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El Ciuna

Il viso rubizzo per la grande passione enologica, le mani a salsiccia e la pancetta sporgente per la dieta giocosa e scevra da freni colesterofobici, El Ciuna era un tipo curioso. La battuta sempre in bocca, a volte salace, a volte arguta, lo facevano uomo di compagnia, sempre disponibile agli scherzi e pronto al gioco; soprattutto al gioco d’azzardo. I soldi se li giocava a carte, a dadi, alla mòrra, con le scommesse; e tutti i luoghi andavano bene per rischiare: la piazza, l’osteria, la strada o la sua stessa carovana. Sì, perché questo strano essere girava per paesi e campagne d’estate e d’inverno, con la sua casa-carovana, trainata da un ronzino ammalato d’affetto per il suo padrone. Figlio unico di madre incerta faceva parte del mondo variopinto dei giostrai. Però non era proprio dei loro; non era un “sinto”, era un “gagio”; ma un gagio strano, che invece di starsene fra le quattro mura di casa, fra cani, gatti, sacchi di granturco e campi da curare, preferiva vivere da nomade, senza fissa dimora, senza padroni e all’aria aperta. Tutti quelli che “giravano” lo conoscevano bene; lo incontravano ora in questo ora in quel paese, in occasione di una fiera, una sagra o altra festa paesana. El Ciuna arrivava di solito “scarico”, sia di moneta sia di vino. Parcheggiava lentamente la sua abitazione a fianco di residenze mobili ben più ampie e confortevoli, portava un secchio d’acqua a Silvestro (il quadrupede) e si avviava ciondolando all’osteria, con le carte in tasca e tanta voglia di “ricaricarsi”.

“Mejio un dì da leon che sento da cojon” esordiva, tra l’ilarità dei presenti, parafrasando un motto di certo “glorioso ventennio” (come ogni tanto diceva a mezza voce, guardandosi intorno con un misto di timore e di furbizia). Poi si sedeva al tavolo più vicino al banco di mescita, ordinava “na ombra de queo moro” e rivolto all’uditorio esclamava: “Vegnì, vegnì paroni, che xe ora de ciapare un franco!”

Così dicendo estraeva il mazzo e dava inizio al gioco del ‘bèco storto’: si trattava semplicemente di indovinare dove si trovasse il re di spade, dopo che lui, con grande abilità e velocità, aveva scambiato di posto tre carte più volte, cantilenando e ciarlando per distrarre i giocatori.

Naturalmente lui conosceva la posizione del re per via di un piccolissimo segno di piega presente su un angolo della carta. Chi giocava poneva le sue due palanche davanti alla carta coperta che riteneva nascondesse il re.

A quel punto El Ciuna con fare cerimonioso andava a scoprire le carte: “Siore e siori, carta perde, carta perde, carta vince!” ovviamente, dopo aver lasciato vincere i giocatori per alcune volte, lui si rifaceva e nel giro di un’ora si carburava sia in solido che in liquido. Poi usciva, barcollando leggermente, soddisfatto del lavoro svolto; si portava sotto l’ombra generosa dell’albero più vicino, si accendeva un’alfa e lasciava che i suoi cinquant’anni suonati si riposassero seduti sull’erba.

Le piazze di una volta non erano asfaltate, e ospitavano spesso ai lati platani robusti materni; ai bordi ospitavano pure un’osteria, un “casolin”, i portoni di una chiesa e a volte anche i gradini del municipio. La vita sociale del paese si svolgeva principalmente in quello spiazzo, come il gioco dei quattro cantoni. El Ciuna lo sapeva bene, e ad uno dei cantoni lui c’era sempre, magari a quello della mescita.

La sua arte consisteva nell’essere alticcio, senza ubriacarsi mai… o quasi mai; a questi livelli dava il meglio di sé, come nel pieno delle fiere, in mezzo alla folla di contadini, garzoni, massaie. Apriva il suo banchetto, vi poneva sopra tre grossi gusci di noce capovolti, estraeva dal taschino del panciotto un chicco di pepe e dava inizio al gioco del “gran de pévaro”, più comunemente noto come gioco delle tre campanelle. El Ciuna muoveva abilmente e rapidamente i gusci; ma quando era il momento di puntare, si bagnava con noncuranza il pollice sulla lingua e faceva aderire il grano di pepe al bordo umido del dito; così il chicco spariva momentaneamente da sotto le noci e nessuno poteva indovinare. A gioco fatto e vinto, riprendeva ad arringare la folla e dalla sua bocca esplodevano come fuochi d’artificio frizzi, lazzi, puntatine salaci, aforismi e massime che la dicevano lunga sulle sue ignote origini sociali. Spesso usava dialetti diversi, a volte mescolati fra loro, a volte intercalati da imprevedibili e maccheronici motti latini, che lasciavano gli astanti con un palmo di naso a chiedersi chi fosse costui e cosa volesse dire con il suo latinorum.

“El vin voltà butélo in prà, el vin putanela déghelo ai recioni, el vin grosso mi me lo strosso!”, così iniziava spesso il suo sproloquio grasso e colorito. Oppure, volendo richiamare l’attenzione di qualche coppietta che passeggiava gli occhi negli occhi, alzava la voce affinché tutti lo sentissero bene e pontificava: “La dona bisogna che la piasa, che la tasa e che la staga in casa… se no xe bote da orbi!”

El Ciuna aveva un intuito animalesco: sapeva cogliere negli occhi dei potenziali giocatori le incertezze, le ansie, le speranze che questi portavano con sé venendo dai vecchi casolari, dalle stalle o dalle botteghe dei dintorni con le porte strette e la luce sempre poca. Lui buttava l’amo, corteggiava con battute di spirito, barzellette, apprezzamenti. Se passavano dei giovanotti col vestito della festa e la brillantina in testa, gli si apriva un ampio sorriso birbone, che metteva in mostra due file di denti gialli cariati: “Dove ‘ndeo tuti tirai come cartoine! Drìo le tose eh!” Non c’era invidia nelle sue parole. Al contrario, la gioventù gli dava allegria e gli stimolava il buon umore. Anche lui era stato giovane: nel ’32 in riva all’Adige in quel di Lusia aveva guardato negli occhi la Teresa, una sera che la luna, complice, si era nascosta dietro le nuvole. Dopo i soliti “No” di rito, la Teresa l’aveva accolto con passione, con desiderio, con amore. Quella contadinella dolce, dagli occhi nocciola e le ginocchia volitive, lo aveva accettato senza riserve, anche se disoccupato, anche se fuggito da poco dall’orfanotrofio della vicina città. Era stata conquistata dalla sua ombrosità, dal senso di mistero che gli aleggiava intorno, dai suoi scoppi improvvisi di allegria, dalle frasi che solo una persona <studiata> poteva conoscere.

“Semel in anno lisciat!” le aveva sciorinato quella sera con il suo latinetto storpiato, quando lei si era opposta. La Teresa a quella specie di giaculatoria liberatrice si era sciolta come cera sotto la fiamma. E lui le aveva donato la sua <prima volta> eiaculandole maldestramente sulla gonna. Teresa maternamente capì, e lo aiutò a far meglio.

El Ciuna aveva la forchetta buona; nei periodi di vacche grasse si fermava volentieri da Toni della mussa, una vecchia trattoria lungo la riviera del Brenta, dove in faccia al fiume si poteva intingere la polenta bianca nel sugo di spezzatino di cavallo; e si offriva spesso anche un’ottima soppressa, di quelle che ti sciolgono il panbiscotto in bocca come fosse una spumilia. A chi gli rimproverava la sua esuberanza addominale, egli rispondeva senza mezzi termini: “Pecati de gola e de mona, Dio li perdona; quei de invidia no.” E continuava imperterrito a trangugiare polenta e patatine in tocio.

El Ciuna aveva anche fama di grande nuotatore: ogni anno in primavera, alla prima domenica di aprile, si gettava in Adige, laddove l’acqua lambiva lenta le prime case di Lusia, e lo attraversava tutto, andata e ritorno. A chi gli domandava perché, lui rispondeva che la vita è breve e andava vissuta con allegria: l’anno nuovo si apriva al sorriso con aprile e non c’era niente di meglio che festeggiarlo con un litro di nero in corpo e un fiume gagliardo di fronte. In realtà lui commemorava la Teresa, morta (due anni dopo il loro incontro) di mal di petto; ma era un segreto che non avrebbe mai confidato a nessuno. E così ogni anno scendeva piano l’argine, scopriva con energia il torace, si toglieva i pantaloni e, in mutande, dopo essersi piegato alcune volte sulle ginocchia per riscaldare i muscoli, affrontava di brutto l’acqua fredda con un tuffo. E se qualcuno si prendeva il lusso di prenderlo in giro, lui si oscurava in volto e gli dava del <mastega brodo, buelo marso> e altre fantasie sul genere. A nuotata finita, correva a scaldarsi vicino a Silvestro, inseparabile compagno di avventure, e accettava di buon grado una brocca di vino caldo che sempre gli veniva offerta dagli amici e conoscenti che assistevano al’impresa. Quando si era ben ripreso, accettava anche qualche presa di tabacco, di quel buono: se lo metteva dietro al pollice destro, nell’incavo naturale, e a più riprese tirava su col naso. Poi, col viso acceso e soddisfatto, rientrava in paese sulla groppa del quadrupede, come in trionfo, tra due ali di curiosi.

Quella mattina di aprile, non si sa perché non si sa come, lo trovarono riverso sul greto del fiume, con la testa dentro all’acqua e il resto del corpo fuori. Furono chiamati i carabinieri e dalla città giunsero anche un fotografo e un giornalista. Le ipotesi sulla morte si moltiplicavano di bocca in bocca: chi diceva che fosse morto annegato, chi ribatteva che un nuotatore come lui non poteva certo fare quella fine e sosteneva un decesso per infarto, chi ancora sosteneva trattarsi di una crisi apoplettica; ci fu anche qualcuno che ipotizzò un suicidio, o perché no, un omicidio. Insomma El Ciuna faceva parlare di sé da morto tanto quanto da vivo, e del fattaccio si continuò a parlare per giorni, e il morto tenne banco in tutte le osterie della zona per alcuni mesi ancora. In quanto all’autopsia, non diede risposte soddisfacenti, oppure le diede anche, ma in termini così astrusi che né gagi, né sinti, né amici né conoscenti riuscirono a capirci qualcosa. Qualche donna di paese o qualche zingaro passarono di tanto in tanto a portare dei fiori sul posto dove era stato trovato il cadavere. Silvestro, il vecchio ronzino spelacchiato, non fu mai ritrovato; forse non fu mai cercato. Così anche la fine, come l’inizio, avvolse El Ciuna in un’aura misteriosa ed enigmatica: un essere venuto chissà da dove e finito non si sa come. Ma la verità stava scritta forse nel suo ultimo muto sorriso; forse, semplicemente, il suo fisico non ce l’aveva fatta, ed era morto per amore in quella rigida mattina di primavera, lui che aveva sempre detto di voler crepare d’estate, per non patire il freddo sottoterra.

luglio '91

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