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Il viaggio terrestre e celeste

Paolo Ruffilli ha raggiunto già con  La gioia e il lutto la piena maturità umana ed artistica.

In questa opera i tre piani narrativi che avevano caratterizzato la sua poesia già in Diario di Normandia, ed anche nei precedenti Piccola colazione e Camera oscura, si fondono in un'unica forma stilistica che dà vita a questo poema della morte e della rinascita.

La narrazione poetica delle opere precedenti si caratterizzava per la presenza di un'epigrafe descrittiva, quasi paesaggistica, poi una narrazione distaccata,quasi un mini-racconto ed infine una meditazione in forma di monologo ininterrotto. Nella poetica della piena maturità le tre forme si uniscono in un unico io narrativo, un  soggetto che narra mantenendo fra sé e la vita “lo spazio necessario a contemplarla” (“Diario di Normandia”).

L'antilirismo di Ruffilli diventa un nuovo tipo di lirica, improntata alla ricerca narrativa.

La voce è monocorde ed armoniosa, un tutt'uno con la realtà, che è sì  pensata dal soggetto, ma non soggettiva. La morte de “La gioia e il lutto” è lieta, ed è anche rinascita, nuova vita. È unione degli opposti. “L'orma appassita / eppure,intanto, / rifiorita di ogni cosa....” oPerché il lutto / chiama la vita / non altra morte.....”

Questa morte assomiglia ad una “beata dormitio”, un sonno di gioia, come la definisce Luigi Santucci in “Volete andarvene anche voi?”: “...fragranza di sillabe che capovolge l'incubo in benigna cosa di natura...”. Morte e vita fanno parte di una unica realtà, non sono opposte e divise, ma vita stessa. Questa concezione fa pensare alla “Commedia” di Dante e alle parole usate da Mario Luzi per descriverla ne “L'inferno e il limbo”. Dice Luzi: “ La sofferenza ha solo una bontà relativa e presa in prestito; è un mezzo e non un fine. Il senso di queste parole è divenuto per noi inintellegibile ma era certo per Dante e noto a Petrarca.... La sofferenza è semplicemente un modo di esistere che non comporta riserve metafisiche o valutazioni previdenziali, essa investe la sorte della persona umana, non come una condanna, soltanto come un'essenza inevitabile che corre a raggiungerla e ad animarla...... Separata dalla speranza, la sofferenza tende a divenire assoluta, intemporale e il suo valore irrelativo.”

Ne La gioia e il lutto si rivela pienamente la ricerca dell'autore di un'espressione della realtà  non binaria e dualista, ma volta alla coincidenza degli opposti, espressione di una logica dell'inversamente proporzionale più aderente alla realtà rispetto al linguaggio razionale. Le stanze del cielo rappresentano un'altra tappa importante della maturità espressiva di Ruffilli. Questa raccolta di poesie potrebbe essere un unico poema diviso in capitoli, ma questo non conta. Queste “stanze” sono divise in due parti che rappresentano  due ossessioni simili: “Le stanze del cielo” e “La sete, il desiderio”. La perdita della libertà e la dipendenza da qualcosa di altro: prigionia del corpo e assuefazione psichica, vissute come esperienze indivise e complementari. Due opposti si incontrano: le stanze e il cielo, il chiuso e il vuoto. Le pareti e la volta celeste. In una conoscenza paradossale che avviene attraverso l'immaginazione. “...non faccio / che andare su e giù / come un leone / dentro la gabbia / spellandomi le dita / nel graffiare i muri / e guardo lassù in alto..... / ma forse anche il cielo / è fatto a stanze / e non si può abitarne più di una.”

La vita si conosce attraverso il paradosso e non con l' espressione razionale e binaria.

Solo spostandosi in una logica dell'inversamente proporzionale dove gli opposti coincidono, è possibile rappresentare la realtà in modo veridico e non da un punto di vista strettamente soggettivo. La gioia e il lutto, le stanze ed il cielo, la vita e la morte come volti di una stessa unica realtà e pertanto non opposti. Coincidenti come nella poetica di Dante ed anche di Petrarca. Un ritorno alle origini, alla fase letteraria che precede il lirismo inteso come canto di un singolo soggetto che racchiude in sé l'universo stesso. Non un pensiero soggettivo ma una espressione universale del reale.

Un percorso simile alla ricerca preannunciata da Luzi nei suoi saggi: l'io si fa piccolo piccolo per fare posto all'universale che è sola e vera rappresentazione della vita. La realtà nella “Commedia” di Dante è eterna, è fede, è speranza. La poesia è vita stessa, non descrizione della vita.

Nel Petrarca la realtà è espressione di una sensibilità soggettiva, ma così elevata e profonda da innalzarsi all'universale e di qui l'universalità della sua lirica.

Quello che nella poesia moderna si intende come realismo è invece espressione di una visione soggettiva e particolare della realtà. Se intendiamo l'io come un universo a se stante la visione cosiddetta realistica ed oggettiva, non è altro che espressione di una visione parziale e soggettiva, relativa. Se la realtà è ciò che io vedo, non può che essere apparenza. “Così è se vi pare”, come in Luigi Pirandello. Perché la visione sia davvero reale, il soggetto deve ridursi e lasciare spazio a parametri certi e oggettivi di conoscenza. Che possono essere l'eterno, la fede e la speranza di Dante, ma anche il paradosso della filosofia presocratica e della tradizione sapienziale. La vita è coincidenza di opposte manifestazioni, di essere e non essere. La logica paradossale e intuitiva diventa per Ruffilli metodo di ricerca non solo espressiva, ma anche e soprattutto cognitiva. È nell'unione degli opposti, di gioia e lutto, di prigionia e libertà che la realtà trova vera e naturale espressione, e passando attraverso la conoscenza  degli opposti è possibile conoscere la realtà.

In questa ricerca  si manifesta la novità e l'avanguardia dell'opera di Paolo Ruffilli, che rappresenta un ritorno ad un cammino di ricerca universale e oggettiva nella narrazione, che io personalmente trovo simile a ritroso solo a quello di Dante e forse in parte alla poetica di Mario Luzi. Non una spinta classicista, ma un ritorno all'universale, dopo e durante il trionfo del particolarismo. Particolarismo nella società, nel diritto, nella politica, nella visione del mondo – e non solo letterario – che caratterizza la nostra epoca, e che ha attraversato l'intero Novecento. Derivando le sue origini dal simbolismo e dall'espressionismo di fine Ottocento.

Un'altra vita è l'ultima e più recente opera di Ruffilli.Altra importante tappa del percorso narrativo e di conoscenza della realtà. La vita, dunque è “altra”. Non è particolare e non è soggettiva. L'amore porta verso un altro, verso qualcosa di altro da sé. Amare vuole dire uscire da se stessi per andare verso un altro e insieme incontro all'universo. L'ego diminuisce per aprirsi alla vita.

Amore, vita e morte si rincorrono e si incontrano senza annullarsi. Dalla morte dell'inverno nascono i germogli della primavera. “E che altro era, la primavera appunto, se non uno dei rantoli e sobbalzi di quella morte da cui si risorgeva?” D'amore si muore per rinascere ad una vita nuova, altra, universale, non propria. “E, nel silenzio, gli sembrava che lei fosse l'unica necessità della sua vita. – La cercherò domani –,si era promesso. E annusava, ingoiandoli, gli odori che il vento portava mescolati alla polvere di altre vite chissà dove.” Ma l'universale è amore. Riaffiora il viaggio di Dante nella “Commedia” in questa dimensione della poesia come flusso vitale, come ricerca sull'essere, all'interno di una universalità di valori. Questo di Ruffilli è un percorso del tutto innovativo. Sembra rappresentare l'avanguardia del realismo, ma anche della ricerca ontologica. Realtà ed universale sono coincidenti. Non per fede in un Dio onnipotente e creatore, ma attraverso la conoscenza dell'essere principio e fine di ogni cosa. Un cammino circolare questo del nostro scrittore.

Mi sembra, e questa è una riflessione del tutto personale, che a questo punto non possa mancare altro che “il viaggio”, non importa sotto quale forma narrativa, prosa o poesia in questo autore non fanno differenza. Un viaggio preannunciato nei “Preparativi per la partenza” . Annunciato e non percorso del tutto.......

“......però lo sperimento / nell'atto di partire / che tanto o poco / è già un morire”.

Viaggio, morte, amore e vita... Insieme.

 La “Commedia”di Dante è viaggio nell'universale, nella dimensione dell'eterno, percorso sulla terra e nel cielo, nell'aldilà della vita riportando lì tutta la storia e la scienza del mondo terreno.

Il viaggio di Ruffilli è un percorso umano,narrativo, poetico e filosofico vissuto nell'ambito della  dimensione universale della vita. La sua opera è dramma e ricerca, qualcosa che in un certo senso precede la realtà e la annuncia da un punto di vista “altro”. Non suo, non particolare. Distaccato e partecipe. L'uso del linguaggio poetico o narrativo è evocativo, musicale, intuitivo. Quello di un testimone che racconta e che si fa interprete di un percorso di ricerca e di conoscenza. Qui l'uomo è un punto che contiene e annuncia tutta la meraviglia dell'essere e del reale. Di questa meraviglia Ruffilli si fa narratore e la descrive  con  una musica costruita sulle  parole. Con una narrazione altamente drammatica, come la vita. Un viaggio terrestre e celeste attraverso la conoscenza. Verso un'altra vita.

E tutto questo è solo l'inizio di un percorso che lascia intravedere altre possibili, imprevedibili tappe, così come la vita è imprevedibile. Nulla è scontato o già detto, ma tutto si rinnova al suono della musica. Che continua.
Recensione
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