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Dialoghi imperfetti

La scrittura poetica come dialogo ovvero – secondo l’etimologia greca - pensiero che si fa parola rivolgendosi ad un ‘alter’, che è insieme se stesso e di volta in volta l’essere amato, la vita, la natura e infine la parola poetica, definita dall’autrice “spazio senza tempo dove riposare l’anima”, anche se, come afferma subito dopo, “non dà pace l’imperfezione della poesia”. Questo il senso del titolo della raccolta di Patrizia Riscica, “Dialoghi imperfetti”, un originale susseguirsi di versi in forma di colloquio radente, fascinoso ed impietoso insieme, lungo i contorni esistenziali dell’autrice e dell’umanità, contorni sospesi tra il desiderio di vivere pienamente e gli inganni delle relazioni e del tempo.

Dialoghi dunque ‘imperfetti’, minati dalla difficoltà di stabilire un punto d’arrivo, dal rischio di perdersi in un meandro di reciproche illusioni e incomprensioni, ma tuttavia ostinatamente tesi a portare avanti uno scavo affidato alla parola, al suo farsi lente e riflesso fotolessicale dei rovelli del vissuto individuale e collettivo. L’autrice esplicita questa dicotomia attraverso due diversi registri espressivi connotati da caratteri grafici diversi, affidando al corsivo quello più razionale e collettivo, all’altro quello più viscerale e solipsistico. La scelta della modalità dialogica ribadisce il diritto e rovescio del cuore e della mente, il tentativo imperfetto ma necessario di ascoltare entrambe le parti, come un tutt’uno scisso ma da ricomporre, ove possibile, in accordo.

Diviso in sei sezioni, il libro della Riscica parte dai “Dialoghi dell’amore”, il tema più antico e complesso: Lo sai  / la vita si inginocchia sull’amore / con un’infinita preghiera / e con il capo chino / lo onora, / lui / l’incontro prezioso, / il signore dell’anima / e del senso di ogni pensiero”. La poetessa delinea la parabola di una vicenda amorosa che, da sentimento profondo vissuto visceralmente, anche nella lontananza come “memoria della pelle”, va lentamente attenuandosi per l’egoismo maschile, che non asseconda l’intensità psicofisica femminile. Così dallo “sconcerto d’amore” nella gioiosa attesa dell’incontro (Il tuo arrivo è una certezza / che fa capriole dentro il mio cuore”, dialogo n. 4), si arriva a “cocci di relazione” e alla dolente presa di coscienza del distacco, della perdita da accettare nel silenzio, nel quasi straniamento da sé:

...Il tuo corpo non più qui / sopra, dentro il mio. / Accolgo con dolore questo assoluto silenzio. Eppure la vita cammina indifferente. / ...La gente mi guarda, mi vede, mi tocca,  / potrebbe perfino pensare che io sia ancora viva. / Non vede il mio cuore staccato a morsi  / e gettato lungo l’argine della solitudine” (dialogo n. 15).

La parabola dell’universo femminile si amplia e assume contorni più universali nel successivo “Dialoghi delle donne”. Qui l’autrice ben delinea la fisionomia della donna attuale sospesa tra passato e futuro, consapevole del suo “disorientamento”, ma anche della nuova strada da percorrere. Appaiono nel dialogo n. 4 i mille volti, epiteti e stereotipi della figura femminile, “donna caleidoscopio”, artista-trasformista della vita”, ‘mater’ degli altri e anche a se stessa, capace di gestire da sempre una pluralità di ruoli con “mani piene di forza. Una donna che a volte vorrebbe fuggire da questa “fatica di esistere” e aspira ad un sostegno più maturo e affidabile da chi le sta vicino fino a sognare (dialogo n. 11) un “principe azzurro” che non possieda e ingoi “in un solo e avido boccone il suo corpo per poi abbandonarlo nel prato della vita.

Chiude la sezione l’intenso Dialogo della sorellanza, a nostro giudizio una delle più risolte composizioni di tutto il libro: qui la voce poetante si stacca nettamente dalla dimensione individuale per cantare in prima plurale un coro, ben scandito ritmicamente, della “sapienza femminile” .

...Il nostro corpo è uno scrigno / colmo di tesori da donare o depredare. / Il nostro odore profuma l’aria: un’attrazione irresistibile / una traccia sicura da inseguire / ...La Natura nutre il nostro esistere. / Siamo rifugio, protezione, forza. / Siamo cavità che genera e consola. / Siamo amazzoni combattenti per la vita / ...L’arte delle donne è la cura. / Il loro orgoglio è saperla offrire / ...Le lacrime delle donne scorrono ovunque, / silenziose trascinano via rabbia e prepotenza. / Donne forti, risolute, scaltre... / Magicamente strette nel cerchio della sorellanza, / solo così saranno salve.

Il colloquio di fronte alle battaglie e alle prove impreviste della vita si approfondisce nella terza sezione, “Dialoghi della vita”, in cui fin dall’incipit si fa strada una amara consapevolezza e quasi rassegnazione: “La vita va percorsa / come si svela e / questo l’anima lo sa. La vita è disonesta”. L’autrice si confronta nei vari dialoghi con alcune della parole chiave della vita: cammino, meditazione, corpo, morte, memoria, felicità, tanto che le parole stesse divengono “pesanti e vischiose”, “un sacco colmo di già detto”, uno zaino che vorremmo gettare. Eppure la sezione è percorsa anche da una ricerca di speranza e si chiude con un ritrovato coraggio: “Respiro dentro la mia anima. / Non ho paura di nulla. / Non ho paura del nulla.”

Forse da questa spinta interiore ad abbandonarsi ai ritmi e vortici del vivere nasce la quarta sezione, “Dialoghi del mare”, in cui l’elemento acqueo diviene metafora della sorte umana, “navigazione a vista” oscillante tra le “inaccessibili voragini” e i mille mutamenti della superficie marina. Perdersi nel mare è viaggio nel buio ovattato dell’io, ricerca, sebbene inutile, di oblio dai rovelli terreni e l’acqua del mare diviene “conforto di pianto”, “vestito di cielo”, “scialle di vento” ed infine spinta verso la rinascita dell’anima che nel dialogo finale è “nuvola bianca “ che vola sulla distesa marina. E’ come se Patrizia Riscica cercasse di compiere, nello snodarsi dei pensieri in versi, un ideale ‘itinerarium’ di maturazione e purificazione per giungere all’essenza dell’esistere, oltre gli inquietanti interrogativi, oltre le “rive illusorie”, oltre i sogni accarezzati invano, come testimonia il ripetersi anaforico dei versi “La vita è altro /...il resto è sogno”.

L’approdo è trovato forse nell’ultima sezione, “Dialogo con la poesia”, nell’acquisito e riconosciuto valore della parola poetica, “parole antiche / uscite dal ventre contratto / da spasimi di consapevolezza”, parole che diventano lo strumento supremo per “schivare blocchi di banalità” e riconoscere la vita e l’amore : “Ecco allora la poesia, / esperta in giocoleria, farsi strada / a gomitate e spintoni / tra la folla dei pensieri... / Eccola arrivare in prima fila e / lanciare a tutti l’illusione / di uno spettacolo interminabile...I n quell’attimo la vita si svela / e la poesia non tradisce più”(p.69).

Sul piano stilistico la scrittura della Riscica si caratterizza per un andamento quasi prosastico, che scaturisce dall’insistita autoanalisi e ansiosa ricerca di certezze. Così lo stesso io poetante si sdoppia e alterna nell’uso delle persone e dei ritmi espressivi, ora incalzanti, interrogativi, enumerativi, e un verso dopo riflessivi, pacati, quasi sapienziali. Il registro lessicale è vario, con termini anche non aulici, denso di immagini originali spesso legate alla fisicità, a ribadire il fondo autentico di vissuto da cui i versi emergono come sassi appena limati dal mare, ancora porosi e odorosi di salsedine. La sua è una poesia che giustamente Paolo Ruffilli definisce, nella Prefazione, “antielegiaca”, un poetare che predilige il tratto radente, senza toni consolatori, ma che avvincono per la loro empatia, per il tono sospeso tra accoramento e asprezza. Una scrittura che si presta anche – come dovrebbe essere per tutta la vera poesia – ad essere messa in scena davanti ad un pubblico, tanto più in questo caso trattandosi di struttura dialogica e quindi già preteatrale.

Se dunque la poesia, sempre seguendone l’ellenica etimo, è ‘azione creativa in parole, ‘epos’ e ‘pathos’ che si fanno ‘logos’, Dialoghi imperfetti si può definire il racconto cifrato di una “amazzone combattente per la vita”, come suggerisce il disegno in copertina.

Arezzo, 24 marzo 2014

Recensione
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