Servizi
Contatti

Eventi


Natura morta

Nel recensire “Affari di cuore” penultima opera di Paolo Ruffilli, apparentemente definibile canzoniere d’amore, ravvisavo un nascosto (!?) dialogo con un amante invisibile e presente che non fosse l’amata in carne ed ossa: “Ogni opera è opera ambigua da decifrare, quasi come qualsiasi evento naturale…” Nessuno stupore, quindi, davanti a “Natura Morta” dove il poeta delinea le tracce per una Cosmogonia Naturale con “Preliminari” e “Interrogativi” concludendo con un avvertito bisogno di tracciare “ Appunti per un’ipotesi di poetica”. La natura, i processi naturali indagati come da uomo di scienza attraverso prove ed errori che null’altro sono che le forze razionali dell’uomo, le sue prove provate, le sue certezze, e i dubbi; il suo essere in eterno movimento, cambiamento, nell’illusione dello stare, di essere certo e immutabile nel tempo e nel pensiero; e stabili convinzioni. Linguaggio poetico di Ruffilli che affonda la sua ricerca nel Cusano della“coincidentia oppositorum”. Il dire versi non può che balbettare, muoversi per frammenti e aforismi, tra valenze ossimoriche e inarcature a spiegare e a confondere. Certo del certo come dell’incerto appena osservato. Qua e là riaffiorano verità a noi lontane, o ritenute tali, sapienziali come i libri Veda (ultimamente oggetti di mia attenzione per un lavoro su Tagore). C’è in Ruffilli la necessità esplicitata “di comporre i frammenti in un insieme più ampio, in un organismo ricomposto come il mosaico con i suoi tasselli”.E cosa non è se il tentativo, perfettamente riuscito, di comporre questi frammenti in un mosaico ricomposto il “romanzo naturale”(per dirla alla Bertolucci, autore presente “ in absentia” in Ruffilli) “Natura morta”? o i momenti così frammentati e divisi per tempi, luoghi, emozioni contrastanti e al tempo stesso coincidenti che trovano aura vitale nella ricomposizione dell’appena citato” Affari di cuore”? Ma bisogna subito chiarire che in Ruffilli non c’è nostalgia del passato, questo lavoro certosino del mosaico non è per far vivere attimi o memorie: “Non mi volto indietro a riconsiderare con nostalgia quello che non c’è più“. E allora perché richiamare momenti vissuti, o non, eternati ormai nella fissità di uno scatto fotografico come in “ Camera oscura” ? La risposta è in questi versi:”Ma la natura morta/non è senza vita.// tutto si trasforma senza cessare di essere”. Eccoli allora divenire da immagini sbiadite e ferme, momenti lirici per un insieme di frammenti che vissuti continueranno a vivere, incessantemente. Indagare le cose, i fatti naturali, la razionalità della natura, i processi materici, attraverso il testo poetico, il ritmo musicale: “Per me la poesia, come diceva Pessoa, è lo stato ritmico del pensiero” sottolinea Ruffilli. Solo perché attraverso la musica, il testo poetico diviene un insieme, un corpus nuovo frutto di un linguaggio che pur testimoniando il mutamento linguistico nello stesso tempo, “testimonia e ricerca una lingua che indipendentemente della sua evoluzione storica, sia considerata nel suo stesso funzionamento interno”. Dice ancora Ruffilli: “E lo strumento che possa dar vita a questo mosaico, è la musica”. E ancora bisogna ritornare all’assunto: in poesia la musica è fondamentale. Scrive Baldacci che la “ partitura musicale è la chiave per interpretare la poesia di Ruffilli”. Io aggiungerei che per capire Ruffilli è la natura sincopata di questa partitura che va da ricercarsi. La ricerca poetica, ineluttabile, della sonorità d’ogni singolo verso e della narrazione testuale, viene superata, diviene mosaico come detto, attraverso una partitura sincopata fatta da ritmi cadenzati da euritmie squarciate da inaspettate inarcature e brevi o lungi vuoti, e silenzi laddove il verso sembra tacere eppur detta musicali sensazioni poetiche; mai scontato il suo canto poetico mai letterario .

Si legga la poesia Nominare

Il nominare chiama / e, sì, chiamando / ecco che avvicina / invita ciò che chiama / a farsi essenza / convocandolo a sé / nella presenza. / E’ la ragione / che si fa linguaggio / volto a spiegare / perfino il sentimento / e l’emozione, / musica interiore / che su da sotto sale / e consegnandosi / all’urto materiale / delle precipitose / ondivaghe onde sonore / parla mentre si scontra, / per domarla, / con la resistenza delle cose.

Ci troviamo di fronte ad un uso di settenari e quinari, a volte in alternanza, con un mutamento nel finale, che come poi vedremo, è sempre dettato dalla finalità dell’intera composizione metrica e quindi poetica. Perché il settenario e in quinario? Il settenario con unico, doveroso accento sulla sesta sillaba e il quinario con unico doveroso accento sulla quarta sillaba, modulano il ritmo di ogni verso e nel contempo si legano a tutti gli altri per un insieme organico e completo (quasi da “canzonetta” – Caproniana?): ritmo veloce, rapido, non meditato come sarebbe stato con l’uso dell’aulico endecasillabo. Settenari e quinari: versi anch’essi molto importanti, come esplicitato già da Dante (“De vulgari eloquentia”) e che per importanza seguono immediatamente l’endecasillabo. Di quest’ultimo, poi, ne sono la struttura. Ruffilli sceglie tali versi (in totale 21) per tutto l’intero testo poetico ad eccezione degli ultimi due, come in seguito vedremo.

Wv 1/4. Tutto ruota intorno all’uso della “M” e della “N”. Il NOMINare CHIAMA CHIAMA avvicINA INvita CHIAMA: nell’uso dell’ allitterazione c’è la “rappresentazione sonora” della contiguità, dello stretto legame tra il concetto del semplice nominare con la funzione del nominare stesso che sta nel chiamare e la mutazione finale è rappresentata nei due versi seguenti: “diviene essenza , convocandolo a sé nella presenza”. La voluta rima “Essenza/Presenza” maggiormente suggella l’atto conclusivo. Da notare che dal più semplice verbo “chiamare” si passa al più complesso “convocare” : non basta una semplice chiamata, ma per far sì che il nominare diventi essenza nella presenza, è necessario che lo si convochi :convocare (cum + vocare) l’atto del chiamare a qualcosa d’ importante, e questo è un incontro imprescindibile.

Nei versi seguenti Wv 8/18 il poeta non si arresta al solo atto del divenire essenza, ma ci spiega come tutto ciò avviene. Lo fa con l’uso di verbi, di sostantivi + aggettivi che meglio non avrebbe potuto. Ai due verbi precedenti “chiamare” e” convocare” e ai due sostantivi “essenza” e” presenza”, si sostituiscono, in ordine: spiegare (è quello che il poeta vuole e sta facendo), l’atto del salire, del consegnarsi e poi, lo scontrarsi, per il risultato finale del domare. Sostantivi con i loro aggettivi: ragione, linguaggio, sentimento, emozione, musica (interiore) urto (materiale) onde (precipitose, ondivaghe, sonore), resistenza (delle cose). Questo per l’ordito sintagmatico, ma il ritmo, la musicalità? Analizziamo meglio i singoli versi: si notano allitterazioni fondamentali, nei versi 8/13 cioè l’uso liquido, sonoro, delle vocali “O” e “E” + “I” delle consonanti “N” e “M”: ragIONE, lINguaggIO, pErfINO , sENtIMENTO, ’EMOzIONE INtErIOrE; al verso 14 , il suono sale: “ Che su da sotto sale”: assistiamo a un crescendo - prima ancora che contenutistico/concettuale, ritmico dato dall’’iterazione del suono della “S” che partendo da “Su” attraverso la preposizione“Sotto” prosegue con la “S” di Sale, ovvero il suono dentale/occlusivo “S” trova spazio, ampiezza nel suono finale della uso della aperta, ariosa, labiale “L” e in un continuum fa impennare la voce che approda in conSEgnandoSI. Ecco, poi, lo scontro: dato dall’uso delle forti dentali in URTo mATeRiale (assonanti ricordi carducciani - “San Martino”). Da notare il legame dato dalla rima: sALE/materiALE. Nello scontro tutto si mischia, i suoni si mischiano: è tutto ciò è reso da Ruffilli, mirabilmente con: “precipitose ondivaghe onde sonore”. Sembra vedere un mare molto agitato ma che non spaventa, già fa presagire la quiete che seguirà. Da notare: l’inarcatura del verso 17/18 “ delle precipitose/onde” (da rispettarsi severamente nella lettura) rende il tutto ancora più legato; legame già abbondantemente rappresentato dal ritmo che vien fuori dall’uso dell’iterazione della “O”, della “E”, della “N” e della “S” : precipitOSE Ondivaghe Onde SONOrE con eleganze consonanze a fine verso e al mezzo: precipitOSE sonORE, ONDE. Non solo icastica rappresentazione, ma anche forza onomatopeica.

Wv 19/21. Lo scontro continua: è pur sempre una battaglia. L’asprezza della stessa, è data dal forte suono della dentale “R” anche in gruppo consonantico “TR” e in sillaba con la vocale dura “A”: pARla menTRE si conTRA pER domaRLA; l’ultimo verso “suona” di risultato ormai quasi acquisito (non è esplicitato) ma si evince dal pacato rassicurate “resistenza delle cose” ove la “S” in reSiStenza ci accompagna sonoramente alle rassicuranti labiali in “deLLe” seguite dalle occlusive sillabe co-se. Come si accennava, gli ultimi due versi sono di lunghezza diversa. L’uso del breve, penultimo verso (quaternario) “lancia l’ultimo verso”, il più lungo di tutto il testo poetico: un decasillabo, verso più meditativo, di riflessione. Come si conviene alla fine di una rappresentazione, o meglio a un divenire di un fenomeno naturale cui si è assistito. Tutto ciò non fa che trovare riscontro in quanto lo stesso Ruffilli afferma: “In poesia, per me, la musica è tutto”.

Recensione
Literary © 1997-2021 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza