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Le stanze del cielo

C'è un cielo anche per chi non ci vola...
Patrizia Fazzi

In copertina le mura squadrate, grigie e sbilenche di un carcere, il cui tetto d’improvviso si apre come sotto l’onda di un terremoto e tutto vola e si inonda di azzurro e colore: mare e ali in volo, acqua che sgorga sorgiva e chiara, simbolo di libertà, di contro al nero vortice che l’ha attirata come un mostro. La libertà persa e agognata: questo il tema del nuovo libro di poesie di Paolo Ruffilli, Le stanze del cielo, edito da Marsilio, con una intensa prefazione di Alfredo Giuliani, dal significativo titolo Pensiero e immaginazione: un volume – cosa non frequente per una silloge poetica – giunto in pochi mesi alla seconda edizione.

Sorta di poema narrato in prima persona, il libro si concentra su due aspetti poco descritti finora dai poeti, eppure dolorosamente presenti nella nostra società: il carcere, con i suoi spazi angusti, i suoi ritmi monotoni e assillanti, e la tossicodipendenza, con i suoi ingannevoli baratri, da cui si evade ancor più difficilmente che dalle sbarre di una vera prigione. Ruffilli, da sempre poeta antilirico e capace di mettere a fuoco un tessuto di vita, quasi raccontandolo in tono ora sommesso ora sdegnato, in variazioni continue, prosegue con quest’opera il suo cammino di indagine e denuncia attraverso il mondo della sofferenza, fedele – secondo la citazione di Mori i Po posta a inizio della raccolta «agli uomini nella disgrazia». Dopo il dramma dell’aids, magistralmente colto e messo in scena come una tragedia greca in La gioia e il lutto (Marsilio, 2001), il poeta si sofferma ora su quello, altrettanto disperato e bloccato, di «quanti hanno perduto per colpa propria o altrui la luce della loro libertà », e ad essi è rivolta la dedica di questo suo impegno letterario.

Scorrere le pagine e leggere i versi delle Stanze del cielo è come scendere in un girone dantesco dove personaggi senza nome o volto parlano al lettore che idealmente viaggia nel loro spazio fatto di «grate e cancelli da ogni | parte, intorno, tetri cortili | dalle altissime mura» (Ordine, p. 20), dove «oltre la porta | sul lungo corridoio | illuminato da piccole | finestre tutte inferriate | un’altra porta, poi, | e chiavi rigirate | aperte e chiuse in coda | davanti e dietro | ad ogni singolo passaggio» (Fortezze, p. 22). Luoghi dove la luce – parola chiave del libro – arriva filtrata, arredati da suppellettili minime, letti «affiancati,... sovrapposti,... accatastati» (Letti, p. 28), invasi da suoni stridenti o silenzi a cui aggrapparsi per tener desto il pensiero o il sogno di un’evasione, di un ritorno in quell’altro mondo che ci ha numerati, esclusi, gestiti come «rifiuti dell’umanità» per i quali «si fa il possibile» (Tutto il possibile, p. 19), eppure questi «non hanno il minimo | rispetto: proteste | ricorsi e lamentele» (La stessa storia, p. 21).

Lo sguardo del poeta dà voce al tormento, ai rimorsi, ai rimpianti, al senso doloroso di abbandono e solitudine che quasi cancella la cognizione del tempo o la amplifica, sentendone la straziante perdita: «il terrore del tempo | ti consuma i nervi | così come il pensiero | che fuori qualcosa sta accadendo e ti è sottratto, certo rubato per tua colpa» (Il tempo, p. 49). I ricordi dolci e amari, l’alienazione dai cari, dallo stesso mondo naturale – «quel pesco in fiore e il suo tornante rifiorire che non avevo mai considerato (Evasione, p. 29) – l’arroganza degli stessi carcerieri, ultimo anello di una catena di poliziotti, avvocati, giudici che applicano la lex e sentenziano verdetti senza porsi molti scrupoli (come fa invece per un attimo il giudice Ivan Dmitric di Anton Cechov, premesso dall’autore ai suoi versi): è anche questo il peso che grava e corrode i giorni e le notti del carcerato, ne riduce allo stremo le risorse interiori, gli fa cercare rimedi artificiali, fino a che – come stigmatizza l’ultimo verso di questa sezione – «sa distruggersi da sé | l’io delinquente» (Autonomia, p. 66).

Nella seconda e più breve sezione del libro, intitolata La sete, il desiderio, prende forma in dodici componimenti il tema della «vita tagliata», secondo il titolo e l’ultimo verso della prima poesia. In una sorta anche qui di monologo rivolto al lettore, emerge il dramma di un ‘io’ che ha scelto la fuga dal mondo «con una lucida spada | che ti attraversi | e ti trafigga, | che tagli il filo | portandoti via da tutto | ma da me stesso mai» (Sul mondo, p. 73).

Le poesie di Ruffilli chiariscono il tormento del tossicodipendente che all’inizio vive la sua scelta come un atto quasi titanico rispetto «agli altri esseri mortali», con l’illusione di «planare volante sul tappeto | perdutamente solo | tu gigante del cielo (Sul mondo, p. 73), ma poi si ritrova «un vuoto più profondo | di tutto il pieno | vomitato giù fuori dal mondo» e invece che libero, si scopre schiavo, precipitato nel buio, nei lacci di un’amante insaziabile: «Senza di lei | la sete, il desiderio… È solo lei che conta | da quando | ti si ficca dentro il corpo | …mettendoci radici | che non riesci più ad estirpare» (Senza di lei, p. 76). I versi si addentrano nell’anima e nel corpo devastato di questo essere umano, ne colgono «la corsa del cuore», i sudori, «l’onda che sale | su dallo stomaco», l’annullarsi lento dei riflessi, del pensiero, pur nella coscienza dolorosa dell’errore commesso cadendo nelle spire di un «male ingordo | che proprio per sfamarti | ti divora» e ti incatena «da dentro all’infinito» (Amante, p. 78).

A quest’essere fragile, dantescamente smarrito, ammutolito nel dolore e nella «solitudine infinita», Paolo Ruffilli presta il suo ascolto, dà volto e spessore, cala un filo nel baratro del mistero da cui vorrebbe «scappare», ma – come recita l’ultimo, disperato verso non riesce «a smettere da solo» (Scappare, p. 83).

Tutto questo universo Ruffilli lo esprime in cinquantotto componimenti, scritti in versi scanditi e al tempo stesso dimessi, fluenti come una prosa, ma che da essa si distinguono per il sapiente uso di enjambements, di rime interne o ricorrenti, di assonanze, anafore, antitesi, accostamenti lessicali arditi o metafore inconsuete, secondo un dettato asciutto, chiaro, incisivo, che punta tutto sulla forza della parola, sul dialogo immaginario con il «tu» interiore o con il «voi» esterno, a volte in tono quasi impersonale ricorrendo al verbo all’infinito, fino a cedere in alcune poesie all’‘io’ che si svela fino in fondo, si confessa e chiede aiuto.

Un libro coraggioso, di forte impatto emotivo, di grande valenza civile e comunicativa, un libro che, affondando la penna nella realtà più dura e nascosta con spietata tenerezza e lucidità, dimostra come, oggi più che mai, la poesia ha senso solo se riesce a farsi voce di tutti, ad essere lo specchio impietoso della vitalità e del dolore, della contraddizione in cui – ungarettianamente – viviamo, coscienza della colpa e anche del possibile riscatto, senza giudicare nessuno a priori, anzi facendosi sguardo a latere, pila accesa nella notte incivile che spesso nemmeno ammettiamo, parapetto verbale ed etico contro il precipitare nel vuoto interiore.

Arezzo, 27 febbraio 2008

Recensione
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