertarie della “rivoluzione socialista permanente” quali Mao, Trotzkij e Che Guevara, e avversò la “dittatura” di stampo stalinista. Poi, a seconda delle situazioni nazionali, mirò a obiettivi contingenti più specifici.

La rivoluzione del Sessantotto fu determinante per sviluppi di ordine civile ed umano di ampia portata, che toccarono molti aspetti della vita collettiva e individuale e investì quasi l’intero pianeta. Sollevò ad esempio la questione femminile, in maniera dirompente negli USA (Betty Friedan, Mistica della femminilità, 1963) e la posizione sociale dei cittadini neri. Negli USA, i musulmani neri pretendevano una repubblica indipendente all’interno degli USA, ma il loro leader, Malcolm X, fu assassinato (1965). Più nota è la personalità di Martin Luther King, sostenitore di una rivoluzione pacifica: anch’egli fu ucciso (1968). Inoltre, la decolonizzazione degli anni ‘70 non si spiega senza la “ventata” di ribellione che percorse l’umanità di allora.

La base studentesca nel Terzo Mondo

Nei Paesi del Terzo Mondo, conseguire un titolo di studio era il modo più sicuro per ottenere un reddito migliore e una condizione sociale più alta. In Uganda, negli anni ‘60, un funzionario pubblico percepiva uno stipendio 112 volte superiore al reddito medio “pro capite”. Le famiglie, magari non ricche ma anche solo con un reddito superiore alla media, erano compensate dei sacrifici cui si sottoponevano per mandare i figli alle scuole superiori. In Corea l’incremento della popolazione scolastica, che dal 1975 al 1983 passò dallo 0,8% a quasi il 3% della popolazione, fu attribuito alle “carcasse delle vacche”: molti vendettero le vacche, per fare istruire i figli.

L’istruzione introduceva nei centri di potere. Nel Ghana i membri dell’assemblea legislativa con istruzione superiore secondaria erano 68 su 104; nello Stato del Telengana (India meridionale), 97 su 106, di cui 50 con laurea, mentre la grande maggioranza degli abitanti, sempre negli anni ‘50, era analfabeta. Del resto chi voleva far parte del Governo doveva conoscere una lingua internazionale. Si trattava di un numero ancora insignificante, che apparteneva alle classi privilegiate, ma che aumentò dagli anni ‘60. Alla fine degli anni ‘80, alcuni tra i corpi studenteschi più numerosi relativamente alla popolazione del Paese si trovavano in Ecuador (3,2%), nelle Filippine (2,7%) e in Perù (2%), con un processo quasi improvviso negli anni ‘60. In termini assoluti, il numero degli studenti aumentò moltissimo nei Paesi del Terzo Mondo più moderni, come il Brasile, il Messico e l’India.

Per le ex colonie l’università divenne un simbolo di indipendenza, come lo erano la compagnia aerea nazionale e l’esercito. La popolazione studentesca divenne un fattore di novità dal punto di vista politico e culturale. Essa era un elemento transnazionale: sapeva sfruttare, più dei governi, la tecnologia della comunicazione; ed era una eco efficace e potente dello scontento politico e sociale: le masse studentesche si sentivano legate, in tutto il mondo, più di quanto potessero esserlo tra loro i governi politici. Nei Paesi dittatoriali in particolare, quello studentesco era l’unico gruppo capace di azioni politiche collettive. Gli statisti ne erano consapevoli, tanto che in Cile, durante la dittatura militare di Pinochet, la massa studentesca fu fatta diminuire dall’1,5% all’1,1% della popolazione.

Contributo delle donne

La nuova mentalità esplosa con la contestazione del Sessantotto diede decisivo impulso al movimento femminile. Esso, più di ogni altro, ha segnato la storia successiva.

Il movimento studentesco permise a molte ragazze di partecipare in prima persona al dibattito politico nelle università e nelle scuole. Fino allora, solo nei movimenti di resistenza del periodo bellico la partecipazione delle donne era stata attiva: per il resto, anche nei partiti progressisti la politica era ritenuta “compito maschile”. Inoltre, le lotte operaie degli anni ‘70 aprirono la strada all’inserimento delle lavoratrici nelle questioni di lavoro.

L’incremento femminile nel mondo sociale e lavorativo fu determinato principalmente da due fattori. L’uno di natura economica: la crisi economica negli anni ‘70 nei Paesi industrializzati; l’altro di natura morale e filosofica: il principio dell’eguaglianza sociale e giuridica della diversità dei sessi.

Le donne, prime fra tutte quelle delle classi meno agiate, entrarono nel mondo del lavoro per contribuire al mantenimento economico della famiglia. Malgrado ciò, e benché dopo il 1968 la presenza delle donne nel mondo del lavoro fosse aumentata notevolmente, la loro posizione nei cicli produttivi continuò a restare subalterna. Ancora nel 1975 i loro salari erano mediamente inferiori del 12% rispetto a quelli degli uomini, e le donne ricoprivano per il 67% le mansioni più basse. Lo Statuto dei Lavoratori italiano (1970) vietava ingiuste discriminazioni sul lavoro, ma non specificava quelle basate sul sesso.

Comunque, l’inserimento delle donne nel lavoro retribuito attivò la presa di coscienza circa il loro ruolo nel complesso della società. Dopo il 1975 il movimento collettivo delle donne acquistò rilevanza nazionale e divenne fondamentale per il progresso civile e sociale, sia sul piano specifico del mondo delle donne, sia a livello più generale.

A partire dal 1970, nacquero gruppi femministi bene organizzati. Il loro obiettivo era quello di attuare nella realtà concreta il principio filosofico, astratto, dell’eguaglianza e della diversità delle donne rispetto all’uomo: la donna e l’uomo sono uguali in ogni ambito della vita pubblica e privata, ma possiedono differenti modalità d’essere, interiori e psicologiche. Perché una società sia giusta, deve offrire identiche opportunità, permettendo a ciascun sesso di esprimersi nella sua diversa modalità.

In Italia le donne sottolinearono il principio dell’eguaglianza con l’uomo per ottenere parità di diritti ed per emanciparsi dalla chiusura “patriarcale” della famiglia e dalla “oppressione” maschilista. Così fu riformato il diritto di famiglia (1975): esso assegnò all’uomo e alla donna identici diritti e doveri circa il sostentamento e l’educazione della prole, la scelta del domicilio e così via, superando il concetto secondo cui è l’uomo il “capo” della famiglia. In generale, tuttavia, nel mondo più progredito le donne cercarono di esprimere il “principio della diversità”, e crearono associazioni, club, circoli ricreativi in cui approfondire i temi della vita individuale e collettiva (psicologici, estetici, clinici, sociali, letterari).

Il mondo femminile si distinse inoltre perché fece da contrappeso alla “sbornia di collettivismo” e alla “mitologia della politica” che avevano segnato ogni pensiero ed ogni azione della contestazione. Le donne, prima di tutte le statunitensi, proclamarono il principio che “il personale è politico”. Con ciò intendevano sostenere che l’ambito della vita individuale, nei suoi aspetti esistenziali e umani (il modo di pensare e di agire, l’atteggiamento verso gli altri nella quotidianità) sono alla base di ogni rivolgimento sociale e pubblico. E contestarono tutte le forme di autoritarismo, che anche nei gruppi politici più “avanzati” continuava ad essere il criterio fondamentale di agire.

Nel corso degli anni il movimento delle donne nel mondo istituì, sotto l’egida dell’ONU, convegni internazionali che diventarono fissi e ufficiali. Memorabile resta il convegno di Pechino del 1995. In particolare, in esso le donne di ben 189 Paesi hanno formulato il principio che nessun motivo, neppure di ordine religioso o di costume, può essere addotto per discriminare le donne.

Il mondo “verde”

Contesto

La nuova mentalità, sorta con la rivoluzione “globale” del Sessantotto, investì anche la concezione del rapporto tra umanità e ambiente naturale.

L’ecologia, come fu poi denominata, dapprima fu quasi una “religione della natura”, poi diventò una scienza della natura e ispirò concezioni politiche precise: ne nacquero i partiti “Verdi”.

I movimenti ecologisti fecero capire un’idea molto semplice, ma poco considerata: lo sconvolgimento della natura fisica determina la fine anche della vita dell’umanità sulla terra. Così l’ecologia entrò di diritto nei provvedimenti legislativi dei Paesi industrializzati.

E il termine di “verde” divenne sinonimo dell’equilibrio tra gli sviluppi della tecnologia e dell’industria e il rispetto della natura circostante.

La concezione ecologista

La preoccupazione per l’ambiente naturale era sorta già con la prima rivoluzione industriale settecentesca: si ricorda a proposito anche un’ode di Giuseppe Parini, La salubrità dell’aria; ma il punto di vista era ancora l’uomo, la sua salute. Dopo il Sessantotto fu dato risalto al valore della natura stessa in cui l’uomo vive: lo sviluppo della società borghese e industrializzata l’aveva relegata in secondo piano e l’aveva asservita agli interessi economici.

La premura per la natura “offesa” e maltrattata diventò quasi religiosa, e proprio per questo riuscì ad influire sensibilmente nella società civile e a creare istituzioni concrete ed efficienti.

A livello di politica economica globale, la concezione ecologista criticò l’idea della crescita industriale illimitata, ammessa sia dal capitalismo, sia dal comunismo. Per l’ideologia prevalente nell’età d’oro dell’economia, la produzione era molto più importante della protezione dell’ambiente.

A livello pratico, gli ecologisti avvertirono che la crescita industriale incontrollata, praticando un’“economia di sfruttamento” delle risorse naturali, aveva causato danni irreparabili alla natura. L’aria di larghe zone dell’Europa era avvelenata dalle sostanze nocive emesse dalle automobili, dalle fabbriche, dalle centrali elettriche; di conseguenza l’acqua piovana e le radiazioni solari erano inquinate.

Un altro apporto dei movimenti ambientalisti è stato sul versante della crescita demografica. Essi hanno avvertito non solo che le risorse naturali sono esauribili, ma anche che il compito dell’uomo di “popolare la terra” va praticato con criterio, senza sovvertire gli equilibri geofisici e ambientali. Se si eliminassero vaste zone di foreste amazzoniche, se si irrigassero i deserti e si coltivassero le savane, potrebbero vivere miliardi di persone in più. Ma che cosa poi accadrebbe?

La natura a rischio

Dietro la sollecitazione dei movimenti ecologisti, la comunità mondiale si mosse per studiare le condizioni in cui la natura versava per effetto della industrializzazione ormai generalizzata.

Un’indagine dell’ONU nel 1987 rivelò che i boschi insieme a gran parte della fauna stavano morendo per effetto delle piogge acide. Ciò accadeva persino in Polonia, in Cecoslovacchia (dove era colpito oltre il 49% boschi) e in Finlandia; nell’Europa occidentale, i boschi erano compromessi al 67% in Gran Bretagna, al 52% nella Germania Federale e in Svizzera, quasi al 40% in Olanda. La Commissione Mondiale per l’Ambiente avvertì che negli anni ‘80 si era già sulla via di un profondo mutamento verso “l’acidificazione irreversibile” dell’aria.

Quanto alle acque, molti fiumi e laghi erano biologicamente morti: il Danubio, il Reno, la Vistola e il Volga erano tanto inquinati, che gran parte delle loro acque non erano più adatte nemmeno per usi industriali. Per contro, si prevedeva che nell’anno 2000 la richiesta di acqua per l’irrigazione sarebbe raddoppiata rispetto al 1980, e per gli usi industriali il rapporto sarebbe stato più alto. Fino alla nostra epoca, l’acqua era un bene inesauribile; ma nell’età contemporanea ci si è resi conto che essa può non bastare. Si consideri che nel Nord del mondo nove persone su dieci godono di acqua potabile a piacere e di servizi igienici adeguati, ma nel Sud solo due su cinque dispongono di acqua potabile e una su quattro di servizi igienici. Se non si riuscisse a salvare dall’inquinamento le falde acquifere per l’uso di concimi chimici, per la mancanza di depuratori industriali, ecc., le malattie causate dalla penuria di acqua pulita colpirebbero l’umanità in modo preoccupante.

La strage di migliaia di persone avvenuta negli anni ‘60 in Giappone a causa della concentrazione di mercurio nei tonni della baia di Minamata nel Giappone fu un episodio di inquinamento marino; ma flagelli di inquinamento in ogni settore ambientale (petrolio in mare, scarichi liquidi urbani, ecc.) si susseguirono frequentemente. Il mar Mediterraneo negli anni ‘80 fu colpito dal fenomeno dell’eutrofizzazione con conseguente crescita eccessiva di alghe.

La catastrofe di Cernobyl (1986) e altri gravi disastri ecologici come gli scarichi tossici nel Reno a Basilea (1987) aumentarono la consapevolezza del problema ecologico generale.

I partiti dei Verdi

Negli anni ‘70 i movimenti dei Verdi nacquero come fenomeno locale. Divennero partiti nazionali nella Germania Federale (1979; in Parlamento nel 1983), in Svezia (in Parlamento nel 1988), in Svizzera, in Austria (con circa il 5% dei voti), in Italia (con il 2,5% nel 1987). Negli Stati in cui non riuscirono a entrare in Parlamento (Inghilterra e Francia, per esempio), influirono tuttavia nella società e nella stessa politica.

I partiti dei Verdi ottennero maggiori consensi nelle elezioni europee: il problema dell’ambiente era percepito come questione di interesse collettivo e sovranazionale. Nelle elezioni europee del 1989 i Verdi dell’area fiamminga belga ottennero il 12,5% dei voti, in quella vallone più del 16%; in Inghilterra il 15%, a Lussemburgo il 12%, in Francia l’11%, in Germania oltre l’8%, in Olanda il 7%, in Italia circa il 6,5%. Particolarmente efficiente fu l’azione degli ecologisti nell’Europa sovietica. In Cecoslovacchia (in cui si distinse il movimento “Carta 77”) e nella Germania orientale i gruppi politici dei Verdi svolsero un ruolo significativo negli eventi che portarono al superamento dei regimi comunisti; e nell’URRS fecero proprie le richieste di indipendenza degli Stati baltici e dell’Armenia.

In effetti, i movimenti ecologisti ebbero in genere successo, perché all’intento ecologico univano obiettivi civili e sociali: pacifismo, difesa del principio dell’asilo politico, immigrazione, emancipazione femminile.

Nonostante si prevedesse la crescita inarrestabile dei partiti Verdi, negli anni ‘90 essi si ridimensionarono notevolmente. Ne furono causa le divisioni per due punti di vista divergenti: quello “realista” e quello “fondamentalista”.

I Verdi realisti ritenevano che la stessa società industrializzata fosse in grado di risolvere i problemi dell’ambiente: ad esempio l’Inghilterra, grazie al progresso tecnologico, negli anni ‘80 era riuscita a “pulire” l’aria del 20%. Essi, collaborando con altre forze politiche, sono entrati in alcuni Stati nella maggioranza parlamentare o nella compagine governativa. I fondamentalisti ritenevano invece che il progresso tecnologico genera necessariamente nuovi squilibri. La loro società ideale sarebbe basata sul ritorno alla terra secondo il criterio dell’autosufficienza dell’agricoltura e del commercio alimentare: ogni regione dovrebbe limitare la produzione al proprio fabbisogno (“bioregioni”).

Politica ecologica

Dietro la spinta della propaganda ecologista, il Nord del mondo ha adottato misure di risanamento e di protezione dell’ambiente, istituendo in alcuni Stati specifici ministeri. Dagli anni ‘80 sono stati stanziati finanziamenti sempre più consistenti per ridurre il danno ambientale prodotto in particolare dalle industrie chimiche ed energetiche. Si pensi che in Germania gli investimenti in tal senso erano di trenta miliardi di marchi nel 1983 e di cinquanta miliardi nel 1989.

Il 1987 fu dichiarato anno europeo dell’ambiente. Tuttavia i problemi non sono stati ancora risolti in modo esauriente: preoccupano lo smaltimento delle sostanze radioattive e tossiche, il “buco dell’ozono” e l’“effetto serra”; e, quando si tratta di esperimenti nucleari, praticati da vari Stati (Cina, USA, Francia, ecc.), si è sordi al problema dell’ambiente.

Nella riunione dei “Sette Grandi” Paesi, tenuta a Mosca (20 aprile 1996), si sollevò la questione delle centrali nucleari ad altissimo rischio nella Federazione Russa, come quella di Chernobyl: secondo gli ambientalisti di Greenpeace, ben cinque. Nella stessa sede i “Sette Grandi” Paesi assunsero l’impegno a dare assoluta priorità alla sicurezza nell’uso dell’energia nucleare e previdero un accordo sulla messa al bando degli esperimenti atomici. Ma in seguito la Francia non rinunciò a compierli, malgrado le contestazioni di altri Paesi e degli ecologisti di tutto il mondo. Da questa contraddizione si deduce che, quando si tratta di proibire agli altri gli atti nocivi per l’ambiente, si è concordi; quando ne va di mezzo il proprio interesse economico, non si rispetta alcuna altro intento. Per tal motivo i movimenti ambientalisti hanno spesso contestato vanamente: la politica energetica e militare è ancora ritenuta prioritaria rispetto all’ecologia.

L’ecologia e la Comunità europea

Il Trattato di Roma istitutivo della CEE non contemplava indicazioni sulla salvaguardia dell’ambiente: nel 1957, appunto, il problema ecologico non era ancora avvertito. A farne un richiamo esplicito fu per la prima volta la Commissione CEE del 22 luglio 1971: essa stabilì in linea di principio teorico che la protezione e il miglioramento dell’ambiente facevano parte dei compiti assegnati alla Comunità. In tal senso si espressero poi i capi di Stato e di Governo in una loro riunione (1972): l’espansione economica doveva tradursi in miglioramento della qualità della vita.

L’Atto Unico della Comunità Europea (2-3 dicembre 1985) inserì definitivamente la politica ambientale fra le competenze comunitarie e dedicò ad essa un articolo inteso a delineare gli obiettivi, i fondamenti e l’ambito dell’azione comunitaria. Un documento dei capi di Stato e di governo della Comunità riconobbe la responsabilità della CEE in materia ecologica nei Paesi membri e nel mondo in generale (1990). Il Trattato di Maastricht (11 dicembre 1991) riprese la stessa disposizione e fissò due concetti di largo respiro: la tutela dell’ambiente e della salute va ottenuta in primo luogo con un’azione preventiva mediante correzioni alla fonte dei possibili inquinamenti e danni; il principio che “chi inquina paga”.

Ma anche sul piano pratico la Comunità, fin dal 1972, intervenne in campo ecologico. Tra il 1972 e il 1992 emanò disposizioni normative sulla protezione della natura, sull’inquinamento dell’aria, delle acque e del suolo, sull’inquinamento acustico, sulla gestione dei rifiuti, sulla sicurezza circa le sostanze chimiche e i prodotti alimentari.

Nel 1992 la Commissione europea pubblicò un ulteriore “programma politico e d’azione a favore dell’ambiente e di uno sviluppo sostenibile”. Esso elaborò una strategia di politica ecologica, indicando gli obiettivi e le modalità per ottenere lo “sviluppo sostenibile”. Lo “sviluppo sostenibile”, a livello sia economico, sia sociale, è quello che non danneggia l’ambiente e le risorse naturali. Ad esempio, il progresso industriale e il trasporto vanno regolati in modo da non produrre un inquinamento che nuoccia alla salute e alla natura; l’energia, per il funzionamento dell’industria e dei trasporti, va orientata verso fonti energetiche “pulite” e rinnovabili; l’agricoltura deve evitare l’eccessivo sfruttamento della terra; il turismo non deve condurre alla deforestazione e al degrado del territorio.

Una novità introdotta nel Programma fu il diretto intervento della CEE a favore di tale “sviluppo sostenibile”. Fu molto importante anche il fatto che il Programma non si rivolgeva solo agli Stati, ma a tutte le componenti della vita pubblica e privata, dalle Amministrazioni pubbliche alle imprese produttrici e ai consumatori, quindi ai cittadini. L’attuazione completa del Programma era prevista per l’anno 2000 dopo una fase di sperimentazione fino al 1995.

Per quanto riguarda l’Italia, proprio nel 1999 si è finalmente giunti ad una decisione seria, almeno per quanto riguarda lo stravolgimento ambientale prodotto dal “cemento” abusivo: demolire le costruzioni non autorizzate. Fino allora si procedeva secondo il criterio più in voga nella società dell’astrattezza: le norme si stabiliscono in piena regola, e poi si fa quel che fa comodo, se nelle alte sfere si ha il protettore.

La decolonizzazione

Contesto

La seconda guerra mondiale, indebolendo i Paesi europei colonialisti, innescò il processo di decolonizzazione. In pochi decenni le colonie si resero politicamente indipendenti: il numero degli Stati autonomi si quintuplicò in Asia; se ne formarono una cinquantina in Africa, mentre nel 1939 ce ne era uno soltanto; se ne aggiunsero un’altra dozzina, dopo la decolonizzazione del primo Ottocento, nelle Americhe.

Il fenomeno mutò profondamente la mappa politica del mondo. E generò la nuova forma di colonizzazione: quella economica.

Ma i nuovi Stati indipendenti, privi di tradizione politica, esplosero in guerre civili, in lotte tribali. Le massime Potenze industriali e militari, USA e URSS, ne approfittarono. E combatterono guerre reciproche per “interposto Stato”: cercavano di espandere il proprio potere politico, economico e militare attraverso gli interventi, diretti o indiretti, nelle travagliate regioni del mondo.

Origine storica del Terzo Mondo

Il termine di “Terzo Mondo” ebbe fortuna dopo che, nell’immediato secondo dopoguerra, Gandhi ne fece uso per indicare l’insieme dei Paesi non industrializzati che non beneficiavano dell’apporto tecnico né dell’Occidente né dell’Oriente russo: quindi si collocavano nel “terzo” mondo. La definizione voleva sottendere anche un aspetto politico: l’indipendenza dai due blocchi, USA e URSS, creatisi nel panorama internazionale.

La libertà dalle influenze dei grandi centri di potere implicava l’idea della collaborazione tra gli Stati di questo “terzo” mondo. Era anch’essa una concezione politica; ma per Gandhi e per il suo successore, Nehru, “politico” non equivaleva a “ideologia di scontro”: voleva dire partecipare a risolvere i problemi dei popoli poveri, nella convinzione che un destino comune unisse tutti gli uomini della terra, nel bene o nel male.

Il Terzo Mondo inglobava nazioni con caratteristiche disparate, con tradizioni storiche differenti, con civiltà magari opposte: dai popoli del Sud-Est asiatico, a economia agricola e fortemente legate alla tradizione, alla Cina, il cui sviluppo storico stava per indirizzarsi verso esiti autonomi; dal mondo musulmano all’Africa e all’America centro-meridionale. Tuttavia avevano tutti alcuni caratteri comuni: erano stati soggetti al dominio coloniale; erano stati sfruttati dai colonizzatori; erano stati condizionati all’immobilismo politico con la conseguente staticità sociale. In altri termini erano tutti, più o meno, poveri, ed erano tutti incapaci di governarsi da soli.

La povertà nel Terzo Mondo

Dopo la seconda guerra mondiale il Terzo Mondo ebbe un tracollo della economia agricola; e l’agricoltura era la fonte economica principale in quei Paesi. Il fatto fu determinato dalla difficoltà a sostenere la concorrenza dei Paesi industrializzati. Questi potevano infatti incrementare la produzione con nuovi mezzi tecnici (meccanizzazione dell’agricoltura). Inoltre il Terzo Mondo era legato prevalentemente ad un sistema di monocolture: potevano produrre quasi esclusivamente pochi prodotti simili (ad esempio, banane e datteri). Perciò, mentre dipendevano dal resto del mondo per tutti gli altri prodotti, potevano vendere i propri solo a prezzi molto bassi, dato che ne abbondavano e al contempo non avevano altra scelta. Per contro, i beni dell’area progredita (manufatti industriali, prodotti chimici, farmaceutici, ecc.) costavano di più. Il rapporto finanziario con i Paesi progrediti era costantemente debitorio. Quanto al commercio, la penuria di più moderni mezzi di trasporto e le scarse vie di comunicazione favorivano le imprese dei Paesi tecnicamente più dotati. Il processo di ammodernamento delle strutture veniva bloccato o quanto meno ritardato. Con una popolazione di circa due miliardi e mezzo, il Terzo Mondo godeva solo del 15% della produzione industriale mondiale.

Alcune nazioni del Terzo Mondo si sono impoverite ulteriormente nello sforzo di adeguarsi ai processi industriali. Però, investendo tutte le risorse per il progresso tecnologico, hanno mortificato le potenzialità minime di risorse per la sopravvivenza delle masse. Alcuni governi hanno scelto poi la strada della potenza militare, convogliando a tal fine tutte le ricchezze.

L’indigenza di una parte dell’umanità non era vista tuttavia, fino a circa la metà del Novecento, come effetto di sperequazione: le differenze erano ritenute un fenomeno intrinseco allo sviluppo di ciascuna civiltà. L’idea di “povertà”, nel senso di ingiusta inferiorità economica, è sorta in relazione a due fattori: la presa di coscienza dei conquistatori di avere sfruttato le colonie rendendole più indigenti; la diffusione della società industriale, che ha fatto conoscere ai Paesi poveri il benessere del Nord. A questi fattori si è aggiunta la considerazione che il sottosviluppo di alcuni Paesi costituisce un pericolo per la pace e un rischio economico per gli Stati tecnologicamente avanzati.

La mappa della decolonizzazione

La decolonizzazione modificò la mappa degli Stati nel mondo: le carte geografiche dovettero essere tutte rifatte. Poiché le varie nazioni divennero indipendenti, occorre sapere al dettaglio questo nuovo assetto territoriale.

In Asia, grazie all’opera di Gandhi, l’India ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna con la politica della “non violenza” (15 agosto 1947); invece l’Indocina (oggi Vietnam) si rese indipendente dalla Francia (1954) dopo una lunga guerra; successivamente le due zone, in cui si trovò diviso il Paese (il Nord, costituitosi in Repubblica sotto la presidenza di Ho Chi-Minh, morto nel 1969, e il Sud), iniziarono un conflitto militare che continuò anche dopo il ritiro delle truppe americane in appoggio al Vietnam del Sud (1969), finché furono unificate (1975). L’Indonesia, colonia olandese, costituì la Repubblica nel 1954; il Laos e la Cambogia nel 1975.

In Africa, l’Egitto, divenuto Stato autonomo prima della seconda guerra mondiale, si liberò dalla monarchia conservatrice di Faruq (1952) e affidò la presidenza della costituita Repubblica a Gamal Abdel Nasser (1954): Nasser, deciso a liberarsi anche dalla dipendenza economica occidentale, procedette alla nazionalizzazione del Canale di Suez malgrado l’intervento armato franco-inglese (1956). La Libia, già colonia italiana e persa dall’Italia in conseguenza della seconda guerra mondiale, divenne indipendente per decisione dell’ONU (1951). Dalla Francia si resero indipendenti il Marocco (1956), la Tunisia (Repubblica sotto la presidenza di Burghiba, 1957) e l’Algeria (1962) dopo la feroce guerriglia guidata da Mohammed Bel Bella. Nel corso degli anni ‘70 in Africa il processo di indipendenza si estese senza lotte armate, se si eccettua il Kenya (liberatasi dalla Gran Bretagna nel 1963).

Dopo la guerra, il Medio Oriente islamico passò in gran parte sotto l’influsso degli USA dalla tradizionale egemonia inglese e francese. Il caso emblematico fu la Persia di Reza Pahlavi, che andò al potere con un colpo di Stato orchestrato dagli USA contro il governo di Mossadeq (1953). Poi il mondo musulmano (Islam), già sfruttato nelle risorse petrolifere, incominciò a vendere il petrolio a “caro prezzo”. La ricchezza favorì il processo di autonomia culturale (“rivoluzione islamica”) e in alcuni Paesi portò al distacco totale dagli ex colonizzatori: basti citare l’Iran, con Khomeini alla presidenza della nuova Repubblica (1979), e l’Iraq, con Saddam Hussein (1979).

La libertà difficile

Per molti Paesi l’indipendenza fu fonte di instabilità politica e di colpi di Stato: il popolo, non abituato alla democrazia, non era in grado di organizzare istituzioni libere o di aderirvi. Ne approfittavano di volta in volta i gruppi etnici o sociali più forti. In pochi decenni si susseguirono 190 colpi di Stato militari nei nuovi Paesi in tutto il mondo.

Il Brasile ebbe colpi di Stato militari nel 1954 e nel 1964; solo nel 1985 approdò allo Stato democratico con una nuova Costituzione. In Argentina, Juan Domingo Perón, eletto presidente con il sostegno dei “descamisados (“scamiciati”, i poveri) (1946), impose una dittatura antiparlamentare di tendenza socialista, ma non migliorò la situazione economica; abbandonato dalle forze armate e scomunicato dalle gerarchie ecclesiastiche per aver introdotto il divorzio nell’ordinamento dello Stato, fu rovesciato dai militari (1955). In Cile, il governo socialista del presidente Salvador Allende, eletto democraticamente (1970), si impegnò per quella che fu chiamata “via cilena al comunismo”, ma un efferato colpo di Stato militare portò al potere il generale Augusto Pinochet (settembre 1973); e solo nel 1990 il Cile tornò ad un governo democratico. In Grecia il colpo di Stato dei “colonnelli” rovesciò la monarchia parlamentare (1967); entrato in crisi nel 1974, il regime dei “colonnelli” lasciò il posto ad un governo democratico retto dal partito liberale di Costantin Caramanlis, poi affiancato da Andreas Papandreu (1981; morto il 23 giugno 1996), uno degli statisti socialisti più impegnati nel secondo Novecento.

In antagonismo con le scelte politiche legate all’egemonia statunitense si sviluppò una linea rivoluzionaria a volte terroristica. Essa fu perdente in quasi tutti i Paesi dell’America Latina, in cui gli USA riuscirono a sostenere governi loro propizi: ad esempio nel Guatemala la CIA statunitense appoggiò il rovesciamento del governo progressista (1954). Invece fu vincente in Libia e a Cuba. Muammar el-Gheddafi rovesciò in Libia la monarchia solidale con gli USA e con la Gran Bretagna (1969). A Cuba i guerriglieri di Fidel Castro sconfissero in tre anni la dittatura filo-americana di Fulgencio Batista. I governi rivoluzionari, appoggiati dalla Unione Sovietica, intervennero nelle questioni di altri Paesi (Gheddafi lo fece nel Ciad, in Sudan, Somalia, Liberia); poi, con il crollo dell’URSS, persero molto della loro incidenza politica in campo internazionale.

Neocolonialismo

Gli europei erano abituati a governare le colonie come “padroni”. Gli USA e l’URSS inaugurarono una forma diversa di colonialismo: dominio diretto sul piano economico, mediante finanziamenti, patti commerciali, esportazione di tecnologia, e solo indiretto su quello politico, influenzando così le linee sociali e politiche dei Paesi attraverso i rapporti economici.

La colonizzazione cambiò natura e metodi: il rapporto non era statuito in forma giuridica. Ciò mise in crisi il concetto coloniale inteso come dominio amministrativo. La nuova forma di colonizzazione è stata fluida, in quanto l’adesione delle “nuove colonie” ad una Potenza o all’altra era subordinata ai vantaggi offerti dai colonizzatori. Nacque una nuova tensione tra le Potenze industrializzate, dettata da mire espansionistiche di ordine economico.

I vari Paesi si sono “allineati” all’una o all’altra Potenza: il Terzo Mondo è stato diviso fino al 1990 più o meno ufficialmente tra USA e URSS. Queste e altre Potenze hanno incoraggiato nel Terzo Mondo la corsa agli armamenti, favorendo di riflesso la fuga dei capitali verso i Paesi ricchi. Anche questo meccanismo rientra nella strategia della nuova colonizzazione.

Malgrado la relativa libertà ammessa dalla nuova colonizzazione ai Paesi sottoposti, bisogna rilevare che la vera libertà politica può essere raggiunta, solo se unita ad una piena libertà economica, all’emancipazione sociale e alla promozione culturale dei popoli. Questi sono gli obiettivi di organizzazioni internazionali soprattutto private, che intendono offrire aiuti, sul piano tanto dell’istruzione quanto della tecnica, perché le “nuove colonie” possano godere in proprio dei mezzi necessari e continuare sotto tutti gli aspetti l’evoluzione nazionale già iniziata con l’indipendenza giuridica. Ma bisogna pervenire ad una “pianificazione totale”, come oggi viene chiamata, capace di offrire una programmazione economica e civile a livello mondiale da parte di istituzioni sovranazionali.

Il Terzo Mondo diviso
Sviluppi diseguali

Contesto

Il Terzo Mondo trasse beneficio dallo sviluppo economico del Nord progredito. Il mondo industrializzato trovò conveniente dislocare le fabbriche in Paesi in via di sviluppo, per il basso costo della manodopera; l’agricoltura dei Paesi poveri si modernizzò; i produttori di petrolio aumentarono il prezzo del greggio; molte regioni “esotiche” attirarono il turismo e valuta pregiata.

Il progresso di alcune regioni del Terzo Mondo determinò il divario economico rispetto ad altre, che non furono coinvolte da questi meccanismi. E fu l’insorgere di un’altra “povertà”, nel pianeta: quella del Quarto Mondo.

Al contempo, il freno demografico nei Paesi più evoluti e l’esplosione demografica nel Terzo Mondo innescarono il flusso migratorio verso il Nord industrializzato. E fu l’inizio della “invasione” dei popoli sottosviluppati.

Ma intanto il Mondo povero divenne teatro di rivoluzioni e di guerriglie: o per imporre la “liberazione”, o per opporsi alle grandi Potenze.

Evoluzione della economia

Negli anni ‘70, una fascia di Paesi poveri incominciò ad avvantaggiarsi del progresso del Nord del mondo. Ciò dipese da tre cause: l’arricchimento dei Paesi produttori di petrolio, la rapida industrializzazione di altri, il flusso turistico in alcune zone particolarmente attraenti dell’Asia e dell’Africa.

I Paesi produttori di petrolio trassero enorme vantaggio dalla vendita ad alto prezzo, iniziata nel 1973. Nel 1975 gli Emirati Arabi Uniti raggiunsero un prodotto nazionale lordo “pro capite” quasi il doppio di quello degli USA. Però nel mondo arabo il beneficio fu spesso appannaggio di una ristretta cerchia di persone, che poi hanno dissipato il danaro e non si sono premurati di sviluppare la nazione sul piano sociale e strutturale. Negli anni ‘90 arrivò a indebitarsi persino l’Arabia Saudita, uno dei Paesi più arricchiti.

In altri Paesi (Hong Kong, Singapore, Corea del Sud, India, Brasile e Messico), l’industrializzazione fu esportata dalle nazioni che vi trasferirono le industrie a causa della manodopera a buon mercato. Ciò avvenne soprattutto dagli anni ‘70, in coincidenza con la crisi economica nel mondo progredito. L’operazione era possibile tuttavia solo nelle regioni che già godevano di una qualche struttura moderna nella tecnica e nei servizi. Con l’industrializzazione fu attuata una coltivazione più scientifica dei campi. Inoltre il trasporto aereo, al quale anche i Paesi poveri ricorsero sempre di più, permise l’esportazione di prodotti deperibili ed “esotici”. Sul piano economico, si deve aggiungere in alcune regioni la coltivazione delle piante da cui si ricavano le droghe.

Poi iniziò l’epoca del turismo sempre più di massa. Negli anni ‘80, si riversarono in Malesia (sedici milioni di abitanti) tre milioni di turisti l’anno; in Tunisia (sette milioni), due milioni; in Giordania (tre milioni), due milioni. Il turismo ha fatto affluire moneta pregiata. Negli anni ‘90 il fenomeno aumentò. Si pensi che nella penisola del Sinai, costellata lungo il Mar Rosso di “villaggi” italiani, negli anni ‘90 si parlava tranquillamente l’italiano con gli arabi e si pagava in lire italiane, preferite assolutamente alla lira egiziana.

Nei Paesi in cui non si sono prodotte queste dinamiche favorevoli, la massiccia emigrazione nei Paesi ricchi ha contribuito a impoverire ancor di più le regioni sottosviluppate. Le nazioni più povere, in genere africane, nel 1989 avevano un reddito medio “pro capite” inferiore di otto volte al Brasile, alla Malesia, al Messico, e cinquantacinque volte inferiore a quelli del Terzo Mondo in via di sviluppo. Nacque il concetto di “Quarto Mondo”.

L’emigrazione al Nord

La specializzazione nei settori produttivi e l’innalzamento medio della popolazione istruita hanno determinato nei Paesi progrediti una carenza di manodopera non qualificata. Ciò ha facilitato l’afflusso di lavoratori dal Terzo Mondo ad altissima disoccupazione (Indie occidentali, Africa settentrionale, America Latina, Turchia).

Il numero di immigrati fu sempre elevato in Stati tradizionalmente recettivi (USA, Canada, Australia). Negli altri Paesi industrializzati esso fu d’un certo rilievo solo negli Stati coloniali (in specie Inghilterra, Francia, Olanda), che reclutavano manodopera a basso costo dalle colonie; poi i lavoratori stranieri vi si insediavano definitivamente, avviando quel fenomeno migratorio che perdurò anche dopo l’avvenuta indipendenza delle colonie. Ad esempio, nel 1968 un quarto di tutti gli immigrati residenti in Francia era costituito da persone originarie della Tunisia, del Marocco e dell’Algeria, ex colonie francesi.

Negli altri Paesi, l’immigrazione dal Terzo Mondo si impose dagli anni ‘50-‘60, gli anni “d’oro” della economia. La crisi economica dei Paesi ricchi, negli anni ‘70, causata dall’aumento del prezzo del petrolio, non fermò questo processo, anche se furono adottate norme restrittive per arginarlo. Negli anni ‘80 i lavoratori stranieri in Europa erano calcolati tra i 15 e i 18 milioni, a cui vanno aggiunti gli stranieri non censiti (clandestini). In Svizzera gli immigrati raggiungevano il 17% della manodopera totale; nella Germania Federale, il 10%: a Francoforte, agli inizi degli anni ‘90, la popolazione era per un quarto straniera, a Monaco e a Stoccarda non meno del 20%. La consistenza degli extraeuropei in Europa, alla fine del secondo Millennio, è stata sempre molto alta: interi quartieri residenziali di Berlino, Londra, Parigi e di altre città sono prevalentemente occupati da loro.

L’emigrazione si riversò anche verso i Paesi produttori di petrolio del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale: in essi la manodopera proveniente dai Paesi più poveri salì da 1,8 a 2,8 milioni tra il 1975 e il 1980.

I rivolgimenti politici in Africa (Etiopia, Somalia, Eritrea, Liberia, ecc.), in Asia (Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh) e nell’ex Iugoslavia diedero origine a un nuovo genere di immigrazione: la richiesta di asilo politico. In Europa si raggiunsero ben 200.000 casi nel 1986. A volte i profughi politici erano veri e propri migratori in cerca di lavoro.

La novità fu che gli extraeuropei, più di prima, desideravano stanziarsi nei Paesi ospitanti. Per contro, non si sentivano di integrarsi nella nuovo Paese, culturalmente troppo diverso dal loro; anzi si sono sentiti sfruttati, perché sottopagati. Gli stranieri, sempre in aumento, hanno generato spesso ostilità presso le popolazioni ospitanti, che li consideravano concorrenti nel mondo del lavoro, anche se gli extracomunitari hanno assunto generalmente lavori che i residenti rifiutavano in quanto faticosi o ad alto rischio.

Le vere ragioni del malcontento risiedono in due circostanze oggettive: l’elevata densità demografica, nonostante il calo delle nascite, dell’Europa occidentale e la disoccupazione che dagli anni ‘70 è sempre cresciuta e che alla fine del Novecento è diventata preoccupante per l’Europa. Dopo la crisi petrolifera del 1973, quando l’Europa occidentale registrò un forte aumento della disoccupazione, la maggior parte dei governi tentò di arrestare l’immigrazione straniera. Alcuni partiti politici, come quello di Le Pen in Francia e il partito repubblicano in Germania, hanno sfruttato la reazione dei cittadini contro l’“invasione” straniera, per chiedere la chiusura delle frontiere agli extracomunitari.

La nascita della coscienza politica

Il miglioramento economico di molti Paesi del Terzo Mondo determinò al loro interno un mutamento sociale: la nascita o la crescita di nuovi ceti medi e medio-bassi. Queste trasformazioni furono più accentuate nel Terzo Mondo occidentale, nel mondo islamico e nei più grandi Paesi del Sud e del Sud-Est asiatico. Esse furono decisive per il cambiamento tendenziale in campo politico, soprattutto grazie ai giovani e alla popolazione cittadina: si iniziò a mettere in discussione il potere della ristretta cerchia di governanti legati ai colonizzatori vecchi e nuovi. L’esempio più clamoroso si ebbe nel Sudafrica con l’abolizione (19 giugno 1991) dell’apartheid (la segregazione civile e politica dei negri) e con le libere elezioni (10 maggio 1994), in cui vinse con oltre il 62% il partito di Nelson Mandela che si era battuto contro l’apartheid.

Nei Paesi di nuova industrializzazione si svilupparono classi operaie che chiesero il riconoscimento dei diritti dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali, come in Brasile e nella Corea del Sud. E si allargò anche il ceto istruito di professionisti nell’America Latina e nell’Estremo Oriente (Corea del Sud e Taiwan).

Negli Stati islamici che si erano avvicinati al mondo occidentale “laico” esplose il conflitto tra i dirigenti e la nuova democrazia islamica di massa. Ciò avvenne in Iran con successo, ma la tendenza si è fatta sentire anche in molte nazioni del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale. Le contestazioni islamiche contro i governi liberali di alcuni Paesi musulmani degenerarono spesso in azioni terroristiche, come in Algeria e in Egitto.

Tra asservimento e rivoluzione

Gli USA temevano l’instabilità nel Terzo Mondo: ritenevano che fosse favorevole all’URSS; perciò tendevano a mantenere l’assetto in cui (status quo) le nazioni si trovavano.

In effetti l’URSS era interessata ai movimenti rivoluzionari del Terzo Mondo, in quanto si collocavano in genere nell’area socialista e in qualche caso marxista-leninista (Mongolia, Cina, Vietnam, Etiopia). I cambiamenti politici in Africa, anche quando avvennero sotto la guida dei militari, furono spesso nella direzione socialista, come nel Dahomey (poi chiamato Benin), nel Madagascar (1975), nel Congo (da non confondersi con l’ex Congo poi chiamato Zaire), nella Rhodesia del Sud (Zimbabwe) dal 1976.

Dopo il ritiro americano dall’area indocinese (inizi anni ‘70), il comunismo si instaurò nel Vietnam, nel Laos, in Cambogia. In Cambogia dominarono i Khmer rossi di Pol Pot, uno dei movimenti più sanguinari del Novecento: uccisero quasi il 20% della popolazione; poi furono sconfitti dai vietnamiti (1978), ma USA e Cina continuarono a sostenerli, per contrastare l’URSS e il Vietnam. Nell’America centrale la rivoluzione socialista si diffuse alla fine degli anni ‘70 (Nicaragua, El Salvador, Panama), ma gli USA mantennero il controllo del Continente.

D’altra parte, sia gli USA che l’URSS non intendevano estendere il diretto controllo su altri Paesi oltre quelli concordati dopo la seconda guerra mondiale. (Nel periodo tra la guerra fredda e la svolta di Gorbaciov, gli USA impiegarono il proprio esercito solo in Corea e nel Vietnam). Trovavano più conveniente controllare il Terzo Mondo appoggiando le forze armate locali. Il Terzo Mondo divenne zona di guerra quasi permanente. Nella stessa epoca (1953/85) sono state combattute più di cento guerre quasi tutte nel Terzo Mondo, con circa 20 milioni di morti: oltre 9 milioni nell’Asia orientale, 3 milioni e mezzo in Africa, 2 milioni e mezzo in Asia meridionale, più di mezzo milione in Medio Oriente (a parte quelli del conflitto Iran-Iraq), e quasi mezzo milione in America Latina.

La forma principale di lotta rivoluzionaria nel Terzo Mondo fu dal 1945 la guerriglia. I propagandisti guerriglieri si ispiravano a Mao Tse-tung e, dopo il 1959, a Ernesto «Che» Guevara (1928/67), il “mitico” guerrigliero dell’America centro-meridionale.

Il caso cinese: una storia particolare

Nell’immediato primo dopoguerra la Cina fu pervasa da un vasto movimento nazionale, che culminò nel 1919, per affrancarsi dalla soggezione straniera. Esso portò a un decennio di governo autoritario (1927/37), detto di Nanchino (la capitale), del generale Chiang Kai-shek. Originariamente egli era democratico-progressista e con lui ancora collaborava il Partito comunista (fondato nel 1921 da Mao Tse-tung). Il successivo progetto governativo di annientare fisicamente i comunisti (1930/34) li spinse a spostarsi verso il Nord (“lunga marcia”, 1934). Ma dopo l’aggressione giapponese alla Cina (1937) e dopo una lunga guerra civile, fu costituita la Repubblica Popolare (1° ottobre 1949), riconosciuta dall’URSS e dall’Inghilterra, mentre Chiang Kai-shek costituì a Formosa uno Stato autonomo.

Nel 1963/67 Mao cercò di eliminare, con metodi estremamente violenti, il burocraticismo di stampo sovietico: e fu la “rivoluzione culturale”, che poi egli stesso rinnegò. Gli USA, con Nixon, riconobbero ufficialmente lo Stato comunista cinese (1972), che si inserì nell’ONU. Un successore di Mao, Deng-Xiao-ping (1976), liquidò l’egualitarismo sociale e avviò il processo di sviluppo economico. Intraprese una politica economica di riforme agricole e, nel 1984, di cauta liberalizzazione industriale per razionalizzare l’economia (responsabilizzare i lavoratori, eliminare le aziende in deficit, ecc.). Dal 1985, in Cina potevano essere investiti i capitali stranieri. Tutto ciò incrementò la produzione. E si formò un ceto contadino ricco.

Il divario già esistente tra la popolazione e tra un’area e l’altra del Paese divenne più profondo, per l’aumento dei prezzi e per la disoccupazione, come all’inizio di ogni processo di industrializzazione. Ma l’esigenza di riforme sociali e politiche, invocata da intellettuali e da studenti, non si arrestò. Nel 1986 il segretario del partito, Hu-Yaobang, sembrò avviare la trasformazione democratica del regime; ma, nominato Primo ministro Li Peng, fu proclamata la legge marziale contro i movimenti dissidenti: il culmine dello scontro avvenne nella piazza Tien-an-Men di Pechino (1989), poi divenuta simbolo della violazione dei diritti civili da parte del potere politico.

In seguito la Cina cercò di avvicinarsi all’Ovest. Durante la guerra di Paesi occidentali contro l’Iraq (guerra del Golfo), all’ONU seguì una linea sostanzialmente favorevole agli USA: condannò l’invasione ma si astenne sulla delibera che autorizzava l’intervento armato.

Economia e demografia nel mondo

Contesto

La società industrializzata, grazie al progresso scientifico in campo igienico e sanitario e all’arricchimento alimentare, permette di vivere anche più a lungo. Al contempo, la popolazione è sempre meno disposta ad una vita disagevole: così progetta la prole in relazione a quanto può ad essa garantire per un’esistenza dignitosa, vale a dire confortevole. L’innalzamento dell’età media e il calo delle nascite producono la “senilizzazione” della comunità: gli anziani sono più numerosi dei giovani.

Nei Paesi in via di sviluppo, l’esportazione delle tecniche curative e dei preparati farmacologici da parte dei Paesi evoluti ha inciso sulla diminuzione delle malattie letali, senza tuttavia che fosse superata la tendenza alla prole numerosa. Ma se la prole numerosa è una necessità biologica legata, per la sopravvivenza della specie, agli altissimi livelli di mortalità, non lo è più quando i livelli di mortalità si abbassano.

Diminuendo la mortalità e restando invariata la natalità, la popolazione è “esplosa”.

La “senilizzazione” nella società industrializzata

Dal sec. XVI e soprattutto dopo la rivoluzione industriale settecentesca la crescita demografica era stata a favore delle popolazioni europee o di origine europea: da meno del 20% della popolazione mondiale nel 1750, esse erano arrivate a costituire circa un terzo dell’umanità nell’anno 1900. Dalla metà del ‘900 la popolazione mondiale crebbe invece a un tasso vertiginoso nelle aree colonizzate: alla fine degli anni ‘80, la popolazione del mondo industrializzato rappresentava solo il 15% dell’umanità.

Il “regime demografico moderno”, infatti, tipico dei Paesi di Sviluppo ad Economia di Mercato (PSEM), si qualifica principalmente per la riduzione della mortalità e l’allungamento medio della vita, e non dall’andamento demografico delle nascite. Da ciò, la senilizzazione della società. In alcuni Stati il numero dei nati ha bilanciato quello dei morti, mentre in altri il primo non ha compensato il secondo. In quest’ultimo caso si è determinato il calo della presenza dei cittadini autoctoni: l’aumento della popolazione è costituito dagli immigrati.

Negli anni ‘80, i Paesi ad economia di mercato con incremento della popolazione sono stati l’Australia (1,4%), il Canada (1,1%), gli USA (1%), la Nuova Zelanda (0,9%), il Giappone (0,7%). In Europa, a parte l’Irlanda (0,8%), si è arrivati quasi alla parità tra natalità e mortalità (“crescita zero”); in alcuni casi si è registrato un calo demografico. I tassi annui di accrescimento lo dimostrano: Spagna, 0,6%; Francia, Olanda, Finlandia, Grecia e Portogallo, 0,5%; Italia, Svizzera e Norvegia, 0,3%; Gran Bretagna e Svezia, 0,1%; Austria, Belgio e Danimarca, 0,1%; nella Germania occidentale il tasso è diventato negativo dello 0,2%. Il declino demografico ha investito negli anni ‘90 anche alcune regioni italiane, come la Liguria, e, nel 1996, la città di Milano. Si prevede che nel 2028 gli italiani subiranno un decremento globale del 12,2%: nel Centro-Nord, del 24,5%, nel Sud un aumento del 6,2%. Nel 1988 gli italiani erano circa 57.400.000, nel 2028 saranno circa 49.880.000.

Nei Paesi ad economia pianificata l’accrescimento demografico negli anni ‘80 è stato basso (dallo 0,4% allo 0,1%), salvo che in Russia (1%), in Polonia e in Iugoslavia (0,7%), ma in Ungheria e nella Repubblica Democratica Tedesca è stato in passivo dello 0,2% e dello 0,1%.

L’aumento della popolazione di età sempre più avanzata deriva dai progressi della medicina, che è in grado di vincere, a ritmi accelerati, molte malattie un tempo mortali, e di intervenire con successo, grazie ai progressi specifici della gerontologia (la branchia medica che riguarda la vecchiaia) sulle condizione di salute delle persone molto anziane.

Del resto, nel mondo “ricco” l’attesa di una “lunga vita” corrisponde al crescente benessere fisico di cui il progresso tecnologico permette di godere: un progresso che, rendendo meno faticosa la vita quotidiana, è esso stesso uno dei fattori del prolungamento della vita. D’altro canto, lo stesso mondo del benessere ha cura che a loro volta le nuove generazioni abbiano un tenore di vita altrettanto soddisfacente; ed è questa la ragione per cui nelle società economicamente e socialmente avanzate la natalità presenta un andamento contenuto, conforme alla funzione “responsabile” dei genitori.

Esplosione demografica nel Terzo Mondo

Il Terzo Mondo ha causato il mutamento più profondo avvenuto nel secondo Novecento: dal 1950 al 1990 la popolazione mondiale è duplicata. Si ritiene che nel 2020 gli africani raddoppieranno, anche se si presume che alla fine del sec. XXI la popolazione mondiale si stabilizzerà sui dieci miliardi. L’umanità raggiunse un miliardo di individui circa duecento anni fa; toccò i due miliardi dopo 120 anni, ci vollero solo 35 anni per il suo terzo miliardo, e 15 anni per il quarto. Alla fine degli anni ‘80 essa toccava la cifra di 5 miliardi e 200 milioni e si prevedeva che superasse i sei miliardi nel 2000.

L’esplosione demografica nel Terzo Mondo è dipesa dal fatto che dagli anni ‘40 i tassi di mortalità sono calati grazie ai preparati chimico-farmaceutici (DDT, gli antibiotici) e ai mezzi di trasporto, prima quasi sconosciuti. Ciò fu sufficiente per abbattere in modo vertiginoso il tasso di mortalità: in genere, ben quattro o cinque volte di più di quanto calò in Europa nell’Ottocento, mentre il tasso di natalità è rimasto molto alto.

I Paesi più poveri hanno un “regime demografico tradizionale”, con un elevato tasso di nascite e di morti. L’“esplosione demografica” è dovuta ad un motivo molto semplice: mentre i benefici della medicina e della alimentazione hanno prolungato la vita e ridotto la mortalità, le nascite si sono mantenute al livello precedente. La crescita demografica è divenuta sproporzionata. Il fenomeno è evidenziato nei Paesi esportatori di petrolio a reddito elevato, capaci di intervenire con mezzi moderni contro le malattie letali e la mortalità infantile. In essi si è registrato negli anni ‘80 il tasso più alto di accrescimento demografico: Emirati Arabi Uniti (5,6%), Oman (4,7%), Kuwait (4,4%), Arabia Saudita (4,1%), Libia (3,9%), oltre che in pochi Stati africani, come il Kenya (4,1%).

La conseguenza fu che i Paesi sottosviluppati si sono impoveriti ancora di più: era impossibile distribuire la ricchezza, di poco incrementata, ad una popolazione che aumentava molto più rapidamente.

Alcuni governi hanno attuato metodi coercitivi di controllo delle nascite, come la sterilizzazione in India negli anni ‘70 e la politica del “figlio unico” in Cina. Di contro a simili misure, si spera che la “procreazione responsabile” porti anche il Terzo Mondo a stabilizzare la popolazione sulla base della bassa natalità e della bassa mortalità (“regime demografico di transizione”).

L’esplosione urbana

Contesto

Il crescente assorbimento di manodopera da parte delle industrie ha concentrato nelle città un alto numero di persone. Il fenomeno aumentò con l’industrializzazione del commercio e del terziario.

La logica economica impresse alla città una configurazione precisa: strati di popolazione sempre più vasti erano respinti verso la periferia. Ma nella fase economicamente più avanzata la situazione si è ribaltata: molti dei ceti superiori hanno preferito vivere al di fuori dei centri urbani, in quartieri residenziali più tranquilli.

Nei Paesi in via di sviluppo, la città è stata una vera e propria “sacca” di gente disperata: le campagne non potevano garantire la sopravvivenza. Con il trasferimento di molte aziende nel Terzo Mondo, in città si poteva sperare invece di lavorare. Ne è derivata una concentrazione di persone così enorme, che fa delle città del Terzo Mondo una concentrazione di disumana povertà.

Il problema urbano e i suoi sviluppi

Nella sua fase iniziale, almeno in Europa, l’inurbamento di grandi masse di popolazione non si presentò in tutta la sua drammaticità presso gli operatori pubblici e gli ideologi sociali: l’incremento urbano era considerato una necessità naturale. La destabilizzazione che essa provoca nella vita sociale non era messa in relazione con il meccanismo della civiltà industriale.

Alla fine degli anni ‘50 nei grandi centri l’aumento della produzione industriale, dell’occupazione operaia e del salario permisero una fervida attività edilizia, sia per ristrutturare gli edifici fatiscenti, sia per costruirne di nuovi. L’aumento della domanda di case accrebbe a ritmi accelerati il valore economico delle aree fabbricate, delle aree edificabili e degli edifici stessi, sia per l’acquisto, sia per l’affitto.

La casa divenne molto costosa. Il suo valore inoltre era correlato alla vicinanza al centro storico, che restava la zona più urbanizzata e che diventava appannaggio delle sedi di rappresentanza delle grandi aziende. Così la grande città ha selezionato i cittadini secondo le loro disponibilità economiche. Le fasce deboli dovettero alloggiare dapprima nei quartieri periferici, poi fuori città. In seguito l’emarginazione residenziale si estese a fasce operaie dello strato medio e medio-superiore. Il meccanismo diventò sempre più selettivo.

La “condizione urbana” divenne uno dei temi più agitati a livello di politica generale, senza che fosse però definita l’essenza della questione, che era questa: l’illimitata libertà di profitto permetteva che i proprietari di aree fabbricabili e i costruttori potessero ottenere altissime rendite, contribuendo però solo in piccola parte, o per nulla, alle spese di urbanizzazione primaria e secondaria che gravavano invece sulla collettività. Per questa ragione sorsero immensi quartieri abitativi, definiti “dormitorio”, in cui la carenza di servizi sociali era gravissima o totale. La città apparve un cantiere di “cemento” e una immensa riserva di degrado civile, di tristezza rabbiosa ed esplosiva. Ciò caratterizzò in primo luogo le periferie dei grandi centri industriali.

Agli inizi del ‘900 (ma in Italia solo dopo la seconda guerra mondiale), la città si estese al punto da diventare un’area di vari insediamenti collegati tra loro. Nacque la città-regione. La città-regione si costituisce tale, in quanto un vasto territorio urbanizzato si configura come una unità omogenea sul piano della residenzialità, della economia e delle attività economiche del terziario (servizi, istituti di credito, sedi amministrative e commerciali, ecc.). Le attività terziarie hanno assunto una funzione preminente nella società industrialmente avanzata e sono divenute essenzialmente “cittadine”, mentre quelle industriali sono state collocate al di fuori della cinta residenziale (e costituiscono le “zone industriali”: oggi lo si nota anche per le segnaletiche stradali).

Il “sistema urbano”, ingrandendosi enormemente, ha creato nelle periferie strutture commerciali e ricreative autonome e ha decentrato i servizi privati e pubblici, superando il vecchio concetto di Comune. In genere la città-regione costituisce un unico ente pubblico amministrativo (Comune); ma ciò non è decisivo: per ragioni storiche è possibile che una città-regione, come Milano, sia costituita da una città centrale e da altre città, ciascuna autonoma amministrativamente. Dagli anni ‘90 anche in città-regioni italiane si è cercato di unificare tutto l’hinterland a livello almeno dei mezzi di trasporto.

La città-regione ha determinato in effetti la rivoluzione dei trasporti: i mezzi di collegamento veloci e diretti hanno raccordato le periferie tra loro e con il centro. Per restare nel territorio italiano, si pensi alle Ferrovie Nord di Milano, che, ampliate e potenziate, svolgono un ruolo “metropolitano” fino a Comuni lontani. A partire dagli anni ‘60 l’aumento dei mezzi di trasporto crearono il problema dell’intasamento del traffico. La soluzione più efficace è stata quella della costruzione di metropolitane, di circonvallazioni o tangenziali e di vie sopraelevate.

Le città moderne tendono a diventare città-mondiali. La struttura urbana di tipo “mondiale” non è determinata dall’estensione territoriale e dal numero di abitanti e neppure dalla sua importanza politico-amministrativa. Ciò che determina l’essenza della città “mondiale” è la sua capacità commerciale e imprenditoriale nel senso dei collegamenti nazionali e internazionali.

L’inurbamento nel Terzo Mondo

Nel sec. XX, il fenomeno dell’inurbamento ha interessato tutto il mondo: a metà degli anni ‘80 la popolazione urbana nel mondo raggiungeva il 42% complessivo. Esso è stato più accentuato nel Terzo Mondo. A Nairobi (Kenya), dal 1960 al 1980 la popolazione urbana passò da quattro su dieci abitanti a quasi sei su dieci; a Città del Messico dal 1950 al 1980 si è quasi quintuplicata. In Asia le città si svilupparono rapidamente fino a contare molti milioni di abitanti; negli anni ‘80, Seoul, Teheran, Karachi, Giacarta, Manila, Nuova Delhi, Bangkok ne avevano tra i 5 e gli 8,5 milioni e alla fine degli anni ‘80 le città più popolose erano Il Cairo, Città del Messico, San Paolo, Shanghai, tutte destinate a raggiungere i 10-13,5 milioni di abitanti.

L’altissima concentrazione di persone in pochi centri è dovuta al fatto che nel Terzo Mondo il territorio non era così urbanizzato come nei Paesi progrediti, dove i complessi urbani erano disseminati un po’ dappertutto. Anzi, qui ormai si sviluppava la tendenza ad abitare fuori delle grandi città; perciò in metropoli quali New York, Londra e Parigi si è relativamente ridotta la densità demografica.

L’esplosione urbana nel Terzo Mondo è dipesa da un preciso fattore economico. Nel secondo dopoguerra, in molti Paesi (come il Messico, il Brasile, l’Argentina, la Corea del Sud) fu esportata una parte del potenziale industriale del Nord e perciò la campagna fu lavorata con mezzi più moderni. Ciò determinò l’eccedenza delle braccia lavorative nelle zone rurali, mentre le piccole industrie e l’artigianato attiravano manodopera nelle città; al contempo il turismo internazionale diede spinta alle attività, molto redditizie, svolte nei centri urbani.

La città divenne fondamentale nella stessa economia dei Paesi poveri. Per “città” si deve qui intendere non tanto il luogo fisico, quanto il modo di pensare e di organizzare l’economia. In questo senso, la “civiltà urbana” è caratterizzata da una visione che tende a realizzare livelli di vita confortevoli.

Senza colpo ferire
La caduta di un impero

Contesto

L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) era stata formata secondo criteri politici autoritari: non aveva il consenso dei popoli. E lo sistema stesso di governo in URSS, il comunismo di Stato, si era imposto senza che il popolo potesse intervenire sull’assetto politico.

Gorbaciov capì che l’asservimento dei Paesi “satelliti” e dell’economia dell’URSS ai progetti di potere della classe dirigente non sarebbe durato: si propose di armonizzare il comunismo con la libertà. Crollarono i capisaldi del regime, compreso il principio del partito unico.

Il corso degli avvenimenti si orientò verso il cambiamento radicale. Ma il repentino sovvertimento di una struttura socio-economica complessa e radicata produce globali alterazioni economiche e sociali. Così la Russia dovette mendicare aiuti finanziari del mondo industrializzato; e fare i conti con le rivendicazioni nazionali dell’ex impero.

Il malessere generale provoca la reazione: ritornare al vecchio regime. Per far fronte alla dissidenza, il presidente della repubblica, Boris Eltsin, alfiere del cambiamento radicale, assunse posizioni quasi dittatoriali.

L’URSS: tanti popoli, un solo capo

L’URSS risaliva al 1922, quando le repubbliche socialiste di Russia, Ucraina e Bielorussia formarono un unico Stato sotto la forma di Unione di repubbliche indipendenti. Ad esse si aggiunsero gli altri territori dell’ex impero zarista (quindici repubbliche), con propri organismi istituzionali (Parlamento, governo, presidenza della repubblica) ma con funzioni solo amministrative; il potere politico risiedeva nel Parlamento di Mosca (Soviet Supremo), nel governo sovietico e nel presidente dell’URSS.

Molte repubbliche erano profondamente diverse tra loro per etnia, per storia, per cultura e religione: le avevano tenute unite solo l’autocrazia zarista, sotto l’egemonia di una popolazione slava di religione ortodossa e di lingua russa, e poi il centralismo stalinista. E alcune erano state annesse con la forza: nel 1940 lo furono l’Estonia, la Lituania e la Lettonia in forza del patto tra Stalin e Hitler (patto Ribbentrop-Molotov, 1939), con cui i nazisti e i sovietici si erano spartiti l’area baltica.

La dittatura comunista doveva condurre a rendere inutile lo Stato stesso, per una società che si reggesse da sé, liberata per sempre da ogni tornaconto corporativo e di classe. Lenin, per conseguire l’obiettivo, progettò il partito dittatoriale (l’idea della “centralità del partito”). Alla sua morte (1924), Stalin trasformò il centralismo leninista in una dittatura burocratica. Inoltre si accordò con gli USA per spartirsi il mondo. Impose il comunismo nelle proprie zone di influenza concordate (Paesi “satelliti”) ed elaborò il concetto di “sovranità limitata”: essi erano sottoposti alla politica interna ed estera dell’URSS.

Così, l’efficienza militare dell’URSS non poggiava su una economia solida: dipendeva tutta dalla espropriazione economica, condotta con criteri dittatoriali, nei confronti delle Repubbliche dell’Unione e dei “Paesi satelliti”. Ciò faceva dell’URSS una Potenza incredibilmente forte. Ma senza basi.

Di ciò si rese conto Gorbaciov.

Le riforme e la fine della Unione

Gorbaciov, segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (11 marzo 1985), intendeva semplicemente rendere più efficiente lo Stato in un equilibrio tra comunismo e democratizzazione del regime. Lo Stato doveva coinvolgere i lavoratori nelle iniziative economiche e garantire la libertà, perché la partecipazione dei cittadini al comunismo fosse convinta.

Nell’aprile 1985 Gorbaciov espose il piano delle riforme (perestrojka) e della trasparenza (glasnost:), cioè della possibilità di far conoscere all’interno e all’estero la vita politica e sociale dell’URSS. Da allora e fino al 1990 fece seguire tutta una serie di provvedimenti sulle libertà civili ed economiche: di religione, di pensiero, di stampa, di cultura e di coscienza; di iniziativa artigianale, di autonomia industriale e commerciale, di proprietà privata dei beni di consumo. In politica estera compì atti distensivi: tra l’altro, l’accordò con gli USA (presidente Bush) per la cooperazione economica, il ritiro militare dall’Afghanistan (11 febbraio 1989) occupato nel 1979. In effetti Gorbaciov aveva bisogno di capitali americani per avviare la modernizzazione dell’economia.

Dopo la trasformazione dell’URSS in repubblica presidenziale (marzo 1990), i cambiamenti più radicali furono la separazione tra Stato e Partito (luglio 1990) e il pluralismo dei partiti (1° gennaio 1991), che già era stato avviato nelle elezioni del Congresso dei deputati del popolo, il Parlamento creato da Gorbaciov (26 marzo 1989). Nell’occasione emerse la figura di rilievo fu Shevardnadze, già ministro degli Esteri succeduto ad Andrej Gromiko (1985) ed artefice con Gorbaciov della distensione con gli USA.

L’atmosfera di libertà produsse le prime grandi turbative: la protesta nazionalistica e la protesta sociale. Le repubbliche baltiche (Estonia, Lituania e Lettonia) e poi altre pretendevano l’indipendenza. Sul piano economico, la popolazione si trovò in condizioni peggiori di quando l’economia pianificata, di regime, garantiva almeno il sufficiente per vivere. Il 19 agosto 1991 fu tentato un colpo di Stato. Si distinse Boris Eltsin nel difendere la linea liberale di Gorbaciov, ma poi divenne il leader del cambiamento radicale. Il Partito fu sciolto e il Congresso dei deputati del popolo votò il passaggio dei poteri alle Repubbliche (settembre 1991): il Soviet Supremo riconobbe alle Repubbliche il diritto di dichiararsi indipendenti. Finiva l’era del potere centralizzato.

Alla fine del 1991 le più grandi repubbliche dell’Unione Sovietica (Russia, Ucraina e Bielorussia), seguite dalle altre (eccettuate quelle baltiche e la Georgia), costituirono la Confederazione di Stati Indipendenti (CSI). Gorbaciov si dimise da tutte le cariche. E uscì dalla scena politica nazionale.

La Confederazione di Stati Indipendenti fu costituita come una unione di Stati coordinati sul piano economico-politico al fine di armonizzare lo sviluppo degli Stati membri nel rispetto della loro assoluta indipendenza. Il 25 dicembre 1991 sul Cremlino la bandiera rossa fu sostituita dal tricolore russo; il giorno dopo si riunì per l’ultima volta il Soviet Supremo per ratificare la fine dello Stato dell’Unione Sovietica, fondato da Lenin il 30 dicembre 1922.

La Repubblica russa: orgoglio e povertà

La libertà ha generato sconvolgimenti economici, turbamenti politici e sociali. La Repubblica russa, la più importante della CSI, ne ha offerto il quadro emblematico.

Il malessere sociale ed economico toccò livelli critici: bassissimi salari, prezzi salatissimi, penuria di cibo, disoccupazione travolgente. Nel 1992 la produzione calò del 30%, a causa dello smantellamento dell’industria bellica, della ristrutturazione industriale, della privatizzazione dei mezzi produttivi, che tendono ovviamente solo al proprio tornaconto. E la svalutazione toccò il 2000%. Si diffusero la vendita di beni a prezzi esorbitanti e illegali (borsa nera) e la delinquenza organizzata. La Russia stava al passo con l’Occidente solo negli aspetti più deleteri. L’operazione più colossale fu il traffico di armi, forse di bombe atomiche e di formule segrete per costruire ordigni nucleari.

La situazione favorì i conservatori. Il partito comunista confermò la sua maggioranza parlamentare alle elezioni politiche (dicembre 1993 e gennaio 1994) e amministrative (dicembre 1995). Il 12 dicembre 1993 un referendum popolare approvò la Costituzione proposta da Eltsin, ma lo stesso giorno vinsero alle elezioni dei deputati i partiti conservatori: quelli comunista, agrario e nazionalista; e il capo di quest’ultimo, Zhirinovskij, ipotizzò la possibilità dell’allargamento dei confini russi e dell’uso delle armi atomiche.

Per contrastare i conservatori, Eltsin (presidente della Repubblica dal 1990) accentrò la politica nelle sue mani: sciolse di suo arbitrio il Parlamento (21 settembre 1993), fece bombardare l’edificio parlamentare (4 ottobre 1993) in cui si erano barricati i deputati rivali, e impose la nuova Costituzione che attribuiva i più ampi poteri al presidente della Repubblica: nomina e revoca del capo del Governo, comando delle forze armate, designazione del presidente della Banca Centrale e delle alte cariche della magistratura.

Benché ridotta in condizioni così precarie, la Russia conservava l’antico prestigio: e soprattutto le armi nucleari. L’Occidente, per fronteggiare il pericolo di rivalsa dei partiti nazionalista e comunista, favorì Eltsin con aiuti umanitari ed economici (gennaio 1992). Eltsin fu invitato alle riunioni dei “Sette Grandi” Paesi più industrializzati (luglio 1993), in cui la Russia fu poi inclusa come “ottavo” Paese quasi ufficiale (giugno 1996).

Nelle elezioni presidenziali (2 luglio 1996), Eltsin superò Zhirinovski del partito comunista, che pure era appoggiato dalla popolazione rurale.

La nuova geografia politica
L’Europa dell’Est

Contesto

Nel corso degli anni ‘90 gli Stati ex satelliti dell’URSS poterono avere libere elezioni con la concorrenza di diversi partiti. Il passaggio a nuove forme istituzionali di governo avvenne in genere in modo pacifico.

Il caso più rilevante fu l’unione delle “due Germanie”. Divisa dagli Stati vincitori della seconda guerra mondiale, la Germania continuava ad essere la pietra di paragone delle sorti del pianeta: o divisa per essere simbolo della spartizione della terra tra il mondo liberale e il mondo sovietico, o unita per essere segno della rinascita dei popoli liberi.

Fu segno della rinascita. E alla fine del secondo Millennio ha dimostrato come si possono superare i divari tra regioni ricche e regioni povere di uno stesso Paese: divario che, in Italia, non è stato superato da più di cento anni!

L’indipendenza dei Paesi “satelliti”

Il 1989 segnò l’inizio della nuova mappa politica dell’Europa dell’Est. In modo pacifico: la libertà non ebbe bisogno di armi. Né di giustizieri.

Solo in Romania il “dittatore” Ceausescu, che tentò un’infelice chiusura idealistica, generò conflitti violenti, e nel 1989 fu giustiziato senza che gli si desse il tempo di chiedere scusa: che del resto non avrebbe mai chiesta.

Non necessariamente la libertà politica fece vincere alle elezioni i partiti liberali: in Cecoslovacchia vinse un partito anticomunista (1990). Poi il Paese si divise in due Stati indipendenti: le repubbliche Ceca e Slovacchia (1 gennaio 1993). Senza ammazzarsi tra cechi e slovacchi.

I comunisti (di Iliescu) vinsero anche in Romania (maggio 1990), in Bulgaria (giugno 1990), in Ungheria (maggio 1994), dopo che per quattro anni aveva governato il Forum democratico, e in Polonia (novembre 1995), con l’elezione di Aleksander Kwasniewski al posto di Lech Walesa, leader del movimento sindacale e politico Solidarnosc.

Comunque il comunismo era più vicino alla socialdemocrazia che al leninismo: il comunismo dei soviet stava a tutti un po’ stretto, dopo che la stessa repubblica russa si era aperta alla concezione economica e politica del mondo occidentale.

Ma è stata la Germania a lasciare alla storia, nel 1989, il “simbolo” della fine del dominio “dittatoriale” sovietico: la “caduta del muro” tra Est e Ovest.

La Germania unita: la forza del sacrificio

Occupata dai vincitori (1945), la Germania fu divisa territorialmente: l’URSS ebbe la zona orientale, USA, Gran Bretagna e Francia si divisero la zona occidentale, che presto tuttavia lasciarono libera. Nel 1949 furono creati due Stati separati: ad est la Repubblica Democratica Tedesca (RDT) sotto il controllo sovietico, ad ovest la Repubblica Federale Tedesca (RFT). La stessa città di Berlino fu divisa in due; né valse a mutare la situazione una spontanea insurrezione popolare (giugno 1953). Anzi le autorità comuniste alzarono una barriera di filo spinato tra le due zone (agosto 1961) e poi il muro di cemento. Coloro che cercavano di superarlo a volte erano uccisi: tra il 1961 e il 1989, settantasette persone.

La Germania occidentale registrò subito una forte ripresa produttiva, tanto da attirare l’emigrazione operaia estera (soprattutto del Sud d’Italia), e si integrò sul piano economico e politico con l’Occidente: aderì alla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (1951) e alla NATO (1954). La Germania orientale precipitò invece nella povertà come gli altri Paesi comunisti.

La distensione (ostpolitik) della Germania occidentale nei confronti della Germania orientale e della stessa Unione Sovietica fu inaugurata da Willy Brandt (Cancelliere dal 1969 al 1974): riconobbe la Germania dell’Est (1969) e avviò una politica di finanziamenti a favore della RDT e dell’URSS. Lo sviluppo della distensione avvenne con l’avvento della politica riformistica di Gorbaciov (1985): il governo Honecker, della RDT, permise il transito tra le Germanie (9 novembre 1989). E presto il muro fu fisicamente abbattuto.

Come negli altri Stati dell’ex Unione Sovietica, nella Germania orientale furono indette libere elezioni: vinse la lista Alleanza per la Germania con il 48% dei voti (marzo 1990). Nelle elezioni politiche della nuova Repubblica Federale di Germania (2 dicembre 1990) vinse l’Unione cristiano-democratica di Helmut Kohl (Cancelliere dal 1982), ritenuto il “padre” dell’unificazione.

Ma l’ex Germania orientale soffrì di tutti i problemi connessi con la nuova realtà liberista: incapacità di competere in un regime di concorrenza; quindi disoccupazione; impossibilità di acquistare i prodotti, dati i salari molto più bassi. Non si stava affatto meglio di prima, nella Germania ad est!

Per arrivare all’assestamento economico, l’unificazione delle due zone fu graduale; ma fu determinata, voluta, raggiunta. La Germania ad ovest si accollò le spese per rendere equilibrata la vita economica e sociale dei due ex Paesi così diversi: furono ristrutturate le industrie orientali, e allo scopo fu aggiunta la “tassa di solidarietà” (7,5%) sull’imposta sul reddito. Notevoli finanziamenti pubblici furono investiti all’est: dal 1991 al 1995, 750 miliardi di marchi! Grazie a questa politica lungimirante, nel 1995 i tedeschi ad est raggiunsero un livello di consumi “pro capite” (a persona) che era già di due terzi rispetto a quello ad ovest. E il flusso di capitali non si arrestò. Per il 2000 i tedeschi previdero che si sarebbe raggiunta la perfetta parità tra l’est e l’ovest del Paese. In Italia, tra il nord industrializzato e il sud feudale, non si è raggiunta neppure dopo più di cent’anni. La Germania ha proseguito con ritmi veloci sulla via del progresso economico. Il deficit di bilancio dello Stato federale si è addirittura abbassato e l’avanzo nella bilancia commerciale è rimasto invariato. E la moneta tedesca, alla fine del Novecento, si annoverava tra le più solide del mondo.

Il “peso dell’unificazione” generò tuttavia turbolenze nazionaliste e persino naziste. Il fenomeno investì la media borghesia, timorosa di perdere i benefici economici per la massiccia presenza di profughi provenienti dai Paesi ex sovietici, oltre che dal Terzo Mondo: nell’ultimo ventennio del Novecento emigrarono in Germania più di sei milioni di stranieri, circa il 60% di quelli di tutti gli altri Paesi della CEE.

Espansionismo islamico

Contesto

È convinzione diffusa che il futuro si disputerà tra mondo islamico e mondo non islamico.

Si è incrinato il dualismo internazionale tra liberalismo e comunismo; è venuta meno la convenienza dei Paesi industrializzati a combattersi con le armi: il mercato se lo contendono con la pubblicità; e alcuni Stati arabi hanno imboccato la via della diplomazia: il 2 dicembre 1999 Gheddafi ha condannato ogni terrorismo integralista. Ma il mondo islamico è un vulcano: e l’abisso tra l’islam “modernizzato” e l’islam “tradizionalista” è più profondo di ogni altra differenziazione, comprese quelle etniche e ideologiche. L’integralismo è una visione del mondo completamente chiusa ad ogni compromesso.

Nel Novecento l’islam si è mosso di nuovo: a volte con furore; sempre, con determinazione. Al suo interno le lotte tra i Paesi sono state virulente, come un tempo tra gli occidentali. E tuttora operano ovunque i movimenti integralisti: li temono spesso anche i governi musulmani.

La rivoluzione islamica: Iran

L’Iran (ufficialmente Persia, per gli occidentali, dal 1935, poi di nuovo Iran dal 1979) era governato dallo scià (sovrano) a norma della Costituzione (30 dicembre 1906). Nel 1925 salì al trono la dinastia dei Pahlavi con lo scià Reza: egli iniziò la modernizzazione in senso occidentale dello Stato. Gli succedette il figlio, Mohammed Reza (1941), che si legò economicamente e politicamente agli americani.

Il mondo era all’indomani della “contestazione globale” del Sessantotto, quando una sollevazione generale del popolo costrinse lo scià ad espatriare (gennaio 1979) e richiamò dall’esilio parigino il capo religioso e politico della setta islamica sciita, Ruhollah Khomeini. Proclamata la repubblica islamica (1° aprile 1979), Khomeini assunse il potere assoluto, ripristinò la tradizione islamica sciita e respinse la cooperazione sia con l’Occidente, sia con l’Oriente comunista. E si oppose anche ai capi meno fanatici, come Taleghani.

La nuova situazione preoccupò non solo l’Occidente per l’immediata perdita economica (lo scià favoriva le compagnie petrolifere occidentali) e per il rischio che la rivoluzione ne innescasse altre nel mondo islamico, ma anche Saddam Hussein, presidente dell’Iraq, sunnita. Egli, in concorrenza con l’Iran, progettava di fare assurgere l’Iraq a prima Potenza nel Medio Oriente. Per preparare la guerra, aveva portato il Paese ad un buon livello economico grazie ad accordi militari, politici e finanziari con l’Occidente. La guerra durò otto anni (1980/88), senza alcun risultato per i due Paesi.

Ma chi sono gli sciiti e i sunniti? Sono seguaci di fedi diverse all’interno dell’islam. Gli sciiti (che significa “del partito di Ali e dei suoi discendenti”) ritengono che gli imam, i capi per diritto divino della comunità, sono gli interpreti infallibili dei Libri sacri e i discendenti di Ali, successore designato di Maometto: per essere fedeli di Dio, bisogna attenersi agli imam. I sunniti sostengono che, per interpretare correttamente l’insegnamento del Corano, è d’obbligo seguire gli esempi di Maometto (“sunna”, “comportamento”). I sunniti sono la maggioranza (circa 90%); gli sciiti sono in prevalenza in Iran.

L’integralismo soffocato: Algeria

L’integralismo tende, nei Paesi in cui si pone alla guida, ad isolarsi in economia e a contrapporsi in politica con il mondo “estraneo”. Ciò contrasta con gli interessi dei gruppi economici ormai consolidati negli stessi Paesi musulmani. Inoltre l’integralismo mette al bando le forme di vita culturale e sociale acquisite dagli intellettuali islamici che si sono educati nel mondo occidentale. Per tal motivo i partiti integralisti sono stati spesso avversati dagli Stati islamici che hanno intrapreso la “modernizzazione”, come ad esempio Egitto, Giordania, Siria, Tunisia. Ma l’Algeria ha presentato modalità di lotta esplosive. Ancora alla fine del Novecento gli eccidi sono stati numerosi e truculenti.

Sulla scia del rinnovamento istituzionale e politico dell’URSS, che fece esplodere un po’ in tutto il mondo la tendenza alla libertà politica, in Algeria il Fronte di Liberazione Nazionale, partito musulmano aperto alle innovazioni, introdusse il multipartitismo nell’ordinamento politico (1989). Al primo turno elettorale delle elezioni politiche (26 dicembre 1991) vinse a stragrande maggioranza il Fronte Islamico di Salvezza, il partito integralista. Prima che si arrivasse al secondo turno, il governo dichiarò di applicare la norma di legge che vietava l’uso della religione nel perseguire obiettivi politici e procedette all’arresto dei capi del Fronte di Liberazione Nazionale. Poi le forze armate dichiararono illegittimo il Fronte Islamico di Salvezza (marzo 1992) e il nuovo Consiglio di Stato lo sciolse; come reazione, il capo del Consiglio stesso, Mohammed Boudiaf, fu ucciso (29 giugno 1992). E ne seguirono stragi efferate e numerose da parte degli integralisti, ancora alla fine del Novecento.

Il futuro è una incognita.

Iraq: tentativi d’espansione

Saddam Hussein non aveva sopraffatto l’Iran nella guerra (1980/1988); ma appariva il baluardo contro il fondamentalismo islamico. Si consideri poi che solo in Iraq vigeva, e tuttora vige (1999), grande libertà per i cattolici. Ci fu chi in Italia lo definì, per questo, “pio”: chiudendo gli occhi sulle crudeltà. Perciò si sentiva sicuro, quando invase militarmente il Kuwait (2 agosto 1990), molto importante per la posizione geografica. Questo emirato era stato rivendicato già nel 1961 dall’Iraq, che lo considerava sua antica provincia; ma sempre allora, reso indipendente dagli inglesi, era stato riconosciuto a livello formale ed era entrato a far parte della Lega Araba come Stato indipendente.

USA, Francia e Inghilterra (che detenevano una sorta di monopolio della lavorazione e del commercio del petrolio nel Kuwait) ottennero in sede ONU la risoluzione che imponeva all’Iraq il ritiro immediato e incondizionato dell’esercito; in caso contrario, stabiliva la liberazione dell’emirato mediante forze internazionali.

Hussein si attendeva l’appoggio diplomatico degli “antiimperialisti”; ma la Cina non si oppose alla risoluzione dell’ONU e l’URSS la sostenne in sede diplomatica. Neppure i Paesi arabi “antioccidentali” lo aiutarono. Hussein si trovò spiazzato. Sperando di estendere il conflitto, colpì il territorio di Israele. Ma il conflitto non si estese. Allora incendiò i pozzi di petrolio nel Kuwait. Così fu guerra contro l’Iraq (“Desert Storm”, “tempesta del deserto”, 17 gennaio 1991). Poi, liberato il Kuwait, il presidente americano, Bush, sospese le operazioni militari (28 febbraio 1991).

Probabilmente agli USA non conveniva sconvolgere il sistema politico iracheno, nel timore che in Iraq prevalessero gli islamici iraniani. Furono tuttavia adottate misure di embargo, poi allentate nel maggio 1996 per non infierire sulla popolazione. I controlli imposti all’Iraq sugli arsenali bellici, e altre limitazioni (zone “franche”, territoriali ed aeree), generarono in seguito molti attriti. Alla fine del Novecento si può dire che la guerra è rimandata.

Un’altra questione fu la linea seguita dall’ONU. L’intervento armato era legittimo, perché l’Iraq non aveva ottemperato alla risoluzione dell’ONU a difesa del diritto internazionale; però, la stessa misura non era stata applicata ad Israele, quando l’ONU aveva imposto agli israeliani di abbandonare i territori palestinesi occupati.

Il Libano assoggettato

Il Libano era un Paese tradizionalmente aperto ai commerci: durante l’impero ottomano vi approdarono diverse popolazioni. Vi abitavano cristiani e musulmani, suddivisi in varie confessioni e sette e accordatisi con un “patto nazionale” per la convivenza pacifica (1943). L’armonia perdurò dopo che i francesi lasciarono definitivamente il Paese (1946), che amministravano dal 1920, e imposero un governo cristiano-maronita. I conflitti scoppiarono nel 1958, quando la componente islamica libanese fu spinta verso il nazionalismo incoraggiato dall’Egitto di Nasser.

Nonostante ciò, e grazie all’intervento indiretto degli USA a sostegno di un governo moderato, il Libano continuò ad essere un Paese “fortunato” per l’economia: Beirut era porto franco e in tutto il Paese gli scambi commerciali erano esenti da imposte.

La calma fu rotta quando nel Sud del Libano si stanziarono gruppi di palestinesi (1968) a causa dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e del conflitto tra Giordania e palestinesi. Per le svariate forze in campo e per le loro intersecazioni (i gruppi etnici, religiosi ed etnico-religiosi erano tanti, e intricati), il Libano divenne un campo di battaglia molto complesso. Né valse l’occupazione israeliana del Libano meridionale (operazione “pace in Galilea”, 6 giugno 1982, protrattasi fino al 1988), per coagulare le forze popolari e politiche libanesi.

Allora la Siria, che aspirava a creare una “grande Siria” comprendente il Libano, si inserì in campo per fermare i combattimenti nel territorio libanese (ottobre 1990). Ma i giochi erano fatti: il Libano dovette firmare un trattato di sudditanza politica e militare con la Siria (detto “di fratellanza, coordinamento e cooperazione”, 16 maggio 1991). Il presidente Assad aveva “comprato” l’acquiescenza dell’Occidente collaborando alla coalizione contro l’Iraq di Saddam Hussein.

Palestina
La terra contesa

Contesto

Già dall’Ottocento un movimento politico-religioso (detto sionismo) si proponeva di ricostituire in Palestina uno Stato ebraico. Ma ciò che spinse le Potenze occidentali a garantire agli ebrei una nazione autonoma fu il loro sterminio operato dal nazismo. Nacque lo Stato di Israele.

Però, in quella zona c’erano anche popolazioni palestinesi. I palestinesi diffidavano degli ebrei; e gli integralisti islamici non accettavano che esistesse lo Stato di Israele. Per di più, Israele era circondato da Paesi musulmani. Questi lo attaccarono: e fu guerra aperta. Israele occupò nuovi territori. Inoltre i governi conservatori israeliani praticarono una politica dura nei confronti dei palestinesi. La regione si trasformò in terra dell’eccidio: gli uni contro gli altri.

Gli avvenimenti politici a livello mondiale consigliarono poi la via della soluzione: l’Organizzazione palestinese scelse il dialogo costruttivo, Israele la logica del “buon vicinato”. Gli scontri continuarono per l’intransigenza da una parte e dall’altra; ma alla fine del Novecento i problemi da risolvere sono apparsi ridimensionati.

Lo Stato di Israele

Durante la prima guerra mondiale l’Inghilterra sottrasse la Palestina all’impero ottomano e nel 1920 il territorio fu affidato all’amministrazione inglese. Dopo la seconda guerra mondiale l’ONU decretò (1947) in Palestina uno Stato palestinese e uno Stato ebraico indipendenti, per garantire agli ebrei un territorio che li tenesse al riparo da eventuali persecuzioni. I palestinesi rifiutarono la soluzione, perché una parte della popolazione avrebbe dovuto lasciare i territori assegnati agli ebrei, ma soprattutto perché consideravano la costituzione dello Stato ebraico in Palestina uno strumento dell’imperialismo occidentale per stabilire un controllo economico e militare sulle nazioni arabe.

Prima ancora della realizzazione della delibera dell’ONU, la Lega Araba (creata nel 1945) attaccò militarmente gli ebrei. Gli ebrei sconfissero gli arabi, conquistarono tutta la Palestina (salvo la striscia di Gaza e la Cisgiordania) e la assoggettarono al proprio Stato. Nel 1956 gli arabi tentarono la rivincita, sotto la guida politica di Nasser, presidente egiziano: l’Egitto nazionalizzò il Canale di Suez (25 luglio 1956), mettendo fuori gioco l’Inghilterra che gestiva il traffico del Canale. Allora Israele attaccò l’Egitto e lo vinse in poco tempo. Ciò si ripeté il 5 giugno 1967: in sei giorni (guerra dei “sei giorni”) gli ebrei occuparono altri territori: il Sinai egiziano (poi restituito nel 1979: accordi di Camp David, 1978), la striscia di Gaza (egiziana), la Cisgiordania compresa la parte orientale di Gerusalemme (giordana), e le alture del Golan (siriane). Stessa sorte ebbe la guerra del 6 ottobre del 1973, detta del kippur (solennità ebraica): gli israeliani sconfissero siriani e egiziani. Gli arabi capirono la lezione e non attaccarono più in campo aperto. Si intensificò allora l’azione dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).

Conflitti in Palestina

L’OLP, sorta come organismo della Lega Araba per coordinare i gruppi armati palestinesi (28 maggio 1964), divenne un movimento indipendente dal 1969 sotto la presidenza di Yasir (o Yasser) Arafat. Riconosciuta dagli Stati arabi come unica rappresentante del popolo palestinese (1973), fu ammessa all’ONU come osservatore.

L’OLP non fu una organizzazione omogenea. Ciò ostacolò il processo di pacificazione con Israele, perché i vari movimenti non erano concordi sulle strategie e sulle soluzioni nel confronto con Israele. Il gruppo che poi avrebbe rivestito il ruolo decisivo nel processo di pace era quello (detto al-Fatah) di Arafat. Ma ve ne erano altri: da quello marxista (di George Habbash) a quello terrorista. I gruppi integralisti (di Hamas) non ammettevano il diritto degli ebrei a vivere in Palestina, e tanto meno ad avere uno Stato in quella regione: concepivano solo il principio della “guerra santa” (jihad).

Per lo stesso motivo i palestinesi furono combattuti anche da Paesi arabi. La Giordania di re Hussein fece distruggere i loro campi installati in quello Stato (settembre 1970); dopo lo scoppio della guerra civile in Libano (1975), la Siria di Hassad li decimò a bombardate (1976). In Libano, furono attaccati dagli israeliani (marzo 1978 e giugno 1982), poi massacrati dai libanesi (18 settembre 1982). L’OLP trasferì le sue basi in Algeria.

Intanto i governi conservatori di Israele (ad esempio quello di Shamir) seguivano una politica vessatoria verso i palestinesi dei territori occupati. La rivalità giunse all’odio: le rappresaglie furono continue. Si arrivò alla “guerra dei coltelli” (uccisione di ogni ebreo a portata di “coltello”, fine anni ‘80), e all’intifada: l’assalto, per strada, all’esercito israeliano (9-10 dicembre 1987).

Nonostante le tensioni provocate dai gruppi intransigenti sia da una parte, sia dall’altra, negli anni ‘80 si respirò aria nuova: Israele praticò una politica meno aggressiva; dichiarò di ripudiare il terrorismo come strumento di rivendicazione dei diritti del popolo e propose la pace con Israele a fronte di due obiettivi: restituzione dei territori palestinesi e creazione di uno Stato palestinese. Nel 1988 l’OLP riconobbe lo Stato di Israele e proclamò lo Stato indipendente palestinese a Gaza e in Cisgiordania.

Verso la soluzione palestinese

La paura sviluppatasi nel mondo per l’intraprendenza irachena indusse gli USA e la CEE a cercare di risolvere la questione palestinese (Conferenza di pace, 1991), ma di fatto la politica di pace fu incoraggiata dal presidente del Consiglio israeliano, Yitzhak Rabin, laburista (giugno 1992) e dal ministro degli Esteri Shimon Perez. Rabin accettò di riconoscere una realtà palestinese autonoma e Arafat propose la “pace in cambio dei territori” (aprile 1993). La pace tra OLP e Israele fu sancita in questi termini (Washington, 13 settembre 1993): parziale ritiro israeliano da Gaza e Gerico, affidate all’amministrazione civile palestinese (“Consiglio palestinese”); ritiro totale dai territori occupati (iniziato nel maggio 1994); definizione della forma giuridica della striscia di Gaza e della Cisgiordania entro il 13 aprile 1999. Rimaneva irrisolto il destino di Gerusalemme est, reclamata dai palestinesi e dagli israeliani. Ma intanto Arafat e Rabin furono insigniti del Premio Nobel per la pace (14 ottobre 1994).

I pericoli si nascondevano nella “strategia della tensione” inaugurata dagli integralisti ebraici e palestinesi. Ad esempio, un ebreo fece una strage di palestinesi nel Santuario della Tomba dei Patriarchi (25 febbraio 1994), un palestinese colpì con un’autobomba un autobus di ebrei (6 aprile 1994); infine un nazionalista ebreo assassinò Rabin (4 novembre 1995).

In seguito i rapporti divennero più difficili. Fu colpito militarmente il movimento Herzbollah (“Partito di Dio”) nel Libano (“Operazione Furore”, aprile 1996), e in Israele fu eletto presidente del Consiglio un conservatore, Netaniahu (1996). Solo i primi di settembre del 1996 Netanihau accettò di incontrare personalmente Arafat, per trattare sulla questione palestinese.

Il mondo in fiamme
I conflitti etnici

Contesto

Fino alla “rivoluzione globale” del Sessantotto e poi alla liberalizzazione in URSS, in genere le minoranze etniche aspiravano all’autonomia locale, laddove il governo centrale dello Stato era disponibile a tale soluzione. Questa linea si è imposta, in genere, nei Paesi a industrializzazione avanzata. Poi però scoppiarono le rivendicazioni di indipendenza nazionale in gran parte delle regioni del mondo.

Le ragioni del disagio delle minoranze è molto variabile; ma è certo che esistono minoranze etniche potenti, e minoranze etniche inermi. Le prime scuotono il mondo; le seconde lo lasciano indifferente. In ogni caso, il processo di rivendicazione appare inarrestabile.

All’inizio del terzo millennio, sembra che il pericolo più grave di conflitti bellici derivi proprio da questo problema.

Minoranze etniche e autonomia regionale

Dopo la prima guerra mondiale, con i Trattati di pace del 1919 e con le successive dichiarazioni della Società delle Nazioni, furono definiti i principi fondamentali e internazionali, tuttora vigenti, per la tutela delle minoranze di razza, di lingua e di religione da parte dello Stato, fissati nei seguenti punti: diritto alla vita, alla libertà personale e alla libertà di culto; uguaglianza di fronte alla legge e nell’esercizio dei diritti civili, politici, sociali e culturali; diritto all’uso della propria lingua nelle relazioni private, nella religione, nel commercio, nelle riunioni politiche e nella stampa; facilitazioni per l’uso della lingua minoritaria innanzi all’autorità giudiziaria e nelle scuole elementari.

Le questioni sorsero, però, in quanto diverse popolazioni minoritarie cominciarono a pretendere l’autonomia politica.

All’indomani della seconda guerra mondiale l’Europa occidentale appariva etnicamente più omogenea di prima, ma presentava ancora in molti Stati la presenza di più etnie, come in Belgio (fiamminghi e valloni), in Svizzera (francesi, tedeschi, ladini, italiani), in Inghilterra (scozzesi, inglesi, irlandesi), in Spagna (spagnoli, catalani, baschi). In Italia le minoranze principali erano costituite al Nord da valdostani, tirolesi, ladini e sloveni; al Sud, da greci, albanesi e dai sardi. Nell’Europa orientale l’eterogeneità era più marcata, soprattutto in Polonia, in Cecoslovacchia, in Romania, in Iugoslavia e nell’URSS. Nel Medio Oriente la situazione era problematica in Palestina. Nel mondo islamico convivevano popolazioni di confessione diversa (sciita e sunnita); l’Iraq, l’Iran e la Turchia ospitavano minoranze curde.

Fino agli anni ‘70-‘80 la “coscienza nazionale” delle minoranze etniche spinse più volte alla contestazione, come nel caso dei baschi in Spagna, degli sloveni in Iugoslavia e degli azerbaigiani in URSS; ma i governi di Franco, di Tito e dell’Unione Sovietica avevano impedito le spinte rivoluzionarie. In altri Paesi le minoranze non aspiravano in genere alla indipendenza, o comunque non turbarono in modo grave i rapporti con l’autorità centrale (in Svizzera, in Scandinavia, in Sardegna, in Alto Adige). I catalani della Spagna, anzi, e i valdostani e gli altoatesini in Italia raggiunsero l’autonomia regionale senza pretendere l’indipendenza. Il Belgio dei valloni e dei fiamminghi arrivò, meglio ancora, alla costituzione dello Stato federale (tra gli anni ‘80 e gli anni ‘90).

Motivi di insofferenza delle minoranze etniche

Dagli anni ‘70-‘80 la situazione cambiò. Nell’Europa occidentale la spinta indipendentista delle etnie minoritarie si spiega in parte con la maggiore democratizzazione della società, come è avvenuto nella Spagna dopo il regime di Franco, e con le nuove prospettive di libertà successive alla contestazione “globale” del Sessantotto. I movimenti indipendentisti altoatesini in Italia, ad esempio, benché già vivaci prima di allora, divennero più radicali.

In alcuni casi il bisogno di indipendenza della società minoritaria deriva dal suo sottosviluppo economico e dalla diversità religiosa. Ciò vale per i palestinesi e per l’Irlanda del Nord. Non vale, però, per i baschi, assimilabili agli spagnoli sul piano economico e religioso. I baschi sono, realmente, una razza diversa: discendono (come i sardi) da popoli “mediterranei” anteriori all’invasione ariana da cui invece derivano gli spagnoli.

Per gli scozzesi, il nazionalismo dipese dalla sensazione di essere governati da un centro di potere ritenuto “lontano”; poi si inserì il motivo economico: la scoperta di petrolio al largo della costa scozzese. I nazionalisti ebbero il 10% dei voti nelle elezioni generali (1974); e nel referendum il 32% degli elettori votò per il decentramento amministrativo (1979). Le ragioni degli scozzesi si possono trovare anche nei “leghisti” in Italia negli anni ‘90.

Il nazionalismo regionale dei bretoni e quello dei corsi hanno avuto come fondamento anche il malcontento della popolazione agricola.

Nell’Europa orientale e nell’URSS il problema era quello, generale, della dittatura politica. Nell’URSS, Stalin aveva costretto intere popolazioni a spostarsi e ciò determinò convivenze forzate di popoli molto diversi tra loro. Una volta liberalizzata la politica, le minoranze etniche aspirarono a diventare Stati indipendenti o a congiungersi con quelli limitrofi della stessa etnia. Già all’inizio del nuovo indirizzo di Gorbaciov, scoppiarono guerre civili tra etnie diverse (Georgia, Moldavia, Armenia, Azerbaigian); poi le minoranze etniche all’interno delle nuove repubbliche reclamarono a loro volta l’autonomia, causando guerre o guerre civili: l’Abkhazia in Georgia (luglio 1989); il Nagorno-Karabach, cristiano e armeno, nell’Azerbaigian islamico; la Cecenia nella Russia. Quest’ultima guerra, dopo una tregua concordata tra Eltsin e la Cecenia (agosto 1996), è ripresa nel 1999.

Etnie abbandonate

I curdi, un’antica popolazione di stirpe iranica della zona compresa tra il Mediterraneo e il Caspio (Kurdistan), non ebbero mai riconosciuto un proprio Stato: il Congresso di Losanna (1923), che definì i confini degli Stati sorti dallo smembramento dell’Impero turco, divise il Kurdistan tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e URSS. Il mondo se ne interessa, solo quando entrano in gioco i rapporti con Stati temibili, come allorché Saddam Hussein attaccò di nuovo i curdi (agosto-settembre 1996); oppure, quando insorgono i guerriglieri con violente azioni di rappresaglia. Ciò è appunto avvenuto per i curdi nel 1999.

Quanto all’Africa, la mescolanza etnica è più complessa. Basti ricordare il Corno d’Africa, il Ruanda e il Burundi. Per il Ruanda, non si conosce bene il motivo dell’ostilità tra maggioranza hutu (88%) e minoranza tutsi (17%); ma è certo che le divisioni tra i tutsi, che costituivano la classe dei possidenti, e gli hutu furono esacerbate nel periodo coloniale. Il 6 aprile 1994, cogliendo spunto dall’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava il presidente ruandese Juvénal Habyarimana e quello del Burundi suo alleato, Cyprien Ntaryamira, gli hutu, sostenitori del governo, misero in atto lo sterminio dei tutsi: in dieci settimane, oltre 800.000 persone. L’ONU intervenne a genocidio avvenuto.

In Burundi i tutsi, anche qui minoritari, erano tuttavia dominanti nelle istituzioni e nell’esercito. Quando, poco dopo le prime elezioni libere (1993), in cui vinsero gli hutu (presidente Melchior Ndadaye), costui fu ucciso in un colpo di Stato, gli hutu e i tutsi si combatterono fino a quella che è stata definita “catastrofe nazionale”.

Un altro sterminio è quello perpetrato dal Sudan, musulmano, contro il pacifico popolo dei Nuba. La persecuzione del governo centrale si spiega per motivi economici: i commercianti della capitale, grazie ai prestiti delle banche islamiche, si impadronirono delle terre molto fertili dei Nuba (anni ‘70). Ma c’è anche un motivo religioso: il dittatore Gafaar Nimeiri impose a tutti la religione islamica (1983); i Nuba, tra cui c’erano anche animisti e cristiani, si ribellarono. Al 1996 essi sono stati indicati dall’Occidente come un popolo in via di estinzione. Né è valso che due scrittori, Alex de Waal e Johannes Ajawin, abbiano pubblicato un libro sul genocidio dei Nuba (Londra, 1995).

Esplosione etnica: la Iugoslavia

Tra i popoli dell’area balcanica, gli slavi del sud (iugoslavi) costituirono nel 1918 uno Stato unitario (Regno di Serbi, Croati e Sloveni), che poi il re Alessandro trasformò in Regno di Iugoslavia (1928). Quando Hitler occupò la Iugoslavia (1941), ne incrinò l’unità: la lotta intestina divampò atroce tra nazionalisti serbi e croati. Poi, nella lotta contro i nazisti, il segretario del partito comunista, Josip Broz (Tito), si pose alla guida della popolazione e alla fine della guerra costituì lo Stato federale comunista (Repubblica Popolare e Federale Iugoslava, 1945), formato dalle repubbliche di Croazia, Slovenia, Montenegro, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia.

Negli anni ‘60 la Iugoslavia conobbe un periodo di efficienza produttiva e di sviluppo sociale, ma nel decennio successivo crollò di fronte al collasso economico che colpì il mondo in seguito alla chiusura del canale di Suez e all’aumento del prezzo del petrolio (1973). La crisi prostrò le repubbliche del sud, più povere e appartenute all’impero ottomano: ciò aumentò il divario con quelle del nord (Slovenia e Croazia), appartenute all’impero asburgico e influenzate dalla cultura e dal commercio dell’Europa centro-settentrionale. Il problema economico risvegliò le aspirazioni nazionaliste.

La Iugoslavia comprendeva gruppi molto diversi per etnia, religione e lingua. Le lingue erano quattro: serbo-croata, croato-serba (che sono uguali, ma la prima in caratteri cirillici e la seconda in caratteri latini), slovena e macedone; le religioni tre: cristiano-ortodossi, cristiano-cattolici, musulmani; le etnie ben ventiquattro, di cui otto quelle dominanti: serbi, croati, sloveni, macedoni, montenegrini, albanesi, musulmani, ungheresi.

Intanto, dal 1968 (invasione russa della Cecoslovacchia) le repubbliche erano dotate di milizie nazionali, perché disponessero di un potenziale militare per resistere ad un eventuale attacco sovietico. Dal 1971, grazie ad una nuova Costituzione, godevano di maggiore autonomia in campo sociale, economico e linguistico e dal 1975 avevano una propria moneta. Si configuravano quasi come Stati sovrani. Non mancava che esserlo di diritto. Ciò avvenne alla morte di Tito (1980), che già aveva colto il nocciolo della questione: non si può togliere l’autonomia alle realtà “nazionali”. Egli aveva inteso stabilire solo una coesione tra le repubbliche, perché fossero più forti.

Le rivendicazioni nazionaliste esplosero dopo la crisi del comunismo, quando nella Federazione si costituirono diversi partiti: tutte le repubbliche registrarono la vittoria dei nazionalisti (1990) e alcune si staccarono dalla Federazione: Slovenia, Croazia (25 giugno 1991) e Bosnia-Erzegovina (2 marzo 1992). Queste autonomie erano osteggiate dalla Serbia che, sotto la guida di Milosevic, aspirava a ricostituire la “Grande Serbia”. La Serbia e il Montenegro crearono la Confederazione Iugoslava (27 aprile 1992). Inoltre i gruppi etnici prevalenti, in ciascuna regione, cercavano di eliminare o deportare i gruppi minoritari (“pulizia etnica”). A vicenda. E fu strage senza confini. Le milizie nazionaliste operavano in odio alle popolazioni avverse: al di fuori di ogni più spietata logica politica. E hanno sempre travolto gli accordi diplomatici promossi dall’ONU, dall’Europa, dalla Russia.

I problemi istituzionali si presentavano complicati, perché le numerose etnie si intrecciavano tra le varie repubbliche. La Serbia accettava l’autonomia della Croazia, solo a patto di ridefinirne i confini, perché in alcune regioni croate vivevano gruppi serbi, ai quali i croati non riconoscevano il diritto di unirsi alla Serbia. La regione serba del Kosovo, abitata da albanesi, intendeva unirsi all’Albania; i musulmani bosniaci erano difesi dalla Turchia islamica; l’indipendenza della Macedonia, riconosciuta infatti solo l’8 aprile 1993, fu ostacolata dalla Grecia che temeva le rivendicazioni dell’etnia macedone della Grecia di congiungersi con la Macedonia.

In Bosnia l’intreccio era ancor più complicato: accanto a comunità serbe e croate (44% della popolazione) prevalevano i musulmani. Poiché la Serbia occupò in gran parte la Bosnia (1994), intervennero le truppe della NATO e dell’Unione Europea Occidentale e Giovanni Paolo II parlò del “dovere di difendere con le armi” i popoli schiacciati da altri. Nella circostanza c’erano da difendere le popolazioni cristiane.

Il Consiglio di sicurezza dell’ONU decise la costituzione di un tribunale internazionale per crimini di guerra (febbraio 1993). Divenuto operante nel 1996, incriminò Milosevic. Ma Milosevic continuò, tranquillo, a guidare la politica del suo Paese. E scatenò la reazione contro il Kossovo, ancora in corso alla fine del 1999. Era il segno dello scarso potere dell’ONU.

L’Europa. Dalla Comunità all’Unione

Contesto

Al termine della seconda guerra mondiale, l’Europa capì quanto fosse debole nel quadro internazionale dominato sul piano militare e politico da due grandi Potenze. L’esigenza era sentita da pochi Stati e fu di natura economica: elaborare una politica comune, per non assoggettarsi del tutto agli interessi statunitensi.

Ma appariva evidente un’altra fragilità: l’Europa, culla dell’arte, del diritto, della filosofia, insomma della tradizione occidentale, rischiava di perdere anche la sua autonomia culturale. Questa ragione fece presa nella costruzione della cosiddetta “Europa dei cittadini”; ma intanto la convenienza economica spingeva i Paesi ad unirsi sempre di più.

Dagli accordi economici si passò, pur fra remore e conflittualità, alle istituzioni comunitarie di ordine legislativo, alle consultazioni in ambito politici, al Parlamento comunitario. E nacque l’Unione Europea. Dall’anno 2000, con una moneta comune.

Gli inizi della cooperazione economica

La prima iniziativa di cooperazione europea autonoma dagli USA fu presa all’Aia (maggio 1948): fu istituita l’assemblea permanente del Consiglio d’Europa, con sede a Strasburgo, costituito dai capi di governo. Era di natura consultiva, senza potere di legiferare e di emanare risoluzioni ufficiali. Dopo un tentativo, fallito perché non si voleva rinunciare all’indipendenza assoluta dello Stato, di unione nella produzione e nel commercio del carbone e dell’acciaio (Piano Schuman, maggio 1950), nel 1953 fu istituita la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) ispirata da Jean Monnet (1888-1979) e comprendente la Francia, la Germania Federale, l’Italia e il Benelux (Belgio, Olanda, Lussemburgo). In poco tempo la produzione dell’acciaio aumentò del 42%, il commercio prosperò senza effetti negativi economici o politici. Nelle Conferenze europee di Messina (1955) e di Roma (1957) fu creato il Mercato dell’energia atomica (Euratom) per fronteggiare eventuali carenze energetiche.

Il 27 marzo 1957 fu costituita (Trattato di Roma) la CEE, Comunità Economica Europea, andata in vigore il 1° gennaio 1958 e firmata da Francia, Germania Federale, Italia e Benelux, con il progetto di espandere l’economia in maniera equilibrata e continuativa nei Paesi membri.

La Comunità aveva una struttura giuridica indipendente dai governi nazionali. Era giuridicamente costituita dal Parlamento europeo eletto da quelli nazionali, dal Consiglio dei ministri dei singoli Stati, dalla Commissione centrale e dalla Corte di giustizia che controllavano l’attività economica della Comunità e degli enti sorti accanto ad essa: Fondo sociale europeo, Comitato economico e sociale, Banca europea d’investimento, Commissione trasporti, ed altri. Intanto tra il 1950 e il 1960 la CEE incrementò del 70% la produzione industriale.

Fallì invece il progetto per l’unione militare europea. In seguito allo scoppio della guerra di Corea (1950), la Francia propose un piano di difesa militare europeo (Piano Pleven per una Comunità di Difesa Europea, CED): un esercito costituito da contingenti nazionali con controllo sopranazionale. Ma poi gli europei temettero che, dovendosi riarmare la Germania, l’alleanza militare europea fosse dominata dalla Germania.

Preoccupazioni per l’autonomia nazionale

La Francia del presidente Charles De Gaulle (gennaio 1958) cercava di assicurarsi l’egemonia nella CEE. E dopo che l’Inghilterra chiese di entrare nel MEC, il Mercato comune (1961), De Gaule si oppose (gennaio 1963). Del resto, l’Inghilterra voleva garanzie per la protezione della sua agricoltura e dei suoi vincoli con il Commonwealth: i regolamenti della CEE erano fatti per favorire l’agricoltura francese e l’industria tedesca. D’altra parte, De Gaulle difendeva gli interessi economici delle ex colonie francesi (Senegal, Tunisia, ecc.) associate alla CEE, mentre la Gran Bretagna avrebbe sostenuto quelli delle proprie colonie. In seguito, quando nel 1966/67, al tempo del governo Wilson, l’Inghilterra ripresentò la domanda, De Gaulle restò irremovibile. Intanto De Gaulle pretendeva dalla Commissione europea soluzioni favorevoli alla Francia a proposito della politica agricola (1965) e riuscì a indebolire i poteri della Commissione: volle che le principali questioni comunitarie fossero affrontate dai ministri degli Esteri degli Stati membri.

De Gaulle voleva una Europa “delle patrie”, non “degli Stati”. Ludgwig Erhard, Cancelliere tedesco (1963/66) successore di Adenauer che era stato un fervido europeista, era in parte sulla stessa posizione: in sostanza, le grandi nazioni temevano che i singoli Stati perdessero la loro sovrana e piena autonomia. Per lo stesso motivo la Francia, l’Inghilterra, l’Italia, la Germania di Willy Brandt (1969) e di Helmuth Schmidt (1974) erano ostili alle elezioni a suffragio universale del Parlamento europeo. Questo sistema elettorale fu possibile solo nel giugno 1979; e fu eletta la francese Simone Veil.

Il progresso comunitario si attestò per allora sul piano economico, con l’abolizione dei dazi interni (luglio 1968). Nel luglio del 1978 fu istituito lo SME, Sistema Monetario Europeo (operativo nel marzo 1979), cui aderirono Germania Federale, Francia, Benelux, Irlanda e (dicembre 1978) Italia.

Intanto l’Inghilterra del governo conservatore di Edward Heath entrò nella CEE (1° gennaio 1973) insieme all’Irlanda e alla Danimarca (poi la Groenlandia, appartenente alla Danimarca ma autonoma, ne uscì il 10 marzo 1984).

Dalle crisi economiche all’“Europa dei cittadini”

Il 1973/74 fu una catastrofe: il prezzo del petrolio si quadruplicò in un anno e fece alzare vertiginosamente i prezzi delle altre materie prime. Nei due decenni precedenti era invalsa una economia “allegra” grazie al basso prezzo del petrolio: la produzione era stata eccedente rispetto alle esigenze della popolazione e l’offerta aveva saturato il mercato. Nel ‘73-‘74 diminuì la domanda di beni industriali. Le conseguenze furono gravi.

In Germania e in Italia il tasso annuale di crescita economico era stato di circa il 5% negli anni ‘60; negli anni ‘70 si dimezzò. In Inghilterra era stato più lento (2,6%), e nel 1979 scese all’1,2%. In Francia e in Danimarca non ci fu quasi alcun incremento. Aumentati di colpo i prezzi, il valore del danaro precipitò; e si ebbe un rialzo impressionante dell’inflazione. Nel 1950/73 nella Germania Federale essa era del 2,7%; in Francia, Inghilterra, Italia e negli altri Paesi, tra il 4% e il 5%. Dopo la crisi petrolifera l’inflazione in Germania raddoppiò; in Italia e in Inghilterra arrivò al 16%. Prostrata l’attività industriale, la disoccupazione divenne la piaga sociale. Tra il 1973 e il 1980 nella Comunità furono persi 3 milioni di posti di lavoro; negli USA, invece, ne furono creati ben 15 milioni nei settori dell’alta tecnologia.

Nonostante il progresso economico nella Comunità negli anni ‘80, la disoccupazione perdurò. La percentuale di disoccupati tra il 1983 e il 1989 scese solo in Inghilterra (dal 12,6% al 6%), rimase stabile in Germania (8%), ma aumentò in Francia (dall’8 al 10%) e in Italia (dal 10 all’11%). In Spagna, nel 1989, era del 15%. Nel 1980-1985 nella Comunità l’occupazione scese globalmente del 12%. Nel 1989 i disoccupati erano 12,7 milioni.

La causa erano gli alti costi della manodopera rispetto agli altri Paesi industrializzati. Si pensi al Giappone! La Commissione economica dovette intervenire sull’attività industriale: dal 1980 al 1983 ridusse la produzione siderurgica, rivelatasi eccedente. In Italia, la parziale chiusura delle industrie siderurgiche, tra cui l’Ansaldo, generò rivolte operaie.

L’eccedenza di produzione investì anche la campagna a causa della tecnologia nell’agricoltura e nell’allevamento del bestiame. Per di più influì l’ingresso nella CEE della Grecia (1° gennaio 1981), della Spagna e del Portogallo (1° gennaio 1986), Paesi ad alta produzione agricola. Nel 1970-1986 la CEE incrementò di sei volte l’esportazione di prodotti agricoli, e per i latticini raggiunse il 50% dell’esportazione mondiale: divenne concorrente con gli USA, il Canada, l’Australia. Per regolamentare l’agricoltura europea fu istituito un organismo di Politica Agricola Comune (PAC): doveva stabilizzare i mercati e assicurare prezzi ragionevoli. Ma fu sempre difficile stabilire livelli di prezzi che fossero al contempo convenienti per la Comunità e redditizi per i singoli Paesi. Il problema generò continui attriti fra gli Stati.

Il processo di integrazione istituzionale faceva però altri passi. Nel 1982 il Piano Colombo-Genscher (italiano e tedesco) prevedeva la cooperazione politica. In ciò ebbe un ruolo di stimolo il Movimento Federalista Europeo per la rifondazione di una Costituzione comunitaria. In Italia un referendum consultivo in tal senso ottenne l’88% di voti favorevoli (18 giugno 1989). L’italiano Altiero Spinelli presentò al Parlamento europeo di Strasburgo il progetto di Unione Europea come federazione politica di Stati: il “Trattato istitutivo dell’unione europea”, detto “Progetto Spinelli” (14 febbraio 1984): prevedeva l’unione giuridico-politica della Comunità.

Le elezioni del 1984 per il Parlamento europeo rivelarono tuttavia un certo disinteresse dei cittadini per la costruzione europea: la partecipazione alle urne fu deludente. Allora si cercò di far leva nella coscienza collettiva con il senso della “Europa unita”. Una “unione di Stati” si fa, soltanto se i popoli ne sono convinti. Altrimenti succede come nell’URSS o nella Iugoslavia.

Nacque l’idea della “Europa dei cittadini”.

Dall’Atto Unico all’Unione Europea

La prima vera attuazione dell’unità economica e, in prospettiva, politica fu l’Atto Unico europeo, firmato il 2-3 dicembre 1985 (sottoscritto dall’Italia nel febbraio 1986) ed entrato in vigore il 1° luglio 1987.

Il Parlamento europeo, ormai eletto dai cittadini, godeva di prerogative legislative; ma la prospettiva dell’Atto Unico andava oltre. Per raggiungere l’effettiva integrazione occorreva che fosse dato potere agli organi comunitari di imporre vincoli ai bilanci nazionali. L’Atto Unico stabilì altri impegni fondamentali: attribuire forma giuridica all’azione comunitaria in politica estera; fissare norme comuni in materia di salute dei cittadini e di sicurezza sul lavoro; determinare la politica monetaria fondata sul Sistema Monetario Europeo (SME) e sull’Ecu (la moneta della Comunità, luglio 1985); eliminare le barriere doganali e permettere la libera circolazione dei beni e delle persone all’interno della CEE.

La tutela dei consumatori fu un obiettivo importante. Già nel 1973 era stata istituita una “Carta europea dei consumatori”, perfezionata nel 1985 con le direttive sulla responsabilità del produttore dei beni e sulla esclusione della pubblicità ingannevole. L’Atto Unico articolò meglio le norme in materia. L’attenzione fu posta sulla tutela degli utenti finanziari, i clienti delle banche e degli istituti che erogano capitali: un settore produttivo fondamentale, a causa della libera circolazione dei capitali nella Comunità.

L’Atto Unico impresse una forte accelerazione all’integrazione europea. Negli anni ‘90 furono attuati diversi progetti previsti dall’Atto Unico. Per il 1992 fu stabilito l’abbattimento delle barriere non tariffarie: i controlli fisici alle frontiere, che aumentano il costo finale dei beni in commercio, necessari a causa delle differenze tra gli Stati delle norme sul trasporto, sulla sicurezza dei prodotti, sull’IVA. Si imponeva perciò l’uniformità tra gli Stati circa queste normative, in specie circa i “requisiti essenziali” che dovevano avere i prodotti circolanti. Essi furono messi a punto dalla Commissione europea di Normalizzazione (CEN) e, per il settore elettrotecnico, dalla Commissione europea di Normalizzazione Elettronica (Cenelec).

Molto importante sul piano dell’integrazione fu la libera circolazione dei servizi: quelli bancari, assicurativi, azionari; quelli professionali, pubblicitari, legali. Ma anche in questo ambito bisognava uniformare le leggi, il corso di studi, le regole sulle telecomunicazioni e su tutti i servizi, pubblici e privati.

Un po’ per volta si attuò tutto questo nel corso degli anni ‘90, fino ad arrivare alla moneta unica. Intanto la Germania orientale fu inglobata nella Germania occidentale come unico Paese della Comunità (3 ottobre 1990) e nel 1994 vi entrarono formalmente Austria, Finlandia e Svezia.

L’Unione Europea (UE) fu avviata con il Trattato di Maastricht (11 dicembre 1991; l’Italia vi aderì il 7 febbraio 1992). Si stabilirono norme e tempi per assegnare la cittadinanza europea, in aggiunta a quella dei singoli Stati della Unione; fu fissato il principio che si definisse una comune politica sociale, estera e militare. Il Mercato Unico fu fissato per il 1993; l’Istituto Monetario Europeo (Banca centrale europea) per il 1999; l’euromoneta (Euro) per il 2002, in sostituzione delle monete nazionali.

Per l’unificazione monetaria è necessario che l’economia e la politica finanziaria siano compatibili tra gli Stati che la adottano: ancora nel 1999 ne sono state escluse Grecia e Svezia, mentre Inghilterra e Danimarca non vi hanno aderito per loro scelta. Tuttavia l’unificazione monetaria è la premessa per l’unione politica.

Comunità europea e Paesi euro-orientali

Già nel corso del 1985 andò maturando l’ipotesi di allargare l’Europa comunitaria fino agli Urali. Furono stabilite relazioni ufficiali tra la CEE e il Comecon (25 giugno 1988), e la CEE fu riconosciuta da Paesi dell’Europa orientale, compresa l’URSS. Fu fondata la Banca Europea per i Paesi euro-orientali (BERS) e, per cementare la cooperazione economica, si istituì il Programma Tempus, inteso ad uno scambio di docenti e di studenti tra Europa occidentale ed Europa orientale.

Tuttavia la Comunità ottenne molta importanza in seguito alla caduta dell’URSS. Le ragioni furono le seguenti: il comunismo, configuratosi ormai come una socialdemocrazia nei Paesi dell’Est, abbandonò la conflittualità con il mondo liberale e capitalista; la Repubblica russa, ancora troppo potente e al contempo politicamente problematica, preoccupava gli ex Stati del blocco sovietico. In Romania (maggio 1990), Bulgaria (giugno 1990), in Ungheria (maggio 1994) e in Polonia (novembre 1995) vinsero i comunisti. Ma proprio gli esponenti comunisti espressero l’interesse ad entrare nella Comunità europea. Da parte sua, la Comunità si dimostrò favorevole ad estendere ai Paesi orientali i propri confini. Nel marzo 1996 prospettò l’inserimento della Polonia, delle Repubbliche ceca e slovacca, dell’Ungheria, della Romania e della Bulgaria nella Unione Europea.

Momenti di storia italiana
Dalla ricostruzione alla rivoluzione

Contesto

Nell’immediato secondo dopoguerra l’interesse comune delle forze politiche “imbavagliate” dal regime fascista era quello di ridare vita ad una società democratica. Solidali sotto questo punto di vista, uomini di ideologia diversa cooperarono alla riformulazione dello Stato e costituirono governi di “unità nazionale”.

Le spinte interne da parte della borghesia e quelle esterne da parte degli alleati vincitori imposero la direzione “centrista”: la Democrazia Cristiana, con De Gasperi, svolse il ruolo trainante. Grazie alla sua immagine rassicurante e per altro verso alla sua proposta politica dal tenore “popolare”, la DC attirò larghi consensi elettorali: era l’aprile 1948.

Gli anni a seguire consacrarono la centralità della DC nella conduzione del Paese. Poi le contingenze di politica internazionale permisero l’apertura di governo verso il centro-sinistra, finché la corruzione dei partiti che avevano in qualche modo guidato l’Italia fu resa di pubblico dominio. Il quadro politico si rivoluzionò.

L’Italia intanto attraversò tutte le fasi che caratterizzarono il resto del mondo, dal “boom economico” dei Paesi industrializzati allo sconvolgimento del Sessantotto; e conobbe la lacerazione della “strategia della tensione” e gli “anni di piombo” del terrorismo.

Il mondo del lavoro negli anni della guerra

Al tempo della seconda guerra mondiale, l’Italia era ancora nettamente distinta tra una parte del Nord industrializzata e il centro-sud agricolo.

L’industria era concentrata nel triangolo Torino-Genova-Milano. Le grandi fabbriche (Fiat, Ansaldo, Pirelli, Borletti, Falck e Marelli) avevano assorbito molta manodopera: a Milano la classe operaia contava il 44,5% della popolazione totale.

Il mondo rurale era più variegato. Nell’Italia centrale e in alcune zone dell’Emilia Romagna e del Veneto il rapporto di lavoro era costituito dal contratto di mezzadria: divisione del raccolto e delle spese tra proprietari e contadini. Il contratto passava normalmente da padre in figlio, perciò i contadini godevano di una sistemazione logistica duratura e mantenevano un contatto attivo con i proprietari. Nella società rurale i mezzadri costituivano un ceto privilegiato; e ciò fu alla base della pace sociale che caratterizzò il Centro agricolo d’Italia.

Nel Sud, la condizione agricola presentava due fasce: quella delle zone fertili, a coltura intensiva di vigne e alberi da frutto (il Sud “alberato”: Bari, Otranto, Sicilia orientale), e quella a coltura estensiva di cereali e a pascolo (Sud “nudo”). Una parte del Sud “alberato” era affidata a contadini in forma stabile, ma c’erano anche i salariati alle dipendenze di aziende agricole. Nel Sud “nudo” lavorano braccianti a giornata, alla dipendenza dei proprietari o degli intermediari (fittavoli o fattori): erano assunti “a tempo”, senza alcuna garanzia, e pagati miseramente. Essi vivevano nei paesi.

Sull’altopiano dominava il latifondo: proprietà terriere molto vaste (in Sicilia costituivano l’80% di tutta la terra coltivata nella regione). Il termine è andato a significare una forma di rapporto di lavoro tra proprietari e lavoratori agricoli: il contratto era al massimo di durata annuale e fissava in genere per il lavoratore il 25% del raccolto. Tale forma di contratto assicurava ai proprietari tre vantaggi: l’acquiescenza dei contadini, la possibilità di assumerne altri a condizioni più vantaggiose, l’alta redditività. Per tal motivo i latifondisti non facevano molti investimenti per migliorare la produzione.

Il latifondismo ebbe lunga vita, perché giovava alla classe dei notabili. Di fronte all’immobilismo statale, il Meridione sviluppò la totale sfiducia nello Stato. Poi i disagi dovuti alla “battaglia del grano” in epoca fascista (quote di prodotti a favore dello Stato) e la miseria derivante dalla guerra esasperarono le masse rurali del Sud: alcune manifestazioni sfociarono in scontri campali con le forze dell’ordine e nell’occupazione di quelle parti dei latifondi che erano tenute incolte dai proprietari (Sicilia, Basilicata e Calabria).

Il mondo del lavoro prese posizioni diverse a proposito della resistenza contro i tedeschi e i fascisti. Gran parte della classe operaia riteneva che la resistenza armata doveva limitarsi ai casi estremi di difesa: per il resto, bisognava attendere la liberazione da parte degli Alleati (“attendismo”). La linea opposta sottolineava l’opportunità che, anche come popolo, gli italiani avessero parte attiva nella guerra: questione di dignità. Ma anche di interesse: vantare meriti di fronte ai futuri vincitori. Ne nacque la guerra civile. Gli operai affiancarono la resistenza con scioperi e con altre interruzioni della produzione nelle fabbriche. La prospettiva era l’insurrezione generale dei lavoratori: la si pronosticava imminente. Ma di fatto ci fu la deportazione di operai da parte dei tedeschi.

Quanto al mondo rurale, si trovarono ad avere un ruolo importante i mezzadri, soprattutto dopo l’8 settembre 1943. Essi potevano, a loro arbitrio, salvare militari e politici in fuga. E alla minaccia dei tedeschi di deportare in Germania 100.000 contadini e di vietare la macina del grano, i mezzadri toscani scesero in sciopero, con successo (inizio 1944).

Riorganizzazione dei partiti e “unità nazionale”

Durante la guerra alcuni politici riorganizzarono le fila dei partiti o all’estero, o clandestinamente, in Italia. Erano distinti in “moderati” (liberali e democratico-cristiani) e “di sinistra” (repubblicani, socialisti, comunisti ed esponenti di Giustizia e Libertà). I moderati si presentavano come portatori dei valori della democrazia liberale; gli uomini di sinistra come rivoluzionari, ma con punti di vista differenti: i comunisti si ispiravano all’URSS di Stalin, i socialisti al proletariato internazionale sulla linea di Lenin, di Trotzkij e di Rosa Luxemburg.

I socialisti formarono il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (agosto 1943 con Giuseppe Romita; dal 25 luglio 1943 con Pietro Nenni). Il Partito d’Azione (luglio 1942) contava personalità di rilievo quali Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Norberto Bobbio. I comunisti, già promotori di rivolte operaie, formarono il Partito Comunista Italiano (con Palmiro Togliatti) e organizzarono un fronte antifascista anche con esponenti moderati (1942/43). Nel campo moderato si costituì in partito il gruppo più consistente, quello della Democrazia Cristiana (gennaio 1943).

Questi partiti diedero vita al CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale (9 settembre 1943). Esso si prefiggeva la sconfitta del fascismo e il ripristino della democrazia genericamente detta “progressista”. Malgrado le espressioni “rivoluzionarie”, Togliatti e Nenni esclusero la “rivoluzione di classe”: essa avrebbe comportato il conflitto armato con l’esercito e rischiato di provocare l’intervento anglo-americano, che in Grecia appoggiò il governo Papandreu travolgendo le forze partigiane (dicembre 1944). L’idea della rivoluzione fu sostenuta solo da alcune correnti (quali quella di Lelio Basso e di Bordiga).

Quindi si costituì il Governo di Liberazione Nazionale (con Ivanoe Bonomi) e poi il quello di “unità nazionale” (21 giugno 1945), prima con Ferruccio Parri e poi con Alcide De Gasperi (10 dicembre 1945). Nelle elezioni per l’Assemblea Costituente (1946) la DC ottenne il 35,2% dei voti, il PSIUP il 20,7%, il PCI il 18,9%. E quando, subito dopo, fu costituito il nuovo governo, esso fu affidato ancora alla DC, con De Gasperi (2 febbraio 1947). E fu ancora un governo di “unità nazionale”.

La scelta “moderata”

Nell’immediato dopoguerra, la DC contava solo 608.000 iscritti. Ma De Gasperi seppe attirare la gran parte del ceto medio: da un lato si presentava come garante della democrazia non comunista; dall’altro, propugnava l’idea della partecipazione di tutto il popolo alla conduzione dello Stato. In sostanza De Gasperi era anticomunista, e la sua politica era “di centro”: così nel suo successivo governo (detto “della rinascita e della salvezza”, maggio 1947) escluse la collaborazione dei partiti di sinistra. E iniziò lo scontro.

Il PCI nell’immediato dopoguerra contava, da solo, già ben 1.760.000 iscritti. Tuttavia i partiti di sinistra non attuarono la rivoluzione armata temuta da tutti. Oggi si sa che i comunisti erano pronti a prendere le armi; ma i loro dirigenti (Pietro Secchia e Togliatti) ne furono dissuasi dai vertici sovietici (dicembre 1947 e marzo 1948), perché ciò avrebbe scatenato la guerra.

Si ebbe lo scontro politico, nella battaglia elettorale per le elezioni del 18 aprile 1948, che toccò punte infuocate. I partiti di sinistra si erano uniti nel Fronte Democratico Popolare. La popolazione ebbe paura; e preoccupava il fatto che poco prima i comunisti erano andati al potere in Cecoslovacchia con un colpo di Stato (febbraio 1948). D’altronde, gli USA minacciarono di sospendere gli aiuti alimentari (Piano Marshall), se i partiti di sinistra fossero entrati nel governo. La DC ottenne il 48, 5% dei suffragi.

Oggi si sa che il Fronte Democratico Popolare non avrebbe mai potuto costituire il governo: se alle elezioni avessero vinto i partiti di sinistra, sarebbe stato attuato il colpo di Stato. E anche in occasione dell’attentato alla vita di Togliatti (14 luglio 1948), la dirigenza comunista scelse la via della legalità.

Dopo le elezioni del 1948, la DC assorbì nel governo la destra liberale e la sinistra moderata, in posizioni subordinate. Entrarono nella compagine governativa il Partito Liberale, il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (per allora, di Saragat) e il Partito Repubblicano Italiano. Un anno dopo, Pio XII sanzionò la scomunica contro i seguaci del marxismo (febbraio 1949).

Politica sociale e consolidamento governativo

Il governo della DC, sotto la spinta della sua ala di sinistra (furono famosi Giuseppe Dossetti e Amintore Fanfani), affrontò in modo prioritario il problema sociale.

Fanfani, ministro del Lavoro, varò il piano INA-Casa per risolvere il problema locativo dei lavoratori (28 febbraio 1949): finanziare la costruzione di “case popolari” per i meno abbienti. L’INA, l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, era già un ente pubblico, creato per ogni forma assicurativa di pubblica utilità (1912). Nel mondo rurale, la sollecitazione fu più pressante: ci furono agitazioni dei braccianti in Abruzzo e occupazioni di terre nel Sud (febbraio-marzo 1950). Fu così varata la riforma agraria (12 maggio 1950): essa rendeva inconveniente possedere terre non coltivate con efficienza, dato che la distribuzione dei prodotti era a vantaggio dei coltivatori. Ma non fu intaccato il latifondismo, difeso dalle correnti di destra della DC, dato che le grandi estensioni agricole permettevano comunque un buon margine di utile ai proprietari. In pratica, la riforma agraria colpì i piccoli proprietari.

Il governo diede mano anche alla riforma tributaria (legge Vanoni, gennaio 1951, poi in vigore fino al 7 ottobre 1974): essa impose l’obbligo della denuncia dei redditi. Ma fu una legge più che altro teorica: oggi si ammette che, di fatto, si dichiarava al fisco quel che si voleva. A proprio gusto. I partiti della maggioranza di governo attrassero il consenso soprattutto dei ceti legati al commercio e alle libere professioni.

La politica di riforme non convinse il maggiore esponente della sinistra democristiana, Giuseppe Dossetti: egli abbandonò la vita politica (1951) e poi si fece monaco. La DC invece, che confidava nel consenso degli italiani, varò la legge elettorale maggioritaria (28 maggio 1953): in base ad essa, la coalizione che avrebbe raggiunto il 50% dei voti, più uno, avrebbe ottenuto il 65% dei seggi. Alle elezioni i partiti di governo non raggiunsero la quota (7 giugno 1953).

Ricostruzione economica e partitocrazia

Dopo la guerra, la ricostruzione economica del Paese era la necessità impellente. L’intervento più organico fu promosso dal ministro del Bilancio, Vanoni (“Schema decennale di sviluppo del reddito e della occupazione”, 1955), per raggiungere il pareggio statale della bilancia dei pagamenti, ridurre la disoccupazione e superare il divario fra Nord e Sud. Per conseguirlo, si avviò la forma di economia “mista”: oltre al capitale privato, fu introdotto il diretto intervento statale in settori ritenuti propulsivi: agricoltura, aziende di pubblica utilità e opere pubbliche.

Il ruolo centrale fu affidato all’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi, 1953), guidato da Enrico Mattei, per coordinare le attività minerarie e petrolchimiche, facenti capo all’AGIP (Azienda generale italiana petroli, 1953); sul piano finanziario, le aziende a prevalente capitale pubblico dipendevano dall’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), esistente già dal 1933 per sostenere le attività economiche in crisi. Il ministero delle Partecipazioni Statali aveva il compito di coordinare il tutto (1956). Tra l’altro fu nazionalizzata l’erogazione dell’energia elettrica (ENEL, inizi anni ‘60, governo Fanfani). Ma il problema principale restava il Meridione. Per promuovere la sua economia, fu istituita la Cassa per il Mezzogiorno per le sovvenzioni statali a favore del Sud (10 agosto 1950; poi abolita nel 1983). Di fatto, essa ne favorì l’immobilismo economico e costituì quella immensa miniera da cui i partiti politici estraevano soldi e consensi elettorali, senza limite e senza ritegno.

In effetti la “partecipazione statale” all’industria e alla finanza attivò investimenti nelle opere pubbliche (strade, ferrovie, scuole, telefonia) e contribuì alla rinascita economica del Paese. Ma gli interessi dei partiti e la politica di demagogia educò al clientelismo e favorì la corruzione in politica. Le cariche direttive degli enti a capitale pubblico erano divise tra i partiti (“lottizzazione”), con accordi a livello di sostegno politico in Parlamento. Sul piano finanziario, traevano beneficio i settori industriali che garantivano ai partiti voti e soldi, indipendentemente dai reali interessi del Paese; spesso, a suo danno. Sul piano politico, invalse la prassi per cui l’accordo tra i partiti sull’approvazione o meno delle leggi in Parlamento era legato al fatto che l’uno o l’altro gruppo politico ottenesse, oppure no, la direzione di qualche ente lucroso. L’interesse dei partiti prevaleva sull’interesse dello Stato.

La questione del socialismo nel governo

Gli anni ‘50 offrirono una serie complessa di circostanze che permisero al partito di governo di imporsi alla guida del Paese. Giovarono al suo rafforzamento i disaccordi in seno ai partiti minori, l’indebolimento dei partiti di destra, le controversie tra quelli di sinistra.

Per avere un’idea, si ricordi che dal PLI si staccò un settore radicale (1955/56), che poi sarebbe diventato il movimento radicale di Pannella; il PRI si divise tra chi accettava l’alleanza con i cattolici (Ugo La Malfa) e chi voleva separarsene (Pacciardi); il Movimento Sociale Italiano litigava tra l’ala destra (Michelini) e l’ala sinistra (Almirante), con conseguente calo di consensi elettorali (1958).

La DC negli anni ‘60 dovette però fare i conti con una nuova forza che stava affiorando con decisione: il PSI. Il percorso fu spinoso.

Ancora il 2 gennaio 1945, “L’Osservatore romano” aveva condannato che la Democrazia Cristiana fosse al governo con i partiti di sinistra. Il 22 agosto 1957 criticò Fanfani, dichiarando che la politica deve soggiacere alla morale e che la morale è insegnata dalla Chiesa: Fanfani aveva semplicemente sostenuto l’autonomia della politica dalla gerarchia ecclesiastica (19 agosto 1957). In linea con questa dottrina, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in vista delle elezioni politiche (25 maggio 1958), invitò con lettera pubblica i cattolici a votare in conformità con i principi della Chiesa (2 maggio 1958).

Ma intanto alcuni avvenimenti all’estero scuotevano anche il panorama politico italiano. L’insurrezione operaia a Poznan (Polonia, giugno 1956) e la repressione sovietica in Ungheria (novembre 1956) condussero il PSI ad allentare i rapporti col PCI. La fine del mito di Stalin e l’ascesa di Kruscev (1956) scossero il PCI: il modello sovietico fu ritenuto “non obbligante” e la Costituzione italiana fu assunta non come arma da utilizzare per arrivare alla lotta armata, ma come base dello sviluppo organico della vita nazionale per il futuro (“l’Unità”, 14 ottobre 1956).

Ad avviare il dialogo con il PSI fu la DC di Aldo Moro (segretario dal 14 marzo 1959). Dopo la parentesi del governo Tambroni (25 marzo 1960), appoggiato solo dal MSI e dai monarchici e peraltro molto contestato, al successivo governo (Fanfani, 26 luglio 1960) il PSI diede l’appoggio esterno e il PCI scelse la linea dell’opposizione morbida. E fu il governo definito sottilmente da Aldo Moro delle “convergenze parallele”.

L’ulteriore governo Fanfani (21 febbraio 1962) aveva ancora il solo appoggio esterno del PSI; ma quando nelle elezioni politiche il PCI avanzò di circa il 2% (28 aprile 1963), la DC varò il governo di “centro-sinistra organico” (Moro, 4 dicembre 1963). Ciò provocò la scissione della sinistra del PSI (Nenni e Lombardo), che fondò il nuovo Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (gennaio 1964); ma lo stesso anno si ebbe il primo presidente di sinistra della repubblica, Giuseppe Saragat (28 dicembre 1964), fondatore del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (1947), poi denominatosi Partito Socialista Democratico Italiano.

C’è da ricordare, al contempo, che dopo il 1962 la DC esplose in una frammentazione di “correnti” che ormai andava al di là di qualsiasi ideologia. Il loro moltiplicarsi accrebbe vertiginosamente il bisogno di fonti economiche per sovvenzionare questi gruppi: portò al clientelismo, quindi alla pratica delle “tangenti” sulle attività economiche pubbliche e private.

L’esito di questa situazione confusa fu che Moro, in due suoi governi, venne messo in minoranza in Parlamento: una volta sul finanziamento statale delle scuole a gestione privata (giugno 1964), poi sulla istituzione della scuola materna statale (gennaio 1966). Il nuovo governo Moro (febbraio 1966) non avanzò più proposte di cambiamenti significativi nelle istituzioni.

La “rivoluzione” operaia

La “rivoluzione globale” del Sessantotto maturò nel mondo del lavoro l’idea della trasformazione dei rapporti socio-economici. Ma i tradizionali partiti di sinistra, in Italia come in Francia, non sostennero la protesta rivoluzionaria degli operai. Così nacque la “nuova sinistra”.

Essa raggruppò organizzazioni di ispirazione leninista e maoista (Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia, “il Manifesto”, che fondò l’omonimo quotidiano, ecc.). Il loro modello di organizzazione era quello dei “comitati unitari di base”: a decidere gli scioperi e a coordinare le lotte nel sociale e nel lavoro doveva essere la base operaia, in forma diretta, senza la mediazione dei sindacati, ormai legati al potere politico dominante. I militanti dei gruppi rivoluzionari in Italia furono più numerosi che in ogni altro Paese europeo; ma si contrapponevano a vicenda, in modo estremamente caparbio e cerebrale, su sottili e minuziose analisi circa l’interpretazione della dottrina di Marx e la “prassi rivoluzionaria e politica”. I risultati furono sterili.

L’idea rivoluzionaria si diffuse, tuttavia, nel mondo operaio, senza gli intellettualismi studenteschi. Le rivendicazioni sovvertirono il rapporto della classe operaia con i sindacati. Il primo episodio storico avvenne alla Pirelli (Milano, giugno 1969): restò il modello delle successive manifestazioni. I rivoltosi non si accontentarono degli aumenti salariali chiesti dai sindacati, ma esigevano miglioramenti delle condizioni di lavoro: l’eliminazione del lavoro a cottimo, la diminuzione dell’orario lavorativo e il principio che il salario è indipendente dalla produttività dell’azienda. Il simbolo della rivolta operaia divenne, per la sua virulenza e vastità, “corso Traiano” (Torino, 3 agosto 1969): furono erette barricate e fu ingaggiata battaglia con le forze dell’ordine.

Il movimento operaio inventò la prassi dello sciopero “selvaggio” (senza preavviso) e “a scacchiera” (astensione, a turno, nei vari reparti della fabbrica), che bloccavano tutta l’attività produttiva; e praticò l’“occupazione delle fabbriche” (a somiglianza di quella delle scuole e delle università): gli operai svolgevano riunioni in fabbrica e impedivano che vi si lavorasse. Le assemblee potevano avvenire in qualsiasi momento: in modo spontaneo. Il danno economico per gli operai era minimo.

Riassorbimento sindacale del rivoluzionarismo

L’avversione al capitalismo non era così diffusa come ritenevano i rivoluzionari: era troppo radicato il legame del proletariato con i sindacati e con i partiti tradizionali. I sindacati però diventarono più esigenti con la classe industriale e con il governo e mobilitarono le masse con più determinazione, con grandi scioperi nazionali, a partire dall’“autunno caldo” (1969). Alla fine del 1969 le lotte sindacali ottennero importanti risultati in ordine alla riforma del lavoro: aumenti salariali uguali per tutti, indipendentemente dalle zone geografiche e dal livello economico dell’azienda; introduzione della settimana lavorativa di quaranta ore; agevolazioni a favore dei lavoratori studenti e degli apprendisti; diritto di assemblee di fabbrica nelle ore di lavoro, pagate fino a un massimo di dieci ore l’anno.

Un fatto rilevante fu che per la prima volta scesero in sciopero i tecnici, gli impiegati, i funzionari, gli statali e le categorie del terziario. A volte gli scioperi avevano obiettivi non economici ma organizzativi, come l’efficienza nei servizi pubblici e una maggiore democrazia nei posti di lavoro. Fu così introdotto il nuovo sistema di rappresentanza (che sostituì le commissioni interne) basato sui “consigli di fabbrica”. I compiti dei consigli di fabbrica erano di elaborare in stretto collegamento con i lavoratori l’attività sindacale in fabbrica; promuovere iniziative per risolvere i problemi collegati alla vita del lavoratore nella fabbrica e nella società; contribuire alla elaborazione delle linee politiche sindacali generali.

Incanalato in questa politica progressista, il movimento operaio rinunciò allo spontaneismo rivoluzionario, si garantì maggiore rappresentatività in fabbrica e ottenne la solidarietà da parte della collettività nazionale. I sindacati videro allora la massima adesione dei lavoratori. Nel settore privato la CGIL e la CISL passarono da circa 4.000.000 iscritti a 5.400.000 dal 1968 al 1972; nel 1975 arrivarono a oltre 6.670.000.

Forti di questo consolidamento e consapevoli della loro incidenza nella società, i maggiori sindacati costituirono in federazione, pur nell’autonomia di ciascuno. Tra l’altro ottennero per i lavoratori il diritto di frequentare corsi di studio, organizzati dal sindacato, per 150 ore annue retribuite. L’innovazione sviluppò la coesione tra mondo del lavoro e mondo della cultura. Anche se i lavoratori frequentavano i corsi prevalentemente per ottenere qualifiche più elevate, l’esperienza tentò di realizzare una rivoluzione mentale: avvicinare due “mondi” che erano sempre stati separati.

Situazione socio-economica nel Sud

Differente era la situazione nel Mezzogiorno. La società meridionale era cambiata, rispetto agli inizi del secolo: la povertà assoluta e generale non esisteva più, o era limitata. Ma mancava del senso dell’organizzazione nelle rivendicazioni sociali: la ribellione fu caotica e indisciplinata.

La classe operaia costituiva nel Meridione una esigua porzione della popolazione ed era concentrata nelle industrie petrolchimiche e metallurgiche, nella cantieristica e nei trasporti; in pratica, era isolata in alcuni grandi complessi industriali, eretti negli anni ‘60 e definiti “cattedrali nel deserto”. Per tal motivo non ebbe i vantaggi come al Nord, anche se non mancarono, in alcuni centri, rivolte rabbiose e disperate. Nella primavera del 1969, contro la minaccia di chiusura di alcune fabbriche alimentari, la città di Battipaglia insorse con ferocia, saccheggiando negozi e attaccando le stazioni di polizia. Più duratura fu la sommossa di Reggio Calabria (luglio 1970): si protrasse per più di un anno in uno scenario da rivoluzione urbana. Si consideri al riguardo che in tutta la Calabria solo 5.000 lavoratori erano occupati in modo stabile in grandi aziende e che nella sola città di Reggio 12.000 persone vivevano in locali fatiscenti. La manodopera era in gran parte riversata nel commercio al dettaglio, ma i negozi continuavano a fallire per il loro numero esorbitante in rapporto agli abitanti.

Gli episodi di ribellione furono repressi duramente, come ad esempio la sommossa ad Avola (Siracusa) del dicembre ‘68 dei braccianti senza terra. E neppure dopo gli anni roventi del Sessantotto il Meridione modificò di molto la situazione. I paesi agricoli dell’interno erano quasi spopolati; si era formato un vasto ceto di commercianti al dettaglio, di impiegati e di piccoli proprietari, e in genere i risparmi degli emigrati erano usati per l’acquisto di piccoli lotti di terreno e per la costruzione della propria abitazione: per la maggior parte, già un obiettivo appagante. Molti si affidavano alle varie forme di assistenza pubblica e alle pensioni di invalidità elargite con sistemi clientelari dallo Stato attraverso gli esponenti di partito.

La classe politica meridionale, visceralmente paternalistica e clientelare, vedeva invero con soddisfazione il caotico sviluppo economico e sociale del Sud. Ne traeva vantaggio elettorale e, attraverso le aziende pubbliche, anche economico, benché dovesse necessariamente stringere strette alleanze con le organizzazioni criminali.

Momenti di storia italiana
Dalla rivoluzione alla rifondazione

Contesto

Dopo la “contestazione globale”, l’acutizzarsi delle rivendicazioni sociali da una parte e, dall’altra, il progetto del partito comunista di inserirsi in modo organico nell’area di governo (“compromesso storico”) ispirarono innovazioni legislative. Ma al contempo produssero un clima arroventato sul piano politico e innescarono la “strategia della tensione”: “far politica” con atti terroristici. E fu l’inizio delle stragi.

Le forze politiche iniziarono a dilaniarsi. Ciascuna cercava soltanto di assicurarsi spazi di potere politico, finanziario, giudiziario, militare; e apparve sempre più chiara la distanza tra lo Stato e la società civile. Con la svolta del governo di centro-sinistra, la situazione non cambiò: la classe politica aveva acquisito ormai la mentalità secondo cui la “cosa pubblica” è dominio privato dei partiti.

Quando le condizioni storiche lo permisero, gli organi giudiziari smascherarono la corruzione dei partiti. Ben presto gli italiani delegittimarono molti “vecchi” partiti, ed entrarono in scena nuove forze politiche. Si parlò di “seconda Repubblica”. Ma forse fu solo romantica fantasia.

Provvedimenti legislativi “rivoluzionari”

Negli anni immediatamente successivi al Sessantotto la conflittualità tra i partiti e all’interno dei partiti divenne infuocata; i governi si susseguivano senza ritegno, e senza contegno. Si arrivò a varare persino un governo (con Giovanni Leone, 24 giugno 1968) dichiaratamente “balneare”: per le vacanze.

Tuttavia l’agitazione del Sessantotto impose nuove strategie. Il PCI doveva fare i conti con l’estremismo di sinistra e cercò con il segretario Enrico Berlinguer l’equilibrio fra le tensioni della base proletaria e l’esigenza della stabilità politica generale. La DC, poiché la contestazione aveva attirato molti cattolici, affidò il governo ad uomini dell’ala popolare del partito (Mariano Rumor, 12 dicembre 1968). Così la spinta al rinnovamento sociale condusse a provvedimenti legislativi di grande rilievo, almeno teorico.

Fu varata la legge sulle regole fondamentali del mondo del lavoro (“Statuto dei diritti dei Lavoratori”, 1970); furono introdotti nell’ordinamento statale l’istituto del referendum (1970), il divorzio (1970, poi confermato dal referendum popolare, 1974), il governo amministrativo delle Regioni (1970), il Servizio Sanitario Nazionale (1974) per eliminare la disparità di trattamento tra le varie fasce sociali con strutture sanitarie indipendenti: alcune categorie godevano di buone strutture sanitarie, altre erano servite da quelle statali, molto meno efficienti (la “Mutua”). Da allora, tutti quanti i cittadini dovevano essere trattati allo stesso modo. I più abbienti si rivolsero ai medici privati (dentisti, ginecologi, ecc.).

In campo fiscale, fu introdotta l’IVA, l’Imposta sul Valore Aggiunto, applicata al commercio e all’esercizio professionale (in vigore dal 1° gennaio 1973). Di fatto la legge risultò astratta, dato che mancava l’effettivo controllo statale sulle operazioni commerciali e professionali. Anzi, permise l’attività con duplice furto: gli acquirenti e i clienti versavano la quota d’imposta, “aggiunta” per legge al prezzo, ma in genere gli operatori non la versavano allo Stato, sicché frodavano sia i cittadini singoli, sia la collettività.

Completamente illusoria fu invece la legge sul finanziamento pubblico dei partiti (1974), per impedire che questi fossero sovvenzionati dal mondo industriale e finanziario con sistemi disonesti (emersi già nel gennaio 1974). Dopo di allora i partiti furono sovvenzionati dallo Stato e continuarono a ricevere i soldi dai privati: con le “tangenti”.

La questione del “compromesso storico”

Negli anni ‘74-‘76 si delineò la tendenza in un settore della DC (quello di Moro, presidente del Consiglio nazionale della DC) a favorire l’inserimento dei comunisti nell’area governativa: non si trattava di includerli nel governo, ma di collaborare con loro in “intese politiche”. Era la linea (“compromesso storico”) anche di Berlinguer, segretario del PCI, che peraltro proclamava un comunismo svincolato dall’URSS (“eurocomunismo”), il rispetto delle libertà occidentali e la partecipazione italiana alla NATO.

Del resto, l’imprenditoria “progressista” riteneva che fosse pregiudiziale per la stabilità politica italiana l’ingresso del PCI nell’area di governo. E Carter, candidato democratico poi eletto presidente degli USA, dichiarò di non ritenere “catastrofica” l’ipotesi che il PCI avesse parte nel governo nazionale (14 luglio 1976). Era il tempo in cui, dopo il ritiro degli USA dal Vietnam, si era offuscata l’immagine americana nel mondo (anche a causa del Watergate).

L’avvicinamento tra la DC di Moro e il PCI preoccupava tuttavia altri partiti: la solidarietà tra le due più consistenti forze politiche italiane li avrebbe emarginati. Il timore maggiore fu del PSI: il partito si affidò a Bettino Craxi (luglio 1976). Lo scopo era di rafforzare, con decisività, il PSI, per modo che, attraverso la convergenza di tutte le forze riformatrici di ispirazione laica e cattolica, fosse esso a gettare le basi per la “transizione al socialismo” (Congresso, 1978, in cui fu assunto come simbolo il “garofano rosso”).

Non tutte le correnti della DC erano favorevoli alla prospettiva di Moro, ma egli riuscì a tentare una maggioranza di governo programmata con il PCI (28 febbraio 1978): vi sarebbero entrati non politici comunisti, ma “tecnici” graditi al PCI. L’ambasciatore statunitense in Italia, Richard Gardner, aveva però avvertito (12 gennaio 1978) che gli USA non erano favorevoli alla partecipazione del PCI al governo. Fatto sta che fu insediato un altro governo Andreotti, con la sola DC (11 marzo 1978). Il 16 marzo 1978 fu rapito Aldo Moro (poi ucciso il 9 maggio 1978). L’elezione del socialista Sandro Pertini a presidente della repubblica (8 luglio 1978), rafforzando l’immagine del PSI, contribuì ad allontanare il PCI dal “compromesso storico”. Poi la DC escluse la collaborazione con il PCI: questa posizione della maggioranza al Congresso DC prese il nome di “preambolo” (20 febbraio 1980).

“Strategia della tensione” e terrorismo

I comunisti rivoluzionari, che contestavano il PCI “rifomista”, diedero vita a partiti di estrema sinistra (nel 1972, tra gli altri, il “Manifesto”; nel 1976 Democrazia Proletaria). Al contempo, l’elettorato si spostò a destra (7 maggio 1972); e nacque il partito unitario MSI-Destra Nazionale. Si consolidava inoltre la fascia politico-sociale (detta “maggioranza silenziosa”, costituita soprattutto da cattolici) che temeva la “rivoluzione rossa”.

In questa atmosfera si sviluppò la “strategia della tensione”: innescare il panico generale con azioni da guerriglia. Strumenti di questa tensione furono i gruppi clandestini, da una parte fascisti (Rosa dei Venti, Ordine Nuovo, Ordine Nero, Nuclei Armati Rivoluzionari, ecc.) e dall’altra marxisti-leninisti o maoisti (Brigate Rosse, Prima Linea, Gruppi di Azione Partigiana, ecc.), che si autodefinirono “partito armato”. I gruppi clandestini attuarono in modo massiccio la pratica di “far politica” con atti terroristici: nel 1978 ne furono compiuti 638, e 659 nel 1979. A iniziare dalle Brigate Rosse, gli attentati terroristici di sinistra colpivano fisicamente uomini connessi con gli apparati pubblici: alla fine del 1980, BR e Prima Linea avevano ucciso 71 persone e ferito 91. Quelli di destra furono in genere indiscriminati. Alcune stragi sono entrate nell’immaginario collettivo: alla Banca Nazionale dell’Agricoltura a piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1968), a piazza della Loggia a Brescia (28 maggio, 1974), al treno Italicus (4 agosto 1974), alla stazione di Bologna (2 agosto 1980), al treno Napoli-Milano (23 dicembre 1984).

I movimenti clandestini di estrema sinistra cercavano, probabilmente, di iniziare un processo rivoluzionario che avrebbe dovuto trascinare nella lotta le masse popolari. Essi si avvalevano di due livelli organizzativi: uno legale e palese, costituito dai loro partiti rappresentati in Parlamento; uno “illegale” ed occulto, che aveva il compito di destabilizzare la società con il terrore. I dirigenti del terrorismo appartenevano alle classi abbienti, ed erano colti. Essi contavano sugli strati emarginati della società come manodopera di reclutamento per le operazioni terroristiche.

Nel terrorismo non furono estranee connessioni internazionali. Per quello “rosso” sono emersi collegamenti con terroristi europei e palestinesi; per quello “nero”, con Stati dittatoriali quali quelli della Grecia dei Colonnelli e dell’America centrale e meridionale, ma anche con i Servizi Segreti, italiani compresi.

Gli inizi dello sfacelo politico

Il PSI, che aveva temuto l’intesa tra DC e PCI, consacrò con la DC il patto di ferro (febbraio 1980); e quando il PCI avanzò al PSI la proposta di un governo alternativo senza la DC (15 giugno 1983), rifiutò.

Del resto il PCI di Berlinguer (morì l’11 giugno 1983) si configurava sempre più come partito democratico: abolì il “centralismo democratico”, cioè la totale dipendenza dal capo del partito e l’emarginazione del dissenso interno (1983), e di lì a poco nella consultazione europea (17 giugno 1984) superò i suffragi ottenuti dalla DC (33,3% contro il 33%). La DC invece attraversava diverse difficoltà: nelle elezioni politiche (26 giugno 1983) toccò il minimo storico (32, 9%), e la scoperta della Loggia massonica segreta, Propaganda 2 (P2), rivelò che vi erano affiliati 35 deputati della DC, tra cui alcuni ministri in carica. Craxi divenne presidente del Consiglio (4 agosto 1983).

Il PSI si proponeva l’alternativa politica formata da una “Italia laica, popolare di sinistra, anche se comprendente molti cattolici” (così, il 5 aprile 1985, Claudio Martelli, vicesegretario del PSI). La DC si sentì minacciata. In seguito ritirò i suoi ministri dal governo, e Craxi si dimise (3 marzo 1987).

In attesa delle elezioni anticipate, si costituì un governo di transizione (Fanfani, 14 aprile 1987). Esso, per permettere le elezioni anticipate, era interessato ad avere la sfiducia delle Camere: perciò, nel voto di fiducia al governo costituito dalla DC, la DC si astenne. Mino Martinazzoli, quando annunciò l’astensione del partito come capogruppo dei deputati DC, sembrò turbato, per la vergogna. Ma la politica era ormai tutta una vergogna. Allora, per ridare spinta alla DC, la campagna elettorale del 1987, una delle tante all’epoca, fu impostata come un confronto epocale: “L’Osservatore Romano” avvertiva che la crisi politica forse aveva messo per la prima volta il Paese di fronte all’alternativa DC e PCI (5 giugno 1987). Non era vero. Comunque ebbe effetto: il PCI registrò un lieve calo, il PSI e la DC un incremento. Poi il PSI si accontentò che la DC non avesse la presidenza né della Camera, che restò a Nilde Iotti, né del Senato, affidata a Spadolini.

Del resto, il PSI non avanzò alcuna alleanza alternativa, malgrado il teorico schieramento “laico e socialista”, ventilato da Craxi e poi emerso nei referendum sul nucleare e sulla giustizia (8 novembre 1987), raggiungesse la maggioranza dei suffragi.

Disgregazione e formazione di partiti

I partiti si frammentavano, si sgretolavano. Morivano. Il caso più vistoso fu il PLI: si divise in sei spezzoni (Congresso, dicembre 1988). Quanto alla DC, si susseguivano intrighi romanzeschi. Un solo esempio: De Mita, capo del governo, sostenne la sua vecchia idea secondo cui alla DC non c’era alternativa: sbagliava chi la riteneva un partito capace soltanto di “lotte di potere” tra i suoi esponenti. Ed ecco quel che avvenne: De Mita ricevette da Andreotti l’assicurazione che sarebbe stato “certamente” sostenuto da tutta la DC come presidente del consiglio (22 febbraio 1989). Pochi mesi dopo (maggio 1989) un accordo tra Andreotti e Craxi fece cadere il governo De Mita. Fu sostituito da Andreotti (23 luglio 1989).

Intanto gli anni ‘80 erano segnati dal rivolgimento nell’URSS. In Italia i partiti di estrema sinistra andarono in crisi: significativo fu il distacco di Mario Capanna da Democrazia Proletaria, legata a concezioni ormai “vecchie”. Al contempo la politica si apriva al problema ecologico: con le solite divisione tra “rossi” e “verdi”. Ma il cambiamento più significativo fu quello del PCI: fu sostituito dal Partito Democratico della Sinistra (PDS), guidato da Achille Occhetto (8 febbraio 1991), mentre l’ala di sinistra (Armando Cossutta, Pietro Ingrao) fondò Rifondazione Comunista (12 dicembre 1991).

Al contempo si delinearono nuove formazioni politiche. Importanti a livello nazionale furono La Rete (21 marzo 1991), con Leonluca Orlando, distaccatosi dalla DC dopo aver riflettuto sugli intrecci, poi denunciati dalla Commissione parlamentare antimafia (1993), tra amministrazione pubblica, mafia e imprenditori; il “movimento referendario” (Mario Segni), allargato a tutte le forze politiche, che tra l’altro si proponeva di modificare alcune forme istituzionali del sistema elettorale che favorivano il clientelismo e gli accordi tra i politici (“cordate”); le Leghe (Umberto Bossi), già comparse negli anni ‘80 e poi confluite nel “movimento politico federalista” della Lega Lombarda. Più complesso è il discorso sul Partito Radicale. Sorto dalla sinistra liberale (dicembre 1955), si caratterizzò come “movimento” di difesa dei diritti civili anche in altri Paesi: perciò fu “transnazionale” e “interpartitico”. Ma quando si presentò alle elezioni politiche con lista propria (diventata per l’occasione lista Pannella-Sgarbi), declinò: ebbe l’1,9% dei suffragi (12 aprile 1966). Pannella non fu riconfermato.

Le radici della protesta del “Nord”

La protesta del “Nord” ha motivazioni storiche ed economiche. Sul piano storico, si osservava che l’Unificazione italiana aveva creato un unico Stato per popoli troppo differenti per tradizioni, cultura e storia: nel Meridione l’Illuminismo o non era arrivato per niente, o era fallito del tutto. Vi mancava il senso dello “Stato di diritto”, cioè di quella “cosa pubblica e uguale per tutti” in cui diritti e doveri sono fissati per legge e in cui i rapporti tra cittadini e Stato sono regolati in base a un codice identico e vincolante per ciascuno. Il Meridione era abituato a concepire i rapporti, anche pubblici, in termini personalistici: dal potere si può ricevere solo un “piacere”, un beneficio, e per ricevere un piacere bisogna entrare nelle grazie del padrone.

Sul piano economico, si considerava che il Meridione, se ha procurato manodopera all’apparato produttivo settentrionale, tuttavia nel suo complesso non si è sviluppato economicamente; e ciò, perché alla classe politica dirigente faceva comodo poter contare su una sacca di sottosviluppo, al fine di praticare la sua politica di “aiuti” e “favori” dello Stato, che assicurano il clientelismo. Per questo motivo le Leghe hanno auspicato l’autonomia territoriale, per cui la ricchezza sia trattenuta dove è prodotta: in mancanza di tale autonomia, il risultato è stato il cattivo funzionamento a livello nazionale dei servizi statali.

Il successo elettorale delle Leghe nelle elezioni amministrative (5,4% dei suffragi, 6 maggio 1990) e in quelle nazionali (8,7%, 5 aprile 1992; oltre il 10%, 21 aprile 1996) ha spinto il mondo politico a prendere in esame l’idea federalista, avanzata con insistenza dalle Leghe. Si premurò di annunciarlo il presidente della Camera nel discorso del suo insediamento (Luciano Violante, 10 maggio 1996).

“Partitocrazia” e “tangente”: la politica italiana

La classe politica dominante si era mantenuta al potere e si era assicurata il flusso di danaro mediante accordi con gli imprenditori: i politici favorivano le imprese, le imprese finanziavano i politici. Era la “tangente” sugli appalti assegnati agli imprenditori. La scoperta ufficiale avvenne il 17 febbraio 1992. Ma il fenomeno era risaputo.

Il ricorso alle tangenti è stato così regolare e regolamentato, che lo si è definito “burocratico”: un’impresa otteneva appalti di lavori pubblici solo a fronte di un esborso a favore dei partiti. L’intreccio era molto articolato: erano coinvolti criminali e uomini appartenenti alle cariche istituzionali dello Stato. Alcuni magistrati, poi inquisiti, provvedevano a “insabbiare” i processi a carico di politici e di criminali legati ai politici.

Come prassi generalizzata, ciò fu reso possibile, perché i partiti si erano impadroniti dello Stato come loro dominio privato: fenomeno che va sotto il nome di “partitocrazia”. I partiti hanno gestito le funzioni pubbliche (Parlamento, Amministrazioni statali, in parte la magistratura) come loro proprietà: così lo Stato italiano ha perso i caratteri di ente di diritto pubblico e ha acquistato quelli di ente ad interesse corporativo privato. I partiti di governo puntarono a gestire i centri economici di diritto pubblico (“conquista del sottogoverno”), quali IRI, ENI, Cassa per il Mezzogiorno, banche con capitale pubblico, assumendo comportamenti da “padroni” dello Stato. I partiti dell’opposizione si sono accontentati di dividersi la “torta”.

A sua volta, ciò è stato favorito dal dominio di un solo partito, che ha dato luogo alla democrazia imperfetta: l’impraticabilità dell’alternanza di governo. Per decenni, non è stato possibile che andassero al governo forze politiche della opposizione. Il pluralismo democratico è stato un’astrattezza.

Il problema della spartizione diventava delicato, in quanto bisognava affrontare le richieste delle “correnti” all’interno dei partiti. Il ruolo delle correnti incideva innanzitutto nella formazione o nella destituzione dei governi dello Stato: per tal motivo si susseguivano scanzonatamente i “rimpasti” di governo: i governi cadevano e si riformavano con lo stesso presidente, ma con qualche cambiamento di uomini nei vari dicasteri. E innumerevoli furono i governi stessi: dal secondo dopoguerra al 1992, erano stati 50. Più governi che anni di governo.

Il “terremoto” politico

Il primo “terremoto elettorale”, come venne definito, furono le elezioni politiche del 5 aprile 1992: la DC scese al di sotto del 30% dei suffragi, il PSI si attestò al di sotto del 14%, il PDS ottenne il 16%. Un altro “terremoto” fu che i cattolici non si orientarono più verso un solo partito. Significativo fu il caso della Rete, che vide la confluenza di cattolici e di comunisti nello stesso partito; comunque, i cattolici non si adeguarono più all’invito dei vescovi alla “coerenza e all’unità politica”.

Alla Presidenza della Repubblica e a quelle del Senato e della Camera furono eletti uomini ritenuti estranei alla spartizione del potere: Oscar Luigi Scalfaro (DC), Giovanni Spadolini (PRI) e Giorgio Napolitano (PDS). Ma nel complesso i partiti mostrarono di difendere le loro posizioni: il governo Amato cercò di assicurare larga impunità ai politici accusati di “tangenti” (febbraio-marzo 1993), ma il presidente della repubblica, impressionato anche dalla sollevazione popolare, non volle firmare il decreto-legge. Però, difendendosi in questo modo, i partiti si scavarono la fossa. Dopo le elezioni amministrative (1993), alcuni partiti scomparvero (PSI, PSDI, PLI), la DC scese al 10% dei voti. Era chiaro che i deputati non rappresentavano più gli elettori, allora il governo fu affidato ad un “tecnico”, Carlo Azeglio Ciampi, ex governatore della Banca d’Italia. Intanto alcuni partiti cambiarono qualcosa: il nome; e la DC si frazionò: sorsero il Partito Popolare Italiano (PPI), il Centro Cristiano Democratico (CCD), il gruppo del segretario Martinazzoli, il Patto per l’Italia di Mario Segni. Il MSI divenne Alleanza Nazionale. In questo contesto entrò in politica Silvio Berlusconi: fondò Forza Italia e fu visto come l’argine contro il PDS e i suoi alleati.

In questo scenario del tutto diverso, i partiti, ancora più numerosi di prima, si raggrupparono in tre coalizioni (elezioni politiche, 27 marzo 1994): Polo progressista, di ispirazione socialdemocratica; Polo delle libertà, di ispirazione liberale; Centro. La vittoria del Polo delle libertà portò Berlusconi alla presidenza del Consiglio (aprile 1994). In seguito si costituirono solo due concentrazioni (elezioni politiche, 21 aprile 1996): di destra e di sinistra. Questa volta vinse la coalizione di sinistra, denominata “Ulivo”, e divenne presidente del Consiglio Romano Prodi, il promotore dell’Ulivo.

Origini sociali della mafia e suoi sviluppi

La “mafia” ebbe origine nel contesto della civiltà agricola siciliana. La sua caratteristica è stata la difesa di determinati ceti sociali, in una situazione di radicale indifferenza dei governanti nei confronti della società meridionale.

Il sistema feudale, per la sua struttura socio-economica, si divideva in tante “proprietà padronali”, quindi non comportava il “senso della statalità” e imponeva a ciascuno di provvedere alla difesa dei propri interessi. Il sistema feudale, sostituito dallo “Stato di diritto” nell’Europa centro-settentrionale in seguito alla rivoluzione illuminista, sopravvisse nell’Italia meridionale ancora nell’800, favorito dalla dominazione borbonica di stampo feudale. In Sicilia, agli inizi dell’Ottocento la classe dei nobili e dei proprietari terrieri manteneva alle proprie dipendenze squadre di uomini armati per la difesa delle proprietà; poi la mentalità feudale, a causa della persistenza delle precedenti condizioni socio-economiche, sopravvisse all’abolizione legislativa (1812) e giuridica (1818) del sistema feudale. Nel corso dell’Ottocento i “gruppi di protezione” si misero a servizio del monopolio terriero, costituito sempre più dai nuovi proprietari, quei fittavoli o gabellotti che si erano impossessati delle terre dei padroni incuranti dei propri possedimenti.

L’annessione della Sicilia allo Stato sabaudo (1860) inasprì la necessità dei siciliani di difendersi “dagli occupanti”: il termine “mafia” sembra che sia comparso per la prima volta in un documento ufficiale nel 1865. Le famiglie nobiliari terriere dovevano ora difendersi da una autorità “astratta”, quella statale, che essi non comprendevano; ma anche le classi inferiori si trovarono disorientate in un sistema che sconvolgeva le loro abitudini: basti pensare all’ordine pubblico affidato ad agenti piemontesi che non capivano i costumi e la lingua della gente; all’introduzione del servizio militare, sconosciuto fino allora; all’amministrazione statale, destinata ai funzionari peggiori, dicono gli storici, e inefficiente. Allora i “difensori” degli interessi privati divennero mediatori commerciali, “consiglieri”, offrendo servizi e “protezione”: la mafia divenne connettivo interclassista e occasione di promozione sociale, grazie all’efficienza nel difendere i “protetti”. Lo spirito mafioso si diffuse nella classe piccolo-borghese, amalgamò i ceti urbani e quelli rurali e cementò tutti contro le interferenze “straniere” di Roma. L’autodifesa era regolata e favorita da rigide e infrangibili leggi di “onestà”. Un discorso simile vale per la n’drangheta calabrese.

La mafia, per sua natura, non ha mirato a “rivoluzioni” sociali: il suo fine è il tornaconto. Perciò non ha osteggiato la legge di proposito: piuttosto ha cercato alleanze con il potere. Ciò è avvenuto in particolare da quando il Sud fu inglobato di forza nello Stato di diritto, con autorità e con poteri pubblici, non più personali; ma soprattutto da quando fu istituito il suffragio universale (1912), che permise il voto anche ai ceti poveri. Allora la mafia si insinuò nel mondo parlamentare. In modo diretto e indiretto, ha “governato” la Sicilia.

Date queste premesse, era illusorio per un governo nazionale non intendersi con il “reale” potere consolidatosi in Sicilia. Sul piano storico, ciò è indiscutibile. I suffragi elettorali nella Sicilia non sono la prova della “intesa” tra politica e mafia: ne sono la conseguenza.

La trasformazione politica della mafia in “alleata di governo” si inscrive già durante la fine della seconda guerra mondiale nel contesto del tentativo separatista della Sicilia ad opera dell’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia (EVIS). L’EVIS contava sull’apporto delle bande gestite dalla mafia (la più importante era quella del “bandito” Salvatore Giuliano). Quando ormai il movimento separatista si dimostrava perdente, la mafia prese le distanze dalle bande malavitose e si propose, prima alla monarchia e poi al governo repubblicano, come mediatrice per porre fine al separatismo e per “gestire l’italianità” della Sicilia (arrivando poi a consegnare al ministro Scelba il cadavere di Giuliano, nel 1950).

Poi alla mafia giovò il “sistema bloccato” della politica italiana, durato decenni: fu vantaggioso avere sempre gli stessi “referenti” al governo o nell’area di governo. Il clientelismo, con il suo metodo per acquisire voti da parte dei politici, collimava bene con la tradizione della mafia. Al fenomeno del clientelismo si è poi aggiunto lo stretto scambio di “favori” tra esponenti di partito e organizzazioni mafiose o di stampo mafioso. Verso la fine degli anni ‘80 la mafia, che ormai operava nel mondo industriale, anche attraverso il meccanismo degli appalti di opere pubbliche, e dei grandi commerci come quello della droga, ha acquisito nuovi territori di attività: le città più industrializzate del Nord d’Italia. Qui essa ha utilizzato banche, borse valori (“Duomo connection” a Milano, alla fine del 1990) e società finanziarie per investire il denaro, proveniente da operazioni illegali, in affari “puliti” (complessi residenziali e alberghieri, catene di ristoranti, ecc.).

La mafia non ebbe mai una struttura organizzativa burocratica. Il potere, al suo interno, è di natura “personale”: dipende dall’efficienza del singolo. Da ciò discende la rivalità tra i vari gruppi. Ma la mafia ha avuto sempre le sue regole: fedeltà rigorosa al gruppo (da ciò, il termine di “uomini d’onore”), omertà come meccanismo di fiducia tra gli individui e tra individui e gruppo, e “mimetizzazione”. Pur stando ai margini della legalità, ha sempre operato mimetizzando le intenzioni sotto forme di “correttezza”: anche nel linguaggio. L’estorsione (riscuotere i benefici derivanti dalla protezione obbligatoria) è “dono”, “compenso”, elargizione spontanea dei beneficiati come riconoscenza per i favori ricevuti dai benefattori. Insomma, la mafia fa solo del “bene”: mai del male, se non a chi lo “merita”. Perciò si autodefinisce l’“onesta società”.

Rapporti tra Stato e Chiesa Cattolica
in Italia

Contesto

La questione dell’inserimento dei cattolici italiani nella vita politica del Paese riveste nella storia moderna un’importanza di rilievo per il particolare rapporto tra il potere temporale del Papato e lo Stato italiano, dato che lo Stato pontificio era all’interno del territorio annesso al Regno d’Italia. Ma il motivo speciale di interesse è dato dal fatto che in Italia si assistette al passaggio dal divieto ai cattolici da parte vaticana di partecipare attivamente alla vita politica ad una continuativa e massiccia presenza in Parlamento e nei vari governi, dal secondo dopoguerra al 1984, del “partito dei cattolici”.

Il conflitto giuridico tra Stato e Chiesa, sorto con la proclamazione del Regno d’Italia e la “presa di Roma”, fu poco alla volta superato nell’interesse dell’uno e dell’altra: all’epoca di Giolitti, per contrastare il socialismo; con Mussolini, per garantirsi il consenso dei cattolici, da parte del regime, e la libertà d’azione, da parte della Chiesa. Così si pervenne alla pacificazione con i Patti del Laterano e il Concordato (1929), che poi entrarono a far parte della Costituzione della repubblica italiana (1947).

In seguito alla rivoluzione globale del Sessantotto e al Concilio Vaticano II, l’evoluzione della mentalità portò ad aggiornare le norme concordatarie. Si arrivò così alla revisione del Concordato (1984).

Il Vaticano e i cattolici da Giolitti al Concordato

Giolitti cercò di superare il vuoto dei cattolici nella vita politica italiana, determinato dal divieto vaticano ai cattolici di partecipare alle elezioni politiche italiane (“non expedit”), poiché comprese che la popolazione cattolica poteva risultare buona alleata nello scontro con i socialisti. La politica di Giolitti nei confronti del Papato si ispirò sempre all’equilibrio: evitare conflittualità ulteriori e mantenere ferma la separazione tra Stato e Chiesa. Già nel 1909 i cattolici avevano potuto sostenere taluni candidati governativi in alcuni collegi elettorali del Sud e del Centro d’Italia, ma l’intesa tra le gerarchie vaticane e la classe politica governativa fu consacrata con il Patto Gentiloni (1913): i cattolici si impegnavano a votare i candidati liberali che avessero assicurato il loro appoggio ad alcune essenziali richieste della Chiesa, quali l’opposizione al divorzio, l’abolizione delle discriminazioni nei confronti delle istituzioni cattoliche, l’introduzione dell’insegnamento religioso nelle scuole.

Da parte vaticana si confermarono le contrapposizioni ottocentesche, in particolare con Pio X (1903). Benché personalmente molto mite, egli dichiarò che era un giorno di “grave lutto per la Chiesa” quello in cui fu innalzato a Roma il monumento a Vittorio Emanuele II. Tuttavia, per arginare l’ascesa del socialismo, permise ai cattolici di partecipare alle elezioni, con solo voto attivo, al fine di sostenere i candidati liberali, purché questi garantissero di appoggiare le richieste della Chiesa, quali l’esclusione del divorzio dal diritto civile, l’istruzione religiosa nelle scuole, l’equiparazione economica e sociale delle istituzioni cattoliche rispetto a quelle laiche.

La prima guerra mondiale contribuì a distendere gli animi tra cattolici e laici, grazie alla partecipazione dei cattolici, compresi i chierici, alle operazioni belliche e grazie alla presenza in Parlamento di cattolici autorizzati. Dopo la guerra si costituì addirittura il partito politico cattolico, organizzato da don Sturzo (Partito Popolare Italiano, gennaio 1919).

Pio XI (1922), seguendo la tendenza di stringere accordi con i singoli Stati (nel 1933, anche con la Germania nazionalsocialista), pervenne con il governo Mussolini ai patti del Laterano, tra cui era contemplato il Concordato (11 febbraio 1929). La pregiudiziale richiesta vaticana era una porzione di territorio, perché “non si conosce al mondo altra forma di sovranità vera e propria, se non quella territoriale”, disse il papa (11 febbraio 1929).

Il Concordato dalla Costituzione ad oggi

Dopo la guerra, il 24 marzo 1947 l’Assemblea Costituente inserì i patti lateranensi nella Costituzione (articolo 7). In esso fu precisato che “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. I partiti socialisti di Nenni e di Saragat, il partito repubblicano e il Partito d’Azione espressero voto contrario all’inserimento dei Patti lateranensi nella Costituzione italiana. Ma la normativa alla fine fu approvata, con i voti anche del PCI.

Giovanni XXIII (1958) dichiarò che era davvero un bene che la Chiesa fosse stata “liberata” del potere temporale, e comunque con lui iniziò un periodo di maggiore incidenza del cattolicesimo italiano nella vita politica. Tra l’altro, si andò affievolendo la rigida distinzione tra cittadini “cattolici” e “non cattolici”. In questo clima più disteso, che coincise con la mentalità sorta dal Concilio Vaticano II, maturò l’esigenza di rivedere il Concordato.

Un primo passo istituzionale per la revisione del Concordato si ebbe con la mozione parlamentare di Ferri, La Malfa e Zaccagnini (ottobre 1967); ma la questione sul divorzio impedì che i contatti progredissero, finché, dopo lo sviluppo della mentalità civile degli italiani negli anni ‘60, l’ostacolo fu dissolto con il referendum sul divorzio: così, su quel punto non si sarebbe dovuto più “contrattare” tra Stato italiano e Vaticano. Con Giovanni Paolo II si pervenne alla revisione del Concordato (18 febbraio 1984).

Le norme sul libero esercizio del potere spirituale della Chiesa, sul libero e pubblico esercizio del culto e sulla giurisdizione ecclesiastica sono restate sostanzialmente invariate; alcuni cambiamenti sono stati introdotti invece circa gli effetti civili del matrimonio canonico e l’istruzione religiosa nelle scuole. Quanto alle sentenze di nullità matrimoniale definite dai tribunali ecclesiastici, esse possono essere sottoposte alla verifica delle Corti d’Appello dello Stato; quanto all’insegnamento religioso nelle scuole statali, esso resta garantito, ma non è obbligatorio per i singoli studenti.

Indice

Industrializzazione e società tra Otto-Novecento

Esiti sociali negativi della rivoluzione industriale

Industrializzazione ed evoluzione sociale

Evoluzione sociale e democratizzazione politica

Società industrializzata e organismi popolari

Rivoluzione industriale e movimento sindacale

Società industriale e socialismo

Socialismo e situazione politica italiana

Economia e colonialismo

Sviluppo industriale e monopolio economico

Sviluppo industriale e politica coloniale

I conflitti coloniali: prodromi della guerra mondiale

Conflitti territoriali: la causa balcanica della guerra

Ideologie di guerra nel primo Novecento

La nuova mentalità antiliberale

Esponenti antidemocratici nel panorama italiano

La politica zarista e l’offensiva rivoluzionaria

Nazionalismi nella prima metà del Novecento

Crisi del modello liberale

La nascita di regimi autoritari

Il caso italiano

L’economia nel governo Mussolini

La “coscienza germanica”

La “religione della razza”

La pace “utile”. Il secondo dopoguerra

La “guerra fredda” armata

La “guerra fredda” ideologica

Distensione tra le grandi Potenze

“L’età d’oro”. Il trionfo della economia

L’assetto dei Paesi industrializzati

La “globalizzazione” della economia

Il “miracolo economico”

Diffusione del benessere e consumismo

Il Sessantotto. Svolta epocale

Esplosione scolastica

Il movimento studentesco

L’ideologia della contestazione

La base studentesca nel Terzo Mondo

Contributo delle donne

Il mondo “verde”

La concezione ecologista

La natura a rischio

I partiti dei Verdi

Politica ecologica

L’ecologia e la Comunità europea

La decolonizzazione

Origine storica del Terzo Mondo

La povertà nel Terzo Mondo

La mappa della decolonizzazione

La libertà difficile

Neocolonialismo

Il Terzo Mondo diviso. Sviluppi diseguali

Evoluzione della economia

L’emigrazione al Nord

La nascita della coscienza politica

Tra asservimento e rivoluzione

Il caso cinese: una storia particolare

Economia e demografia nel mondo

La “senilizzazione” nella società industrializzata

Esplosione demografica nel Terzo Mondo

L’esplosione urbana

Il problema urbano e i suoi sviluppi

L’inurbamento nel Terzo Mondo

Senza colpo ferire. La caduta di un impero

L’URSS: tanti popoli, un solo capo

Le riforme e la fine della Unione

La repubblica russa: orgoglio e povertà

La nuova geografia politica. L’Europa dell’Est

L’indipendenza dei Paesi “satelliti”

Germania unita: la forza del sacrificio

Espansionismo islamico

La rivoluzione islamica: Iran

L’integralismo soffocato: Algeria

Iraq: tentativi d’espansione

Il Libano assoggettato

Palestina. La terra contesa

Lo Stato di Israele

Conflitti in Palestina

Verso la soluzione palestinese

Il mondo in fiamme. I conflitti etnici

Minoranze etniche e autonomia regionale

Motivi di insofferenza delle minoranze etniche

Etnie abbandonate

Esplosione etnica: la Iugoslavia

L’Europa. Dalla Comunità all’Unione

Gli inizi della cooperazione economica

Preoccupazioni per l’autonomia nazionale

Dalle crisi economiche all’“Europa dei cittadini”

Dall’Atto Unico all’Unione Europea

Comunità europea e Paesi euro-orientali

Momenti di storia italiana: dalla ricostruzione alla rivoluzione

Il mondo del lavoro negli anni della guerra

Riorganizzazione dei partiti e “unità nazionale”

La scelta “moderata”

Politica sociale e consolidamento governativo

Ricostruzione economica e partitocrazia

La questione del socialismo nel governo

La “rivoluzione” operaia

Riassorbimento sindacale del rivoluzionarismo

Situazione socio-economica nel Sud

Momenti di storia italiana: dalla rivoluzione alla rifondazione

Provvedimenti legislativi “rivoluzionari”

La questione del “compromesso storico”

“Strategia della tensione” e terrorismo

Gli inizi dello sfacelo politico

Disgregazione e formazione di partiti

Le radici della protesta del “Nord”

“Partitocrazia” e “tangente”: la politica italiana

Il “terremoto” politico

Origini sociali della mafia e suoi sviluppi

Rapporti tra Stato e Chiesa cattolica in Italia

Il Vaticano e i cattolici da Giolitti al Concordato

Il Concordato dalla Costituzione ad oggi

Materiale
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