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In specchi di crepuscolo

Una poetessa allo specchio

Osservare se stessi è forse il gesto più intimo che possiamo compiere. Lo specchio riflette questa intimità e nel momento stesso in cui riverbera, l’intimità diviene una ‘pubblica immagine’, si svela, si autoritrae. Ma in epoca di selfie, quando ci si ritrae in massa, le immagini che scoppiano come fuochi d’artificio tutt’intorno documentano uno storytelling della quotidianità, mostrano, rispecchiano, divengono trasformandosi però più in un ‘bisogno’, una necessità piuttosto che rivelare o sottolineare un gesto intimo. Chiediamoci perché.

Anna Gertrude Pessina si specchia nella musicalità dei versi e si staglia e viene fuori una sorta di autoritratto. Si ritrae cioè nella lingua più vicina al suo ‘essere’, la Poesia, quel confine di esperienza che non lascia nulla fuori scena: dalla vita si trasmigra nella poesia e dalla poesia nella vita.

E non è un caso che l’Autrice parli di specchi di crepuscolo, quell’istante incerto, quel misterioso momento in cui la luce si confonde con il buio o viceversa, come in immagine rispecchiata che balzi da oriente a occidente, da un confine all’altro dei paesaggi della sua anima, bucando inquieta i limiti, in cerca di una luce. “Secondo certi negromanti, gli specchi sarebbero delle voragini senza fondo che inghiottono , per non consumarle mai, le luci del passato (e forse anche del futuro)” scrive Elsa Morante in Aracoeli. Così le fa eco Anna Gertrude Pessina in Rifrangenze:

“Quando la gioventù naviga il giallo del tempo che fu e il tramonto non s’incendia di rosso e il cuore non più azzurro d’amore veleggia l’indaco- violetto dei sentimenti ormai PLACATI nel sole arancione dell’esodo estivo assoluti di silenzi mi gridano l’approssimarmi al terminale del nulla con un biglietto di sola andata VERDE di speranze AZZERATE”.

Bellissimo questo ritmo segnato dai colori/specchio che azzerano il TEMPO.

La poesia è allora quel modus capace di dare immortalità all’esistenza e Anna decide di ‘fare’ poesia nella vita proprio nel momento in cui si accorge di trasfondere la vita in poesia, suo attributo naturale. Essere poeta è uno stato di natura, scriveva un giovane Cesare Pavese nelle lettere indirizzate al suo maestro Augusto Monti; per la scrittrice la poesia è struttura della mente, la modalità con la quale leggere la realtà. Scrive nella nota posta a chiusura dei versi: “Attenta, come sono, alla fenomenologia del vissuto, la mia scrittura in versi, dalla sfera intimistica, sconfina sul reale, giorno dopo giorno, lacerato da rabbia, delusione, corruzione, cainismo di iene e sciacalli, abili a raggirare, abbindolare, derubare con baci iscarioti”.

Un percorso di conoscenza è allora quello che si snoda attraverso i vari capitoli; i titoli ne segnano la successione in immagini, visioni, logiche forme. Si possono evincere gli idiomi di questo percorso: il Tempo, la Storia soggettiva e no, la Memoria, l’Oggi, la Tristezza senza scampo, la intuizione di una Dimensione soggettiva e di una oggettiva. Conquiste di una esistenza che dal ricordo porta ai giorni del qui e dell’ora, ai problemi irrisolti della nostra ormai decadente civiltà, come nell’ultimo componimento Io e Te, dove i versi finali suggellano l’ineluttabile destino dal quale non possiamo – nonostante ogni nostro atto di coraggiosa sfida – sfuggire : “IO e TE sulla nave dell’altrove verso il gorgo dell’ignoto”.

Ma in quale specchio si riflette la donna Anna Gertrude?.

Scrive Virginia Woolf in “Una stanza tutta per sé”: “Per secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi, dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell’uomo, ingrandita di almeno due volte rispetto alle dimensioni normali”.

Le donne come specchi. Considerati - e non solo fino a tutto il medioevo – una ‘stregoneria’, i binomi donne / specchi, donne/streghe ha riempito pagine e pagine di leggende, storie, abitudini comportamentali, azioni di mal celata violenza.

La donna/Anna frammenta allora la sua esistenza per dare parola e continuità alla presenza poetica del suo sguardo, vivendo non tanto la sua vita –persa nella poesia- ma quella degli Altri. Gli incontri con l’Altro, con l’alterità dirompono, disegnando tutta la tragicità dell’esistenza, sentita su di sé attraverso il dolore e la vita degli altri, appunto, intuita e sentita nelle piccole cose, una tragicità che definirei – come fa l’Autrice - acregiallamara: “Il verde dei limini l’aspro del sapore teologia della vita acregiallamara”. Ma i limoni, come quelli di Montale, spuntano improvvisi con la loro luce dallo spiraglio di un portone socchiuso.

Anna Gertrude Pessina spia fra gli spiragli e scrive.

Ma come fa un poeta a scrivere quello che vuole scrivere?

Con la Pessina non si è in presenza di versi strutturati, come gli endecasillabi o le sestine, ma occorre con lei scoprire “l’intenzione compositiva”, il tentativo di descrivere e proporre la realtà attraverso le sue immagini, il ritmo e il suono delle sue parole. E’ questo che ne svela il significato, è questo che risuonerà nella mente del lettore, è questo che rende forte la sua poesia, questo legame intimo fra l’interiorità del poeta e del lettore.

Le immagini sono concise anche se lievi, rapide nel loro fluire ma intense e il suono che le attraversa sollevano la polvere per abitare la storia, il presente e un possibile futuro. Si racconta di lotte, di fughe, di meraviglia, dei versi si alzano in volo verso confini sbiancati, sconfinano ambiziosamente verso il mito, rincorrono la verità, sfiorano il desiderio della carne. Un palcoscenico dell’anima dove si rincorre il tempo, si tenta di frenare o meglio fermare il suo scorrere, i pensieri tristi che accompagnano il travaglio del mio ….esistere , scrive. Ma con la parola Anna Gertrude Pessina vuole sprigionare la sua forza e combattere, come in Ritardar l’andare: “Segmenti strani infrangono vapori calettano la volta: massi densi solidi ritardano l’ANDARE”.

Così leggo lo spostamento da lei voluto dello sguardo del lettore al centro della pagina, la lettura dei corsivi che si dilata nel vuoto del foglio per lasciare spazio all’ombra del silenzio. Si entra nel ritmo interno delle cose e le parole in sillabe maiuscole che girano sulla pagina affondano dentro la nostra carne, nel caos del nostro sentire. Possiamo coglierle con mano quelle parole, possiamo provare a girare con loro dentro e fuori di noi, con nostalgia, rabbia, voglia di fare, per articolare suoni e linguaggi primordiali che ci mettano in contatto con il nostro profondo, per comprendere infine quanto ancora apparteniamo alla materia, alla natura, al corpo del nostro linguaggio.

Un modo per riconoscersi, affondare in se stessi, dentro la propria voce, la propria musica.

È anche questa la magia della Poesia e Anna Gertrude Pessina l’ha saputa donare.

Recensione
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