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Nelle due sillogi in disamina, di Pietro Nigro, Alfa e omega (1999) e Astronavi dell'anima (2003), è palese il senso d’una doppia cosmicità, spesso in limine già nella sua pienezza. Denudata. Emergente nella sua effettiva, attuale nonché dinamica essenza, da una parte. E pressapoco creazionistica, dall’altra. È in generale l’essenza delle cose materiali ad essere disegnata (come sanno fare i veri pittori della poesia) nella sua matrice di movimento, in armonico accordo col progredire del tempo; e quindi di pre-essenza, sì come intesa nella mente del Creatore. Non si tratta, eh, d’un quid in mente Dei bensì d’una quota di creato inalterata ed inalterabile, sorta di sempreverde dell’universo. Con la sottile differenza che Dio è riconducibile all’io del poeta, coincidente. Osservazione che si può trarre nella più recente silloge, Astronavi dell’anima (cfr. "Io il tuo cosmo, il tuo Dio", p. 13). Tale dio, che assurge a poeta, funge da Atlante, da supporto di quanto esista, nella sua consistenza nota ed ignota.

E poi l’essenza della materia, corporeità umana inclusa, è messa in stretto rapporto, sezionata e ridiscussa, con l’essenza dello spirito («a risalire baratri e rupi | costruire nidi d’aquila | allevare occhi acuti solidi becchi | ali immense», cfr. Alfa e omega). Nella sua «millenaria memoria», che dà precisa giustificazione al presente, il Poeta si fa, oltre che esteta e giocoliere della parola, indovino, profeta, aruspicio, e al contempo, a ritroso, interprete di un ipotizzabile passato che sorpassa la memoria, istintivamente giungendo ai primordi dell’intuizione. Il poeta è allora stregone oltreché dio. Egli è concettuale, eloquente referente dell’esistenza, dei suoi addentellati materiali, carnali e trascendentali; ma anche spirituali, incarcerando tra le sbarre della parola l’anima dell’uomo ed altresì del mondo sacrale: «Sospeso il pensiero | penetra l’eterno | astronave dell’anima | e naviga spazi | che sfumano in silenzi d’attesa | dove si fondono | voci d’uomini e di dei», in Astronavi dell’anima.

L’"Esistenza" (cfr. p. 11, ibidem) si dischiude, nell’arricchimento estetico d’una magistrale etimologia, proclamata con la viva voce dell’acuto filosofo, in rarefatta eppure compatta concettualità. In quintessenza, praticamente («Ora che nel caos | intravedi la verità | senza una morte che mutilata | non potrà più nulla, | ti si è aperta la mente | nella vacuità dell’universo»). Neppure "Il silenzio" (ib. pag. 12, opera citata) rimane zitto nella foga poetica di Pietro Nigro. Perché è innalzato a conclamata «saggezza dalle infinite parole non dette | segreto inventario di un’avventura eterna». "Parole non dette" dunque che purtuttavia – e fortuna che c’è chi sa plasmarle nella forma della poesia –, dicono, e non poco.

Tuttavia l’attrazione maggiore è polarizzata su un progressivo fondamento cosmico poietico del poeta d’Avola. Da una cosmografia finalizzata alla spicciola trascendenza, che, nella sfera del cotidiano, eleva ulteriormente il volo dell’arte ("L’arte e il cosmo", p. 24, in Alfa e omega), un’evoluzione quadriennale (1999-2003) lo porta a meditare su un cosmo (p. 13, op. cit. in Astronavi dell’anima) questa volta prospettato nella piena trascendenza del divino e, insieme, nell’infinitesima sottomissione dell’uomo.

Insomma, Pietro Nigro offre un prodotto poetico alto ed affascinante, penetrante, che a suo modo svela i perché dell’esistenza, andando di pari passo con una misterica struttura astrale. La presenta nella sua scientifica certezza come pure nella teorica versione dei versi. Si fanno essi stessi atomi, nuclei d’acconcia espressione, secondo l’intrinseca esigenza di nozioni pseudosapienziali che il buon lettore di poesia, di caratura altrettanto alta, ama assaporare e magari collezionare nella sua domestica biblioteca.

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