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Diario di un'altra vita

La lettura di un libro di Luciano Nanni lascia sempre disorientati ma questa raccolta di scritti giovanili, risalenti agli anni cinquanta, è davvero fuori dagli schemi, quasi un laboratorio sperimentale di immagini e idee.

Storie brevi ma collegate tra loro caratterizzano la prima parte del volume, la più tradizionale, pervasa da atmosfere cupe e paesaggi spettrali, in cui sono rivisitati alcuni topoi del fantastico come il mito del lupo mannaro che in “Odio al plenilunio” si fonde al tema del doppio.

Nella narrazione, sospesa tra sogno e realtà, ritroviamo i tratti caratteristici dell’universo letterario di Nanni quali la concezione dell’amore come sentimento puro, scisso dal sesso, l’attrazione per il morboso e il decadente, il trionfo dell’Idea sulla materia.

La seconda parte, invece, ben più corposa, contiene il “Diario di un’altra vita”, vero e proprio corpo a corpo con il lettore che faticherà non poco ad abituarsi alla scrittura complessa e impreziosita da parole rare e desuete.

Nelle pagine finali (10 giugno) del Diario, scritte in terza persona, lo spunto autobiografico si confonde con la fantasia, con esiti interessanti.

Il protagonista, un pittore di nome Luciano come l’Autore, si innamora di una novella dark lady che lo condurrà nel laboratorio in cui esegue le vivisezioni. Il suo destino appare già segnato quando mette piede nel lugubre ospedale circondato da cipressi; appena si ribellerà al sadismo della donna, verrà prima imprigionato e poi accecato.

La lista di vocaboli insoliti – procerità (lunghezza), latibolo (tana), sinderesi (senno), albagiosi (boriosi), salavo (sudicio), fumiga (traccia lasciata sul terreno dal carro), ignivoma (che vomita fuoco e fiamme), sverze (schegge lunghe e sottili di legno), schistose (scistose, proprie delle rocce tendenti a sfaldarsi) - non si esaurisce certo in quelli elencati ma rende l’idea di come Nanni sia indifferente alle mode e alle aspettative del pubblico, avendo persino rinunciato ad intervenire successivamente sul testo originale per limare la forma ed evitare gli errori di sintassi.

D’altra parte, un linguaggio così avulso dal quotidiano rispecchia in pieno l’anima del libro, dominato dal fascino per l’arcano di cui la figura della Vestale è il simbolo.

E qual è l’altra vita a cui allude il titolo della raccolta se non quella ultraterrena?

La citazione:

“Ma quello ch’egli vide laggiù lo fece raggelare: su un lunghissimo banco di ferro una selezione di pezzi umani, costole, piedi, gambe, brani tagliati con arte precisa; si muovevano in una gioia muta e inumana, era un contorcersi morboso, mentre dal banco delle vivisezioni giungeva un alito gelido, spaventosamente gelido”.

Recensione
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