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Affari di cuore

Poeti contemporanei.it
(gen. 2012)

Nel suo nuovo libro, di nuovo nel verso breve e lancinante, la misura che gli è più propria, Paolo Ruffilli si esercita su un tema antico e nuovissimo, devastante ed esaltante, l’amore-passione, l’amour-fou della tradizione provenzale, secolare e sempre attuale. Si potrà dire qualcosa di originale, ci domandiamo, intorno ad un argomento tanto vieto, abusato addirittura, utilizzando modi singolari? Paolo Ruffilli riesce benissimo a dare forma all’informe per eccellenza, il sentimento, il desiderio, il piacere, sia dal punto di vista metrico, con l’uso di un ritmo sfrenato come l’eccitazione e il coinvolgimento dei sensi, sia dal punto di vista del contenuto, materia incandescente che sa maneggiare con estrema cura e perizia.

In realtà, le rime, la musicalità fremente dei versi, gli ictus inaspettati, le cesure e gli enjambements straordinari, disattesi, come extrasistoli che sconvolgono il cuore, ci danno la dimensione dell’impalpabile, dell’imponderabile, dell’erotismo che corre sul filo del rasoio, sembra precipitare ad ogni passo nella pornografia, sesso e nient’altro che sesso senza remore e senza regole, ma che si ferma sempre al di qua del nulla che la pornografia è, per diventare il tutto che è l’amore.

La noia della pornografia cede all’empito, sempre rinnovato e sempre spento per rinnovarsi ancora, del desiderio suscitato da un odore, da uno sguardo, dallo squarcio abbagliante di un particolare del corpo amato, continuamente rivissuto dal ricordo, presente e sfuggente come la vita stessa.

Il serpente dei versi che si inseguono dall’inizio alla fine di ciascuna poesia, in spirali velocissime e sempre più strette, l’onda fremente delle parole che dilagano fino alla chiusa fulminante in cui sedimenta e si condensa, proprio come un precipitato chimico, tutto il senso dei testi, rivelandosi come un abbigliamento dell’anima all’ultimo verso, ogni cosa determina, con effetto di crudele verità e atroce dolcezza, la concretezza della vicenda amorosa, che imprime di sé come un sigillo le pagine affatturate.

Il bob delle parole schizza velocissimo sulla pista di neve della pagina – e il poeta ci conduce con sé, senza scampo, mentre tratteniamo il fiato, paurosi ed incantati al tempo stesso – travolgendo ogni cosa, perfino la nostra incredulità di fronte a tanta spudoratezza, a tanto pudore celato da una ritrosia tanto più eccitante quanto meno evidente; corre, come abbandonato a se stesso, mosso dalla forza interna del senso, suscitando schegge di ghiaccio e scintille di fuoco fino alla fine, stridendo e temprandosi, come fa il ferro incandescente, messo dal fabbro a contatto con l’acqua, levando così alte scintille da mettersi in gara con le stelle.

Recensione
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