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Dal fondo dei fati

La fede nella poesia di Patrizia Fazzi

La fede ha qualcosa di religioso, sconfina nel misticismo. In una società come la nostra, così evoluta ed esigente nelle apparenze, eppure, nella sostanza, intrisa di rozzo materialismo, è una dote assai rara. Con questo non si dice che i cosiddetti poeti siano scomparsi. Anzi! Pare che in Italia ce ne siano a migliaia. Ma ciò non significa molto. Infatti si può essere, nell’accezione comune, poeti, e non credere nella poesia. Del resto la mania versaiola alimenta l’equivoco: fa della poesia un’abitudine, un passatempo, mentre essa è tutto l’opposto, e addirittura può essere prerogativa persino di colui che non ha scritto mai versi. Comunque chi ha il privilegio di attuarla non ha davanti a sé parole da incastonare in un determinato contesto, pensierini da inanellare. Ha davanti a sé l’infinito; sente vibrarsi dentro qualcosa che lo congiunge all’universo. Perciò nella poesia c’è sempre – più o meno parvente – una componente cosmica.

Patrizia Fazzi crede nella poesia e ne possiede i requisiti. Soprattutto ha il dono dell’immagine. Costruisce il verso in funzione di essa, quasi con noncuranza: senza preoccuparsi di legami artefatti. Per tale riguardo la sua fantasia ha un forte spessore, e le permette di cogliere la realtà ricorrendo a metafore imprevedibili, dove il senso cosmico di cui dicevo trova, di solito, una pronta rispondenza nel sentimento, che unifica il tutto e ne legittima il contenuto. Un sentimento, beninteso, che, ancor prima di concretarsi nel verso, è spontanea adesione alla vita: amorosamente vissuta e gestita, infine indagata nelle sue componenti. Ne deriva che la visione poetica non si restringe al soggetto, non si deforma o comprime in un innaturale microcosmo, piuttosto si espande in un assiduo confronto tra l’io e il tutto: per significare l’essenza del vivere nel suo divenire.

E’ una poesia che sorprende: per la novità del dettato e del ritmo, nel segno di un marcato anticonformismo, certamente congeniale al temperamento dell’autrice e tuttavia privo di d’ogni intento polemico (fra l’altro è assai raro trovarvi un endecasillabo o un settenario, o un qualsiasi verso sorretto da una musica convenzionale). Difficile intravedervi uno o più modelli (Luzi, forse). Si potrebbe dire, col nostro maggior poeta, che la Fazzi scrive solo “a quel modo | che ditta dentro”: talvolta persino ricorrendo a una certa violenza verbale, la quale si adegua alla realtà, più che per la sua valenza semantica, per l’impressione – a volte quasi sensuale – che suscita. E’ un modo tutto personale nella interpretazione del mondo esterno e del proprio, dei quali l’uno è complementare all’altro, in stretta reciprocità di rapporti. Naturalmente codesto “modo” corre qualche rischio. Il tessuto lirico è tutto uno sfavillio di metafore, d’immagini che si succedono senza il minimo sforzo. Si ha l’impressione che dinanzi ai nostri occhi brilli una miriade di perle sparse un po’ dovunque. Bisogna vedere se c’è qualcosa che le unisce. Peraltro il maggior pericolo è la cronaca: quando la parola è atona, fine a se stessa e non diventa immagine, cioè non rappresenta il senso vivo del reale. Emblematica, a tale riguardo, la poesia “Ai racconti dei padri”, giusto il contrario di quell’altra, di ben diversa levatura artistica, intitolata “Se non avessi”, che qui riportiamo:

Se non avessi questa voce che mi parla dentro | a cui posso senza pudore raccontarmi, | se non avessi lei come mio specchio, | pagina azzurra dove nuota libero il pensiero | e dal fondo vischioso strappa | le perle strette ancora al guscio dei dolori, || se non avessi questa mano tesa, | questo filo tessuto di roccia e di speranza, || cava conchiglia sarebbe la mia vita, | perso profumo, inutile dibattersi”.

Poesia di assoluto rilievo. I versi non obbediscono a uno schema, si confondono anzi con la prosa; e tuttavia hanno una loro consistenza ritmica, che riceve energia dalle metafore, sbozzate con forza. Proprio codeste metafore, pure inserite in un contesto mobile per ritmo e misura, sono in grado di trovare una forte collocazione nella memoria e nella immaginazione di chi legge, dovuta certo alla loro originalità, ed anche a una fresca e incisiva sobrietà di linguaggio. Appunto è questo, a mio parere, il loro maggior pregio: far lavorare l’immaginazione, dove la stessa ambiguità semantica acquista una sua ragione d’essere. Ne risulta un insistente avvicendarsi di analogie e di metafore (bellissimo quel “filo tessuto di roccia e di speranza”), le quali hanno, sì, caratteristiche proprie, e tuttavia rappresentano o sottintendono situazioni psicologiche reali, che poi si completano a vicenda, legandosi fra loro con naturalezza, in un’atmosfera comune.

Raggiungere un simile risultato non è da poco. Infatti potrebbe accadere che la ricerca del nuovo scada nel concettismo o che, per mancanza di un centro focalizzante, si dia eccessivo risalto ai particolari. In tali condizioni verrebbe cioè a mancare quella cosmicità di cui dicevo poc’anzi. Ma su questo è bene intendersi.

Può sembrare che si parli di cosmicità anche a proposito di poesie dove l’autore chiama in causa solo il proprio io. Ma la cosmicità è una dimensione che non si misura col metro; è piuttosto un sentimento che ci mette in comunione con gli altri ed anche con noi stessi. E affinché ciò si realizzi è indispensabile al poeta la capacità di oggettivare la propria interiorità, cioè di guardare dentro di sé disinteressatamente, come se si trattasse di un’altra persona. Chi non è in grado di parlare con gli altri ha poca o nessuna attitudine a parlare con se stesso. Del resto è cosa risaputa: nessun poeta scrive solo per sè e ogni forma d’arte (dunque non soltanto la poesia) è un tentativo di evasione, di comunicare con il mondo che ci circonda e che vogliamo sia testimone – e, in certa misura, elemento compartecipe – dei nostri sentimenti.

La Fazzi è dotata di una innata capacità inventiva, che ci regala momenti di intensa emozione poetica. Ovviamente ogni virtù ha i suoi limiti. Disciplinare gli abusi, fare di quei momenti un bene articolato discorso, è senza dubbio la soluzione ideale, purché non si tocchi la naturalezza dell’impianto e si elimini il troppo e il vano. La nostra poetessa, a giudicare dal suo ultimo libro (”Dal fondo dei fati”, Venezia, Edizioni del Leone, 2005), è riuscita più volte nella difficile impresa. E ci piace sottolinearlo.

27 giugno 2005

Recensione
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