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La piega storta delle idee

Giovanni Di Lena è nato a Pisticci, dove attualmente vive, ha pubblicato diverse raccolte di poesie, tra cui: “La piega storta delle idee”. Da un’attenta lettura di questa silloge si evince il mondo poetico di questo autore, che ruota intorno ai misteri dell’esistenza; con le sue angosce, le memorie, gli affetti e i sogni. Si avverte la presenza di un’anima inquieta di fronte alle ingiustizie, alle amarezze, agli inganni e alle beffe a cui ha dovuto assistere durante il suo cammino; eventi che hanno stravolto la sua stessa vita riflessa proprio dal titolo.

La vita lo ha sottoposto a molte vicissitudini e turbamenti, ma non si è mai arreso: “… vivo in un mondo / di sogni infranti / di apparenze e approssimazione, / … vivo in un mondo / che – forse – non capisco”.

La poesia è stata la sua valvola di scarico che gli ha permesso di andare avanti, di ribellarsi e di denunciare il malaffare e la speculazione di gente senza scrupoli: “Lindi, spumeggianti / e con un sorriso sibillino, / i Pagliacci d’Italia / si presentarono per confermare / la collocazione in mobilità / …”

La poesia lo rende consapevole di essere nel giusto, è il suo modo di comunicare e di gridare al mondo intero la sua perplessità su ciò che affligge la sua Terra: …” Non so se questo grido amaro / potrà destarti dai sogni / che ottenebrano la tua ragione” …

Questi versi, intrisi di passato e di presente, esprimono l’essenza della ribellione intima e morale, egli lotta, grida le sue parole sofferte, contro gli inganni e le contraddizioni con una tensione drammatica che fa grande la sua poesia.

Il poeta avverte come una spina nel fianco tutti i disinganni e i disagi esistenziali nelle cui spire l’umanità è precipitata. Quando i legami col mondo si deteriorano, si trova rifugio negli affetti, sempre presenti a riportare alla mente sensazioni piacevoli: ”Pippinè / ho pulito ogni angolo della casa: / è tutto sistemato / nell’ordine che a te piaceva, / … la tua foto con papà sul comodino / insieme al tuo inseparabile rosario / … Ho sistemato tutto, / ma non ancora il tuo sguardo mutevole / che riempie sempre di gioia / le pareti della nostra casa.” Momenti vividi che la nostalgia tiene accesi: la famiglia e la casa, un cerchio di concretezza dentro cui i versi si fanno discorsivi per ritrovare la gioia della vita che danno fiducia all’uomo, quando i valori umani sembrano compromessi.

C’è in questa silloge, qualcosa che non allontana il pensiero dell’autore dalla realtà attuale, c’è sempre una stretta rispondenza nei fatti e nelle circostanze di ieri che sembrano realtà di oggi. Risonanze nascoste ad echi che si ripetono, si ripercuoto e rimbalzano sulla stampa quotidiana, come nella poesia Pozzo n. 17: “C’era equilibrio / nell’azienda di mio padre / prima del ’61./ Nella pace agreste / s’insinuò minaccioso / il pozzo n. 17 /… I tecnici assicurarono: / il pozzo è a norma / e i suoi sfiati, / innocui / … Centosessanta furono / le vittime della mandria / immolate agli sfiati innocui / … A mio padre non rimase niente. / Spogliato e impoverito / si dibatteva alla ricerca di un perché.”

Di Lena sente il dovere civico di svelarci delle crude verità, riapre antiche ferite che non si sono mai chiuse, ci mette di fronte a problemi che investono ogni campo, e i politici sono chiamati a decisioni di grande responsabilità, ma spesso si verifica che, promesse aleatorie e scelte errate danneggiano la vita, l’avvenire e la convivenza di molte persone. Si creano così differenze, incomprensioni e vuoti interiori, inducendo a difendersi da nemici invisibili, ma purtroppo esistenti: “Castelli di sabbia / celano realtà spettrali / e ospitano nemici senza coscienza. / Vivere all’ombra di un potente / può essere rassicurante / ma non è entusiasmante.”

La verità delle situazioni, mette nei versi trasparenza e concretezza. Il poeta ci trasmette la tensione lirica da cui è ispirato. Attraverso il filtro della memoria, che seleziona eventi, pensieri ed emozioni, rivela il proprio io, come se aprisse un dialogo con se stesso: “Porto nel cuore / lo sgomento di mio padre / per la guerra / che fu chiamato a combattere.” Una spina dolorante, di cui si avvertono le trafitture in ogni sequenza di questa poesia: “Porto nel cuore / il dolore dei suoi occhi / e la miseria nemica / che sconfisse la sua speranza / …”.

Il canto si fa più accorato, quando “ad occhi chiusi” i ricordi del passato si fanno vivi e pungenti: “Spesso mi ritrovo a rimuginare / su ciò che doveva essere / e non è stato”. Le cose perdute che hanno tolto al poeta il desiderio di vivere e di sognare, esse trasmesse nella loro diversità, come reale metamorfosi di noi stessi, che mentre viviamo nel tempo, al disopra dei rimpianti, anche la serenità rimane un bene sa non perdere. “Senza parlare / placo il mio tormento / con snervanti dosi calma  /…”

C’è un desiderio d’infinito, che si tramuta in una speranza nuova che si rinnova, in nome di una società più civile, che sconfigga la solitudine del cuore: “… dalla solitudine si può uscire / e la sofferenza si può lenire /…”, e promuove il riscatto delle donne, continuamente lacerate e offese nella loro femminilità: “Donna, / maltrattata, / venduta e ammazzata, / ignobili esseri / credono di possederti! / Donna, / compresa in ritardo / e affossata mille volte, / sei riemersa sempre da sola / caparbiamente, / …”.

Ogni donna, in questi versi, trova un riflesso della propria vita. Secondo Eliot, tre sono le voci delle poesia: “La prima è la voce del poeta che parla per se stesso; la seconda è la voce del poeta che si rivolge ad un pubblico grande o piccolo che sia; la terza è la voce del poeta che tenta di creare un personaggio drammatico che parli in versi”. Queste tre voci si sono tutte nelle poesie del Nostro autore. I suoi versi fluenti e senza orpelli, sono di robusto contenuto e pregnanti di significati profondi, incentrati sui sentimenti e sui molteplici aspetti positivi e negativi della vita di ognuno di noi.

Concludo con dei versi tratti dalla poesia “Mattino” che alimentano la speranza di un futuro migliore: “… Non è ancora l’ora di sbattere le porte. / All’alba/ bisogna abbracciare il sole / e non contemplare la sua immensità / al tramonto.”

Recensione
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