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Postilla a
Appunti ragionati di prossemica
di Rossano Onano

la Scheda del libro

Endrighi Salvaneschi

Terapia e disagio: tale può essere il binomio antitetico attraverso cui esprimere – e quindi in qualche modo esorcizzare – la perplessità, quasi il malessere, distillati dalla lettura di questo libro: composito, ostico, dotto, indifeso.

Forse, spiegando ed esemplificando ognuno di questi aggettivi, riusciremo a individuare qualche caratteristica che aiuti il lettore – il lettore che è in noi e che vorrebbe godere di più, di più capire da e in codesto carapace di scrittura.

1. Composito, dicevamo, pensando soprattutto a una superstite volontà di astrazione formale che l'autore non riesce, come forse vorrebbe, a rifiutare in toto, sicché il suo discorso, che di solito sembra voler trascorrere in una pseudo-versificazione eslege rispetto ai “numeri” tradizionali, trova via via come degli ingorghi ritmici, ora surrettizi ora manifesti, come delle cicatrici di una letterarietà disamata e disamorata (ma perché?), ripudiata ma non troppo. Prova ne siano, e ne sono, i versi tradizionali, più spesso endecasillabi, incastonati nei versi lunghi, e, soprattutto, la rima che, spesso dislocata nell'interno del verso, talora riesca a imporsi in uno schema rigido, quasi ingenuo, quasi scolastico, risultando ironica nella crudeltà del dettato e del dettaglio (per es. a 9. III), talora, invece, è come contraddetta da un verso privo di ritmo, pur se affidato all'isosillabismo, con puntigliose e puntute assonanze interne (per es. a 1. VII). Prova ne sia, e ne è, l'esigenza di legare i testi l'uno all'altro tramite una catena che si inanella in Lieblingsworter avventizi, di solito trascinati per qualche tassello contiguo e poi lasciati al loro destino (qualche esempio: cantare, canto, cantore: 2.I, 2.IV, 2.VI, 2.VII; anguria: 3.II, 3.V; accostarsi: 3.VIII, 3.IX, 3.X; gonna: 3.XI, 3.XII, con una precedente, ispirata epifania a 1.IV; dubitoso/-a: 3.IV, 3.V, 3.VI, e poi oltre, 6; precipizio: 3.IX; 3.XII; il neologismo acognito: 3.XIV, 3.XV; lenzuolo: 6.I, 6.II, 6.III, con un'altra occorrenza a 10.III; crocifisso di 6.I si flette ne l'uomo di croce di 6.II; vecchi(n)a: 7.I, 7.II, 7.III...). Composito e scomposto, vorremmo dire; e ci scusiamo del bisticcio, ma non sapremmo come altrimenti rendere questo disagio che ci sembra dell'autore prima ancora che del lettore, come recita, con penetrante diagnosi autoptica del desiderio frustrato, il testo di 3.IX: la voglia urente d'una composizione /compiuta.

2. Ostico: un gusto senz'altro démodé ci rende riottosi ad alcuni, insistiti, tratti felliniani che si adeguano a una moda ormai logora. Ci dichiariamo stanchi di cazzotti (1) e di cazzoni (8.II), di Tv con accessori (2.VIII), e anche di chanel numero / cinque (1.VI), e di sconcezze o banalità similari: che, sia ben chiaro, sono tali perché (e se) non decantate da un linguaggio e da un pensiero capaci di giustificarle, o meglio ancora di falsificarle (e per riuscirci bisogna essere, se non ci è dato il genio di un Bruno, di un Porta – Carlo, si capisce – di un Belli, almeno un Billy Wilder o uno Stanley Kubrick...).

3. Dotto: l'aspetto più evidente, ma anche più superficiale, è costituito da un'erudizione a vastissimo raggio, fortemente intrisa di debiti alla medicina e alla psicanalisi. Si tratta spesso di veri e propri tecnicismi, come prossemica, che si impone nel titolo e su cui torneremo, come schisi (1.IV), come metamera (1.V), come mono / coriale (3.VII) – tutti usati con una loro pregnanza specialistica e stilistica, scostante e attraente al tempo stesso; si guardi anche all'uso etimologica, e dunque dissacratorio, dell'aggettivo eucaristico a 1.II e 2.VI. A un livello più profondo si situa una ponderosa mobilitazione di modelli culturali: una sorta di bulimia, sindrome di scienziato umanista, “calcentero”, che inghiotte in un eclettismo esasperato Anubi e Avogadro (1.I), Sandro Penna e l'evangelo (1.IV), quest'ultimo, nel nome di Salomé, in un boccone con Pasolini e Carmelo Bene piuttosto che con Oscar Wilde (1.V), Giacomino da Verona (2.I), Pinocchio (3.X) – e citiamo solo alcuni casi evidenti. Nulla, comunque, in questa congerie, è orecchiato, o dilettantesco, o improprio, ché sempre si avverte, a garanzia di serietà, la professione e la professionalità dell'autore: forse l'esempio più compatto e più ironico è costituito dalla sezione 5, che in XII tasselli (e il numero non mi pare indifferente), inscena un antimozartiano e antirossiniano serraglio, in cui dieci concubine declinano, per patologie diverse e ben precise, la loro claustrofobica frigidità (povero Signore! Quanto diverso il suo fato quotidiano dai pur crudeli ménages di S Selim o del pappataci Mustafà...!).

4. Indifeso: dopo quanto si è detto, una simile definizione può apparire strana, eppure insistiamo a proporla. Riteniamo anzi che in questa caratteristica – in questa crepa di frustrazione invitta, nonostante e per la terapia rigorosa cui l'autore sottopone se stesso prima che ai lettori suoi -, risieda il meglio della raccolta: là dove, sotto il carapace, dicevamo, della scrittura ardua, dell'erudizione eclettica, si trova la cultura autentica, e il tema si affonda in meditate, mitiche eppur native immagini, come quella noce di caos (1.VI); là dove l'autore non arretra di fronte alla suggestione gozzaniana di questa giocosa in fondo / cresima d'innocenza (2.VII); là dove è capace, con il semplice verbo ammararsi (5.I-XI), di rivitalizzare per opposita l'opacizzato verbo tramontare; là dove, non il più sbracato Fellini, ma l'Olmi migliore, quello del recentissimo Il mestiere delle armi, sembra accordarsi in implacabile, feroce, asciutta denuncia della guerra (9). Indifeso, ripetiamo, perché P/paura è, forse, la vera e unica divinità di questo mondo: non compiaciuto tic lessicale, non Lieblingswort avventizio, ma vera parola-tema che si innova e risorge per tutta la raccolta, con il suo aggettivo derivato, pauroso, in accezione non immemore di quella dantesca, infernale; là dove, infine, si fa chiara la realtà affettuosa (e intendiamo questo termine in senso etimologico, dantesco ancora, e tassiano) che sorregge il duro tecnicismo prossemica, prestito dall'inglese proxemics: “studio dell'esigenza propria di ciascun uomo di disporre di un certo spazio libero nei confronti del prossimo [...]”. “Non è questione solo spaziale, ma psicologica, e non implica misantropia”, recita il lemma conciso e puntuale del Dizionario Italiano Ragionato. Così è, e non solo così, e più di così, per il nostro autore. Si rilegga l'intitolazione di 2: La prossemica, intesa come la scienza delle distanze che variamente l'uomo interpone fra sé e gli altri, è soprattutto una scienza d'amore: soltanto chi è lontano, infatti, può essere desiderato. Stupendo, stupendamente indifeso, è il corollario, che nessun lessico poteva fornire: la prossemica è l'irta, scontrosa visione (scienza vs. scelta) dell'amors de terra lonhdana. Che sia questa, ci chiediamo, la meta, oltre che la partenza, dell'esasperato, talora incòndito, trobar clus? un lontano che, perigliosamente insidiato dall'esiguo spazio terrestre dell'abbraccio maternale (4.II), si applica anche al rapporto di sé con sé. Ed è allora che, per brevi momenti, il trobar diventa leu: a me che mi amo, confessa l'autore (10.IV), per desiderare desiderare ancora (10). Allora ci par chiaro anche l'arduo tecnicismo metamera, che citammo sopra (1.V). Se metamero è “un composto la cui molecola comprende gli stessi atomi di altri composti, ma legati in modo diverso...” (DIR, s.v.) nell'uso che qui ne fa l'autore, in riferimento a Salomè, si insinua una possibile affinità con la nozione antica (anassagorea, ma non solo) di “omeomeria”, precisata nell'imponderabile clinamen della differenza individuale: se tutto è in tutto, ognuno di noi di tutto è capace, ma ogni volta in modo lievemente diverso, proprio, irripetibile – disagio del delitto, terapia (superficiale ma indispensabile, indispensabile ma superficiale) della ricerca di sé (3)? da Eraclito all'autismo? Si legga il testo conclusivo: un “a se stesso” scabro, raffinatamente perspicuo nel conquistato ritmo anisosillabico di un verso lungo tuttavia prono e pronto ad accogliere una rima quasi pascoliana, calibrata fra identità e variatio sottile. Per questa pentecoste / della parola che implicitamente si oppone alla Babele/Babilonia in cui sono d'agguato le fantasime (8.II), ci sentiamo, per la prima volta in queste pagine forse troppo severe, di impiegare l'aggettivo più indifeso, quello che più onora, anche se non dovesse durare: bello.

primavera 2002

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