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Affari di cuore

Istintivamente nel leggere i primi versi di Affari di cuore di Paolo Ruffilli, mi sono sentito catapultato in un’aura da canzoniere d’amore medievale. Ho preso a leggere in modo quasi frenetico trascinato dall’incalzante ritmo, in strofe apparentemente da verso sciolto, delle tante rime, rime al mezzo, assonanze, allitterazioni e soprattutto enjambement. Eccolo il tempo che si fa respiro, guida che conduce dove la mente non può giungere; ed ecco là la magia della poesia. E’ la che conducono i versi di Ruffilli. Dopo un po’, ti dimentichi di “seguire il nesso”, il filo narrativo, essenziale “solo” per capire ma giammai per “sentire” insieme e oltre allo stesso autore e così “Senti”. Perfetta osmosi. Si realizza il grande respiro di questa misteriosa cosa che è la Poesia. Che “nessuna persona sensata saprebbe dire cos’è”, come ha affermato Umberto Eco. E quei versi finali di quasi ogni lirica, poi, che sembrano voler recuperare lo sconfitto nesso narrativo e diventano versi quasi gnomici, non a spiegare, sarebbe orribile, i versi che li hanno preceduti ma, quasi denunciano il desiderio del poeta come preso da uno strano irrefrenabile anelito per una “definizione del reale” . Paura, sgomento di essersi lasciato prendere la mano, travolto da quel “respiro”, andato troppo lontano, troppo nel profondo di “quelle voci” che implodono - fortunatamente - a nostra insaputa. Ma poi, come per incanto … tutto è cambiato!

Più leggevo e più mi chiedevo che non poteva essere SOLO un canzoniere d’amore, troppo intelligente Paolo per “snocciolare” quasi per intero questa sua “Grande Storia d’Amore” che pur sa di vivere di solo poche parole. E quindi cosa è questo suo “frenetico raccontare” di quest’amore? Questi momenti d’amore e disamore? Se non l’anelito al vivere il fine ultimo di questa cosa misteriosa che non soddisfa mai e amplia fino all’infinito il Sentire? L’insoddisfazione del Sentire che si fa canto. Banale sarebbe, quindi, leggere Affari di cuore come un “diario in versi”, quasi da voyeur, su un’ennesima storia di amanti che diversa non è se non nell’illusione dei due attori; uguale sempre, come è stato e sarà ancora: colpo forse mortale a chi crede di essere unico e irripetibile, ma nulla di unico c’è nell’amore. Tutto è ripetibile, anzi si ripete: mutano nomi, tempi, luoghi ma resta la rappresentazione d’amore uguale a se stessa, non gli amanti che il tempo inesorabilmente travolge. E’ questo, mi son detto, un Canzoniere d’Amore sì, ma dove l’oggetto d’amore non è la donna amata se non come “un ectoplasma “ dell’amore, una figura con nome, carne e cuore che interpreta la parte della protagonista, l’Amore. E’ Eloise che scrive all’amato Abelardo: “Io me ne affliggo, io detesto la disgrazia arrivata, ed io ne adoro la causa” . Ecco la chiave di lettura del suo piccolo “tesoretto” (tanto per rimanere in aure medievali). I suoi versi, o meglio la sezione “Guerre di posizione”, è un vero trattato di Poetica. Non è l’amore per questa donna (di un altro uomo, straniera e che si concede solo quanto lei vuole), ma è la Beatrice dantesca metafora della sapienza filosofica che si fa strumento d’indagine.

Questo libro è un braccio di ferro, ma non con la “conosciuta” amante ma attraverso quest’amore, con la prima amatissima e sempre irraggiungibile amante, la Poesia. Leggasi Passione, pag. 88 o ancor meglio “Ossessione” a pag, 90 ; ecco gli ultimi versi: “Mi affido alla paura | e affondo in te | sulla tua carne | il male che mi assale | e che mi opprime. “ o in “Malinteso” “Mi sono ritirato | dopo averti conquistato | perché in definitiva | non avevo | non dico l’esclusiva | ma neppure | il piacere | di essere riamato”. Ma ancor più “La scena” pag. 106. La si legga tutta. E’ il canto disperato del poeta che ancora una volta s’ìllude dell’esclusiva ma “la scena” è lì un “posto” in cui lei (la Poesia) è già stata tante altre volte con tanti altri amanti, dove c’è la necessità/anelito dell’”eco” (coralità dello scrivere). Sembra allora vicina l’inconfessata inconfessabile “soluzione” che fa male perché tutto la scena muterà: altre comparse (come ora il poeta stesso) con “uguale convinzione”: “le stesse cose | a più persone”. E’ l’anelito del possedere, fino all‘esclusiva, miraggio agognato, ma irrealizzabile per ogni poeta.

E allora l’inventio, in quest’ ennesimo ottimo lavoro di Paolo Ruffilli, prova a parlar per absentia. Non quello, quindi, che dice, forse ossessivamente, di questo suo amore, ma di quello che neppure sa confessare a se stesso, l’anima del libro. Ogni opera è opera ambigua da decifrare, quasi come qualsiasi evento naturale e lo scrivere in versi è un evento naturale, forse il più misterioso. E se è vera opera, è questa lo è, manca all’autore l’auto riflessione (anche e soprattutto su cose così intensamente e soffertamente vissute). E’ la forza del noumeno, autonomo e proprio, che incute nell’autore paura, ansia, per un qualcosa che dona e distrugge e spaventa ma affascina proprio come un “affare di cuore” che s’impone ma che pur lascia un suo segnale spesso impercettibile e difficile. Sta al lettore il piacere di scovarlo e decifrarlo.

Recensione
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