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Elizabeth (nel mio cuore)

Resebud.com
9 December 2012

Era figlia dei suoi più cari amici, il signore e la signora O’Sullivan, irlandesi, che si erano sposati contro il volere dei genitori ed erano emigrati in Italia.

Lui ricordava, come se tornasse a vivere ora quel giorno lontano (il giorno in cui la bambina compiva quattro anni) la gioia sul viso ridente di Elizabeth e il bacio soave che gli aveva dato sulla guancia, al vedere il regalo (una grossissima bambola: il dono degli scapoli). Mentre i genitori guardavano compiaciuti e orgogliosi, Elizabeth gli aveva buttato le braccine al collo in uno slancio improvviso e quel fresco contatto lo aveva fatto fremere tutto e il fremito gli era arrivato al cuore. Com’era cara Elizabeth!

Oggi un annuncio gli aveva stroncato il cuore, l’aveva fatto tremare di sgomento e piangere di disperazione. Oggi perdeva Elizabeth.

«Sposi felici Elizabeth O’Sullivan e Gary Mortimer.»

Dio! Dio! Com’era invecchiato!

Aveva cinquantasei anni.

Nella sua mente ci fu un veloce parallelo con un altro annuncio. Da allora, da quando l’aveva letto, quell’altro annuncio che (pure) gli diceva che Elizabeth era morta, erano trascorsi quattordici anni.

Vedeva l’annuncio in prima pagina come fosse allora…

«Gravissimo disastro ferroviario; numerosissime le vittime; i superstiti versano in gravi condizioni.»

Elizabeth, Elizabeth e Elliott suo padre e Shelley sua madre…

«Oh no! Non è possibile! Non posso crederci!»

Eppure era vero. E per lunghi giorni credette che fossero morti tutti. Finché un mattino… Il campanello squillò, inatteso.

L’uomo andò ad aprire, schiantato dal dolore era persino malfermo sulle gambe. Sulla porta stava un signore distinto.

«Buongiorno. È lei il signor Trenton Van Doren?»

«Sì, desidera?» rispose a fatica.

L’uomo lo fissò un attimo, eloquentemente.

«Mi scusi. Ho la testa persa. È un brutto periodo. Entri prego entri. Il suo nome?»

«Mi chiamo Mortimer. Ma questo ha poca importanza…» […]

[…]

Così Trent si trovò in trappola. Una vera trappola per topi! Pensava lui.

Cosa ci sto a fare qui?

Ho lasciato andare una donna bellissima e piena di vita per ritrovarmi solo e prigioniero sul fondo di una cantina. Mi sono fatto attrarre dal formaggio invece che dalla pelle chiara e lucente di Sylvia e adesso Elizabeth può indire banchetti, di sopra, alla mia ormai accettata schiavitù.

Fra poco arriverà quella nonna perfida che vuole Liza solo perché le riporti un pezzo dello sguardo e un brano della voce di un figlio che lei stessa ha condotto alla fuga e alla morte!

Cosa devo fare, io, che non ho chiesto nient’altro che far del bene a Liza, rinunciando al resto della mia vita per lei?

Cosa posso fare di più?

Temo di aver toccato il fondo, il duro fondo della botte, giù in questa cantina dove sono sceso in volontaria solitudine.

Giochi d’amore, mai più. E questo mi stava bene, finché avevo Liza. Ma adesso, penso che mi siederò qua, proprio qua, su questo vecchio sgabello che sa di uva travasata e di vino messo a invecchiare. E invecchierò con lui.

Così Trent stappò la prima bottiglia, con uno di quei cavatappi di cantina che richiedono forza e maestria e ricordano, nella loro forma cristallizzata, proprio il tralcio della vite.

Mentre questo accadeva, Elizabeth faceva spedire un messaggio a Sallie, sperando che arrivasse in tempo.

Invece che per posta, la piccola lettera fu recapitata a mano, dall’autista di Van Doren.

«Oh Sallie, la nonna è sempre più vicina, vieni da noi, ti prego, vieni da noi al più presto. E salvaci.»

In effetti, l’auto di Van Doren ripartì quasi subito.

E dentro c’era Sallie, vivamente decisa a risolvere quella vicenda. […]

[…]

«Bene. Il primo round è finito. Quando comincia il secondo?» disse Trent, alzandosi dalla poltrona dove si era infossato e sgranchendosi le braccia.

«Ma adesso! Adesso! Subito! Non hai sentito Sallie?»

«Forse, tutte e due, dovreste chiedere prima il mio parere. Non mi avete fatto girare abbastanza sulla punta delle vostre dita? E fatto ballare come un orso legato al vostro guinzaglio? Quasi quasi ho voglia di restituirvelo, il vostro guinzaglio. Anzi, forse è venuta proprio l’ora giusta per farlo.»

E sorridendo si appoggiò alla mensola del caminetto, sbriciolando un sigaro toscano nel fornello della pipa.

«Insomma, basta! Io ti ho amato come un padre, come uno zio, come un grande amico! Come qualcuno che mi ha dato tutto di sé appena ne manifestavo il bisogno. Tutto, tranne il vero affetto delle sue braccia, il calore dei suoi baci, le parole che riempiono il cuore. E’ stato un amore senza vita, il tuo, ma capisco il perché. Senza mantenere il distacco, forse le tue mani, la tua bocca, i tuoi sguardi, si sarebbero adoperati per sopraffarmi, per rendermi succube di te. Ti ringrazio del tuo rispetto, se tu non l’avessi avuto io forse adesso non potrei parlarti così, sentirti così. Ma non ne posso più del tuo sacrificio che è diventato da tanto anche il mio. Ci hai coinvolto anche me nella tua rinuncia: hai lasciato il mio cuore senza voce, la mia mente senza luce, la mia anima senza pace. Possibile che tu non possa dirmi quello che io ti sto dicendo, almeno adesso? Sono solo due parole: TI AMO.»

(Dal romanzo Elizabeth – nel mio cuore, vincitore nel 2010 del XIV Premio Città di Empoli, sez. “Cinema, Teatro e TV”, edito da Ibiskos Ulivieri)

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