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In questi sette racconti della scrittrice fiorentina registriamo la contaminazione della profonda quotidianità, impastata di negazioni e sofferenze, con il sogno o il delirio e l'esperienza si ispessisce di rimandi e di richiami. Questa contaminazione non può però avvenire che attraverso uno scarto del senso comune e uno sconvolgimento della percezione sicché il confine fra la realtà e la sua proiezione onirica è indefinibile e ambiguo.

L'uomo, creatura in bilico fra storia e metastoria, fra cronaca e pulsioni inconsce, appare incapace di gestire la sua complessità con le sole armi del razionale: la religione, il mito, il fantasmatico soccorrono la complessità del suo sentire. Soccorrono o ne sono parte non alienabile?

Questi racconti colgono il momento in cui nella vita dei protagonisti irrompe l'altra percezione, quella dell' "occhio interno" per dirla con un linguaggio junghiano.

Troppo semplicistico sarebbe liquidarli come storie di "nevrosi". Le connotazioni fortemente simboliche fanno riferimento ad un universo parallelo a quello del sensibile codificato che lo infesta come un virus e, nutrito dallo stesso cibo, quando affiora è proiettivo del primo pur assumendo l'aspetto del sogno, del delirio, della follia e di arcani indizi come quelli impressi su un foglio bianco sottostante ad uno vergato.

La scrittura, seppur piana, echeggia evocazioni e richiami, ben sintonizzata con l'ideazione fra cronaca e mistero.

Recensione
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