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Navicello Etrusco. Per il mare di Piombino

Archeologia e Poesia

Blog “Poesia3002”
4 aprile 2018

Caro Roberto, grazie,

la lettura del Navicello Etrusco mi ha trasportato a molti anni fa. All’inizio della mia vita adulta quando, carico di propositi, mi affacciavo alla professione dell’archeologia, armato di ideali e passioni (ancora studente i primi passi con la cooperativa, l’avventura politica di Obiettivo Cultura che abbiamo condiviso) che hanno improntato, per fortuna, la mia vita.

Ebbene, le tue immagini poetiche hanno suscitato in me il ricordo parallelo delle tante giornate passate a Populonia, a Baratti, a Piombino, in compagnia di amici e colleghi con i quali condividevo una passione, un lavoro e la stessa infatuazione per quella terra, colma di passato e di presente, divisa tra tradizione industriale (per noi prima di tutto operaia) e una vocazione culturale che pesca nelle tante radici, nelle vicissitudini trascorse che ho ritrovato tra le tue rime.

Erano gli anni degli scavi all’acropoli, uno dei primi lavori “veri” della cooperativa. Andavamo scoprendo una delle più importanti aree sacre delle città d’Etruria. Giugno, ospitati nella foresteria presso la necropoli di San Cerbone, al pomeriggio, terminati gli scavi, scendevamo direttamente alla spiaggia di Baratti ad attendere la sera distesi tra la sabbia e l’acqua. Poi ci riunivamo in foresteria per cena, a gustare “le alici del Piantini” che ancora ricordo come la più gustosa pietanza a memoria d’uomo. Dopo lunghe chiacchiere, scherzi e risate, dormivamo tutti assieme, su brande affiancate, a consacrare una vita che metteva assieme ventiquattr’ore al giorno, uniti come neanche una comune hippy avrebbe mai potuto.

Leggendo “Febo” mi sono ritrovato lì, sulla spiaggia, in uno dei pochi momenti di solitudine che mi furono concessi, non meno graditi della bella compagnia.

Spesso le discussioni nascevano da ipotesi che le ricerche all’acropoli, mescolandosi con conoscenze ancora acerbe dell’antichità, suscitavano. Ma ben presto il discorso scivolava sul nostro quotidiano che si mescolava con l’archeologia, per attingervi idee e motivi utili a dar gambe ai nostri progetti di vita. Di qui alla politica il passo era breve. Ci accomunavano identici ideali ed eravamo animati dalla ferrea volontà di trasformarli in vita migliore, per noi e per gli altri. Non siamo certo riusciti a migliorare il mondo ma ho la presunzione di aver contribuito ad un’esperienza che a molti giovani archeologi ha dato la possibilità di coltivare la propria passione trasformandola in un lavoro dignitoso.

E quella determinatezza che ha guidato molti della mia generazione nel perseguire un avanzamento universale è ciò che trovo nuovamente in alcuni passi del Navicello, in particolare nell’ultima parte, dove mi trasmette, a fianco della profonda tristezza per il sacrificio dei migranti, un senso di futuro possibile, la speranza di una vita possibile.

Caro Roberto,
non so se sono riuscito ad interpretare il libro con corretto senso critico ma queste sono le emozioni che mi ha suscitato la lettura. E proprio di queste nuovamente ti ringrazio.

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Nota di lettura di Fabio Faggella, archeologo, in merito alla raccolta: Roberto Mosi, “Navicello Etrusco. Per il mare di Piombino”.
L’archeologo Fabio Faggella è consigliere di gestione alle Attività Commerciali della Cooperativa Archeologia con sede a Firenze, rivolta al settore archeologico e alle attività didattico-culturali, presente in tutto il territorio nazionale.

Recensione
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