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Il Medico Condotto

Ricevo dal Presidente dr. Maurizio Benato, da sempre curioso e attento ai fatti letterari e goliardici della nostra Università, un testo illustrato sul medico condotto, e precisamente un’ode di Arnaldo Fusinato dedicata al dr. Leonzio Sartori (per l’appunto medico condotto in quel di Schio), datata 1845. E d’altronde proprio a Schio, in provincia di Vicenza, nel 1917 nasce il Fusinato, anche se poi gli anni verdi della gioventù li trascorre a fare il goliarda a Padova, iscritto dal 1836 alla facoltà di giurisprudenza. A testimonianza di questa fase gaudente universitaria, il nostro pubblica nel 1847 “Lo Studente di Padova”, simpatica rievocazione di questa esperienza. Ma già fervevano i moti rivoluzionari del ’48 e il Fusinato vi si getta a capofitto, come volontario, andando a difendere la giovane repubblica mazziniana di Venezia. Qui, nell’agosto del ’49, nella fortificazione del Lazzaretto, scrive la sua famosa ode “A Venezia”, nota a tutti gli amanti delle patrie lettere: “Il morbo infuria / il pan ci manca, / sul ponte sventola / bandiera bianca”. Dopo varie peripezie, un soggiorno a Firenze (dove si trasferisce per sfuggire alla polizia austriaca) e poi a Roma, Arnaldo Fusinato muore nel 1888 a Verona, solo e dimenticato, come spesso capita a molti artisti.

(Chissà, forse è per questa sua anima giramondo, dal temperamento effervescente e passionale, gaudente ma anche generosa e politicamente engagé che Padova gli ha dedicato in via Marzolo la ‘Casa dello Studente’, rossa di nome e di fatto. Nel ’68 lo avremmo trovato di sicuro in prima fila, fra le teste calde che lottavano per una nuova società più aperta e democratica.)

Una prima raccolta di sue poesie fu pubblicata nel 1853 per i tipi di Cecchini, in Venezia.

Una seconda edizione, più completa, comprendente anche le poesie patriottiche che non era stato possibile inserire nella prima raccolta, uscì a Milano, nel 1880, per conto dell’editore Carrara.

L’ode al medico condotto è posteriore al periodo padovano, ed è dedicata proprio a quel medico, Leonzio Sartori, amico di Arnaldo, che ne aveva stimolato la composizione col proprio umile lavoro.

Un lavoro faticoso, improbo, senza domeniche, feste, santi e madonne, ‘da mane a sera e da sera a mane’, nel silenzio del dovere, in amara solitudine, ma nell’orgogliosa consapevolezza della propria insostituibilità.

La poesia, graziosamente illustrata dal coetaneo Osvaldo Monti, si articola per nuclei tematici, iniziando con l’ironica quartina:

- Ed io ridendo vengo bel bello
A gorgheggiarti quel ritornello:
- Arte più misera, arte più rotta
Non c’è del medico che va in Condotta!-

Poi, sempre in rima baciata, compare il primo nucleo: il medico a cavallo (ginnetto: cavallo spagnolo, piccolo e leggero), che percorre da solo strade e tratturi, con tabarro e cappello, e l’unica compagnia di una pipa:

Quand’io ti veggo, Dottor diletto,
Sull’anatomico bianco ginnetto,
Cha va squassando la sonagliera
Tra i velli intonsi della criniera;
Quand’io ti veggo sotto l’ombrello
Dell’emisferico grigio cappello,
Coll’economica pippa chioggiotta
Che l’impassibile naso ti scotta,
Caro Leonzio, col tuo perdono,
Questo mestissimo salmo t’intuono:
- Arte più misera, arte più rotta
Non c’è del Medico che va in Condotta.-

Il ‘mestissimo salmo’ continua con un secondo nucleo, sempre in decasillabi, a volte alternati con endecasillabi, in cui si rappresenta il medico come un uomo barbuto che, novello Figaro, viene continuamente chiamato di qua e di là, e paragonato ad un postino senza requie:

Come la libera luce del sole
Ciascun ti cerca, ciascun ti vuole!
Col mattutino canto del gallo
Balzi dal letto, monti a cavallo,
E senza tregua, senza respiro
Come la Posta sei sempre in giro;
Via per il monte, giù per la valle,
Su per i fienili, dentro le stalle,
Simbolo vero del moto eterno
Sei sempre in gambe la state e il verno.
Oh! Non è dunque senza ragione
S’io ti ripeto questa canzone:
- Arte più misera, arte più rotta
Non c’è del Medico che va in Condotta -

Il terzo nucleo tematico è dato da una romantica notte invernale…interrotta bruscamente:

E’ mezzanotte – per le contrade
A fiocchi a fiocchi la neve cade –
Tu fra le coltri stanco e beato
Della tua sposa ti corchi allato;
Ammorzi il lume…ma sul più bello
Odi un tintinno di campanello:
- Chi è là che suona? - Son io, Dottore!
- Cosa volete? – Mia figlia muore. –
- Ora non posso, sono occupato: -
- Ella è pagato, Ella è pagato. –
Al suon di questa voce fatale
Alzi la testa dal capezzale,
E mentre in fretta ti vai vestendo
Fra le bestemmie ruggir t’intendo:
- Arte più misera, arte più rotta
Non c’è del Medico che va in Condotta.-

E la storia continua, sotto l’occhio ironico e divertito del Fusinato:

Per additarti l’aspro cammino
St’altro va innanzi col lanternino:
Il gel t’agghiaccia le dita e il naso,
Ma non fa caso, ma non fa caso;
Stufa ambulante ti sorge a lato
La dolce antifona del sei pagato!
E allor che fatte cinque o sei miglia
Trovar ti credi morta la figlia,
Misericordia! Che cosa vedi?
La moribonda ch’è bella e in piedi!
- Ella è guarita, grazie al Signore,
Felice notte, signor Dottore. –

A questo punto il Fusinato inserisce un’immagine erudita e significativa, quella del ‘convitato di pietra’, illustre personaggio preso dalla leggenda di don Giovanni Tenorio, utilizzata sia da Molière che da Mozart (nel suo famosissimo ‘Don Giovanni’): tal convitato era il commendatore di Ulloa, cui don Giovanni, appunto, aveva rapito la figlia nel monastero. Da questo fatto origina l’odio tenace che anche da morto il commendatore prova per il nemico-seduttore.

Come la statua del Convitato
Tu resti muto petrificato,
Mentre all’orecchio t’odi ronzare
Questo terribile intercalare:
- Arte più misera, arte più rotta
Non c’è del Medico che va in Condotta. –

Altro beffardo nucleo tematico è quello che segue: la dama di città che disdegna l’operato del nostro sfortunato collega, pur avendogli ‘consentito’ di fare il quarto al Tresette:

Tragge l’autunno dalla vicina
Città in campagna qualche Damina?
Te fortunato sei volte e sette!
Puoi farle il quarto nel suo Tresette.
Ma se dal placido chilo si desta
Con un insolito peso alla testa,
Non darti affanno – si chiamerà
L’illustre medico della città:
Oh! Le tue mani son troppo vili
Per toccar polsi così gentili.
Che se ti salti la mosca al naso
Guardati bene dal farne caso;
I Deputati sono galanti
Colle signore che portan guanti,
E potrìan dirti, Leonzio mio:
- Scorso è il triennio, vada con Dio. –
Allor ridendo verrei bel bello
A gorgheggiarti quel ritornello:
- Arte più misera, arte più rotta
Non c’è del Medico che va in Condotta. –

…Evidentemente anche nell’Ottocento l’intelligenza e l’arroganza di molti politici illuminava le strade d’Italia, nonché condizionava le tasche del nostro povero eroe.

E il Fusinato continua imperterrito a rovistare il coltello nella piaga, introducendo una serie di situazioni sempre molto ben illustrate dal Monti, e vivacizzate dal ritmo martellante della rima baciata: situazioni che sembrano calate apposta nei nostri giorni:

Se a far la visita tardi mezz’ora,
Ti mandan subito alla malora;
Se qualcheduno, cui duole un dente,
Sente rispondersi: - Eh! Non è niente –
E’ bell’e buono , Dottor mio caro,
Di dirti in faccia: Ella è un somaro! –
Ordini a caso qualche sciroppo,
O qualche pillola che costi troppo?
E’ tutto inutile, ragion non vale,
Tu sei d’accordo collo speziale:
Se tu guarisci qualche ammalato
E’ Maria Vergine che l’ha salvato;
Ma per disgrazia s’egli ti muore
T’urlano dietro: - Can d’un Dottore! –

Alla fine il Fusinato, preso a pietà, decide per fortuna di porre termine al calvario esistenziale del nostro medico condotto, e termina l’ode con questa quartina di chiusura:

Oh! Ma finiamola la lunga istoria,
E il salmo termini con questo Gloria:
- Arte più misera, arte più rotta
Non c’è del Medico che va in Condotta! –

Certo, l’erede del nostro amato medico condotto, il medico SAUB, USSL, ASL, e quant’altro, di ‘rotto‘ ultimamente ne ha molte di cose…ma se l’è scelta lui, direbbe il mio gatto soriano, filosofo raffinato, esperto di vita e di cose di uomini.

Il Fusinato, col suo spirito giocoso e goliarda, ci ha dato una gradevole testimonianza di poesia (e di medico) romantico-popolare, che fa presa immediata sul lettore, anche se non riesce a scrollarsi di dosso una certa patina retorica. Ma almeno il suo dottor Leonzio aveva una prerogativa assai preziosa: era insostituibile! Noi, fra rivolgimenti sociali, politici e informatici, dopo la presa d’atto dell’estrema relatività del nostro sapere e delle nostre diagnosi, forse non abbiamo più neppure questa ‘virtù’. O forse dobbiamo avere il coraggio di comprendere che è passata un’era, e che la nostra professione va rifondata ab initio partendo da nuove categorie di riferimento, come la condivisione delle decisioni, il consenso, il rapporto paritario, il rispetto reciproco, mediando tra la necessità di rassicurare il paziente e le nuove impreviste incertezze del nostro sapere medico. Probabilmente questa vecchia professione non morirà, ma sarà molto, molto diversa da quella del nostro simpatico Leonzio.

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