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Il Musicante

Era trascorsa una giornata stranamente tiepida per quella stagione. Il sole aveva spadroneggiato per molte ore, arrendendosi solo alle prime ombre della sera. La stanza della biblioteca era silenziosa, raccolta, un po’ intristita dall’arredamento ormai consunto. La scialba luce che ancora entrava dagli ampi finestroni provocava in Francesca un brivido di malinconia. Febbraio - pensò mentre sfogliava le ultime pagine del volume che aveva chiesto - è davvero il mese più triste dell’anno: rigido, cupo, persino patetico per quel suo precario carnevale a tutti i costi.

Guardò l’orologio: erano già le diciassette e trenta; doveva sbrigarsi a completare gli appunti, perché alle 18 il custode chiudeva. Quella tesi di laurea ormai l’aveva stremata. Giornate intere trascorse sui libri, nelle biblioteche, a raccogliere dati, opinioni, confronti, tabelle! E tutta questa fatica perché poi? Per sostenere una tesi impossibile da sostenere! Un assunto deprimente, almeno così lo sentiva lei, che il professore di filosofia le aveva assegnato: “ L’Uomo, tappa irrazionale di un’evoluzione casuale.” Era impazzita la natura o era impazzito l’uomo? - si chiedeva Francesca mentre razzolava tra un volume e l’altro di etologia. E se era impazzito l’Uomo, in che stadio della sua storia ciò era successo? Quando usava gli schiavi come merce di scambio, o quando mandava al rogo i contestatori chiamandoli eretici, o quando usava i propri simili per confezionare saponette? E gli arsenali nucleari, che parte avevano in tutto questo? Assurdo! Assurdo! - si ripeteva continuamente.

Anche quella sera comunque aveva terminato il suo lavoro. Raccolse volume e riviste e consegnò il tutto al bibliotecario. Alle diciotto era già in strada, a respirare a pieni polmoni quella brezza tiepida che circolava perle vie della città. I lampioni erano già accesi ed illuminavano una serata che si presentava ideale per fare quattro passi, avvolti in una pelliccia.

Francesca odiava la nebbia, il freddo, la maglietta della salute, i cappotti ingombranti, e tutto ciò che sapeva d’inverno! Dentro i suoi ventitré anni si sentiva lucertola fin nel midollo.

Avrebbe passato volentieri l’intera estate distesa sulla sabbia di una spiaggia pugliese o siciliana ad abbronzarsi, con la lattina di coca-cola da una parte e la radiolina dall’altra; una capatina tra le onde invitanti, quattro sguazzi qua e là e poi di nuovo a farsi baciare dal sole. - Ah! Quella sì che era vita! Al diavolo le sciarpe, i piumini, i maglioni … e la pazzia umana! - disse fra sé mentre imboccava Corso del Popolo.

La via era stranamente deserta per quell’ora e le poche macchine che si incrociavano accentuavano quell’impressone di solitudine.

Dopo pochi passi notò che una sottile nebbiolina, spuntata chissà dove, stava avanzando lungo il viale, riducendo la nitidezza del profilo dei palazzi. Anche il cielo invernale, sfolgorante di punti luminosi si stava appannando. Francesca si strinse sulle spalle la bianca pelliccia e continuò a camminare tranquilla, un po’ infastidita da quell’inattesa foschia. Autobus a quell’ora non ne passavano e quello stupido di Alfredo non era passato a prenderla. Forse era ancora imbronciato per l’altra sera, quando, in macchina vicino alla statua di Cavour, lui aveva tentato di infilare la mano sotto la gonna. Se il motivo era quello, allora meglio così! Quando era no, era no! In realtà per Francesca il sesso non era molto importante; faceva parte dell’arredamento e basta. Uno e settanta d’altezza, un visetto grazioso, centrato da un impertinente nasino alla francese, le curve al posto giusto, era molto quotata fra gli uomini. Ciò la gratificava assai, ma non le accendeva alcuna passione. Era timida, generosa, disponibile e capace di notevole empatia nei confronti della sofferenza. Avrebbe desiderato frequentare i corsi di infermiera, ma i suoi genitori si erano opposti.

La foschia diventò nebbia in poco tempo; la visibilità si ridusse a pochi metri, tanto che la luce dei lampioni arrivava a malapena a illuminare l’asfalto del ponte nuovo. Il fastidio di Francesca si tramutò in disagio e poi improvvisamente in una strana angoscia mai provata prima. Fu allora che udì quella musica strana, dondolante, quasi una ninna-nanna. Le note pulite si rincorrevano tra la nebbia come a nascondino; ora assumevano un tono triste, raccolto, ora giungevano più rotonde e vivaci. Sembravano uscire da un flauto. La ragazza seguì affascinata la direzione di quel suono e scorse sulla destra, seduto sul marciapiede, un qualcosa di raggomitolato che soffiava su uno strano strumento.

II

Antonio spense la sigaretta, prese il pesante borsello con dentro il regalo per il compleanno del figlio Marco, saltò i due gradini e si pose alla guida dell’autobus. C’erano poche persone sedute negli ultimi posti: qualche anziano e tre ragazzi, probabilmente studenti che ritornavano dall’università con quel bus delle diciotto e dieci. Si sentiva in forma quella sera: sua moglie Katia era già all’ottavo mese, e fra trenta giorni, salvo imprevisti, sarebbe diventato papà per la seconda volta. Nuove preoccupazioni, nuove spese, ma anche nuove strillati soddisfazioni! Controllò la porta d’entrata per l’ultima volta e girò la chiave sul cruscotto. Il motore brontolò un po’ e poi si riprese con vivacità.

Antonio azionò la leva di chiusura delle porte e lentamente partì, gustandosi quella serata limpida e insolitamente tiepida.

III

Francesca si avvicinò con cautela a quel ‘coso’ e vide con grande meraviglia che si trattava di un piccolo uomo panciuto avvolto in uno strano mantello rosso, ricamato in oro. Aveva una folta barba che gli ricopriva quasi tutto il viso ed incorniciava due occhi chiari, color ghiaccio, assai vivaci. Dieci dita rotonde come salsicciotti sbucavano ai lati del mantello e tenevano appena appoggiato alla bocca uno strumento musicale che non aveva mai visto prima: assomigliava solo vagamente ad un flauto, ma era più lungo, con più fori e sembrava fatto di cristallo rosa.

Le orecchie aguzze sorreggevano un buffo copricapo con una penna d’oca sulla destra.

Sembra un nano – pensò Francesca, un po’ intimorita. Forse è solo un poveraccio che chiede la carità. –

Si avvicinò di più, cercando degli spiccioli per le tasche. Ai piedi di quello strano musico non c’era però alcuna tazza. Le note ora sgorgavano trepide e calde come prima, ma sembravano tentennanti, incerte. Il nano suonava, suonava,, e nello stesso tempo la guardava con occhi sempre più grandi, più lucidi, più intensi. Francesca si sentì a disagio e decise di rompere il ghiaccio: “Che bella musica!” disse. “Come si chiama il pezzo che state suonando?” Il nano si fermò, lasciò passare qualche istante e poi rispose con voce roca: “È la musica di Francesca.”

“La musica di Francesca?” esclamò lei stupita. “Come sarebbe a dire?!.. Quale Francesca?”

Il nano si passò la mano sulla barba canuta; sembrava molto stanco. Poi con un sorriso bonario rispose: “Questa è la tua musica, Francesca. Questa sei tu. Ogni nota è un alito della tua anima, nel bene e nel male.”

La giovane rimase a bocca aperta, senza parole, senza idee, come svuotata da quell’affermazione così semplice, e così oscura.

Il nano intanto riprese a suonare. Questa volta lo strumento emise piccoli incerti acuti, e poi note più soffici e raccolte in armonia con il pallore di lei. Francesca si riprese subito, il cuore cominciò a battere più forte, il respiro si fece profondo, la bocca asciutta per l’emozione. La situazione andava facendosi alquanto strana e anche un po’ imbarazzante. Lei avrebbe potuto proseguire la sua strada, come se nulla fosse accaduto; aveva avuto un incontro casuale con un nano un po’ pazzo, e tutto sarebbe finito lì. Ma quegli occhi magnetici che l’avvolgevano come spire e quello strano flauto di cristallo rosa stimolavano la sua curiosità. Voleva saperne di più!

“Ma tu … chi sei?” chiese con timore malcelato.

“Mi chiamo Glòin” rispose pronto il nano “E sono il tuo elfo di compagnia.”

“Il mio cooosa??” disse la ragazza strabuzzando gli occhi.

“Il tuo elfo, certo!” ribadì quello.”Ad ogni persona è destinato, fin dalla nascita, un elfo musico; si cresce e si invecchia assieme! Altrimenti chi suonerebbe il Custode della Vita?” E così dicendo sollevò il suo strumento che a tratti emanava bagliori vermigli.

Francesca, turbata da quelle parole apparentemente senza senso, ma anche affascinata da quello strano oggetto, allungò la mano per toccarlo. Il nano comprese al volo la sua intenzione e ritrasse lo strumento, dicendo: “Fermati! Non puoi toccare il Custode! Non ora almeno!”

Sul volto di lei si disegnò la delusione, come una bambina cui avessero vietato il balocco preferito. Tornò allora ad osservare con attenzione il nano e pose un’altra domanda che da qualche istante le prudeva sulla lingua: “Se tu sei il mio elfo, come dici, perché sei così vecchio? Io ho appena ventitré anni!”

Il nano la fissò per qualche istante, meditabondo, poi con aria triste le rispose: “Mia piccola signora, questa sera il Musicante finisce di suonare.”

“Mi dispiace” disse lei senza aver ben compreso, “suonavi davvero magnificamente.”

“Troppo gentile, mia signora. Io non sono che uno specchio; traduco in note ogni piega del tuo animo, ogni emozione, ogni fantasia. Ero il miglior allievo alla Scuola Superiore per Musici, e sono felice di aver suonato per te.”

“Ma perché non ti ho mai visto prima?” tornò a chieder Francesca con voce incredula.

“Perché non mi hai mai guardato fino a questa sera!” rispose lui, “mi hai visto, ma non mi hai mai guardato!”

“Ah!” fece lei sovrappensiero, chiedendosi in quale pezzo di sogno fosse caduta e come mai tardava così tanto a svegliarsi.

Passò qualche secondo di silenzio. Poi il nano si alzò, nascose lo strumento sotto il mantello e fece un inchino: “Mia signora, è tempo di andare. Il mio compito è terminato. Sono davvero dolente, ma ogni cometa ha scritta nel cielo la sua via.” Così dicendo si allontanò e in pochi istanti la nebbia lo inghiottì.

Francesca rimase qualche istante meditabonda. Il sogno non accennava a concludersi e non sapeva più cosa diavolo fare. Adesso che quel nano pazzo si era dileguato, tutto sembrava tornare come prima, tranne per quella benedetta nebbia che non diradava. – Ah! Già! Stavo tornando a casa a piedi! – si disse, uscendo da quello strano torpore. Si strinse addosso la pelliccia e riprese a camminare con passo incerto, senza capire bene dove andava.

Antonio vide a stento la sagoma bianca, ma non fece in tempo a sterzare. Udì un tonfo sordo sulla sinistra e poi il silenzio. Fermò bruscamente l’autobus e scese a vedere cos’era successo.

IV

Nella stanzetta al primo piano Katia spingeva con tutte le forze che le erano rimaste. Aveva rotto le acque prematuramente, le aveva detto l’ostetrica chiamata d’urgenza; e così era stata ricoverata subito con l’ambulanza. Distesa supina su quella specie di trespolo che era il lettino della sala parto, tra una spinta e l’altra prendeva fiato; percepiva il brusìo indistinto proveniente dai piani superiori dell’edificio. L’ ospedale era vivo, con i suoi rumori, i suoi odori, i suoi mille occhi illuminati che palpitavano nella sera tiepida; un mostro di cemento armato che respirava coi mille respiri dei suoi ospiti. Ogni tanto qualcuno entrava per la prima volta in quell’alito corale, e qualcun altro ne usciva per sempre.

Katia percepì una spinta più forte delle altre, sentì una cosa bagnata scivolare dal suo ventre nelle mani dell’ostetrica, ed il brusìo della clinica fu rotto da un pianto squillante e prepotente. “È una femmina!” sentì esclamare mentre teneva ancora gli occhi chiusi. – Bene! – pensò – Antonio ne sarà felice! La chiameremo Francesca.

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